PIÙ VOLTE SCIOLTO – Antonio Spagnuolo

15 gennaio 2026 by

Una poesia che si dipana tra le pieghe dell’esistenza esplorando temi universali con una voce autentica e profondamente introspettiva, è quella del poeta napoletano Antonio Spagnuolo. E’ questa la prima impressione all’impatto con la sua raccolta poetica dal titolo Più volte sciolto, ove la versificazione si connota come un flusso di pensieri e sentimenti continuo e avvincente, quasi una conversazione intima che il poeta intrattiene con se stesso e con il lettore.

[…]La versificazione di Antonio Spagnuolo riesce a trasformare l’ordinario in straordinario, posando lo sguardo su momenti di quotidianità, su paesaggi interiori ed esteriori, incontri e assenze e mettendo il tempo in una costante correlazione con la memoria e la nostalgia (Domenico Pisana)

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Il tempo non si allenta per l’essenza
che ha un suono suo nel buio,
come punto distorto dal respiro,
o quando gli occhi vorrebbero rincorrere
accenti ed aliti di antiche presenze.
Batte la bianca meridiana al galoppo
per una stagione che grugnisce,
oltre spensieratezze giovanili,
oltre i monotoni affanni
rivolti a rimembrare le scosse
di ogni ora che passa.
Inutile conchiglia la sfida delle attese
nel passo felpato della nostalgia,
nella provvisoria prudenza
delle ceneri, quando il fuoco
di una lunga agonia ha sfigurato
l’incerto sembiante.

*

Ora è tempo di abbandono
per riscoprire i segreti dello spazio
attraverso il bagliore della luce,
che insegue le colombe abbandonate
o inonda diffidenze ininterrotte.
Così come l’intonaco sul muro
ha crepe improvvise, quasi macerie,
non saprei come rivolgere lo sguardo
sulla via del falso, con le lacrime
che sembrano decolli più veloci.
L’istante svanisce col passare delle ore
mentre il sassofono ha il ritmo
di quelle occasioni melodiose
segnate nel taccuino.
Solo un cipiglio brilla come un compianto
verso il sole.

*

Come sfrusciare di un canto
o come il frantoio che macina chiodi
giochiamo a riflessi,
mentre rapida si accresce meraviglia.
Come il fulmine che in un attimo sparisce
nel desiderio rimane l’addio dell’aria,
battito d’ali improvviso senza ritmo.
Ho inghiottito un asteroide
in somiglianza d’incredibile bicchiere
spruzzato di quel nettare dolce agli dei
ed ho lasciato le orme nella sabbia
come immagini di un percorso inutile.
Ora le cartilagini a membrane
hanno coscienza del tracciato variegato
e annodano il tessuto ai tentativi
quasi tutti falliti.

*

Fra la grande luce e l’ombra profonda
l’arte è soltanto una frazione
della nostra memoria
per estrarre un coltello dal petto.
Dalla dolcezza, che si approssima
intorno al giro delle ore,
al gorgoglio degli ammiccamenti
il sogno si contorce in un ghigno
ed è concesso un rammarico
per ridare il silenzio.
Egli non conosceva il seguito
ingannato e goffamente previdente

*

L’oscurità, che ti circonda quasi,
avvolge il non ritorno e nostalgia
stringe nel petto ancora.
Circonfusa di poesia in un oblo
accende lampi di ricordi,
chiude ciglia e porge avvampi,
consumati nelle foto ormai sbiadite.
Reso alato nessun secondo cielo
mi accoglie, per tante false riga
che l’ardore stillava. Ora rimpiango
tutto l’accento della bianca scena
che intrecciata ai polsi fu a noi
ricurva.

*

Potreste svegliarla dal sonno maledetto
che l’ha gettata alle spire dell’eterno,
mentre io ho ancora parole da segnare
sulle labbra, incise come immagini,
dove fa luce anche la candela.
Un’invidiosa esplosione ha distrutto
ogni pensiero custodito nell’inconscio,
cupi lampi a gridare una sintesi.
La vita ha trascinato in un ghigno,
in un sobbalzo a frammenti,
tra fiabe di cenere ed alchimie,
la nostra utopia che si allacciava
al via vai di una storia.
Dondola misteriosa l’ossessione indiscreta!

testi tratti da – Più volte sciolto – edizioni La Valle del Tempo 2024

***

ImageAntonio Spagnuolo è nato a Napoli il 21 luglio 1931. Ha fondato e diretto negli anni ottanta la rivista “Prospettive culturali”, alla quale hanno collaborato firme autorevoli. Redattore della rivista Realtà al tempo di Aldo Capasso e Lionello Fiumi – Ha fondato e diretto la rivista “Iride”.
Ha fondato e diretto la collana “L’assedio della poesia”, dal 1991 al 2006. Pubblicando autori di interesse nazionale come Gilberto Finzi, Gio Ferri, Giorgio Bàrberi Squarotti, Massimo Pamio, Ettore Bonessio di Terzet, Giliano Manacorda, Alberto Cappi, Dante Maffia e altri.
Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali, inserito in molte antologie, collabora a periodici e rivistedi varia cultura – Attualmente dirige la collana “Frontiere della poesia
contemporanea” per la Valle del Tempo edizioni e la rassegna ”poetrydream” in internet (www.antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com). Presiede il premio “L’assedio della poesia 2020”.
Nel volume Ritmi del lontano presente Massimo Pamio prende in esame le sue opere edite tra il 1974 e il 1990. Plinio Perilli con il saggio “Come l’ombra di una nuvola sull’acqua” (Ed. Kairòs 2007) rivisita gli ultimi volumi pubblicati fra il 2001 e il 2007. Nel 2018 Elio Grasso e Bonifacio Vincenzi realizzano per lui il primo volume della collana “SUD i poeti” edito da Macabor. Moltissimi i riconoscimenti.
Tradotto in francese, inglese, greco moderno, iugoslavo, spagnolo, rumeno, arabo, turco.

Clementina Principe – “Il sesto giorno Dio creò gli uomini”

7 gennaio 2026 by

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“Il sesto giorno Dio creò gli uomini” è una silloge poetica che segue un percorso temporaneo e simbolico, in cui la natura diventa specchio e metafora dell’esistenza.

“Ho scelto di scandire il fluire delle emozioni attraverso riferimenti ai cicli naturali, alle stagioni, agli elementi primordiali. Il mare, il vento, il cielo e la luna ricorrono come testimoni silenziosi di una storia interiore che si dipana tra attese, passioni, illusioni e risvegli. Ogni poesia è un frammento di questo itinerario, un momento di vita cristallizzato in versi, che si snodano tra il ricordo e il presente, tra il sogno è la realtà. Non offro risposte definitive, perché la mia poesia non vuole chiudere cerchi, ma aprire orizzonti. Lascio al lettore la libertà di ritrovare nelle mie parole un proprio riflesso, una chiave di lettura personale, un’emozione da custodire” afferma la poetessa romana.

Le tematiche affrontate spaziano dall’amore romantico e carnale a quello nostalgico e spirituale, dalla solitudine alla riscoperta della propria forza interiore, dall’ ineluttabilità del tempo alla speranza di un domani nuovo.

I componimenti portano il nome dei mesi e delle stagioni e il cadenzare del tempo che scorre si inframezza a versi dedicati a momenti di vita, sensazioni personali, luoghi veri o immaginati.

Alcune poesie hanno subito dopo la pagina dei versi, la loro analisi su struttura, stile, significato, messaggio e simbolismo utilizzato. 

La prefazione è a cura di Adriano Mantagano Jr, anche egli poeta.

Dalla poesia “Romeo” – pag 282:

All’improvviso ho visto brillare nel mio universo di donna sola la luce vivida di Antares, che ha rischiarato le le mie notti oscure e fugato le nubi della incredibilità, quando la sua voce mi ha sussurrato nel sonno inquieto…tu per me sei Silvia e l’infinito, l’ermo colle e l’orizzonte oltre quella siepe, sei Beatrice e vita nova, retta via e amor che muove il sole e l’altre stelle, sei Milena se son Kafka, Lucia se sono Renzo, sei Giulietta ed io Romeo, sei tu la mia insostenibile leggerezza…

                              

                            

                                    

Sicilia avita

Strisce di terra che si allungano

nel mare verso l’ignoto, squarci

di passato che riemergono

alla coscienza di chi, immemore,

abbandono il suolo natio.

Tu, amatissimo padre, affidasti

ai tuoi cari i sogni infranti

tra i promontori del Triscele

e rifuggisti i luoghi consueti

della tua giovinezza.

Esule in patria, ora ammiri

attraverso i miei occhi l’agave

e l’iperico, che cura l’anima,

e con me ti unisci al coro

di chi disse…”io era giunto

dove giunge chi sogna ed apre

bianche vele ai venti nel tempo

oscuro, in dubbio se all’aurora

l’ospite lui ravvisi, dopo venti

secoli, ancora…”

                           

                           

                               

La scala della luna

Salendo la tua scala

non arrivo alla luna,

il segreto del nostro

incontro e racchiuso

nella pietra muta

che ne sostiene i labili

gradini, rivolti verso

il cielo, le note di legno

cadenzano i miei passi

incerti all’interno

della tua vita.

                                        

                                   

                                      

L’amore infinito dell’oceano

Quando sei di fronte all’immensità

dell’oceano niente ha più importanza,

le notti insonni, i desideri irrealizzati

ma neanche le ore felici, perché in esso

conta solo l’essenza e non c’e posto

per rimpianti o chimere, se chiudi gli occhi

vedi solo quello che sei ora e la tua anima

completa, dove l’amore riempie il vuoto

e gli spazi si annullano.

                               

                              

Voce della natura

E poi ti svegli una mattina e non hai

piu niente a cui pensare, la testa vuota,

gli occhi pesanti perfino l’anima sembra

essere volata via e tu vorresti che fosse

gia sera per nascondere il viso nel cuscino

e rinunciare a vivere una giornata senza

emozioni, ma sai gia che non lo farai,

perche ora non combatti piu una guerra

sbagliata, lotti invece per rialzarti da terra

e andare alla ricerca del cuore perduto.

