GAZA, ITALIA

– Buongiorno, qui Leonardo, come posso esserle utile?

– Pronto, buongiorno, mi chiamo Dimaco, vorrei parlare con l’ufficio preventivi, per favore.

– Cortesemente le chiederei di precisare meglio, in quale settore?

– Missilistica.

– Ha già un riferimento interno? Di quale istituzione è referente?

– No, guardi, io sono un privato cittadino, avrei solo bisogno di qualche indicazione, senza impegno.

– Credo abbia sbagliato recapito, noi ci occupiamo di sistemi di difesa.

– Eh, appunto, io ho giusto un problema di difesa.

– Guardi, abbia pazienza, noi lavoriamo con organismi nazionali, non trattiamo il settore privato.

– Dall’esito di alcune indagini sembra non sia cosi, ma non volevo far polemica… volevo solo sapere alcuni costi, potrebbe inoltrarmi presso chi ha competenza?

– Non riesco a capire… esattamente, di cosa avrebbe bisogno?

– Oh, guardi, è semplice… vorrei acquistare alcuni missili a cortissimo raggio, mi basterebbero poche centinaia di metri… mi servirebbe un pacchetto completo: rampe collocabili, un sistema di puntamento guidato da AI, propellente e, ovviamente, testate esplosive. Consideri che io sto al primo piano.
Ah, non mi serve fattura, giusto per agevolarvi, lo so che è un piccolo ordine… Pago bonifico o contanti, anche cripto, se volete.

– Ma scusi, lei sta bene? E’ sicuro? Ma ha capito chi ha chiamato?

– Sì, certo. Ma chiarisco: ieri sera stavo guardando la partita, e tra le varie pubblicità ho visto anche la vostra. Certo, non me lo aspettavo, credevo vendeste armi solo a governi, o al limite, tramite qualche oscuro passaggio, ad organizzazioni terroristiche, e mi pareva di aver capito che, stante la situazione del mercato, aveste deciso di rivolgervi al dettaglio, tipo un outlet, insomma.

– Ma… è uno scherzo? E’ una qualche trasmissione in tv o in radio?

– Ma no, ma chi scherza? Guardi che io sono incensurato… è che devo risolvere una questione di vicinato, e le vie legali mi sembrano dispersive… Ma scusi, in altri posti lo fanno, e si rivolgono a voi, e mica fate tutte ‘ste storie… Insomma su, mi passi un funzionario, che vorrei chiudere in fretta, per cortesia.

…..

– Ha riattaccato… Ma guarda ‘sta stronza… E poi rompono i coglioni: compra italiano, compra italiano…
Eh, pace, proviamo dal mio contatto a San Salvario… costa anche meno.
Tanto te lo tiro il missile prima o poi, bastardo! E buone feste a te e famiglia!

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THE FLAMING LIPS – EVERYTHING’S ESPLODIN’

CIÒ CHE DEVE ACCADERE ACCADE

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Lo sgombero di Askatasuna è stato annunciato talmente tante volte che qualcuno, forse persino io, aveva cominciato a pensare che fosse un “fake project” a lunghissima scadenza come il ponte sullo stretto, la TAV o la riforma delle pensioni.
No, non è stato così. E’ stato uno strumento emergenziale, il martelletto dietro il pannello cui il governo postfascista ha fatto ricorso per infrangere il vetro dell’attenzione, seguito inevitabile a quello del Leoncavallo: stessi intenti, stessi scopi.

Ne parla direttamente qualcuno per Askatasuna a questo link (l’articolo è un po’ lungo ma molto chiaro e vale la pena di leggerlo, anche se non rivela più di quanto già immaginato).

Su un punto però io mi interrogo, e forse quello che non capisco è solo per colpa mia, che mi sono allontanato ormai da decenni dalla militanza attiva a causa di una mia personale deriva politica (scelta giusta o sbagliata che sia, solo la cenere lo saprà dire) e quindi non ho più una visuale prospettica completa, e di seguito lo spiego.

