Michael Talbot, The Delicate Dependency (Vivono di notte)

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Su Goodreads seguo una lettrice che scrive delle ottime recensioni (ha anche un blog) e che ha gusti molto simili ai miei. Per cui, quando Nancy dice che un libro è bellissimo, vado tranquilla e mi affido ciecamente. Tuttavia, essendo umana, a volte anche lei sbaglia, oppure semplicemente in questo caso non ci troviamo d’accordo.

Il libro viene definito da più parti “il miglior romanzo sui vampiri” (sarò banale, ma per me il miglior romanzo sui vampiri resta e credo che resterà sempre Dracula, uno dei miei libri preferiti di sempre), inoltre è pubblicato negli USA dalla sempre ottima Valancourt Books, un’altra garanzia. In italiano, ho scoperto, l’ha tradotto la piccola Gargoyle con un titolo non propriamente azzecato, Vivono di notte. Fatto sta che, per una volta, questo “classico” poteva tranquillamente restare dimenticato ed era stato dimenticato per un motivo.

La mia opinione su questo libro, tuttavia, è diversa sia dalle recensioni positive che da quelle negative. I motivi che mi hanno portato a non amarlo non sono quelli che vengono indicati di solito.

Per la prima metà abbondante il romanzo mi è piaciuto molto, tanto da farmi passare sopra ai difetti che pure ho riscontrato. L’idea di base è veramente interessante ed era proprio quella che mi aveva spinto a leggere il libro. Ovvero una visione del vampiro diversa da quella a cui siamo abituati, molto diversa. Qui non ci sono paletti di legno, crocifissi e compagnia cantante; qui il vampiro viene descritto come una creatura affascinante, diversa, intelligentissima e coltissima, e vengono spazzati via tutti gli stereotipi a cui la letteratura e il cinema ci hanno abituato. Questo per me era un grosso punto a favore del romanzo, e infatti mi sono goduta moltissimo questa immersione nella vita e nella cultura di un essere tanto insolito.

Poi a un certo punto tutto precipita e diventa un’accozzaglia di idiozie come mi è capitato raramente di vedere. Cioè, tante idiozie tutte insieme non pensavo che fosse una cosa possibile. Colpi di scena si susseguono a colpi di scena sempre più eclatanti, inaspettati, imprevedibili. Alla fine ce ne sono così tanti che il tutto risulta totalmente ridicolo. Inoltre, dopo essersi premurato con tanta finezza di demolire tutti gli stereotipi sui vampiri, Talbot apre il vaso degli stereotipi narrativi e ce li butta tutti assieme. Quando sono arrivata all’inseguimento rocambolesco sul treno con tanto dei nostri eroi che salgono sul tetto del convoglio per sfuggire agli inseguitori non ci volevo credere. Non è possibile che una penna che ha prodotto una visione del vampiro tanto raffinata poi scada così, no? E invece sì.

Un’altra cosa che mi ha dato un enorme fastidio è che non basta infarcire il libro di parole che suonano più o meno italiane a far sì che quelle diventino frasi in italiano. Faccio solo un esempio di un punto dove avrei fatto volare il libro dalla finestra se non fosse stato nell’e-reader. C’è un inseguimento (tanto per cambiare) e a un certo punto si sente urlare in quello che dovrebbe essere italiano “Polizia! A quale punto polizia!”. Ma che vuol dire?! Parole in libertà?

Alcune cose poi vengono accennate e sottolineate come se dovessero rivestire un’importanza particolare, e invece restano lì nel limbo senza venire mai più sviluppate. Com’era quella cosa che se metti in scena una pistola a un certo punto devi farla sparare? Qui no, non funziona così.

Insomma, una delusione cocente. Non vi consiglio questo libro neanche per togliervi la curiosità.

