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  • Memini, volat irreparabile tempus

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La grangia certosina di Tor Pignattara

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Tra i molti luoghi “minori” che raccontano la presenza certosina sul territorio romano, la grangia di Tor Pignattara, oggi conosciuta come Villa Certosa o Villa La Favorita, è certamente uno dei più affascinanti. Una storia complessa, che intreccia vita rurale, arte sacra, vicende politiche del Risorgimento e l’opera di uno dei pittori più originali dell’Ottocento: Filippo Balbi.

Dalle origini alla trasformazione certosina

La villa sorge lungo l’antica via Casilina, nel cuore di Tor Pignattara. Nel XVI secolo apparteneva a Giovanni Pietrosanta, che la chiamò La Favorita. Solo nel Settecento, dopo una ricostruzione importante, la proprietà passò ai padri certosini della certosa di Roma, assumendo il nome con cui ancora oggi è ricordata: Villa Certosa.

Alla dimora era annessa una vasta area agricola coltivata a vigna, che correva per circa mezzo chilometro lungo via Casilina e arrivava fino al Mandrione. Come tutte le grangie certosine, anche questa aveva una funzione precisa: sostenere economicamente la comunità monastica, garantendo prodotti agricoli, vino e un luogo di ritiro per i monaci addetti alla gestione delle terre.

La villa tra Otto e Novecento

Alla fine del XIX secolo la villa uscì dalla sfera certosina e passò nelle mani di famiglie borghesi romane: prima gli Ojetti, poi i Plowden. Nel Novecento, il grande podere fu lottizzato dalla contessa Giuseppina Eleonora Ojetti Apolloni, che vendette piccoli appezzamenti a operai e manovali provenienti da tutta Italia.

Nacque così il Borghetto degli Angeli, oggi parte del quartiere Villa Certosa: un insediamento spontaneo, popolare e genuino, dove i nuovi abitanti costruirono da sé le proprie case. Oggi quel tessuto sociale sopravvive grazie al Comitato di Quartiere Villa Certosa, che si impegna nella cura del territorio e nella salvaguardia della memoria storica del luogo.

Oggi la villa ospita un convento delle suore di Madre Teresa di Calcutta, mantenendo una vocazione religiosa sorprendentemente coerente con il suo passato.

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Filippo Balbi alla grangia di Tor Pignattara

La grangia certosina di Tor Pignattara fu anche il palcoscenico di uno degli interventi artistici più importanti di Filippo Balbi, pittore dotto, originale e straordinario sperimentatore.
Cari amici, ricorderete certamente che qualche anno fa vi ho raccontato di questo artista singolare, famoso soprattutto per la splendida finta porta – il celebre trompe-l’œil del chiostro della Certosa di Roma – con la figura di Fra Fercoldo. Un’opera che, attraverso simboli attentamente scelti, riassume in modo magistrale la spiritualità e la quotidianità certosina, tanto da essere diventata, come ben sapete, una sorta di piccola icona di questo blog.

Nel 1846 Balbi, amico dei certosini, fu chiamato a decorare la nuova cappella della villa, e in due anni concluse un ciclo pittorico che lasciò tutti stupefatti. La qualità del suo lavoro era tale che, quando si discusse la possibilità di affidargli nuove commissioni nella basilica di Santa Maria sopra Minerva, una commissione di esperti ritenne opportuno recarsi proprio a Tor Pignattara per esaminare da vicino questi dipinti. Gran parte dei dipinti fu purtroppo staccata intorno al 1930 dalla famiglia di Fabrizio Apollonj Ghetti e oggi è dispersa tra gli eredi.

Un luogo da riscoprire

La storia della grangia certosina di Tor Pignattara, con la sua villa, le sue vigne, le vicende popolari del Novecento e l’episodio luminoso dell’intervento di Balbi, merita di essere raccontata e tramandata.È un frammento prezioso della presenza certosina nel Lazio, un nodo dove arte, spiritualità e storia civile si incontrano. Ed è uno di quei luoghi in cui, ancora oggi, chi conosce la tradizione certosina può avvertire un’eco silenziosa di quella “solitudine operosa” che da secoli accompagna i figli di san Bruno.

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Dialogo con San Bruno 126

6 dialogo

CG – Cosa diresti ai nostri “coristi” in questi tempi in cui la conoscenza della musica non è abbondante nelle Comunità?

SB − Vorrei dire loro che per svolgere bene questo ufficio, ciò che devono fare, prima di tutto, è considerarlo sempre nel suo aspetto più nobile e profondo: considerarlo un ministero liturgico.

Da questa base, le responsabilità di questa missione, come specificato negli Statuti, vengono meglio comprese e più facilmente vissute.

Come ministero liturgico nel canto sacro, i cantori devono accettare le esigenze di maggiore dedizione, studio più approfondito e prove straordinarie, al fine di ricercare e raggiungere maggiore sicurezza e libertà nelle funzioni del loro ministero corale.