La tensione a Torino è cresciuta coerentemente alle dinamiche interne e internazionali, da settembre ad oggi vi è stata una escalation prevedibile di situazioni che si sono succedute e che hanno creato innumerevoli pretesti di repressione. Probabile che il punto di rottura sia stato l’assalto (termine mutuato dall’esagerazione di chi lo ha documentato) a La Stampa.
Qualcuno avrà letto gli articoli a riguardo: diversi punti oscuri che fanno pensare ad un instradamento voluto (l’inspiegabile assenza dei celerini, che normalmente te li trovi anche al cesso, la scelta della giornata di sciopero della stampa, la successiva defenestrazione del questore) di una minchiata dissennata che pare l’iniziativa improvvisata di ragazzini poco avveduti.

Mi chiedo come mai gli attuali coordinatori di Askatasuna non abbiano deciso di fare chiarezza immediatamente dopo questi fatti, sebbene in rotta con gli organi di informazione dopo la vicenda dell’espulsione dell’imam di San Salvario (nella quale giornalisti de La Stampa pare abbiano avuto un ruolo, e da qui la motivazione dell’irruzione), giusto solo per ricordare l’imminenza di quello che stava per accadere, con buona pace anche del sindaco piacione Lo Russo, che alla fine si è rivelato per quello che è: un babaciu.

Probabilmente non sarebbe servito a nulla, ma giusto per sollecitare chi usualmente volta la testa dall’altra parte, cioè il pacifico comune cittadino, e comunicargli che forse stavolta sarebbe il caso muovesse il suo tradizionalmente immobile deretano (“bogia ël cul”), e ribadire con vasta eco la colossale presa per il culo da parte di questi delinquenti/pagliacci cui incautamente hanno affidato un Paese.

C.S.I. – ACCADE

PSICOPATOLOGIA DELLE MINCHIATE INUTILI

Certo che comprate da Temu. O simili. Non negate, non provateci neanche. Ci compro anche io, ovvio.
Conosciamo benissimo le conseguenze. Tanto per cominciare, l’atrocità della condizione umana di chi produce i pezzi e poi assembla e poi confeziona e poi imballa, immagazzina, spedisce, trasporta e consegna: una catena schiavizzante di abusi con una lontanissima eco (si percepiscono frustate, grida e flebili lamenti).
Ma è inutile avvelenarci la coscienza, è uno status quo variabile: presto la pazienza cinese verrà a rivalersi, tempo pochi anni, sulle nostre pensioni e farà di noi fertilizzante. Ci penserò quando accadrà.

Ma intanto l’ordine è partito. Lo monitoro, ci sono già nel riscontro le scusanti per il ritardo ad ogni step, e servilmente mi incitano a sollecitare, e io sollecito. Clicco e mi immagino un tapino che di corsa porta il mio pacco al volo già in decollo per infilarlo nella stiva e viene risucchiato dal reattore dell’aereo lasciando tre orfani e una vedova.

Comunque il pacco poi è arrivato puntuale. Lo ha scagliato nel mio cortile un corriere gonfio di birra, bestemmiando mentre il bus bloccato nel traffico sclacsonava al suo furgone in doppia fila.
C’è tutto:
1 Grande Capacità Drawstring Backpack
6 Pennarelli a Punta Lunga Resistente
1 Affettatrice per patate con motivo a onda in acciaio inossidabile
1 Pennello per la pulizia portatile versatile adatto per finestre e cucine
1 Bracciale Bohemien con Perle di Occhio di Tigretivi
1 Tagliaunghie professionale in acciaio inossidabile
1 Scatola di Raccolta Polvere per Trapano con Ugello Rotante
1 Termometro per bottiglie di vino in acciaio inossidabile
1 Tappetino Assorbente Retro Bohemien in Fango di Diatomee
12 Sacchetti di gioielli intrecciati in stile etnico colorato con coulisse
1 Supporto per Cellulare in Plastica, Porta Cellulare Carino per Scrivania
1 Bracciale Naturale in Labradorite
20 Attrezzo per Avvolgere Cavi per Cellulare con Foro a Inserimento
10 Kit Pulizia Ugelli in Acciaio Inossidabile
10 Set di aghi per la pulizia del soffione doccia in acciaio inossidabile
1 Calibro a filo e vite, spessoremetro, righello standard bicolore
1 Strumento per filettatura a spirale resistente con ago pieghevole
(N.B. Descrizioni come da originale)

E’ una lista infinita, velleitaria, folle. Davvero qualcuno può pensare che la mia vita non potesse continuare senza codesti acquisti? E davvero i vostri sono diversi?