                             

                                 

                                       

Clementina Principe, poetessa e scrittrice, ha esordito nel mondo della poesia in età adolescenziale con “Miscellanea”, raccolta di componimenti prevalentemente in rima, fortemente influenzati dallo studio dei poeti classici, greci e latini.

Successivamente la sua capacità espressiva si rafforzava con l’utilizzo di versi liberi che, grazie alla loro versatilità, le consentivano di plasmare e dare corpo in maniera incisiva alle immagini dell’inesplorato, emergenti dal suo spirito creativo.

Nata a Roma, ha iniziato la sua carriera lavorativa presso il Ministero degli Affari Esteri, che la portava a prestare servizio presso Rappresentanze Diplomatiche e Consolari in molte sedi disagiate. Ha completato i suoi studi presso lo IULM di Milano, dove conseguiva la laurea magistrale in lingue e letterature moderne.

Collabora con organizzazioni di volontariato e ETS e contribuisce con i suoi scritti al dibattito odierno su tematiche di interesse sociale.

Le sue opere  in poesia sono raccolte in varie antologie di poeti contemporanei a cura della Silver Press (Poeti e novellieri) e della Aletti Editore (Piscità Stromboli l’Isola della Poesia, Salvatore Quasimodo Poesia, Maria Cumani Quasimodo Poesia, Il Federiciano Indaco).

Gran parte della sua produzione è di carattere introspettivo, anche se non mancano componimenti celebrativi e altri, che si rivelano al lettore come veri e propri inni all’amore in tutte le sue declinazioni.

Le sue opere in prosa: “La festa del Santo” (Edizioni Lo Faro), “Halma, verso la rinascita (Gruppo Albatros Il Filo), La nonna sul pianeta blu, 30 storie di memoria fragile (Edizioni Pendragon), “L’amore che non accade (Tutta colpa del Patriarcato?” (Graus Edizioni), “Maschere e altre storie” (Aletti Editore).

Ha vinto il Trofeo del Concorso letterario “Lo specchio d’oro” nella sezione narrativa e ha collaborato con Radio Lugano nella rubrica culturale “Carte e spartiti”.

 

 

Riferimenti social

SITO WEB E SHOP https://www.agpensierocreativo.it/

buone feste

13 dicembre 2025 by

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Silvano Conti – XL – extra largus –recensione di Carmen Lama

24 novembre 2025 by

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Con la nuova silloge XL – extra largus, edita dal Gruppo Editoriale Locale, Silvano Conti sorprende ancora. Del resto, è una sua caratteristica peculiare il ricercare sempre nuove sonorità espressive…

Dopo essersi impegnato nei suoi Soqquadri (riproposti nella seconda parte di questa opera) in una innovativa creazione poetica che rispecchiasse, in modo lucido, brillante, la frammentazione dell’io e il lavorio incessante dell’anima per cercare di ricomporre, di riportare ad unità i frammenti, quasi come rimettendo in ordine un puzzle, ora Silvano continua la ricerca sperimentale introducendo in questo suo nuovo lavoro una struttura metrica che definirei “a maglie larghe”, come suggerisce il titolo XL, che richiama una taglia d’abito abbondante, comoda.

 

Così, con queste sue nuove poesie, Silvano  oltrepassa la musicalità dell’endecasillabo e del settenario alternati, come da classica tradizione, e si mette in gioco con una struttura ipermetrica dei versi, passando dal dodecasillabo fino a versi di sedici sillabe, e componendo in tal modo espressioni poetiche lunghe e ricche, che a loro volta sembrano costituirsi come immagini di un pensiero che si sofferma sull’esperienza vissuta per analizzarla da ogni punto di vista, scandagliarla e portarla in superficie con la massima chiarezza possibile.

 

Sono riflessioni profonde che hanno il pregio di non scendere a patti con la verità, ma di prenderla in pieno, e molto sul serio, per quella che è. 

Questo significa che Silvano giunge, con la chiarezza, a una improvvisa “illuminazione”, a un’intuizione che non lascia spazio a tergiversazioni, a nascondimenti o sotterfugi che possano compromettere il senso vero e profondo dei vissuti, delle situazioni e circostanze in cui di volta in volta ci si trova.

 

Ma oltre a questo pregio, le riflessioni a lungo ponderate presentano anche un rischio che è connaturato con la verità stessa.

È il risvolto negativo della scoperta: “ah, dunque, è così, era così, era proprio questo il senso?

Talvolta la verità fa male. Ed è allora che, solo accettandola, si possono fare dei passi avanti, si può vedere diversamente la realtà e magari cercare di renderla migliore.

 

Da una lettura d’insieme delle poesie XL si coglie  proprio questo sentimento di disillusione, questo trovarsi di fronte all’inatteso, questo precipitare nello sconforto, in una malinconica tristezza diffusa che non si riesce ad arginare: “Ti fermi / sogno – in un sogno sognato là dove il silenzio / mostra -con digrignar di denti – tutti gli artigli” (pg. 59, IL GRAFFIO DEL SILENZIO); oppure: “Poi rimango qui a ridefinire nuovi / confini dentro i quali il mare non può stare” (pgg. 51-52, IL RAGNO LADRO)

 

E questa volta il poeta non si rifugia in pensieri che possano distrarlo, consolarlo e proiettarlo in nuove immagini positive che, a loro volta, l’aiutino a trovare soluzioni, a reinventarsi un sogno, una luce, un’aura dorata che circondi la vita, come la luna piena di questa notte, la cui aura distrae dal deserto (di emozioni) per fare prendere in considerazione la bellezza che avvolge ogni cosa.

Questa volta il poeta si immerge completamente nelle storie e le racconta così come le vive, abbandonandosi a un sentimento di tristezza rassegnata: “Pensiero che frena la mano se porta / a un ricordo perduto e si aggrappa ai suoni / agli odori di ciò che mai avrà luce” (pg. 37, INCHIOSTRO NERO); o come ancor più esplicitamente il poeta scrive in tutta la poesia NEL GIACIGLIO DI OBLOMOV (pg. 46), dove le parole non hanno più niente da dire e che conclude con il verso rivelatore “Come Oblomov ristagno

Perché la vita è questo. E la maturità del poeta semplicemente ne prende atto.

 

Le poesie scaturiscono sempre dal profondo, da una sorgente misteriosa che all’inizio si manifesta in forma di suggestioni, di ricordi velati da immagini simboliche, e di speranze indistinte, anche.

Da qui, poi, il poeta è portato ad estrarre pensieri dalla solitudine e dal silenzio e si ritrova a riflettere a lungo sui suoi stessi pensieri e non ne viene fuori, se non con una nuova consapevolezza.

 

E il contesto in cui la vita si svolge ne dà piena conferma. 

Il contesto è l’attuale, il moderno, il contemporaneo-tecnologico, è la società che cambia, il mondo che vive in superficie, la fretta e il cambiamento / deterioramento delle relazioni; si assiste a una sorta di mutazione genetica che è sotto gli occhi di tutti, ma che solo i poeti avvertono e comprendono e interiorizzano in ogni fibra del corpo e dell’anima. 

 

Sembra di assistere impotenti a una deriva inesorabile. Questo vede e sente il poeta. E mette in guardia. Altro non può fare.

 

Ed è proprio in questo tentativo di far prendere coscienza, ai lettori, delle condizioni di vita completamente stravolte rispetto a solo due o tre decenni fa, che consiste l’importanza di questo accorato messaggio poetico.

Il poeta parla principalmente per sé, in quanto prende le mosse dalla sua personale esperienza, ma la comprensione profonda che egli ha di quanto accade a sé e intorno a sé lo spinge a sottolineare questo sprofondamento, di cui avverte le scosse telluriche premonitrici, e si fa carico di segnalarlo, con forza, ma anche con inquietudine, con angoscia, con la consapevolezza che occorrerebbe invertire il percorso, cambiare rotta e destinazione alla propria vita, in fretta, prima che sia troppo tardi, prima di trovarsi a un punto di non ritorno, con le conseguenze che si possono immaginare e di cui arrivano già onde, da diverse aree del mondo, che incutono ansia, timore e, di nuovo, angoscia: “… vuoto che tutto distoglie / nell’eterno annegare s’accresce e vortica / travolge passato e presente – il futuro / latita pauroso” (pg.38, ABILE SARTO); o ancora: “In quel giorno non esisterà / più niente – e niente più si vedrà ma l’attesa / non sarà vana: il presente sarà presente – / ma nel futuro nessuno più crederà” (pg. 50, IL GIORNO IMPOSSIBILE)

 

Foto da cellulare – Robbiate, 5.11.2025 – “Luna piena con aura dorata”

 

                                                                                                Carmen Lama

(Robbiate, 6 novembre 2025)

 
     
     

 

CONCERTO PER ME

 

Concerto per me – tra le luci che accecano

spiragli sottili di sogno – sonata

che si accompagna al mio respiro leggero

– miliardi di note ancora distinguibili –

 

Concerto magico di un cuore che trepida

tra gli algoritmi – pur nel silenzio attonito

risuona per me il motivo del suo battito

 

Nudo ed incredulo permane un isterico

tamburellare del tempo che lo ignora

 

 

IN TINTINNIO DI GELO

 

Quando una stella spezza – in tintinnio di gelo –

agli sciacalli i tristi canti solitari

solo il silenzio resta a vestire la notte

 

 

IL VENTO È IL MOTORE

 

Nuvole – come petali riflessi di luce –

nella nudità del cielo il vento le trascina

insieme ai fiori privi di spine che accarezzano

l’anima – improfumano aria e respiro e l’alba

ravvivano del cuore e del mandorlo fiorito… –

 

Il vento è il motore – sbuffando porta i boccioli –

e nel fumo intenso delle candele li spinge

a ridisegnare l’arso deserto dei sogni

 

 

ASSOLUZIONE

 

Sentivo la notte masticare la pelle –

non capivo ma poi – riconosciuto l’urlo –

il passo ho preparato al pari di un sorteggio

ed il tempo toglierà l’astio alle parole

 

E per fortuna che la luce nella stsnza

era accesa – presagi quieti di ritorno –

poi – nel tempo del giorno del mio funerale –

spero faccia freddo e pioggia – che gli invitati

si bagnino il capo e si infanghino le scarpe

 

Sospeso nel vento su un tappeto di sabbia

tutto il deserto dorme dentro una clessidra –

lì – separo in silenzio il tuo viso dal freddo

e assolvo la prima persona singolare

 

Paola Cingolani – “Voce e delizia”

8 novembre 2025 by

Image“Croce e delizia” è un luogo comune, cioè un detto dal quale rifuggo decisamente, qualcosa di non mio. Ognuno ha le sue croci, lo sappiamo, così ho esorcizzato le mie e ho tentato di alleviare i pensieri che più mi fanno soffrire con la scrittura.
Ho ascoltato il mio cuore, la mia anima e la mia mente.
L’atto più spontaneo è stato quello di cominciare ad acquietarmi attraverso le parole, almeno quel tanto che basta per sovvertire questo detto, consueto e desueto, con un titolo che appartiene a voi e a me: “VOCE  E  DELIZIA”.