CG − A volte si adduce la mancanza di tempo…

SB – Sì, lo so. Ma sarebbe meglio chiedersi se il tempo che abbiamo è ben speso e se non potrebbe essere reso più produttivo. Non si tratta sempre di avere più tempo, ma di usare meglio il tempo che abbiamo per la musica, anche se sembra poco. La perseveranza fa miracoli.

Non si tratta nemmeno di fare molte prove con la Comunità; si tratta di garantire che i cantanti, ben preparati e uniti, siano davvero il fondamento, i portavoce e le guide della Comunità del canto.

CG – Un altro problema sono gli elementi che compongono le nostre Comunità…

SB – Questo è un problema che esiste, è esistito e credo che esisterà sempre: non sarà mai possibile garantire che tutti i membri di una Comunità abbiano la stessa voce, la stessa formazione musicale, lo stesso gusto per il canto, la stessa intonazione, lo stesso temperamento, la stessa età, le stesse virtù corali…

Tuttavia, tutti i membri sono chiamati a partecipare all’Opera di Dio, alla preghiera cantata della Chiesa, secondo le proprie capacità. È qui che sono necessarie pazienza, carità, umiltà, altruismo e una serie di altre virtù sociali.

CG – Un problema non raro è la stanchezza: la stanchezza che proviamo quando andiamo in coro e la stanchezza che deriva dal cantare l’Ufficio Divino.

SB – Sì, questa è una realtà intrinseca all’essere umano. Ma dobbiamo trovare un rimedio tempestivo: innanzitutto, riposando secondo necessità; il riposo necessario è assicurato vivendo ordinatamente il programma monastico. Questo è il primo dovere del monaco. Non si può cantare bene l’Ufficio Notturno, ad esempio, se, invece di osservare il riposo prescritto, il monaco trascorre il suo tempo leggendo o pregando “indiscretamente”. Dio non compie miracoli inutilmente, e il corpo sente naturalmente la violenza che gli viene fatta.

In secondo luogo, accettare la realtà: l’Ufficio Divino corale quotidiano è sempre stato e sarà sempre un’opera, un sacrificio, una penitenza per la natura. Sappiamo già che la natura mostra immediatamente stanchezza in tutto ciò che fa, soprattutto quando ha occupazioni o preoccupazioni assorbenti. Per questo motivo, il principio “Non è lecito anteporre nulla all’Opera di Dio” rimarrà sempre fermo. Le occupazioni e le preoccupazioni devono cedere il loro posto e il loro tempo all’Ufficio. Dio lo merita e lo esige.

San Benedetto chiamava l’Ufficio corale pensum servitutis (R. 50,4), cioè “un compito che deve essere svolto”. E se il monaco ha questo compito, che non è l’unico, si può ben considerare che nel Corpo Mistico di Cristo ogni membro ha il suo, non sempre più facile o meno faticoso di quello del monaco.

Ombre nel Paradiso di Maria: le difficoltà della vita certosina a Gdansk nel XVII secolo

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Non con l’intento di contemplare l’austerità della vita monastica o di cercare esempi eroici di santità, ma – con uno sguardo più disincantato – per cogliere anche quelle fragilità umane che non risparmiano nemmeno i luoghi consacrati al silenzio e alla preghiera.

Ad accompagnarci in questa esplorazione è lo storico e sacerdote polacco Padre Paweł Czaplewski, autore del volume “Kashubian Carthusia”, pubblicato nel 1966. Il suo approccio, pur non privo di una certa severità nei confronti dei certosini, si distingue per rigore e onestà intellettuale.

Czaplewski non mostra particolare simpatia per i monaci bianchi della Certosa di Gdansk. Al contrario, sembra irritato da certi aspetti della loro storia, in particolare dal loro stretto legame con i Cavalieri Teutonici, benefattori del monastero. Un’alleanza, secondo lui, tanto comoda quanto discutibile.

Nel suo giudizio, i certosini – affascinati dalla loro origine germanica e dal prestigio teutonico – finirono col dimenticare l’essenza della loro regola e abusarono del loro abito religioso. L’accusa implicita è di aver anteposto l’identità nazionale alla fedeltà alla vocazione. Come scrive con franchezza lo stesso autore:
«Stranieri provenienti dall’Occidente, non volevano che un polacco li governasse».

Il giudizio di Czaplewski resta una voce critica ma preziosa, utile per comprendere che la vita certosina – come ogni forma autentica di umanità – attraversa epoche di grande fervore, ma conosce anche zone d’ombra, debolezze, e persino contraddizioni.

Ed è forse proprio questo che rende ancor più reale e credibile la lunga storia delle certose: la loro capacità di resistere al tempo, pur abitate da uomini, non da angeli.

Nel cuore della Pomerania, tra i boschi e i laghi della regione casciuba, sorgeva un tempo un luogo che portava un nome solenne e dolcissimo: Marienparadies, il Paradiso di Maria. Si trattava della certosa di Kartuzy, fondata nel XIV secolo, un tempo tanto osservante da meritarsi il titolo di “corona dell’intero ordine” (corona totus Ordinis nostri). Ma la storia, si sa, non conosce cristallizzazioni eterne. E la vita monastica, fatta di uomini e non di angeli, attraversa anch’essa le sue stagioni di luce e le sue notti più oscure.

