Su Goodreads seguo una lettrice che scrive delle ottime recensioni (ha anche un blog) e che ha gusti molto simili ai miei. Per cui, quando Nancy dice che un libro è bellissimo, vado tranquilla e mi affido ciecamente. Tuttavia, essendo umana, a volte anche lei sbaglia, oppure semplicemente in questo caso non ci troviamo d’accordo.
Il libro viene definito da più parti “il miglior romanzo sui vampiri” (sarò banale, ma per me il miglior romanzo sui vampiri resta e credo che resterà sempre Dracula, uno dei miei libri preferiti di sempre), inoltre è pubblicato negli USA dalla sempre ottima Valancourt Books, un’altra garanzia. In italiano, ho scoperto, l’ha tradotto la piccola Gargoyle con un titolo non propriamente azzecato, Vivono di notte. Fatto sta che, per una volta, questo “classico” poteva tranquillamente restare dimenticato ed era stato dimenticato per un motivo.
La mia opinione su questo libro, tuttavia, è diversa sia dalle recensioni positive che da quelle negative. I motivi che mi hanno portato a non amarlo non sono quelli che vengono indicati di solito.
Per la prima metà abbondante il romanzo mi è piaciuto molto, tanto da farmi passare sopra ai difetti che pure ho riscontrato. L’idea di base è veramente interessante ed era proprio quella che mi aveva spinto a leggere il libro. Ovvero una visione del vampiro diversa da quella a cui siamo abituati, molto diversa. Qui non ci sono paletti di legno, crocifissi e compagnia cantante; qui il vampiro viene descritto come una creatura affascinante, diversa, intelligentissima e coltissima, e vengono spazzati via tutti gli stereotipi a cui la letteratura e il cinema ci hanno abituato. Questo per me era un grosso punto a favore del romanzo, e infatti mi sono goduta moltissimo questa immersione nella vita e nella cultura di un essere tanto insolito.
Poi a un certo punto tutto precipita e diventa un’accozzaglia di idiozie come mi è capitato raramente di vedere. Cioè, tante idiozie tutte insieme non pensavo che fosse una cosa possibile. Colpi di scena si susseguono a colpi di scena sempre più eclatanti, inaspettati, imprevedibili. Alla fine ce ne sono così tanti che il tutto risulta totalmente ridicolo. Inoltre, dopo essersi premurato con tanta finezza di demolire tutti gli stereotipi sui vampiri, Talbot apre il vaso degli stereotipi narrativi e ce li butta tutti assieme. Quando sono arrivata all’inseguimento rocambolesco sul treno con tanto dei nostri eroi che salgono sul tetto del convoglio per sfuggire agli inseguitori non ci volevo credere. Non è possibile che una penna che ha prodotto una visione del vampiro tanto raffinata poi scada così, no? E invece sì.
Un’altra cosa che mi ha dato un enorme fastidio è che non basta infarcire il libro di parole che suonano più o meno italiane a far sì che quelle diventino frasi in italiano. Faccio solo un esempio di un punto dove avrei fatto volare il libro dalla finestra se non fosse stato nell’e-reader. C’è un inseguimento (tanto per cambiare) e a un certo punto si sente urlare in quello che dovrebbe essere italiano “Polizia! A quale punto polizia!”. Ma che vuol dire?! Parole in libertà?
Alcune cose poi vengono accennate e sottolineate come se dovessero rivestire un’importanza particolare, e invece restano lì nel limbo senza venire mai più sviluppate. Com’era quella cosa che se metti in scena una pistola a un certo punto devi farla sparare? Qui no, non funziona così.
Insomma, una delusione cocente. Non vi consiglio questo libro neanche per togliervi la curiosità.
Titolo originale: The Delicate Dependency
Titolo italiano: Vivono di notte
Autore: Michael Talbot
Casa editrice: Valancourt Books
Pubblicazione originale: 1982
Numero di pagine: 406
Lingua originale: inglese