Titolo originale: The Delicate Dependency
Titolo italiano: Vivono di notte
Autore: Michael Talbot
Casa editrice: Valancourt Books
Pubblicazione originale: 1982
Numero di pagine: 406
Lingua originale: inglese

David Karp, One (Uno)

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Oggi David Karp è caduto totalmente nel dimenticatoio, ma si dice che all’epoca questo libro sia stato paragonato a romanzi del calibro di 1984, Il mondo nuovo e Buio a mezzogiorno. Ammetto di non aver letto quest’ultimo, ma con gli altri due ha senz’altro molti punti in comune. Come sempre, sia lode a Valancourt Books che riscopre classici dimenticati dell’horror e della speculative fiction. Addirittura, sembra che questo libro sia stato tradotto anche in italiano, cosa che non mi aspettavo, e pubblicato nel 2021 da Mondadori!

Uno è una distopia classica, probabilmente non scritta in maniera davvero brillante, tuttavia eccezionalmente forte.

Burden vive in uno Stato benevolo, dove il concetto di punizione non esiste, dove tutti sono uguali e nessuno è superiore agli altri. L’individualità è bandita, lo Stato vuole solo la felicità dei suoi cittadini, e questa felicità non può essere conseguita che nella commistione con gli altri. Burden è un professore e oltre a questo fa anche l’informatore per lo Stato: ogni sera compila e spedisce un rapporto dove indica tutte le affermazioni “eretiche” che ha sentito quel giorno dalle persone intorno a lui. Cosa peraltro molto facile per lui, dato che è anche in grado di leggere le labbra delle persone quando parlano. Assolve questo compito con piacere, perciò quando viene chiamato a presentarsi davanti agli ufficiali governativi pensa subito che sia per un encomio ufficiale. E commette l’errore di dirlo all’impiegato che lo interroga. In realtà si trattava di un controllo a campione, ma con questa affermazione Burden ha implicitamente ammesso di essere un eretico, in quanto si ritiene superiore agli altri informatori.

È così che ha inizio la terribile avventura di Burden nelle grinfie dello Stato benevolo, che lui tanto amava e rispettava, senza sapere di covare dentro di sé un’eresia della peggior specie, completamente integrata nella sua personalità. Normalmente gli eretici “integrati” vengono uccisi (eh già, non era proprio vero che la punizione fosse stata abolita come concetto), tuttavia un alto funzionario del governo, Lark, chiede e ottiene di usare Burden per un esperimento: vuole sradicare da lui ogni traccia di eresia.

Le descrizioni delle torture psicologiche e del lavaggio del cervello a cui Burden viene sottoposto sono estrememanente disturbanti. Leggendo questo libro ho provato un profondo disagio. Non posso dire che sia per me una sensazione inedita nella lettura, eppure devo ammettere che non è frequente. Può essere che un libro (sto parlando di romanzi, perché la saggistica può narrare storie ancora più terribili di quelle di fantasia) mi faccia paura, può essere che mi disgusti, può essere che mi indigni. Ma che mi metta a disagio, che mi disturbi così profondamente è raro.

Le descrizioni di Karp sono estremamente dettagliate, e sembra quasi di trovarsi lì con Burden mentre viene sottoposto a torture psicologiche agghiaccianti. A volte verrebbe quasi voglia di smettere di leggere, perché quello a cui Burden viene sottoposto è osceno. Non gli viene torto un capello, ma la sofferenza che gli viene inflitta è raccapricciante. Non vorrei fare più spoiler del necessario, ma posso dire che l’obiettivo di Lark è l’annientamento totale dell’eretico Burden. È peggio che ucciderlo.

Un libro che merita sicuramente di essere letto, riscoperto e apprezzato. E sì, può tranquillamente stare allo stesso livello dei capolavori citati in apertura della recensione.