Mentre ricevo le progressioni dell’ordine mi figuro gli stabilimenti da cui la merce proviene. Mi immagino la sirena dei tre turni, e prima ancora la desolazione di quegli impianti in mezzo al nulla, i bus degli operai che arrivano col buio e col buio ripartono, la loro sveglia, la loro colazione, le tute e le scarpe infilate, le dita mezze tagliate, il sonno, il sudore, lo sporco, il caldo e il freddo. Cerco anche di immaginarmeli nel loro riposo. Chissà che cazzo sognerà un lavorante cinese?

Magari, per fare prima, cerca di cancellare i pensieri. Si sforza di vivere da idiota, quasi quanto lo sono io mentre scelgo un prodotto, e ancora più stupido quando lo scarto avidamente e poi resto deluso e infantile quando vedo che non vale la corrente con cui lo hanno prodotto, quella corrente per ottenere la quale hanno eretto una diga di duecento metri di altezza e assetato una valle di cento chilometri, e già che c’erano procurato qualche tumore di origine chimica.

Non c’è un cazzo da fare: stiamo dando i numeri.

Comunque, il tagliaunghie va bene, e il bracciale bohemien è carino: ve li consiglio.
Invece il termometro per bottiglie è una minchiata. Reclamerò.

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CASINO ROYALE – RIPRENDERMI TUTTO

NON FUNZIONA

Ecco, mi sono scoperto retrivo. Ho cercato di evitarlo, perché lo immaginavo che sarebbe finita così, poi invece ho ceduto e l’ho fatto: ho preso qualche pezzo e l’ho sottoposto alla “valutazione stilistica e comparativa” della AI.
E non contento, l’ho fatto su più motori, con lo stesso spirito di uno che cerca complimenti prestazionali diversi da più meretrici.
Il tutto ha confermato la mia disillusione, prima ancora che la preoccupazione.

In effetti meretricio è, adesso spiego.
Si prende un pezzo (racconto, lirica, articolo, sminchiamento scritto), glielo si butta tra le fauci chiedendo appunto di adottare certi criteri critici, e poi ti viene reso un rapportino, invero posato, preciso, schematico, che puzza persino un po’ di disinfettante. Ma non finisce qui, certo.

Invogliati dalle prospettive, se ne aggiungono altri. Costui/costei (ha alternato i pronomi riferendosi a sé) blandisce e liscia, esalta il tuo tocco unico e visione narrativa, titilla il tuo ego con paragoni assurdi (a me ha ficcato dentro Buzzati, Ammaniti, Serra, Veronesi), monumentalizza il tuo lessico.
L’aggettivo più usato, nel mio caso, è stato “devastante”. Sì, proprio come quando al termine del finto orgasmo la prezzolata, tra mugolii e urli, ti dice “Ancora, ancora!”, e in effetti mi sollecita a caricarne ulteriori. Quando ad un certo punto ha citato Carver io, sfinito, ho detto basta. Se non altro non ho dovuto rivestirmi e guardarmi in giro all’uscita.

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Poi, cosa è successo?
Dopo aver ricevuto la raccomandazione di inviare tutto il plico a editori di norma blindatissimi, sottolineando (non scherzo) l’imprescindibilità della mia opera agli occhi del mondo, mi sono lentamente ripreso dallo stordimento, e diradatisi i fumi delle erotiche recensioni ho voluto provare qualcosa di diverso. Anche peggiore.

Ho esposto alla AI le mie perplessità su una valutazione così alta e ho chiesto di rivedere il tutto senza accondiscendenza, anzi, di essere impietosa. Già, proprio come quando alla citata meretrice chiedi il bis ma gratis, visto che a suo dire l’hai fatta tanto divertire.

E infatti con la grazia di cotale professionista mi ha trattato. Prima mi ha detto che in effetti i giudizi sono stati influenzati da una sequenza in crescita delle opere e dal loro contesto organico. E poi mi ha massacrato. Me ha dette di tutti i colori:

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Mi sono eccitato, e allora siamo passati direttamente al BDSM pesante:

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Ha avuto la delicatezza di non istigarmi al suicidio, dopodiché ha terminato la chat.