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A raccontarci con lucidità queste pagine complesse è Padre Paweł Czaplewski, autore del libro Kashubian Carthusia (1966). Il suo sguardo, per nulla indulgente verso i certosini di Kartuzy, ci consegna una testimonianza utile e realistica, basata su fonti storiche e sulle relazioni delle visite canoniche del XVII e XVIII secolo. Attraverso le sue parole, emergono fragilità e disordini, spesso taciuti o ignorati, ma documentati con rigore nei registri e nei rapporti inviati ai superiori.

Una stagione di declino

Cosa accadde, dunque, a questo monastero un tempo esemplare?

Il declino ebbe inizio dopo la Riforma protestante. La vicina città di Danzica accolse con favore le idee di Lutero, e l’influenza della Riforma si fece sentire anche nelle campagne circostanti. Per decenni, i visitatori monastici non riuscirono a raggiungere la Certosa di Kartuzy, e la comunità cominciò a ridursi: nel 1541 vi erano solo quattro sacerdoti; cinque anni dopo, appena tre. Il monastero sopravvisse, ma la disciplina ne uscì fortemente indebolita.

A partire dal XVII secolo, i visitatori provenienti dalle province certosine della Renania e della Germania Superiore cominciarono a documentare serie irregolarità nella vita del convento.

Il primo peccato: contro la temperanza

Nel 1627 i visitatori invitarono i monaci ad astenersi dal bere eccessivamente. Nel 1686, Dom Innocent le Masson, Generale dell’Ordine, fu costretto a intervenire personalmente per ammonire il priore di Kartuzy, colpevole di non far rispettare i limiti stabiliti per il consumo di birra e vino.

Le cifre parlano da sole: nel 1591, sette monaci consumarono 30 barili di birra, ovvero circa 1,3 litri al giorno ciascuno. Tuttavia, come osserva lo stesso Czaplewski, va ricordato che all’epoca la birra sostituiva bevande come tè e caffè, e in città come Danzica l’acqua potabile era scarsa.

Il vino non mancava: nel 1601 fu imposto al fittavolo di Czaple di consegnare mezza botte di vino delle Canarie ogni anno. Nel 1632, si aggiunse una botte di vino annua dall’oste di Gdynia.

A metà Seicento, la tentazione aumentò: il monastero fondò una distilleria interna, che forniva vodka settimanalmente per i mesi invernali. Anche se nel 1732 fu installato un riscaldatore per la birra nel refettorio, e le celle non mancavano di stufe, la vodka continuò a scorrere.

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Il secondo peccato: contro l’obbedienza

Nel 1621 i visitatori denunciarono una crescente insubordinazione nei confronti del priore Enrico Villarius, uomo pio e colto. Lamentele simili si ripeteranno negli anni: nel 1653, nel 1665, nel 1671 e nel 1686, fino a quando, nel 1728, la denuncia fu lapidaria:

«La disciplina monastica è così deteriorata, e la coltivazione della virtù e l’osservanza della regola sono così completamente scomparse, che solo con un po’ di rossore possiamo chiamare questa casa il Paradiso di Maria.»

Il priore Philip Bolman venne ammonito a trovare equilibrio tra amministrazione e vita spirituale, ricordandogli le parole del salmista:

«Audiam quid loquatur in me Dominus Deus» – Ascolterò ciò che il Signore Dio dirà in me (Sal 85,9).

Silenzio, solitudine… e violenze

Nel 1621 i visitatori notarono un calo nell’osservanza del silenzio e della solitudine, pilastri della vita certosina. Nel 1722 si arrivò a dire che, tranne pochi padri, gli altri “trascorrevano il tempo bighellonando fuori dalle celle e chiacchierando”, perdendo così il senso della pietà e della modestia.

Si registrarono episodi tragici. Nel 1639, un ragazzo uccise un fratello in cucina. Nel 1653 i visitatori notarono che il titolo di “frater” era usato raramente, e i monaci trattavano i superiori con disprezzo. Il caso più eclatante fu quello di Nicholas Steurman, che colpì a morte il priore della Certosa di Gidle con un bastone. Fu imprigionato nel monastero madre.

Celle, fughe e reclusioni

I documenti raccontano che le celle di isolamento erano raramente vuote. Alcuni monaci cercarono più volte la fuga:

  • Marcin di Trzemeszno evase sei volte tra il 1606 e il 1610.
  • Padre Rajnold Schlein fuggì nel 1673 e vagò per sei anni, prima di tornare e morire in penitenza.
  • Padre Herman Holling, poeta e improvvisatore, venne rinchiuso nel 1714 e morì in cella nel 1733.
  • Padre Michał Steither, matematico e astronomo, trascorse 50 anni nella sua cella disegnando sfere celesti con il carboncino.

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Eppure, dietro questi episodi, si cela un quadro più ampio.