Titolo originale: One
Titolo italiano: Uno
Autore: David Karp
Casa editrice: Valancourt Books
Pubblicazione originale: 1953
Numero di pagine: 286
Lingua originale: inglese

Jokha Alharthi, Corpi celesti (Oman)

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Ancora una volta devo ringraziare il mio gruppo Libri dal mondo su Goodreads per avermi rimesso in pista con il giro del mondo. Questo mese abbiamo viaggiato (tra le pagine dei libri) in Oman, paese per cui non avevo trovato granché a livello di romanzi, specie tradotti in italiano. I miei compagni di gruppo, però, mi sono venuti in soccorso, ed è grazie a loro che ho fatto la conoscenza dell’autrice omanita Jokha Alharthi.

Il libro è sostanzialmente una saga familiare, anche se segue un percorso che forse è un po’ “insolito” per noi lettori occidentali, sebbene non in assoluto. Il romanzo è composto di brevi o brevissimi capitoli, ognuno dei quali è dedicato a un personaggio, e ci sono continui salti temporali sia tra un capitolo e l’altro che, a volte, all’interno dello stesso capitolo. La narrazione è sempre in terza persona eccetto che nei capitoli dedicati ad ‘Abdallah, dove è lui stesso a narrarsi in prima persona, in una sorta di flusso di coscienza che segue i suoi pensieri in libertà durante un viaggio in aereo.

Massime protagoniste del libro sono però le donne, anche se certo gli uomini non mancano, ma ho avuto l’impressione che fossero per lo più raccontati in quanto connessi alle donne.

Ci sono tre sorelle, Mayya, Asma’ e Khawla: la prima appassionata di cucito e sempre china sulla sua macchina da cucire, la seconda grande lettrice, la terza bellissima e totalmente concentrata sul proprio aspetto. Mayya sarà la prima a sposarsi, incapace di opporsi o anche solo di dire la propria opinione quando la madre le comunica che ‘Abdallah ha chiesto la sua mano.

I personaggi sono molto eterogenei e squisitamente umani: ben lungi dall’essere tutti perfetti, ognuno di loro ha i propri problemi, le proprie paure, e in diversi casi anche le proprie difficoltà fisiche o psicologiche. Per cui si parla di personaggi con il diabete, autistici, cleptomani, con la sindrome di Down, suicidi. Le donne per lo più cercano di adattarsi al proprio destino, ma non sempre; in alcuni casi dimostrano una forza di carattere straordinaria che però non ne farà necessariamente la felicità, anzi.

L’Oman è descritto come un paese molto più libero di altri paesi arabi, dove le donne godono di un po’ di tranquillità in più, anche se la mentalità resta generalmente molto retrograda. Tuttavia, non la definirei troppo diversa da quello che poteva essere qui in Italia nella prima metà del secolo, dove i matrimoni combinati non erano certo sconosciuti e l’opinione delle donne non era particolarmente considerata. L’unica differenza che spicca nettamente è il fatto che la schiavitù sia stata abolita da poco e che numerosi ex schiavi continuino a vivere nel Paese, talvolta come nel caso di Zarifa anche con i propri ex padroni.

L’ho trovato un po’ difficile da seguire per la struttura di cui parlavo all’inizio, ma mi è piaciuto e forse prima o poi leggerò qualcos’altro di questa autrice.

Titolo originale: سيدات القمر
Titolo italiano: Corpi celesti
Autrice: Jokha Alharthi
Traduttore: Giacomo Longhi
Casa editrice: Bompiani
Pubblicazione originale: 2010
Numero di pagine: 264
Lingua originale: arabo

Edmundo Paz Soldán, La materia del desiderio (Bolivia)

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Pedro è un giovane professore all’università di Madison, negli Stati Uniti, dove ha una relazione con una studentessa, Ashley. Lei però è fidanzata con Patrick, stanno per sposarsi, e Pedro decide di scappare da questa situazione chiedendo un semestre sabbatico e tornando per qualche mese nella natia Bolivia. Qui è ospitato da suo zio David, che di mestiere crea cruciverba. Il padre di Pedro è morto quando lui era piccolo, era un dissidente politico e qualcuno ha tradito lui e la sua cellula, perciò sono stati quasi tutti uccisi in una retata. Quasi tutti, perché lo zio David si è salvato per un pelo, pur perdendo un occhio, mentre un altro membro del gruppo non si era presentato alla riunione, perciò tutti pensano che sia stato lui a tradire. Il padre di Pedro ha scritto un romanzo, Berkeley, complicatissimo e multisfaccettato. Pedro cerca di interpretarne tutti i molteplici livelli di significato e, con la scusa di scrivere un libro, cerca di saperne di più su quel padre che praticamente non ha mai conosciuto.