In questo lavoro non ho raccolto esclusivamente versi, come nel precedente, non posso dire sia una silloge. Direi che è l’unione di un’immagine in copertina (che apprezzo) e di alcuni miei componimenti, non sdolcinati, né troppo canonici: la poesia nazionale classica necessita di rompere determinati schemi e, per me, i versi sciolti uniti all’introspezione – senza  indugio e senza alcuna maschera – incarnano una reale soluzione, sia poetica che personale, molto adeguata.

Noi scriviamo per ricordare, a noi stessi e agli altri, che esistere è – sopra ogni altra cosa – un atto poetico.

Dunque, dopo il primo lavoro, dopo il secondo e dopo il terzo, da parte mia non si può desiderare altro che proseguire con una piacevole novità: foto bellissima di un’amica generosa, parole che metto insieme tra un’inquietudine e qualche sorriso, vivendo, impegnandomi e volendo realizzare tutto al meglio.

“Croce e delizia” è un luogo comune, cioè un detto dal quale rifuggo decisamente, qualcosa di non mio.

Ognuno ha le sue croci, lo sappiamo, così ho esorcizzato le mie e ho tentato di alleviare i pensieri che più mi fanno soffrire con la scrittura.
Ho ascoltato il mio cuore, la mia anima e la mia mente.
L’atto più spontaneo è stato quello di cominciare ad acquietarmi attraverso le parole, almeno quel tanto che basta per sovvertire questo detto, consueto e desueto, con un titolo che appartiene a voi e a me: “VOCE  E  DELIZIA”.

[…]

In questo lavoro non ho raccolto esclusivamente versi, come nel precedente, non posso dire sia una silloge. Direi che è l’unione di un’immagine in copertina (che apprezzo) e di alcuni miei componimenti, non sdolcinati, né troppo canonici: la poesia nazionale classica necessita di rompere determinati schemi e, per me, i versi sciolti uniti all’introspezione – senza indugio e senza alcuna maschera – incarnano una reale soluzione, sia poetica che personale, molto adeguata.

Noi scriviamo per ricordare, a noi stessi e agli altri, che esistere è – sopra ogni altra cosa – un atto poetico.

Dunque, dopo il primo lavoro, dopo il secondo e dopo il terzo, da parte mia non si può desiderare altro che proseguire con una piacevole novità: foto bellissima di un’amica generosa, parole che metto insieme tra un’inquietudine e qualche sorriso, vivendo, impegnandomi e volendo realizzare tutto al meglio.

L’esistenza è feroce ma io – per vivere appieno – (non solo per esistere o per sopravvivere) devo avere qualcosa di differente, di mio, di personale, di molto libero: mi è sembrato più corretto non usare un titolo classico.
Ho differenziato, sono saltata tra le mie sensazioni e tra le mie rare gioie, ho scritto quello che il mio pensiero mi ha suggerito e ne ho fatto voce.

Serve tanto coraggio per sperare in un tempo come questo nel quale viviamo.
Serve persino per scrivere un libro così, dove si esalta comunque la voglia di farcela.

[…]

Dobbiamo ricordare di più e meglio, non possiamo dimenticare mai che ogni giorno inizia e termina sempre
senza il nostro consenso, per questo non abbiamo tempo da perdere, non ci è possibile procrastinare, né immalinconirci.

Se abbiamo sbagliato qualche cosa correggeremo il tiro.
Bisogna pensare che domani – anzi stasera stessa – sceglieremo di nuovo e sceglieremo già meglio.

Il passato è riscrivibile illusoriamente per le coscienze sporche: più sbagliano e più hanno necessità di rifarsi, altrimenti non potrebbero andare avanti consapevoli dei loro fallimenti. Compensano, tentano di salvare il loro Ego ricostruendo una storia nella quale sarebbero persone prive di responsabilità. Tentano di plasmare ancora una volta gli eventi dopo ogni errore volutamente commesso. Fanno collezione di alibi infiniti e di scuse fasulle.

Basta leggere i Social e sembra di trovarsi in un romanzo distopico.

Vorrei che le mie parole, senza grosse pretese, sollevassero un po’ la speranza del lettore.

Vorrei davvero che rendessero più leggeri questi tempi, tanto duri per tutti, vista la gentilezza che avete avuto prendendomi in considerazione.

                                  

                          

                            

SEI FELICE DANZANDO

                              

Danza

sii felice _ se puoi _

siate felici _ se potete _

siate il meglio che vi riesce

vorrei tutto fosse gioia e letizia

sebbene non possa fare nulla in più.

***

Ci sono tanti mondi paralleli

c’è il mondo dei miei sogni

c’è il mondo dei miei desideri

c’è il mondo della mia immaginazione

non è come fossero un mondo soltanto

ovunque

_ io vago

e vado

e torno _

solo mi capita di cadere

qualche volta scivolo

perdo una scarpa

faccio una storta

poi _ per magia _

all’improvviso

riprendo

la danza.

                   

*** ***

                      

GRIDA

                      

Voci torbide nel caos dei giorni

_ voci che gridano _

o delizie di sussurri commossi

_ voci che calmano _

immagini che restano impresse

come fossero fotografie

tristi e sfocate

stridore forte

o pianto silente

di chi ha altro timbro vocale

di persone deliziose

di chi non ti accolla croci varie

di chi resta con te sorridendo

di chi sa che la vita è complicata

così non t’aggiunge peso al peso

non grida

non ti fa tremare

né ti attribuisce responsabilità.

***

Contro ogni luogo comune

preferisco la melodia d’una voce

e la delizia d’un affetto cristallino.

                                      

*** ***

                   

OGNI 31 DICEMBRE

                                

Il 31 di dicembre non è mai un evento particolare

ma solo uno fra tanti

_ come ogni ricorrenza _

utile giusto sui calendari

per concludere idealmente

un ciclo ininterrotto di giorni

una danza macabra di passi tutti uguali

_ quando più e quando meno _

dove alcuni esseri soffrono mentre

altri se la ridono indistintamente

quasi fosse un dovere

una forma di abitudine

una sorta di convenzione

provate a capire _ io non l’ho capito mai

tanto che un anno fa ho pianto di rabbia _

eppure sembra sia impossibile o da asociale

questo stare bene soli senza voler folleggiare.

***

Il 31 dicembre non è mai un evento particolare

come tanti altri numeri esiste solo sulle agende

_ ci indica la conclusione di un periodo di 12 mesi

nel quale convogliamo un po’ d’esperienza in più _

ma non termina nulla

e chi soffriva continua a soffrire

come pure chi è sereno continua ad esserlo

ma di solito solo per un lasso di tempo effimero

perché _ ammettiamolo _ gli almanacchi mentono

andrebbero usati con estrema cautela _ per pianificare _

non in maniera assoluta e indubitabile

o crederemmo d’essere i padroni del tempo.

***

Il 31 di dicembre non è mai un evento particolare

però alcune volte tutti hanno incontrato se stessi

alcuni erano abituati

altri hanno stretto i denti

ma c’è di bello che le persone

stanno imparando a guardarsi dentro

e forse _ sospinti dalle circostanze amare _ stasera

alcuni si sono riconosciuti meglio

arrivando pure a capire

che il 31 di dicembre

non è mai stato più di una convenzione.

***

Io danzo metaforicamente sul filo

quello della vita

come tutti gli umani

sono più brava sulla metafora

poiché non ho alcuna rete

_ non sono un’acrobata _

ho ballato senza tutù

_ sin da ragazza _

non amo

i passi stabiliti

né le regole varie

le mie cadute

non sono state

dei casché.

***

Ho danzato sola

_ per cadere sola _

ma mi sono rialzata sempre

ho riempito agende

ho calcolato tempi e

ad un dato momento

ho smesso di guardare l’ora.

***

Ho imparato che non mi appartiene l’attimo

che è imperscrutabile e decide tutto

il tempo non ci interpella mai

però ci può illudere

è la sua arma.

***

Sono una persona che sceglie

_ da sempre _

il più onestamente possibile

senza alcun alibi

scusandosi

perdonando

ma ricordando

quasi fossi un elefante.

***

Lasciatemi stare a terra se cado

non rimettetemi le scarpe da ballo

io _ nei giorni che ancora vivrò _ saprò

e so perfettamente che saltellerò da scalza

a volte sui vetri aguzzi

a volte _ poche _ sui petali

sono anche sicura che i fiori

saranno una mia splendida cornice

soltanto se li comprerò o li spargerò da me.