Czaplewski stesso, pur severo, riconosce che non tutti i monaci meritavano biasimo. Il Paradiso di Maria ospitava anche uomini colti, fedeli, devoti. Secondo lui, molte delle deviazioni più gravi venivano da religiosi di origine locale, mentre i monaci tedeschi, più abituati alla disciplina, rimasero fedeli alla regola per lungo tempo. La storia della Certosa casciuba non è una macchia sull’Ordine, ma un promemoria: anche nei luoghi più santi si combattono battaglie interiori, e le comunità monastiche attraversano crisi, tentazioni, rinascite.

Eppure, la fama dei Certosini come uomini di silenzio, rigore e contemplazione ha resistito al tempo. Le ombre del passato non cancellano la luce della loro vocazione. Anzi: la rendono più vera, più umana, più luminosa.

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Dom Jacques de Vevey (2)

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Nel 1330, Jacques de Vevey, spinto dal suo amore per la solitudine, fece accettare le sue dimissioni. Da quel momento in poi, visse in una delle celle del chiostro, edificando tutti i monaci con le sue virtù. Alla morte del Reverendo Padre Dom Clair de Fontenay, i monaci della Grande Chartreuse rielessero Dom Jacques; nessuno sembrava loro più degno o capace di guidarli. Costretto, per obbedienza, ad accettare questo fardello che gli sembrava così scoraggiante, il nuovo Priore presentò con fervore le sue dimissioni ogni anno; ma il Capitolo Generale si rifiutò sempre di esaudire il suo desiderio.
In queste circostanze, Jacques de Vevey credette di poter ricorrere a uno stratagemma che ebbe successo. Dom Martène ci informa, basandosi sull’autore anonimo di cui curò l’opera, che questo Generale convocò i monaci della Grande Chartreuse in Capitolo e, con insistenti suppliche, riuscì a far accettare le sue dimissioni da Priore della Casa. Di conseguenza, non poteva più governare l’Ordine, poiché il Generale doveva essere anche Priore della Grande Certosa. Ciò accadde nel 1341 e il successivo Capitolo Generale decretò che era espressamente vietato agire in tal modo in futuro senza il consenso dell’Ordine. Umberto, Delfino di Vienne, teneva Dom Jacques de Vevey in così alta stima che gli concesse per la sua Certosa una rendita annuale di “cento soldi torniti d’argento, moneta francese di buon corso legale e di giusto peso”, che doveva essere utilizzata per fornire, intorno al giorno di Ognissanti, a tutti i monaci e chierici del convento nuovi abiti monastici e cappotti di pelle di pecora. La fondazione è datata lunedì, ultimo giorno di settembre 1336. Fino alla sua morte, l’ex Generale soffrì di gravi infermità, che Dom Dorland considerò una punizione del Signore. «Il nostro Dio», dice il suo traduttore, «volendo mostrare quanto questa importunità Gli fosse sgradevole, lo afflisse così crudelmente che lui e i suoi fratelli capirono bene che la negligenza nella responsabilità di pascere il suo gregge meritava una punizione esemplare, nella quale, tuttavia, il nostro Priore fu costante e paziente; poiché, anche in questa afflizione corporale, non mancò, attraverso l’elevazione del suo spirito, di elevarsi alla più alta contemplazione, essendo di così grande consiglio e discrezione che nessuno si rivolse a lui, e lo ammirava più come un angelo del cielo che come un uomo vivente sulla terra». Dom Jacques di Vevey visse così per diversi anni, tra le più grandi sofferenze. Una pia leggenda narra che, dopo la sua morte, fu posto nella brillante coorte di angeli che circondano il trono dell’Altissimo. Numerosi miracoli ebbero luogo sulla sua tomba.

Sul Battesimo del Signore

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Nel silenzio che segue il tempo del Natale, la festa del Battesimo del Signore ci invita a sostare, a lasciare che l’acqua e la Parola penetrino nella profondità del nostro cuore. È una ricorrenza che segna il confine tra il mistero dell’infanzia divina e l’inizio del cammino pubblico di Gesù, ma anche un richiamo personale a rinnovare la nostra adesione a Dio, nella fiducia e nell’umiltà.

Tra le pagine più intense della spiritualità certosina, il manoscritto che segue — scritto nel 1989 da Dom Tarcisio Geijer, — ci apre uno sguardo interiore sulla dimensione nascosta della fede. Con parole sobrie e luminose, egli ci conduce dentro quel mistero di abbandono e di fiducia che caratterizza ogni autentico incontro con Dio: dove la debolezza umana diviene spazio dell’azione divina, e il silenzio si fa eco della Sua presenza.

Un testo da leggere lentamente, come si contempla un’icona, lasciando che la sua luce interiore rischiari le nostre acque più oscure.