Questa è la storia in estrema sintesi. Oltre alla trama in sé, però, riveste una grande importanza il carattere dei personaggi, particolarmente di Pedro (che è odioso), ma anche i cruciverba di zio David e il libro del padre di Pedro. In un certo senso il libro, Berkeley, è anch’esso un protagonista del romanzo, quindi potremmo anche dire che sia un romanzo piuttosto metaletterario. Sicuramente la scrittura, la struttura e la trama fanno pensare a tanti romanzi americani postmoderni. La storia della Bolivia resta solo sullo sfondo: è vero che Pedro se ne occupa sia come professore che come opinionista per varie testate statunitensi, ma la politica non prende mai davvero il sopravvento in questo libro, nonostante il padre fosse un sovversivo contrario al regime.

Non è un brutto romanzo, tutt’altro, ma è forse un po’ noioso, inoltre i personaggi, in particolare il protagonista, sono così odiosi che è davvero difficile sentire il desiderio di trascorrere un po’ di tempo tra le pagine che li raccontano. Personalmente l’ho gradito, ma non mi ha entusiasmato. Non so se gli altri romanzi di Paz Soldán siano più interessanti, magari un giorno leggerò qualcos’altro di suo, ma non a breve.

Titolo originale: La materia del deseo
Titolo italiano: La materia del desiderio
Autore: Edmundo Paz Soldán
Traduttore: Stefano Tummolini
Casa editrice: Fazi
Pubblicazione originale: 2001
Numero di pagine: 311
Lingua originale: spagnolo

Luigi Musolino, Della donna aracnide

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Di Luigi Musolino avevo letto Un buio diverso neanche troppo fa: mi era piaciuto tantissimo e mi ero ripromessa di non leggere mai più un libro di questo autore.

No, non ho sbagliato a scrivere. Alcuni racconti del libro mi avevano terrorizzato, non amo il body horror e lo splatter, ho detto “mai più”. Ma ho riconosciuto che Musolino è un autore horror di una caratura eccezionale, assolutamente inarrivabile per certi versi, almeno nel panorama contemporaneo.

Poi sono andata alla fiera Oblivion a Roma e ho visto questo libro e ho detto “non posso lasciarmelo scappare”. Già.

Ebbene, questo libro forse è ancora più bello dei racconti di Un buio diverso. Forse, perché è dura decidere quale sia meglio. È un libro di formato piccolo, quindi sostanzialmente è più un racconto lungo che un romanzo vero e proprio, infatti io l’ho letto in poco più di un paio d’ore. La protagonista è Martina, una donna alcolizzata che vive in macchina e passa il tempo guidando su e giù per l’Italia. Questa è la storia di come mai è diventata così.

Martina ha 13 anni e suo fratello Filippo 9, i genitori non si amano e litigano continuamente. Un giorno però arriva il circo, dove c’è uno strano baraccone che pubblicizza Serafina, la donna aracnide. Naturalmente i due bambini non possono lasciarselo scappare. E la loro vita cambierà per sempre.

NON adatto a chi soffre di aracnofobia. E nemmeno a chi vuole approcciarsi all’horror, meglio cominciare più soft. Se invece l’horror vi piaceva già e non vi lasciate impressionare, lo ribadisco: Musolino è uno scrittore straordinario.

Titolo: Della donna aracnide
Autore: Luigi Musolino
Casa editrice: Zona 42
Pubblicazione originale: 2024
Numero di pagine: 192
Lingua originale: italiano