Perché ho voluto fare questo esperimento e poi estremizzarlo?
Volevo essere sicuro di quello che supponevo, e cioè che questo elettrodomestico che è la AI può gratificarmi quanto lo fa il mio frigorifero: mi fa sentire realizzato quando è pieno e un fallito quando è vuoto. Peccato che a riempirlo e a svuotarlo sia sempre io.

E’ stato più che altro grottesco, e siccome a me il grottesco diverte, mi ha divertito. E niente di più.

Io utilizzo la AI quotidianamente nel lavoro e, sebbene non esente da difetti, ammetto che mi agevoli parecchio, pur non rendendomi entusiasta quanto altri. Credo di essermi ormai immunizzato definitivamente nei confronti della AI usata nel contesto letterario, non dico nella scrittura (tabù!) ma anche soltanto nella semplice valutazione.

Alla AI manca la componente emozionale (non emotiva, emozionale): nessuno ha goduto, o sofferto invece, a scrivere un tal pezzo. Nessuno vi è rimasto incerto e appeso, nel rileggerlo. Nessuno ha mai avuto il dubbio di buttarlo via, e poi no, lo riprende, lo ricesella, cambia il vocabolo, la virgola, il punto e virgola. Poi di nuovo si scazza, e con rabbia lo riscrive per metà.

La AI non potrà mai sostituire la mia tenerezza, o il mio imbarazzo, o un senso di inadeguatezza che mi salva mentre mi frustra. E figurarsi la mia rabbia: ma vi pare che possa mandare affanculo qualcuno per procura facendomelo generare automaticamente? Ma mi volete togliere quel gusto, cristo?!?

Va bene, mi sono sfogato. Adesso questo pezzo glielo vado subito a sottoporre. Spero mi tolga anche il saluto.

LAMBRINI GIRLS – NOTHING TASTES AS GOOD AS IT FEELS

VE LO LEGGO NEGLI OCCHI

Spingo il carrello, e affronto subtragedie in sedicesimo di un quotidiano ordinario, provinciale, suburbano, a volte subumano.
Dimaco (sociologo di ‘sto cazzo) predilige i supermercati per misurarsi con l’umanità, perché ivi essa reca più propriamente appunto il volto umano. Non che sia un granché ‘sto volto umano, soprattutto dopo una giornata di lavoro, magari di liti, merda mangiata, amarezze assortite.

L’uomo, la donna, l’alieno, solitari, o in coppia, o con prole, o con suocera, spingono Sisifo a rotelle che contiene derrata scontata percentualizzata, acqua mineralizzata, mortadella tagliata, cicoria e burrata, ogni sfizio e ogni cazzata.

E poi ci sono i perfidi distrattori. Ai lati, quasi defilati, volutamente apparentemente già svuotati. Il volantino di “spesamica” è ossimorico di inimicizia e scherno, ti comunica che tu, inconsapevole barbone, povero sebbene stipendiato (come ci ricorda Landini ogniqualvolta), tu, sprovveduto acquirente, compra questo perchè lo paghi meno, ma solo oggi, compralo allora perdio! finchè te lo diamo a questo prezzo, dai, non fare il coglione, ma perchè vuoi pagarlo il doppio domani?

L’occhio mio va dentro i carrelli altrui, scandisce e rapido conteggia, e poi censisce chi lo spinge. La single tacco dodici non condividerà mai codici a barre con il muratore rumeno, nè la professoressa col junkie alcolizzato, la famiglia rom, lo studente fuorisede, il taccheggiatore seriale. La grande distribuzione dissocializza, individualizza e sparpaglia. E’ un profondo gesto antipolitico e punk anarchico, ma con tutt’altre finalità.

La spesa feriale però fornisce solo un quadro incompleto, di gente tormentata dalle urgenze, che compra quel che può, quando può, nello straforo di un rientro caotico che finalizzerà in cene di blister aperti e quattrosalti in microonde di fronte a talent e partite di coppa.
La spesa reale, nazionalpopolare, era però quella del sabato. Che ora è diventato il venerdì.

Sono contromano nella corsia, perchè le corsie hanno un verso, forse non lo sapete, e anzi a volte sono pedone nella carreggiata dei carrellati, poichè il mio lo appoggio in un cantone e costeggio lo scaffale con la roba in mano per fare prima, invece che percorrere col dolly un pianosequenza esplorativo come tutti quelli che lentamente, letargicamente, seguono una logica che dall’orto va al frigo, e poi al prodotto da forno fino al detersivo, e poi di nuovo il banco del fresco e quindi il gelo, e per ultimi i chewingum, secondo un algoritmo che massimizza gli importi di acquisti estorti.