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Bisogna essere umili quando si tratta di Dio, sappiamo così poco di Lui. Siamo deboli e ignoranti quando si tratta di essere veraci nell’amare lui. Dio sa molto meglio di noi cosa occorre per noi, per fare veramente la sua volontà. Siamo sempre debitori davanti a Dio quando si tratta di amore: rassicuriamo il nostro cuore dinanzi a lui, che se in qualche cosa il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro amore. Davanti a lui vale un’altra misura tra grande e piccolo, tra attivo ed inerte. Ciò che dall’esterno può apparire debole e indigente, interiormente è pieno di forza e vitalità. È la potenza della vita di Dio che opera nella nostra pochezza. La fede è misteriosa, un salto nello sconosciuto; vedere con gli occhi della fede è vedere con gli occhi di Dio. Questo cambia la nostra vita, la nostra maniera di amare e sperare; di soffrire e di essere felici. L’uomo non può impedire a Dio di amarlo. Troppo piccolo! Non c’è per la creatura altra alternativa che naufragare in questo abisso di salvezza o in quello della propria solitudine. La sua volontà è severa, esige e comanda. Mentre l’incredulità ci permette di indugiare nei nostri dilemmi in cui siamo adagiati come in una comoda dimora. Talvolta sembra che ci abbandoni. Egli vuole misurandoci da soli a soli con le nostre difficoltà, che ci rendiamo maggiormente conto della nostra insufficienza. Egli soltanto si nasconde e nasconde nell’oscurità l’opera sua. È allora il momento di credere, credere fortemente e attendere con umile pazienza e con piena fiducia. Mentre non nega consolazioni sensibili e segni più o meno palpabili della sua presenza ad anime ancora titubanti nella fede, spesso conduce per vie del tutto oscure coloro che si sono dati a lui e sulla cui fede sa di poter contare. Egli è padre, ad ogni anima che lo cerca con sincerità, non nega quanto è necessario per sostenere la sua fede, ma spesso rifiuta ai più forti quello che concede ai più deboli.

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(P. TARCISIO GEIJER, monaco certosino – manoscritto inedito risalente al 1989)

Dialogo con San Bruno 125

6 dialogo

Continua la profonda dissertazione sull’importanza del canto per i monaci.

CG – Come spiegheresti questo potenziale orante e contemplativo del canto?

SB – Ribadisco ciò che ti ho già detto e che conosci bene: la natura oggettiva dell’Ufficio Divino = Opus Dei.

È come se ti dicessi: in esso hai il tempo e il luogo per ascoltare Dio e parlare con Lui, con parole e melodie ispirate da Dio, per te; un’occasione propizia per abbandonarti a Cristo e permettergli di pregare, cantare, adorare, amare e sacrificarsi in te e con te, in questo sacrificio di lode, con il tuo cuore e la tua bocca; un tempo preciso e prezioso affinché lo Spirito faccia risuonare nel tuo spirito quei “gemiti inesprimibili” così graditi al Padre.

Considera che, soprattutto, in questi momenti, sei il cantore di Dio, che Cristo ti presta il suo cuore e la sua voce, e che lo Spirito plasma in te il suo canto, la sua preghiera, la preghiera della sua Chiesa, il cui ufficio svolgi pubblicamente. L’invito di San Paolo è valido per tutti i tempi e tutti i luoghi: “Cantate salmi, inni, cantici spirituali, cantate e inneggiate al Signore con tutto il cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef 5,19-20). In altre parole, canta con la tua voce, con il tuo cuore, con la tua vita trasformata in canto, preghiera e melodia per Dio.

CG – Alcuni amano meno il canto gregoriano perché richiede impegno, cura e attenzione costante, e questo è faticoso.

SB – Ma non dovrebbe esserci spazio per questa mancanza di affetto. Ci sono molte cose al mondo che stancano, eppure questo non significa che smettano di essere apprezzate.

Quando i Padri del monachesimo adottarono l’Opus Dei, l’Ufficio Divino cantato, come opera della loro vita, sapevano già che facendo questa scelta non stavano optando per un diversivo, un passatempo o un’attività folcloristica. Sapevano benissimo che la loro scelta era un sacrificio, il sacrificio della lode, a cui sia l’anima che il corpo del monaco dovevano necessariamente partecipare.

CG – Gli strumenti musicali non sarebbero d’aiuto?

SB – No. Dio ci ha scelti come suoi cantanti in questo mondo e ci ha dato, per esserlo, “organa vocis” con cui dobbiamo svolgere questo compito. La nostra voce è lo strumento principale. Non hai notato il modo meraviglioso in cui Dio ci ha fornito tutto il necessario per la nostra arte di cantanti? Ci ha dato corde vocali, due potenti mantici per fornire loro aria, casse di risonanza e orecchie fini, un senso estetico e un gusto musicale, più o meno sviluppati.

CG – Con l’avvertenza che, molto spesso, questi strumenti non ricevono alcuna cura e poco viene fatto per mantenerli accordati, per provarli…Questo è ciò che stanca…

SB – Ma non dovrebbe stancare, se si considera che tutto questo è dato, ordinato e voluto da Dio come mezzo per il suo canto, per la sua lode. Tutto è pronto per pregare cantando, per vivere cantando, per servire la Chiesa cantando, per amare cantando, perché “il canto è proprio di chi ama” (Sant’Agostino).