Leonardo Lastilla “Incantesimi”, nota di Rita Bompadre

30 ottobre 2025 by

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Prima del sonno/è sacro/misurare dolcemente/l’elettrocardiogramma naturale/del mio cuore/poggiato sopra il tuo…”. I versi sono contenuti nel libro di Leonardo Lastilla “Incantesimi” (GPM Edizioni, 2025 pp.100) e diramano la loro direzione emotiva nel seducente sortilegio della vita. Leonardo Lastilla sostiene l’esercizio della parola poetica come l’arte di accompagnare all’incanto dei versi la volontà di richiamare l’evocazione di una entità, capace di descrivere una ritualità di suggestioni nell’effetto della conversazione con l’altro, destinatario della corrispondenza introspettiva. Rinnova la formula alchemica delle intenzioni, influenza il percorso dell’anima, muovendo il labirinto sinuoso della felicità e la tortuosità lucida del dolore, nella persistente oscillazione tra l’ambiguità del comportamento psichico, l’esortazione della mente e il disinganno del cuore. “Incantesimi” racchiude le dinamiche umane nelle metafore dei desideri, nell’identità dell’immaginario e nello scarto con il reale, ospita il senso della consapevolezza, il valore intrinseco e ambivalente di ogni rimedio simbolico, medicamento per lo spirito, che allevia i dolori dell’uomo ma contamina la sua integrità. L’autore analizza la dualità filosofica dell’essere, dosa i suoi versi nell’affascinante percezione della verità, plasmando le conseguenze imprevedibili della finzione, oltrepassando la mistificazione affettiva, enfatizza l’indomabile smarrimento della coscienza esistenziale, imprigionata nella manipolazione degli atteggiamenti effimeri e nell’inconsistenza delle convinzioni, elabora il senso morale delle azioni per riflettere lucidamente sulla natura della conoscenza e sull’enigmatica inclinazione altruista. La poesia di Leonardo Lastilla si nutre del gioco dialettico, attraverso un linguaggio colto e ricco di sfumature speculative, nella scia letteraria retorica e saggia dei contenuti, analizza l’effetto ironico e dirompente infiammando le composizioni poetiche in una parabole sensibile che affonda le sue radici nello stupore di uno sguardo cinico sul mondo, nel respiro di ogni meraviglia che è similmente segnale di sollievo e di sgomento. Leonardo Lastilla esplora la condizione interiore attraversando i contorni indefiniti del nichilismo, evidenzia la sfiducia nelle relazioni sociali tracciando indizi contemplativi sulla sofferenza, sulla malinconia, e sul disincanto, tralasciando il solco della speranza nella frontiera di una sospensione della delusione e della sfiducia, l’inesorabilità del vuoto e l’annientamento delle illusioni. Il libro presenta al lettore profonde chiavi di lettura nell’estetica di una mimesis che interroga la fragilità e la solitudine, la misteriosa profondità dell’io e la celebrazione del paradigma sublime, annuncia la cognizione del limite, assorbe la custodia degli attimi fuggenti sugli ostacoli e le incognite delle attese. Il poeta traduce l’ineluttabile fluire del tempo, la sua inadeguata imperfezione, descrive l’intesa attrattiva della propria voce, comprende l’origine sovrana della persuasione comunicativa. Rende l’opportunità elegiaca di una rivelazione poetica tra lusinga e inganno, nella sfumatura della parola, libera di conquistare il lettore.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

***

Trasparenza

Ho chiesto ai tuoi occhi
che colore fossero i miei
mentre ti guardavo.
Troppa luce
altera le percezioni.
Davanti alla nitidezza
tutto si fa sincero.
Le sfumature diventano orizzonte.
Riconoscersi disorienta l’identità.

*

Pensaci

Inutile parlare di emozioni
se sono contraffatte
dalla zecca dell’opportunismo.
Chiedere di ricordarsi
ha il valore
di numeri di serie imitati
sul palcoscenico delle caricature.

*

Pace

Estatico
come il tuo sguardo
sporto dal finestrino in corsa
su una campagna immacolata.
Affondare gli occhi
nell’humus della terra
restituisce la gioia perduta
tra gli artificiali gingilli.
Solare e caldo
come il tuo stupore innocente
germogliato tra i campi dell’imprevedibilità
dove aro pensieri e aspetto ricompense.

*

Certamente

Certamente la certa mente
mente, certa di impunità
da arrogante rogatoria
così lontana dalla sterile rotatoria
di pensieri a vuoto
a salve, buongiorno:
saluti inevasi
per assenza del destinatario,
destino senza più gentilezza
solo gente olezza
nella carta assorbente di sé.

*

La magia era l’altra

Sparita, senza peso,
come la valigia
sul nastro del check in,
dietro un’anonima scenografia,
senza riconsegnarti poi all’arrivo.
Bagaglio smarrito
di un viaggio mai finito,
forse sei rimasta a terra
dove strisci a piacimento.
Il trucco doveva essere
apparire insieme sul palco della vita
e non questa codarda illusione.
Il prestigio lo dà l’amare
e non il gioco
di rimanere nascosta
nella soffocante botola.

*

Commiato

La faccia lavata dal mare
è il solo risveglio possibile
nel fascino frastornante della baia.
A picco fuochi emotivi
incendiano la bellezza non ritoccata
nel dialogo comprensibile
tra cielo e terra.
Che non ne faccia parte
è l’unico equivoco
da risolvere
con tuffi ad occhi aperti
dentro l’abisso della vita.

*

Leonardo Lastilla è nato a Milano ma è cresciuto a Firenze. I suoi interessi e la sua curiosità lo hanno portato a risiedere in diversi luoghi, tra cui Dublino e Roma. Ha conseguito la Laurea in Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze e il Ph.D. in Letteratura italiana presso l’University College Dublin.
Leonardo Lastilla è insegnante e docente di lingua e letteratura italiana, scrittura di viaggio, letteratura inglese e discipline umanistiche da più di 30 anni. Ha lavorato in molte scuole, istituzioni e università, in particolare università americane in Italia. Attualmente risiede a Empoli e lavora a Firenze con diverse scuole. Leonardo è poeta e scrittore. Molte delle sue opere, compresi moltissimi racconti e i suoi saggi letterari, sono state pubblicate in volumi, riviste e giornali. Tra le sue pubblicazioni recenti vi sono le raccolte di racconti Le Disarmonie Elettive (Montag) e Le Quotidiane Allucinazioni (Antea Edizioni) e la silloge poetica Epifanie Interrotte (Amarganta). Parla correntemente inglese e francese. Oltre alla scrittura, Leonardo ama la musica, la lettura, il calcio e lo sport in generale. Leonardo ama viaggiare perché condivide con Henry James l’importanza dell’esperienza in prima persona: “Non badare a quello che qualcuno ti dice di qualcun altro. Giudica tutti e tutto per te stesso”.

Ester Monachino da: “Latte di luna”

23 ottobre 2025 by

Introduzione

“Si potrebbero evocare le parole di Eraclito: ”Il signore che ha oracolo in Delfi non dice né cela, fa segni”.
Così è che il poeta, che non si limita alla contemplazione o al canto del visibile ma ne scruta i disegni segreti, è poeta – alchimista: sa leggere i segni e, quale artifex, “fa segni”.

Un poeta sa come operare per la trasmutazione della materia: nel proprio laboratorio alchemico, strumenti principi sono lo sguardo trasmutante (il corpo immaginifico raduna ogni opposto cogliendone il dolorosissimo travaglio, la macerazione esistentiva, traendone -grazie al fuoco ermetico connaturato- il corpo della solarità radiante) e la metafora che coglie radicalmente le connessioni profonde e dinamiche del Tutto, interpenetra il manifesto e l’occulto rendendo prensile quel Profondo Noi dove è intessuta la verità del processo rinnovatore.
La metafora, pertanto, è unità di misura dell’opus alchemicum; attraverso la lettura della dinamica intrinseca si può cogliere quel segno indelebile ch’è sostanza dell’Esserci.

L’immaginale poetico trasforma l’universo sensibile in prodigioso universo di Bellezza. Sa coglierlo. Manteniamo presente che, nell’albero sephirotico, Tipheret è al contempo Bellezza e Amore, è quell’ardore serafico e dialogico tra il singolo e la coralità.

Ad esprimere quel Fuoco che arde per la rinascenza dell’interiore, in “Nutrite con latte di luna” vi sono gli sguardi ignei di tre bambine e di un bambino che, muovendosi entro il loro mondo immaginario, innocente perché non intellettivo, aderente e talvolta innestato su quello materico, riescono a rendere non più occulta ma palpabile l’anima mundi, per dirla con James Hillman, quale consustanzialità originaria universa. Nel proprio alambicco, così, è la chiave per la lettura di ogni creatura.
Nel testo sono inseriti due componimenti dedicati alle donne antenate; la sezione “Sogno” e tre brevi racconti, che riportano alla memoria la fanciullezza del poeta, evidenziano l’incedere matrilineare del sentiero poetico.

Ester Monachino

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Ester Monachino: “Latte di luna” Medinova edizioni 2024

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Alle mie antenate, streghe maghe curatrici sonagliere profetiche e folli d’amore, a loro che ancora si bagnano nella mia linfa che sono nutrimento del mio sangue…

selezione testi:

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Profumava basilico e mentuccia
la scala a chiocciola nelle vie
del sangue. In voi si onorava
il Prodigioso Sogno: la sapienza
di melograno era nel ventre
fatto nido; si piegava l’incanto
del Tempo mentre s’accendeva la Vita.

Profumava piume di rondine
il cuore ventoso dell’occhio: in voi,
la pagina della dinastia aveva verbi
dolorosi ma coniugati con amore
e liberi. Andando incontro alla deità
del mondo, avete tolte le maschere,
il nerofumo della gola, la polvere
dei calzari. Lo specchio era dentro:
voi, il mondo; vostra la deità, vostra
la Bellezza che detta ad occhi aperti.

*
I colori dell’autunno

Sogno 1

Mi si risveglia l’uva
di Fontanazza, il campo di frumento
punteggiato rosso, il paniere
con l’uovo sodo come un occhio
visibile a raccontare il cosmo.

Non s’assopisce la cruda verità
giocata con le foglie: gli autunni
andavano uncinando carni
vive al macero dei sogni
sovrapposti ad ogni alba.