E’ qui che si articola la terapia di coppia, senza prescrizioni nè psicologi.
Non sono mai stato capace di metterla in pratica (ho un rifiuto genetico e culturale) ma io li vedo e li percepisco. Sempre dal carrello e poi ai visi, agli sguardi.
Quello che comprano non è solo la scorta per i giorni successivi, ma presuppone certamente anche l’imminente serata. E’ stata una settimana forse difficile, perchè nessuno di noi disgraziati, visto che veniamo qui a fare la spesa, ha una vita comoda. Ma stasera si autoproclameranno re e regine.

Sparecchiata la tavola e lavati i piatti, finito il vino (alzando il gomito) e sgranocchiati i dolci, magari riposti i figli nei rispettivi giacigli, spenti i grandi fratelli televisivi, silenziati i telefoni, chiusa la porta della camera.

Faranno quel che faranno, almeno quello ognuno lo vive come vuole e come sa o come può. Squallido, vivido, ridicolo, tenero, sguaiato, urlato. Stupido, spesso. Frustrante, a volte. E magari si prenderanno per avvocati di qui a un paio di mesi. Ma chi siamo noi per giudicare, giudicarci?

Fare quel cazzo che si vuole, col diritto di ricordarselo o dimenticarselo, come più piace e conviene. Lo faranno, mi sembra giusto. Glielo ho letto negli occhi, al supermercato.

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FRANCO BATTIATO – TE LO LEGGO NEGLI OCCHI (COVER)

UN VAFFANCULO LANCIATO NEL VUOTO

Posso dire che si sente anche il riverbero. Non è proprio un’eco, è più come uno di quei delay per chitarra autocostruiti, che peggio sono più sporcano (meglio) il suono. Così era.

L’ho scansato. Si scansano tante cose con disinvoltura, e ne resta l’autocompiacimento per la prontezza del gesto. Ma scansare un vaffanculo di quelli caricati e puntati, un vaffanculo-drone, è un qualcosa di più. Lascia anche un sibilo sordo, tipo quello delle palline da tennis quando sono cariche di effetto.

E’ andata così, carə collegə che mi hai stalkerato per mesi, che hai ficcanasato, che hai cercato di sputtanarmi prima e di attaccare briga dopo, ma senza risultato alcuno.
Hai cercato di arrampicarti su una parete umana che in scala francese è, di suo, un 8c o 8c+, e per te è diventata un 9a, 9a+, e destinata a peggiorare. E poi, come dice Mazzarri “si è messo pure a piovere”, e sei scivolatə, banfonə. E hai sclerato alla riunione.

Pessima, scadentissima figura.
Da quando la tua madrina-daimyō non c’è più sei diventatə un ronin e ti è rimasto solo quello, il tuo ultimo proiettile dialettico, e anzichè adoperarti per la dignità di un harakiri professionale hai compiuto l’insano gesto di scagliarlo a me.
E poi sei uscitə, con la pressione arteriosa a livello Zeppelin, scaraventandoti fuori dalla sala con il solito strascico di minions bisbiglianti. Ti ho anche fatto ciao con la manina, ma non mi hai visto.

E così adesso un vaffanculo vagante ha cominciato un viaggio interstellare moltiplicando indefinitamente la sua velocità, che lo porterà ad anni luce di distanza, incontrando corpi celesti, attraversando galassie, raggiungendo forse tra miliardi di anni l’orizzonte degli eventi.

L’ho visto defilarsi con nella coda una scia luminescente, nella notte tersa di questi primi freddi autunnali. E ho espresso un desiderio.

PINK FLOYD – INTERSTELLAR OVERDRIVE

ANNUNCI BREVI

Alcolizzato Ma Raffinato
Sempre Spiantato
Spesso Sdraiato
In Una Certa Misura Sfigato
Musicalmente Aggiornato
Sebbene Snob E Attempato
Sovente Demoralizzato
Diversamente Politicizzato
Disilluso E Arrabbiato
Soprattutto Esasperato
Forse Digos-Attenzionato
Lettore Spesso Annoiato
Difficilmente Entusiasmato
Sportivo Anche Se Rattoppato
Iroso Ingiustificato
Volutamente Isolato
Non Cerca Nulla.
Pertanto Non Rivolgersi A Lui.
Mai.