CG – Come possiamo superare le difficoltà?

SB – Non nego le difficoltà che il canto presenta per molti, né il lavoro unico che comporta essere un “corista”, cioè colui che sostiene, incoraggia e dirige il coro. Questa missione è sempre stata molto bella, ma una missione che richiede molta virtù, pazienza e maturità umana e spirituale.

Gli Statuti e il vostro Metodo di Canto vi parlano già di questo e vi danno rimedi e consigli tempestivi. Credo, tuttavia, che il superamento di queste difficoltà entri anche in quella crescita in Cristo che cerchiamo quando entriamo nel deserto e abbracciamo la vita monastica. È tutto il nostro essere e le nostre azioni che devono crescere e perfezionarsi.

Le difficoltà della preghiera

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Cari amici ecco per voi un’estratto di un testo del certosino Dom Adamo Scoto, il quale ci guida nell’arte più sottile della vita monastica.

La preghiera, cuore pulsante della vita certosina, non è mai un esercizio scontato. È dono e lotta, grazia e vigilanza. In questo testo sobrio e lucidissimo, Dom Adamo Scoto – monaco certosino medievale – ci offre alcune riflessioni preziose su una delle realtà più intime e ardue dell’esperienza spirituale: pregare davvero.
Le sue parole, rivolte a chi vive nel silenzio della cella, sanno però parlare anche a noi, pellegrini di oggi, con disarmante attualità. Ci ricorda che non basta pregare, ma occorre diventare persone di preghiera. Che lo Spirito precede ogni nostro sforzo. E che il frutto non sta tanto nei pensieri o nelle emozioni, quanto nella purezza del cuore e nell’unione fedele con Dio.
Una lettura che invita non solo a riflettere, ma soprattutto a rientrare in se stessi con umiltà, desiderio e vigilanza.

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Di tutti gli esercizi della cella, la preghiera fervente è quella a cui devi tornare più frequentemente. Ma cosa dirti di giusto? Per sapere come devi dedicarti ad essa, hai bisogno più dell’unzione che c’insegna tutto, che della nostra scienza. L’Apostolo non dice: Non sappiamo pregare rettamente; ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili (Rm 8, 26.). Sì, intercede per noi, perché coloro nei quali abita, li rende persone di preghiera; se preghiamo nel modo giusto, è unicamente per un dono da parte sua, perché la sua grazia agisce in noi. […]
Ci sembra anche che se vuoi pregare fruttuosamente, devi esaminare molto attentamente questi tre punti: primo, cosa sei quando vieni a pregare, poi, cosa sei quando ti rivolgi a Dio durante la preghiera, infine cosa sei dopo la preghiera: con quale purezza di cuore e con quale raccoglimento vieni a pregare? Rimani interamente rivolto a Dio durante la preghiera? E quando è finita, rimani calmo e unito a Lui il più possibile? Quanto più sarai attentamente vigilante su questi tre punti, tanto più la tua preghiera sarà gradita a Dio e fruttuosa per te.

L’oro, l’incenso e la mirra: contemplazione certosina dei doni dei Magi

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Cari amici lettori, nel silenzio luminoso dell’Epifania, quando la Chiesa contempla il mistero dei Magi giunti da lontano per adorare il Bambino, le parole di un antico certosino tornano a risuonare con profonda dolcezza spirituale.
Dom Ludolfo di Sassonia, autore della celebre Vita Christi — conosciuta anche come Speculum vitae Christi — ci offre, nel XIV secolo, una meditazione di straordinaria intensità sui doni portati dai Magi: l’oro, l’incenso e la mirra.

In questo testo, tratto dal Libro I della sua opera (1374), l’autore invita l’anima credente a riconoscere, nei simboli offerti al Bambino, il mistero stesso dell’Incarnazione: la regalità, la divinità e la passione del Cristo. L’oro per il Re, l’incenso per il Dio, la mirra per l’Uomo che si farà vittima d’amore.

La lettura che segue non è solo un passo di raffinata teologia medievale, ma un atto di adorazione. Dom Ludolfo ci guida, con voce pacata e ardente, a offrire anche noi — come i Magi — i nostri piccoli doni interiori: la fede, la lode, e la disponibilità a seguire la luce che ci conduce al volto del Signore. L’immagine del dipinto “Adorazione dei Magi. Epifania”, inserito in questo articolo, fu realizzato per la Sacrestia della certosa di Valdemossa nell’isola spagnola di Maiorca. 

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Avendo trovato il Bambino, “i Magi, aprendo i loro scrigni, gli offrirono i loro doni”.
Ciascuno di loro “offrì” al Bambino Gesù “oro, incenso e mirra” (Mt 2,11). […] Queste offerte avevano un significato misterioso… esso è indicato dagli stessi Magi quando dicono: “Dov’è il re dei Giudei?”, realtà regale; “appena nato”, umiltà; “siamo venuti per adorarlo”, divinità (Mt 2,2).