Si rincorrono strade, speculari
alla malia di labirinti e visceri,
tutte assommando i batticuori
di metafisiche colombe,
tutte intonando in sintonia di grilli
filastrocche bambine e giovani
silenzi…
______Come mi si risveglia
il veliero di carta in orlo
di pozzanghera…
___________Già canterina
l’acqua, già degli dei covava
l’alito del petto increspandosi lieve.
Fumava l’erba cotta incensando
la preghiera del vespro: le mani
offrivano il sacro del giorno con tutte
le speranze. De profundis,
s’avviava la notte in turbinio
di stelle.
_____Rimembranza rafforza
il cuore. E il tempo, poi, che sembra
andato, in fermezza permane
di ginocchia e fronte alta. Così,
in incanto si muta l’amarezza
dei giorni e il passo non si nega
alla vita ma le va incontro
-deciso e dolce- guardandola
petto a petto ed occhi ad occhi

***

Il veliero di Costanza

Incipit

Ce lo porta nella conca delle mani, il sole mattutino, assieme all’anima pellegrina, lo sciame nutriente dei suoi raggi. Hanno attraversato la notte, caliginosa, mentre l’amante tutto ha offerto l’amore all’amata mordendole le labbra. Ciascuna cosa, ora, ciascun respiro, si è reso visibile e leggibile.

Odora di pane benedetto la parola del silenzio e il sangue che guizza nel risveglio è sapitore di vino: leggibili come tutto perché tutto è una scrittura. Fuori e dentro di sé.
“Toccami gli occhi, guizzo di luce, e nutrimi. Succhiami le labbra. Leggiamoci.”

°°°°°

Io so chi sono. E benedico il sangue di mio padre e il suo nudo silenzio; e benedico il petto di mia madre, giardino dove tutte le radici hanno il loro germoglio di forma e di colore, la loro sorgiva di lattemiele.

Il mio nome è Costanza.
Da poco sono entrata nel tempo e ho cominciato il sogno terrigeno di me stessa. Lo so: dentro l’anima ci sono tutte le stagioni della vita, ma il mio corpo è nella
primavera.

Sono nata in una Conca d’Oro, dove le arance luccicano l’alto mezzogiorno, mentre la pupilla della divina Kore apriva i germogli biancore in tutta la Valle dei Templi.
Le quattro porte del cielo sono aperte al mio sguardo ed ogni zolla, dove poggio i piedi nudi, è terraferma. Può avere, ogni zolla, posso darle qualsiasi nome: sempre è terramadre che nutrica e sostiene.
Qui, dove vivo, pietre bianche di marna e rosse di tufo parlano sottovoce di tutte le acque amniotiche che furono sudore dei padri antenati; qui, a voce alta si esprime ogni luce: del sole, del faro, di ogni cosa che si dona come una candela accesa.

Quando sono nata, la madre di mia madre mi ha guardato nella profondità degli occhi, là dove il fondale è terso e non vi sono increspature, e ci siamo infinitamente rispecchiate. Quel fondale è l’altrove. Non vi sono limiti, là, non vi sono separazioni.

Qui ed ora, in questo mio luogo e in questo mio tempo, prendo coscienza della mia unicità nella totalità. Della libertà. Della bellezza e dell’amore, che sono un’unica cosa, che sono la vita.

La madre di mia madre mi ha parlato di un veliero. Così, ha preso un foglio di carta come il quadrato del mondo e ha iniziato il gioco della forma.
Una barchetta, certo, ma immagino un veliero con gli occhi della mente. Su un corso d’acqua. Poi, la madre di mia madre ha alitato forte perché si avviasse un sogno.

E’ così che il veliero ha spiegato le vele, ha gonfiato il petto di tutti i desideri, ha avviato il battito, il ritmo con tutte le dicotomie, con tutto ciò che è complementare e che fa parte del vivere.
E’ così che incomincia una strada, non importa se d’acqua (di mare o di fiume), se d’aria (del minuscolo stornello o della magnifica aquila), se di terra (gugliate o ciottoli o impalpabili polveri a lastricare salite e discese), se di fuoco (pepite che si fanno strade, alta marea d’amore in cui tutto convoglia).

***

Libro sacro

Non ha bisogno di alcun libro sacro
la Vita
perché tutto è sacro. Si diffonde
in ogni creatura, in ogni cosa.
Non sei, Domina Divina, una persona
di carne e sangue: sei ogni donna
ogni creatura che ha vita, sei
ogni uccello, ogni pampino che respira.

Esistere è il tuo significato. Nel tutto.
Esistere è la consapevolezza.

Ti leggo, Domina: i fianchi e i seni
il collo e le caviglie sono terra e acqua
aria e fuoco e sono zecchino di spiga
una ciotola d’acqua per la sete che arde
la fiammata d’amore che giunge dagli abissi
dentro di te e fuori di te.
Ti leggo e sei musica
perché ogni opposto,

_______________Domine,
è in te
e lo senti complemento, lo senti
che consuona, lo senti Armonia.

Armonia si diffonde.

***

Azzurra: la Bellezza e il Sogno.

Azzurra.

_____Mi danzi nuda d’occhi sulla soglia dei versi nascenti e sei l’ape d’oro zecchino che fa mille giri di coda ad indicare un rito di polline e luce, metafore del succo dell’essere.

_____Mi insuffli la profezia del respiro, la sua sacralità nell’immolarsi a pelo d’acqua marina e farsi spuma. Quanta dignità, in questo toccarsi con dita mature, cielo e terre e acque…

_____Vestale della Bellezza: con inchiostro di papaveri scrivi una preghiera alla Dea: fai che ciò che già è, sia.

_____E canti. La soglia dei versi si fa cattedrale del poema alto del Sogno: venga il lampo del desiderio; si prepari la semente nella mano del contadino, si prepari il ventre dell’anima alla progenie che verrà: fragile come un fiore di mandorlo e forte come foglia di ficodindia. Il Sogno già è sapitore dei frutti maturanti al sole.

_____Bellezza e Sogno: calaze del Giorno e della Notte che s’avviano dal tuorlo rosso-amore del cuore fino a toccare il guscio universo, lontano un battito di ciglia soltanto.

***

Francesco: Alla Signora della Segretezza

_____Ho camminato tutta la notte con la luna: ne ho sfogliato l’immensità come una margherita; ho bevuto il suo latte, ho impastato un pane con la sua farina, e ne ho distillato la linfa bianca facendone il mio oro.

_____In lei sono le forze germinative così è che l’ho sublimata: per quaranta notti si è girata e rigirata sul fianco dell’amore. In lei la tenerezza: per questo, mentre le affondavo il mio turgore in ventre, sigillavo la sua simbologia nel mio petto. In lei la coppa, gran valle dove tutte le acque, correndo libere dai monti, confluiscono e s’acquietano. Con la sua resina e la mia saliva ho vivificato il lievito della crescenza di vita.

_____Mi ha donato l’interezza di se stessa ed io l’ho riconosciuta nel tempio del mio corpo di terra: la porto dentro, mia Anima, Anima mia. Divinità. Signora.

_____A lei, il mio Magnificat.

***

Dalla postfazione di Angelo Vita

La poesia di Ester ci permette un viaggio immersivo/emersivo che ha come password la parola che accompagna – da buona antenata – il lettore a scoprire quelle emozioni che solo l’artigianalità chirurgica del poeta sa evidenziare e farci apprezzare a partire dai suoi dettagli e dalle molteplici sfumature di cui spesso è ‘gravida’. È una particolarità che emerge in ogni rimando semantico. L’impronta mitologica che la segna funge da vero e proprio scalpello utile a dare senso alle forme informi incastonate nei labirinti dell’Es al di là e al di fuori delle prescrizioni di contesto che imbrigliano in ciascun verso il senso profondo che Ester rivela a partire dalla sua sensibilità, prima che di poeta, di donna/madre. […]

***

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Ester Monachino è nata a Realmonte (Agrigento) dove risiede. Ha, al suo attivo, numerose pubblicazioni sia di scrittura poetica che di saggistica nonché due romanzi e un testo di teatro per le scuole. Ha curato la prefazione di diversi volumi in prosa e poesia ed è inserita in numerose antologie poetiche e volumi d’arte. Critici autorevoli si sono occupati dei suoi scritti. Fra gli altri, nel 1986 ha vinto il premio “E. Montale” per l’inedito; nel 1998 il premio “E. Montale” per l’edito con il volume “Un rito di frumento”; nel 1999 il premio “Firenze” con il volume “Dedicato a…”. E’ stata inserita nel programma dell’edizione del 1999 del Festivaletteratura di Mantova. Presso l’Università degli Studi di Palermo è stata discussa una tesi di laurea sulla sua opera dal titolo “La lirica di Ester Monachino: tra effimero ed assoluto”.  Tra le varie opere di critica su di lei va attenzionato il saggio critico “La parola alchemica nell’opera di Ester Monachino” di Stefania Monachino, edizioni AICS. Ha focalizzato particolare attenzione sulla sua poesia,  nel maggio 2009, la trasmissione “Inconscio e Magia – Psiche” (RaiDue).


Alessio Vailati: La mappa del dolore

15 ottobre 2025 by

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“La mappa del dolore”di Alessio Vailati – Il ramo e la foglia edizioni 2025

La mappa del dolore” è un libro di poesie a tema civile che ripercorre importanti vicende storiche dalla Seconda guerra mondiale ai giorni nostri, affrontando argomenti come la guerra, la povertà, la discriminazione razziale, l’emarginazione, i flussi migratori eccetera. Si tratta pertanto di un libro attuale imperniato sulle immagini icastiche di trenta tragici avvenimenti che hanno segnato la Storia, immortalati in altrettante fotografie vincitrici del Premio Pulitzer. Pur essendo scaturiti dalle fotografie i testi mantengono una certa autonomia e si occupano del lato umano delle vicende narrate. Non si tratta di testi con giudizi di natura politica ed economica quanto piuttosto di un lungo racconto che getta lo sguardo sulla disumanità di quanto ci accade attorno, pur non toccandoci direttamente. Il titolo del libro sta a indicare proprio questo percorso, quasi un viaggio nell’inferno dantesco, così tristemente reale e documentato. Le vicende (le immagini) trattate sono trenta e il loro andamento è scandito attraverso un testo guida che si apre in ulteriori sei testi.