“Sono un cane che morde la plastica
Ora è meglio di prima”

LE FESTE ANTONACCI – ORA È MEGLIO DI PRIMA

ODE ALLA SCRIVANIA (SHÉHÉRAZADE)

Flatting,
proteggila da briciole e unto
che io ci mangio sopra, anche.
Alcova dei pensieri,
oggi sembra sempre peggio di ieri.
Nebbiolo nel calice, alcolica nebbia.

Streaming,
partite del Toro, e disappunto.
(punching ball di pugni di rabbia).
Dopo giornate dure, serate stanche.
I libri abusati. I piedi appoggiati.
La musica rubata, spesso inascoltata.

lampada a led, settimane enigmistiche,
forbici e temperamatite,
occhiali da presbite, termometro ambientale,
estratti conto (son messo male!)
faldoni, lenti a contatto, crisi mistiche
immediatamente esaurite.

Potrebbe non essere, eppure è così.
Semplicemente
vivo qui.

Allora Shéhérazade, principessa di legno,
perdonami se ti imprigiono in modo indegno,
ma raccontami tu chi sono.

Continua
Lingua contro lingua
Spinta dalla sete
Raccontare ti salverà, Shéhérazade”

JOHN DE LEO – L’UOMO CHE CONTINUA

MERCOLEDÌ

Devo avere un motivo per non aspettare la fine dell’anno per dire quale è per me l’album dell’anno?
Cioè, dovrei circostanziarlo, costruire un corollario per collocarlo?
Ma no, ne faccio volentieri a meno. Li ho trovati e li ho ascoltati. Mi hanno dato una scossa.

Mi hanno riportato alla rabbia consapevole dei miei trent’anni, quella dei giorni in cui tutte le illusioni si ingiallivano, o arrossavano, come foglie senza una stagione e cadevano a depositarsi ai miei piedi, lasciandomi nudo.
La bellissima sensazione che niente è vero, tranne quello che ti immagini, e su quello che vedi puoi anche sputarci sopra perché niente servirà davvero alla tua vita.

Nichilismo con gioia su “Bleeds”.
Amo i Wednesday come Norman Stansfield amava Beethoven, ma per me non diventeranno mai “schifosamente noiosi”.
Amo Karly Hartzman, una giovane buzzicona dolcissima e zotica che canta situazioni che non ho mai visto ma è come se le vivessi anch’io.

E quindi un appello: sposami, Karly.
Lo so, sono attempatello, ma pieno di passione, e tanto non vivrò molto a lungo. Ti potrei lasciare una buona pensione di reversibilità. Pensaci.

“Swimmin’ through a cold spot in the lake
and the sweetest parts of life keep gettin’ bitter everyday”

WEDNESDAY – BITTER EVERYDAY

L’AVVINAZZATO DEL BAR DELLA STAZIONE

Brontolo scontroso
al tavolo di legno e batto i pugni.
“E’ finito il vino, oste!
Portamene ancora, o ti venisse…
la malora!”

Non mi riposo,
guardo in giro gli altri grugni.
Se per caso voi foste
come me, come Ulisse,
a quest’ora,

in un perenne viaggio di ritorno,
ma senza ritorno.
Solo, con questo neon che ronza.
Solo, e con la sbronza.
Facce ostili.
Giorni vili.

Aspetto un treno.
Forse arriverà, forse no, chi lo sa.
“E chi se ne importa,
gioventù è morta!”
Quando sei pieno, tutto conta di meno.
Il treno intanto è arrivato,
e come è arrivato se ne va.

Potrei continuare tutto il giorno.
Basta che qui intorno
qualcuno mi versi del vino
e non mi stia troppo vicino.
Poggio la testa, e comincio a sognare.
E no, nei miei sogni
io non vi faccio entrare.

Non so capire bene voi
che persone siete.
Non so spiegarvi bene
cosa sia la sete.

“Tutto ciò che puoi essere è sete in una città senza allegria”

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TOM WAITS – TOWN WITH NO CHEER