L’oro è segno di potere regale: l’oro si paga come tributo al re, è dono da re.
L’incenso indica la maestà divina: l’incenso viene offerto a Dio nel sacrificio; e anche al Bambino [Gesù], che era sacerdote come mai ne è esistito uno uguale.
La mirra parla della mortalità umana: con essa si imbalsamavano i corpi dei defunti; e Cristo, Re e Sacerdote, volle morire per la salvezza di tutti.

Offriamogli dunque oro, credendo che Egli è Re di tutte le cose; incenso, confessando che è Dio e Creatore; mirra, credendo che, pur essendo vero Dio, si è fatto per noi uomo mortale.

Anch’io, Signore Gesù Cristo, l’ultimo fra i vostri servi, vi adoro nella gloria di Dio Padre.
Vi offro lo splendore della fede, mediante la quale credo che siete Re di tutti i secoli, Dio da Dio, uomo nato dalla Vergine, morto per i nostri peccati.

Secondo san Bernardo, essi offrirono: oro, come prezzo per la povertà, per il sostentamento della Madre e del Figlio; incenso, per profumare il cattivo odore della stalla; e mirra, per ungere e rafforzare le deboli membra del Bambino.

(Libro I, Capitolo 11, nº 12)

Dialogo con San Bruno 124

6 dialogo

Come far “vivere” il canto gregoriano. Eloquente disquisizione di San Bruno “intervistato”.

CG – Mi ha detto prima che abbiamo il dovere di preservare e vivere il canto gregoriano. Cosa significa “viverlo”?

SB – Nel vivere il canto gregoriano, si possono distinguere il materiale e lo spirituale.

Il primo consiste in quelle disposizioni e norme che conducono alla più perfetta esecuzione corale possibile, secondo lo spirito della nostra Famiglia. Questo è ciò che gli Statuti trasmettono quando regolano il modo di cantare e salmodiare, ecc. (cfr. E. 52).

Il secondo, quello spirituale, è espressamente indicato in quei testi degli Statuti che indicano lo scopo del canto stesso e le linee guida che dovreste dargli.

Così, ad esempio, gli Statuti vi assicurano che gli elementi del canto – salteri, letture, melodie, ecc. – sono destinati ad aiutare la vostra anima a elevarsi più facilmente alla contemplazione divina (E. 49.1); Vi assicurano che il modo migliore per realizzare la vostra preghiera cantata è farlo con il cuore e con le labbra, appropriandovi dei sentimenti dei suoi autori (E.52.1). Inutile dire che questa appropriazione si applica ai testi e alle loro melodie, poiché sono inseparabili. Proprio per questo motivo, gli Statuti vi ricordano che dovete cantare con affetto = la parte spirituale e con completa perfezione = la parte materiale.

Tuttavia, la parte migliore del capitolo 52, interamente dedicato al Canto Liturgico, è, senza ombra di dubbio, l’ultimo paragrafo. In esso, avete spiegato cos’è il vostro canto e come dovete viverlo. Ve lo ricordo, affinché non lo dimentichiate:

“Perseveriamo dunque in questo modo di salmodiare, cantando alla presenza della Santissima Trinità e dei Santi Angeli, infiammati dal timore divino e dall’intimo desiderio di Dio. Il canto elevi il nostro spirito alla contemplazione delle realtà eterne, e l’armonia delle nostre voci acclami con gioia Dio, nostro Creatore” (E. 52.25).

Notate bene: – “perseveriamo…”, cioè con continuo sforzo vitale; – “cantando alla presenza della Santissima Trinità” – quale onore più grande

di questo?

“e dei Santi Angeli” – quali migliori compagni di coro?

“infiammati dal timore divino”, con riverenza per la loro presenza;

con “desideri di Dio”, spinti dal suo amore;

“il canto elevi il nostro spirito alla contemplazione”, perché dovrebbe essere il primo frutto personale della nostra preghiera cantata;

– “l’armonia delle nostre voci acclami Dio…” – cosa potrebbe fare di meno una creatura per il suo Dio e Signore? CG − È questo il contenuto a cui ti riferisci quando mi dici che dovremmo vivere il canto gregoriano, la preghiera cantata?

CG – È questo il contenuto a cui ti riferisci quando mi dici che dovremmo vivere il canto gregoriano, la preghiera cantata?

SB – Sì, è la cosa principale. Quindi – e capiscilo una volta per tutte – vivere il canto sacro non significa, né intendo questo per i miei figli, che tu diventi un esperto, un artista o un brillante interprete del canto gregoriano. Devi, sì, ed è ciò che auguro a tutti, penetrare la loro vita, la parte più pura e profonda del loro essere…

CG – Che è…

SB – Nel vedere e trattare il canto gregoriano come un canto che nasce dalla preghiera, per la preghiera e al servizio della preghiera, e che è preghiera. Un canto con un significato:

teologico, perché è rivolto a Dio;

cristologico, perché Gesù Cristo ci conduce a questo Dio, nostro Sacerdote, nostro Orante e nostra Liturgia;

pneumatologico, perché è animato e diretto dallo Spirito, “che prega in noi”;

ecclesiologico, perché è il canto della Chiesa orante;

monastico, perché è la parte più dignitosa della vita di un monaco, in quanto Opera di Dio.