***

9. Un magazzino per persone, Jack Dykinga 1971

La vista rimbalza in rapidi scarti
– gira come una trottola impazzita –
distoglie il suo fuoco, svia nei reparti
dai corpi sformati. C’è una ferita
che svuota le menti. L’anomalia
vive laggiù in un eterno confino,
come se fosse un’oscura malia
un indecente castigo divino
a negarle il diritto all’esistenza.
E pure resta un concreto richiamo
alla sovrastimata intelligenza
che non sa dirci neppure chi siamo

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I.
Lungo i corridoi
sporchi e cupi che cosa
con speranza si prova
mai a cercare? Di noi
soltanto una smorfia
quando nei reparti la bocca
si storta al dolore come
in un girone infernale…
Sono qui abbandonati,
stipati in fondo ai reparti
gli sventurati, come cose vili.
Ma i nostri occhi inclini
a sviare il loro raggio
fra queste logore pareti
non hanno requie o scampo.

II.
Ai margini l’orlo della luce
eppure non inombra, non distingue
sopra le panche – stesa agli angoli –
la nudità dei corpi. Equanime
volge il lembo dei suoi raggi
lungo le corsie. Sulla coperta
tenta l’appiglio e nei panneggi
grinzosi dei volti appoggia
un tenero bacio, materna.

III.
Tarda è la mia mente,
mi hanno detto sempre
e resto appiattito nel letto,
accoccolato nel freddo
della mia nudità,
della mia miseria.
Chiuso nel pensiero
che non cade oltre lo scrigno
della corsia dell’emergenza
dall’estrema fragilità
del mio stelo.
E intorno lo sfondo è nebuloso:
solamente a tratti lo vedo
ma ancora non comprendo.

IV.
Li abbiamo stipati agli angoli
– oggetti da poco o soprammobili –
e abbandonati nei letti
senza coperte, ordinati
in schedari con il numero.
Si affaccia il loro aspro
sguardo ogni tanto fuori
dai loro volti deformati
dalla demenza, abbrutiti
in una smorfia strana.
Si consumano come reliquie
nell’offesa della dimenticanza.

V.
Sono sguardi assenti, in attesa
come treni dismessi in stazione,
con l’implacabilità di una resa
che non ha condizioni. Una disperazione
smemorante hanno negli sguardi
quasi fosse una cosa normale
quella forza invisibile, bestiale
che al loro destino li abbandona
e nel buio in fondo alle scale
li dimentica e li rifiuta.

VI.
Ho visto i corridoi stretti
che portano fra i perduti
con il loro male che confonde
nel labirinto delle corsie.
Ho visto orbite profonde
infossate nelle afasie
di anime spaesate.
Ho visto volti deformati
nel riflesso delle mie pupille
che rimpicciolivano per non vedere.

***

Da una intervista all’autore:
 
«La cifra compositivo-stilistica dei miei versi è caratterizzata da equilibrio e armonia, e dalla ricerca costante di musicalità, nel solco della tradizione. Mi è caro l’utilizzo dell’endecasillabo e provo a lavorare sul lessico, cercando di utilizzare un’ampia gamma di vocaboli, anche desueti, studiandone l’etimologia e, a volte, “forzando” costrutti e campi semantici. In La mappa del dolore, trenta fotografie vincitrici del Premio Pulitzer vengono raccontate attraverso uno schema particolare: per ogni immagine ispiratrice una “poesia-quadro” introduttiva, rigidamente strutturata (con uso di endecasillabi e di rime), apre il varco a successivi sei componimenti in versi liberi, sempre caratterizzati dall’attenzione al ritmo e alla sonorità. Negli ultimi anni ho cercato di limare i tratti più oscuri ed ermetici dei versi, mascherando la complessità dei significati sotto una superficie più chiara, quindi apparentemente più semplice e razionale. […] La mappa del dolore vuole dare alla poesia un respiro più ampio, attraverso i luoghi del mondo e i momenti storici più diversi: il libro ci racconta del dolore delle guerre, di emarginazione, di sfruttamento, di flussi migratori, di violenza, di malattie fisiche e mentali, di povertà estrema e di calamità naturali… Ci ricorda il destino di alcuni popoli colpiti da eventi tragici e anche di storie individuali inserite in un particolare contesto di interesse collettivo. Il tentativo è quello ambizioso di provare a smuovere le coscienze e ridestarle dal torpore paralizzante in cui sono invischiate.»
 
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Alessio Vailati è nato a Monza nel 1975. Laureato in giurisprudenza, ha pubblicato diverse raccolte di poesia: L’eco dell’ultima corda (Lietocolle, 2008), Sulla via del labirinto (L’Arcolaio, 2010), Sulla lemniscata – L’ombra della luce (La Vita Felice, 2017), Piccolo Canzoniere privato (Controluna, 2018, finalista al Premio Marineo), Orfeo ed Euridice (Puntoacapo Editrice, 2018), Hirosaki (Lietocolle, 2019, plaquette), Il moto perpetuo dell’acqua (Biblioteca dei Leoni, 2020), Lungo la muraglia (Bertoni Editore, 2020), Luci da Oriente (Nulla Die Edizioni, 2021).  Collabora nella redazione di una rivista letteraria ed è fra i curatori della silloge poetica L’eterno presente – Poesia d’amore e d’altri mondi di Silvano Agosti (Edizioni del Foglio Clandestino, 2024). Alcune sue poesie sono incluse nell’antologia Il verso è tutto. I nuovi lirici (Edizioni Croce, 2024, introduzione e cura di Silvio Raffo). Per la narrativa è autore del romanzo Ninfa alla selva (Robin, 2024).
 
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immagini dal sito Historical Photographs of the World
https://historicalphotographsoftheworld.blogspot.com/p/pulitzer-prize-winning-photos-1942-2011.html

Piero Saguatti – Planimetrie esistenziali

7 ottobre 2025 by

PLANIMETRIE ESISTENZIALI
(L’inconsapevole assuefazione a questa cifra)

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L’esistere dell’uomo compenetra inevitabilmente i luoghi e ad essi vincola le proprie esperienze.
Si configurano dunque tracciati ideali che collegano le emozioni là dove si manifestano corporalmente. Gli stessi luoghi diventano scenari storici di manifestazioni umane collettive o di semplici ma indissolubili memorie individuali. La raccolta poetica sfrutta a volte luoghi noti e personaggi iconici per amplificare questa percezione, che trasforma il vivere in una sorta di mappatura virtuale, in una specie di planimetria esistenziale di raccordo, alla continua ricerca delle sue proporzioni.
A qualsiasi latitudine e tra le più disparate acrobazie, si dilata ogni strategia umana di sopravvivenza alla precarietà, che sottende l’inconsapevole accettazione degli eventi.
Durante lo sforzo richiesto all’uomo per aderire ai flussi, il tempo tiranno continua a farsi largo senza ammettere recuperi o ricorsi, poiché alle medesime coordinate confluiranno sempre dinamiche diverse. Ogni luogo menzionato all’interno della raccolta, che sia piazza, città, casa, giardino, negozio, incrocio o metropolitana, funge da sfondo alla metafora comune e contestualizza la vulnerabile condizione umana in diverse declinazioni. Ogni creatura consapevole che abita in qualsiasi angolo di mondo, si interroga inevitabilmente sulla temporaneità dell’esistenza mutevole e matrigna, facendo i conti con le proprie scelte.

                           

                             

Sbandamenti

                                     

le sequenze irreversibili oscillanti

carta abrasiva

le giostre

anche quelle di Disneyland

hanno un difetto solo

la nausea

provata in auto da bambino

la carta stagnola luccicante

che pensavo un tempo valesse quanto l’oro

le giornate si allungano a dismisura

quando si perde la paura di star fermi.

Ci vediamo più tardi al bar del Centro commerciale

per un caffè, per dirci cose

che è un lavoro certosino e quotidiano costruirsi

diventare un insieme

appartenersi poco a poco attraverso le parole

adesive, più di un bacio a francobollo

per certificarsi pur senza garanzie di alcun rimborso.

                                        

                                      

                                    

È passato l’ultimo autobus della sera

                                           

davanti al neon blu del tabaccaio

la prostituta in anticipo rispetto al richiamo dell’ormone

sfida il suo destino delirante

e chissà mai se riesco almeno questa volta a intuire

cosa farà stasera dopo cena

se inizierà a leggere un libro giallo con il suo mostro nero

se troverà un senso compiuto alla parola fine.

                             

       

                                                      

Un pezzo del mai più di quel per sempre ormai fossilizzato al centro del percorso

il primo amore fu un dinosauro verde coi denti da carnivoro e la pelle repellente dalla composizione delle ossa è certo appartenessero a un giovane esemplare senza testa ma con un grande cuore e gonfio da scoppiare.

                                             

                                         

                                                         

                                                             

ImagePiero Saguatti (Bologna 02/08/1963); artisticamente nasce giovane cantautore, ben prima discoprire il fascino dei versi frequentando il Laboratorio di Parole, grazie ad alcuni noti maestri emiliano-romagnoli. Il momento creativo rappresenta per l’autore la fase più gratificante del progetto, l’ispirazione che si materializza, traducendo l’intima voce in opere tangibili e condivisibili.

Che siano quest’ultime poesia o testi di canzoni (su cui si esercitava un tempo) egli le considera spesso similari in musicalità e per sintesi strutturale. L’obiettivo dell’autore è quello di coinvolgere il lettore su diversi piani sensoriali, portarlo con sé lungo la medesima suggestione. L’arte tutta poi diventa assuefazione, una sfida continua a sentirsi strumento di ispirazione, risultante dall’incontro fra il sé profondo e l’attenzione verso il mondo esterno. Pubblica: “Il peso degli istanti” 2017 Fara editore, “Un bambino anni sessanta” 2022 Epika edizioni.

Alessandro Angelelli – “Attraverso i miei occhi” – nota di Rita Bompadre

16 settembre 2025 by

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“Voglio vivere nella fragilità di una stella cadente, /immerso nella bellezza di un fiore, /fino a quasi soffocare di primavera.”. L’invito di Alessandro Angelelli, nella sua raccolta poetica “Attraverso i miei occhi” (La Corte Editore, 2024 pp. €14.90) è ad accogliere tutto quello che è fonte d’ispirazione, farne un dono che arricchisce il mondo interiore con la generosità delle immagini, la bellezza disarmante della vulnerabilità umana, l’abbraccio sincero e incondizionato delle emozioni. La poesia di Alessandro Angelelli è una celebrazione autentica dell’essenza dell’anima, cattura fotografie del tempo, nell’immediatezza della percezione esistenziale sull’origine materiale e spirituale dei sentimenti umani, definisce la memoria della nostalgia lungo l’itinerario commovente e confortevole dei versi. Alessandro Angelelli ritrae l’inquadratura malinconica delle attese, registra la congiuntura delle parole tra sospensione e conferma, gli scenari ospitali del quotidiano in una visione che identifica il ricordo come intima necessità nel rapporto con l’essere, vincolando il legame dell’identità tra le associazioni affettive e le dimensioni dell’immaginario. Elabora l’inafferrabilità del dolore e lo trasforma in tramite di risanamento, celebra, attraverso il significato evocativo di ogni esperienza, la dimora dei luoghi come residenza del confine conoscitivo, compie il tragitto verso la consapevolezza, nell’intenzione di coltivare l’equilibrio e l’attenzione al momento presente. L’autore invita il lettore a vivere appieno l’intensità di ogni tempo, accogliendolo nella sua espressione miracolosa di scoperta, nell’incanto di ogni risposta oracolare, accetta l’incertezza e l’imprevedibilità della vita, riuscendo a tramutare la natura delle tensioni in occasione di confronto e di crescita individuale. L’esercizio poetico ristabilisce la cura dalle ferite profonde, allena il percorso dei desideri lungo la strada delle possibilità, ripercorre l’ordine di un pensiero poetante che si orienta nella condivisione della carezzevole asprezza della vita, nelle decisioni necessarie per fronteggiare l’esitazione e l’instabilità del presente. “Attraverso i miei occhi” guarda alla promessa di esplorare e capire il mondo in cui viviamo, fortifica l’empatia, amplifica lo sguardo sull’eredità di un legame inestinguibile tra l’uomo e l’ambiente, inteso come territorio del sentire e contesto di formazione emotiva, sulla tradizione letteraria di un dire originario che decodifica la ricostruzione della propria dimora affettiva. Alessandro Angelelli intuisce, focalizza e metabolizza la spontanea ed esegetica vocazione della poesia, interpreta la materia antica dell’amore, nelle sue alchemiche stagioni, nella corrispondenza felice dei ricordi, nella drammatica lacerazione spirituale del distacco. I versi incidono sulla pagina il coraggio intimo, personale della confidenza introspettiva, indicano la direzione del tragitto catartico di crescita e di maturità, rappresentano il riflesso dello spazio bianco della scrittura, riempito dall’incanto di una sincerità linguistica che approda apertamente al cuore del lettore. La capacità di accordare la linearità espressiva e la sensibilità raggiunge ogni parola carica di significato e di appartenenza, ogni osservazione sulle suggestioni sfuggenti delle voci familiari, in bilico sulle incognite della vita. Conquista, tra frammenti e silenzi, la superficie dell’invisibile, simbolo di meditazione poetica e della trama imperscrutabile del ritorno.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”  

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Attraverso i miei occhi

Guardati attraverso i miei occhi,

loro non vedono quei difetti,

il grigio che ti accoglie appena desta.

Guardati e non pensare al tempo

che si rifiuta di passare

salvo poi ingannarti.

Cancella le tue insicurezze,

i sensi di colpa e le scelte errate,

perché nulla è come credere.

Gli amori più belli

sono quelli non compiuti,

quelli puri, immaginari.

Sento le tue labbra fredde ora,

ma non ti sveglierò,

continua a immaginare,

attraverso i miei occhi.

————————

Voglio perdere tutto

di questa calda estate,

per poterti ritrovare.

————————-

La maschera

Sogni sotto quella maschera,

tu che non hai potuto,

o voluto

o forse non avevi immaginazione,

nonostante i tuoi sguardi

e quello che raccontano;

giaci sotto la cenere

del tuo passato.

Melanconia e brace viva,

pronta a crepitare felice,

ravvivare, bruciare

con tutto l’impeto possibile,

per raccogliere quella parte di me

che non esiste più

e attende una clemente menzogna.

————————-

Voglio vivere nella fragilità di una stella cadente,

immerso nella bellezza di un fiore,

fino a quasi soffocare di primavera.

———————-

Perfette melodie della natura,

risuonano tra i nostri silenzi.

Sento il vento e il tuo respiro.

———————-

Prima di amare e vivere

ho accolto il dolore,

come il più amato dei fratelli.

Alessandro Angelelli nasce a Terni, in Umbria, il 30 giugno 1968. Dopo alcuni anni passati nella regione natale e nelle Marche (regione della quale è profondamente innamorato), il padre, Guglielmo, viene trasferito per lavoro in Lombardia, dove Alessandro risiede, con la propria famiglia, nella città di Monza. Laureato in Economia Aziendale, è attore teatrale con oltre vent’anni di esperienza. Autore del libro “Metallo Pesante” (L’erudita, 2022), e di “Attraverso i miei occhi” (La Corte Editore, 2024).

Antonio Sambiase – “Grate alle finestre”

8 settembre 2025 by

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“Grate alle finestre” è una raccolta poetica che indaga l’animo. Tramite i versi ci si interroga sul senso di esistere e sul modo di affrontare le asperità della vita. Si configura come una raccolta di poesie, alternate a qualche pagina di “diario”, i cui versi danno vita a strofe a volte dure e realiste, e a volte razionali e malinconiche.

Le “Grate”, richiamate dal titolo della raccolta, rappresentano metaforicamente la chiusura emotiva, l’immobilità fisica, la claustrofobia che spesso viviamo quando ci troviamo chiusi tra le mura di casa, dove le finestre, le porte, le grate alle finestre non sono altro che delle sbarre fisiche e metaforiche che delimitano e limitano lo spazio di azione e lo spazio vitale dell’essere umano. Ci si ritrova così in una stanza qualsiasi e ci si abbandona all’immaginazione, alla solitudine e a ogni sentimento che attraversa il corpo e popola l’animo.

Masochismo

 

Godi nel sentir

Le catene pesanti

Ad ancorarti alla tua misera vita.

Apnea

 

Ho un respiro pesante

Me lo porto dietro da ore.

Inizia con un doppio

Colpo sul petto

Per trasformarsi,

Un attimo dopo,

In una mancanza totale

Di ossigeno.

Affogo, vado in apnea.

Un secondo dopo,

È già tutto passato.

Lava

 

Mani aride,

ruvide.

Sono di piombo,

Pesanti.

Sono di ferro,

Fredde.

Sono di cemento,

Grigie.

Sono di fuoco,

Spietate.

Al mio toccare,

Le cose care

Divengono cenere.

Sono lava che arde

Sono lava che distrugge

Sono lava che tutto

Immobilizza.

Dispnea

 

Quello spiraglio

Oggi si è chiuso.

Mi ritrovo di nuovo

Ad annaspare.

A cercare di sopravvivere.

Ho provato a respirare

Ma la boccata

D’ossigeno, altro non è

Che dolore.

Antonio Sambiase è nato l’08 settembre 1993, in un piccolo paesino della Calabria: Parghelia; oggi vive a Roma dove ha studiato e dove sta lavorando. Nel 2018 si è laureato in Filologia Moderna presso l’università di Roma “La Sapienza” e nel 2020 si è specializzato in biblioteconomia presso la Scuola Vaticana di Biblioteconomia. A ottobre 2022 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie dal titolo “Momenti” presso l’editore “Controluna”, nel 2025 ha vinto il Premio Nazionale di Poesia inedita “Ossi di Seppia” nella sezione “Premio Speciale della Giuria” come “Miglior Autore Regionale”- Regione Lazio con la poesia Come l’acqua e a luglio 2025 è uscita la sua seconda raccolta poetica “Grate alle finestre” edita da “Edizioni Dialoghi”.

Nel tempo libero si dedica alla scrittura, alla lettura e a viaggiare, cercando l’ispirazione in nuovi luoghi.

6 luglio 2025 by

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Linda Miante, Piccola Biografia Di Periferie, prefazione di Andrea Galgano