Nella vostra vita, nella vostra routine quotidiana, trascorrete molte ore immersi nel canto sacro; pertanto, vi esorto a penetrarne l’essenza per viverlo come Dio vuole e a sfruttarne al meglio il potenziale orante e contemplativo.

Un nuovo anno nel silenzio che resta nella Certosa di Sélignac

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Cari amici lettori,
ho scelto di iniziare questo nuovo anno condividendo con voi un dono silenzioso: un video dedicato alla Certosa di Sélignac, in Francia. Un film de Marc Jeanson

Non è soltanto un filmato su un luogo monastico, ma un invito a entrare in quello spazio interiore dove il tempo rallenta e il cuore torna ad ascoltare.
Come forma di augurio per il 2026, desidero offrirvi questo viaggio nella quiete, perché ognuno possa ritrovare — nel vuoto che il mondo ci lascia — lo spazio di Dio.

«È necessario che il mondo ci lasci un grande vuoto nei nostri cuori. Questo vuoto è il luogo di Dio. Chiediamogli di riempirlo sempre di più.»
Dom Augustin Guillerand

Così si apre il film dedicato alla Certosa di Sélignac, antica fondazione certosina situata ai piedi del Giura, vicino a Bourg-en-Bresse. Un video di trentadue minuti che non racconta semplicemente un luogo, ma un modo di vivere il silenzio: quello che accoglie, che trasforma, che restituisce l’anima a se stessa.

Fondata nel 1202, Sélignac è stata per quasi otto secoli una dimora di contemplazione. Dal 15 novembre del 2001, i monaci non vi risiedono più, ma lo spirito certosino continua a fiorire tra le sue mura. L’Ordine ha infatti scelto di aprire questo spazio a chi desidera sperimentare la solitudine e la preghiera secondo la tradizione della Certosa.

Oggi, una coppia di laici custodisce il luogo e accompagna chi vi giunge per un ritiro: uomini e donne che cercano un tempo di ascolto, di riposo, di riorientamento. Alcuni vengono per riscoprire la propria vocazione, altri per ritrovare fiducia o semplicemente per respirare di nuovo.

E quasi tutti, nel silenzio di quelle celle, avvertono ancora la presenza dei monaci, come una carezza invisibile che guida e consola.

La Certosa di Sélignac non è più “attiva” nel senso tradizionale, ma continua a vivere come spazio di incontro con Dio e con se stessi. È un luogo che insegna, con discrezione, a “trasformare ogni minuto in vita eterna”.

All’inizio di questo nuovo anno, lasciamoci ispirare da quel vuoto di cui parla Dom Guillerand — un vuoto che non è assenza, ma spazio aperto alla grazia.
Perché solo nel silenzio che resta, Dio trova la sua dimora.

«La nostra gioia è credere di essere amati
da Colui che è l’Amore infinito:
“Ti ho scelto con un amore eterno
e ti ho attirato a Me.”»

Dom Augustin Guillerand

Entrate anche voi nel silenzio di Sélignac:

Il video è in lingua inglese con sottotitoli in francese, ho tradotto in italiano il solo intervento di Dom Dysmas de Lassus Reverendo Padre dell’Ordine certosino

Dom Dysmas (dal minuto 14:40) dice:

Dopo il Concilio, la chiesa ha chiesto ai monasteri di dare l’accesso ai laici a questa vita contemplativa. E in questo senso noi siamo un’eccezione. Penso che tutti i monasteri in Francia abbiano una foresteria e ricevono ritiranti, e le certose sono le uniche a non accettarlo mai. Quindi c’era questa intenzione di rispondere comunque a questo desiderio della Chiesa, avendo aperto, nel modo più possibile, la specificità della vita cartusiana a persone dall’esterno. Siccome non poteva essere fatto in una Certosa normale, diciamo con una comunità esistente, perché ricevere dei ritiranti è troppo può distrarre la vita solitaria, è semplicemente impossibile. Quindi questa possibilità è stata offerta ed è effettivamente una nuovità completa nell’ordine. È una cosa che non è mai esistuita e che in questo momento non si fa in altri paesi. È sicuro che quando entriamo in una cella abbiamo in mente tutti quelli che ci hanno preceduto. Nel momento, direi, ci appartiene, ma nella realtà noi ne facciamo passare, altri ci seguiranno, altri ci hanno preceduto. E quindi a Selignac questa continuità, direi, delle persone che hanno vissuto lì, è normale che i ritiranti si sbagliassero, soprattutto che la famiglia di Thomas e la famiglia di Michael hanno lasciato tutto, dal punto di vista dell’ambiente, anche dei dettagli concreti che avevano un senso con la vita della comunità, che ora ne hanno forse meno, che guardano comunque la presenza concreta della comunità che è stata qui per così tanto tempo.

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