27 giugno 2025 by

A chi parla la voce di Linda Miante? Dove si situano la sua decisa profondità, la spezzatura terragna dei suoi cromatismi, gli inciampi dei suoi culmini che tremano e i suoi meridiani di ombre?
Sembrano solstizi che invocano una pienezza di tempo, un’andatura decisa che si ferma sulle soglie per contemplarle, farle proprie, raccogliere memorie, attimi, incontri, balzare nelle fughe e
sospendersi in sinestesie di elementi: «Decora con mani di sabbia il crepuscolo la luna, / che dal mare ci allatta coi suoi fianchi prosperosi / e dona caviglie su cui ancheggiano i templi. / Cadono
calcinacci calpestati da un superstite / di salsedine vestito. / Al gharb il molo dei naufraghi, / ancorati a lacrime straniere, / di bastimenti e diffidenti bestemmie. / Tornerà a casa, il sangue
versato? / Ma da che parte del mare / se non in un riad marocchino, / in un circo, / in un ventre caldo?». Nella sua voce sfrontata e personalissima, Linda Miante crea attraversamenti e umidori e nelle sue descritte zone impervie realizza una compattezza che smaterializza e feconda ogni oggettività, entrando nei contrasti: «Io sono i miei passi / e infestata da un pugno di sguardi / mi inseguo. / Guardo nelle finestre / sferzate da barbareschi venti / e penso a chi vorrei essere, / ma muri lanciano anatemi scritti con le dita. / La mia città è invisibile abisso / tavolozza di colori improbabili che rotolando, / riverberano nel solletichìo degli scafi. / Gioisco di imminente notte a coprirmi / un attimo prima di colpirmi». Nella poesia non esistono i non-luoghi, come le periferie. Perché esse, pur essendo tali, diventano centro. Ogni angolo, anche sperduto o abbandonato, ogni concentrazione urbana, per citare le parole dell’autrice, diventa segno, simbolo, gesto, apertura del
mondo. E così le dispersioni e le ultimità splendenti e ombrose liguri diventano un punto di soglie di grazia, qualcosa di metamorfico, orizzonti che si rivelano e si richiudono come solchi ed estati solenni: «Metamorfosi di falene d’alzano con ali di cemento armato / nei cortili dei padri. Palazzi feroci e sdentati / pensano a sbudellarmi come una triglia, / ciechi come statue, / penetranti come
galassie». O ancora: «Vicoli, / vicoli scultori di scheletri / ubriachi di saliva e puttane, / invecchiati di tabacco. / Gocciola il seme del veliero minaccioso / dei vagabondi ostaggio. // Svolto l’angolo / e si apre una piazza sudicia: / trafficanti di latta e passaporti al caffè / lampeggiano sotto la luce al neon / lacerata dal fumo di iodio. / Osteria. / Altrove, / lumini di bicocche in processione / indicano strade invisibili di giorno, / ma fari nella foresta di meschite dorate».
Nel continuo rimestarsi di ombra e luce tenera di chiarore delle vite, dei luoghi, dei volti, propri o altrui, resta la salda opposizione, come un avviso, di amore e morte, che costituisce l’affronto, lo
sfondo sfrondato del battito inesorabile dell’esistenza, dove le città assomigliano a un interstizio contrario e, allo stesso tempo, glorioso dell’anima, dove tutto diventa segno di agone e di tempo
vissuto e arruffato. Pertanto, Linda Miante compie una metaforizzazione di ardore e tenebra, tempo e necessità (nel suo significato greco), che non toglie presenze e dove la tensione dell’inconscio cognitivo è suprema. La sua oscurità vellutata, le caligini, le ordalie, le notti di treni e di passaggi divengono il silenzio di elementi segreti che colgono luce di penombra sulle cose, dove finalmente, nella fame dello sguardo cogliere una insondabilità invincibile. Andrea Galgano

 

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Linda Miante, Piccola Biografia Di Periferie, De Ferrari ed. 2024

 

IL SENSO DELLA PIETRA

Arancione di terra
ed ebbre colline
l’odore del gregge
veleggiava sul Maestrale
tra francobolli di casupole
dal giorno e dalla notte le più lontane.
Tarantolati culti dissipavano
dei naufraghi le lusinghe mediterranee.
Non s’era mai visto un giorno come quello.
Sentivo le preghiere delle travi
chiamare una nuova incudine,
un nuovo martello
con lacrime piegate
sul fuoco di nuovo acciaio.

*
ADDIO GIORNO PIÙ ANTICO

Tu nascondimi il sole,
oltre il vortice del meridiano:
sono i fianchi che bruciano la carne
e il pietrisco lungo i pendii.
Sono le porte lattiginose
che non placheranno questa arsura.
Sono un frate stilita
avvolto nelle onde magnetiche
e sono uno specchio che riflette
i raggi di un tempo immobile
e per sempre rinnovato.

*

IL VARIARE DELLE OMBRE DÀ FORMA AL TEMPO

Cantami Diva,
l’inaudita violenza dei tetti di lamiera
che annacquano sputi di nuvole
e degli indovini rubano gli inganni
nel tramonto arrugginito dal caldo.
Se Dio in persona spalancherà le fauci
duramente svelandosi, io lo pregherò
– piedistallo nel chiacchiericcio delle rane
e con un esercito di sterili grembi
sarò sua sciamana di cattive abitudini.

*

ARCHETIPO MEDITERRANEO

Decora con mani di sabbia il crepuscolo la luna,
che dal mare ci allatta coi suoi fianchi prosperosi
e dona caviglie su cui ancheggiano i templi.
Cadono calcinacci
calpestati da un superstite di salsedine vestito.
Al gharb il molo dei naufraghi,
ancorati a lacrime straniere,
di bastimenti e diffidenti bestemmie.
Tornerà a casa, il sangue versato?
Ma da che parte del mare
se non in un riad marocchino,
in un circo,
in un ventre caldo?

*

ImageLinda Miante nasce a Savona nel 1995. Durante e dopo la laurea in Lettere Moderne all’Università di Genova, si dedica al giornalismo. È stata inviata di un’emittente televisiva ligure e attualmente si occupa di comunicazione istituzionale, musicale e culturale, oltre che di organizzazione di eventi. La raccolta “Piccola biografia di periferie” è la sua prima pubblicazione.

Mara Limonta – inediti

4 giugno 2025 by

‘Ho pensato tanto a che cosa sia la poesia, se la parola abbia un senso, un significato a chi scrive, o semplicemente legge, distrattamente o no, non importa, ‘mi piace’ ‘non mi piace’, dice, ma il pensiero rimane, nero su bianco, qualcosa resta, ricordo di un attimo, calore od infamia, opera in noi, vago scompiglio ma rimane, bene o male fiorisce, cresce, da’ cultura .
Tracce di me: giovane insegnante inesperta, media statale nell’interland disagiato di Milano, cercavo di spiegare che cos’è la poesia ai ragazzini, ‘dite di voi con pochi pensieri, immaginate’. Gracile ossuto, sempre malato, ha scritto poche righe ed è andato via, era finita la lezione.
Ed ho letto in poche elementari frasi un oceano di disperazione, il suo ‘io’ infelice e quieto : era Poesia, era specchio di me.
Ecco, io non so cos’è o cosa non è la Poesia: so che era quel bambino, l’essenza del suo spirito, di tutte le persone che ‘fanno poesia’, che si guardano dentro e si salvano.
La poesia è liberazione’

                                                                                                                                           Mara Limonta

 

                                                  

Ricordo tutto,

tutto mi ricordo

– gialli fiori di vita

il gelo che s’ impunta

sola nel sole vittorioso,

le mie carte freddo

d’ invidia tra colleghi

e fretta nel cammino,

incontrarti svanito

– astanteria provvisoria

imbarazzato sguardo

nel medico impaziente

– ora di stacco per lui,

di partenza siderale per me

– muri scrostati un gatto inesistente

alla finestra – io non l’ ho visto mai

aprire la porta e togliere il disturbo,

obolo di Caronte – eterno silenzio

per noi vivi – anni dopo

scheletro magro con l’ abito di festa

nel tempo sacro del ricordo

the’ caldo per scaldarsi ma sentirlo

– disuguale

sorride lui e via,

per sempre liberato.

E di primavera il fiore

qui ti aspetto

                             

                           

                       

                               

Il soffio di vita

-l’hai sentito tu ?

E’ un grido sgraziato

di dolore sopito

mai perdonato

solo prosciolto

salvato

– agnello di Pasqua

nel mondo che strazia e assolve

un bimbo che sogna.

E dopo la pioggia

il sole che ride

                                                           

                           

                                                           

                                 

In/atteso,

immobile scatto

dinamico di folle

gabbiano esitante

– in lama d’ orizzonte,

ed in lui siamo noi,

intridere nudi

– intatti rinascere

nell’ abbraccio

contaminato,

al mondo venuto.

È questo l’ amore?

                                                            

                                   

                                       

                                   

Volevo dire

proprio di poesia,

lettere sei

di cruciverba eccelse

e come si fa,

e come si disfa

o si distrugge

– si fa guerra.

Non so

– e non voglio

sapere

forse la dama

che silenziosa ride

nella torre antica

lo sa

e tace.

E questo basta

                                       

                                   

                                     

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Ricercatrice universitaria e insegnante , Mara Limonta ha editato tre sillogi poetiche (‘#Oro’, ‘  Sogni – Poesie & Disegni’, ‘Horae Paganae’) una raccolta di racconti , ‘Mia ed altri racconti’ , ‘Mirabilia’ (Italia Medievale Ed.) quattro leggende di storia medievale, la piccola silloge ‘Essenze di vita’ (Vitale Edizioni) , a fine 2025 pubblicherà ‘Baravantan’, romanzo d’amore e leggende nelle valli di Lanzo.

Ha partecipato e vinto concorsi letterari (tra cui il ‘Premio Internazionale Letterario e Fotografico Sentieri DiVersi ‘ (2018) ed il ‘Premio Internazionale Le Occasioni’ (2024) . Alcune liriche sono state segnalate dalla rivista ‘Buonasera Taranto’ , ‘Nova – Rivista d’Arte e di Scienza’ , da  riviste letterarie ‘Lo scrigno di Pandora’, ‘Oltre le Colonne’, ‘Cultura Oltre’, ‘Also Sprach – poetry’s and speaker’s corner’ , ‘Collettivo Culturale TuttoMondo’ e ‘L’Altrove – Appunti di poesia’

Quartine, di Gabriele Giuliani. Nota di lettura Rita Bompadre

13 Maggio 2025 by

 

L’Uno diventa Due, /i Due diventano Tre, /e per mezzo del Terzo/il Quarto compie l’Unità” (Maria Profetissa) Questa intestazione appartiene a “Quartine” di Gabriele Giuliani (RPLibri, 2024) ed esprime nel contenuto il pensiero alchemico che contraddistingue l’intero orientamento del libro. La poesia di Gabriele Giuliani scompone l’interpretazione esoterica e simbolica dei segreti dell’esistenza umana. La seducente intonazione dei versi insegue il desiderio del poeta di abitare i sentimenti e di trasformare la percezione compiuta dello spirito, collega l’ascendente enigmatico delle parole all’antica sapienza di esaminare il significato filosofico del numero, inteso come principio di tutte le cose, di identificare ogni entità del reale in una relazione riconducibile alla natura del numero e alla sua stessa sostanza. Gabriele Giuliani analizza la propria visione del mondo attraverso l’iniziatica descrizione di ogni impressione vitale, il vincolo ancestrale e perfido tra anima e corpo, illustra il requisito della conoscenza come strumento speculativo di ricerca interiore, contempla il mutamento occulto delle emozioni, sperimenta l’oscillazione contrastante dell’equilibrio e l’inquietudine incalzante nella psiche umana, elabora l’identificazione del caos, dirige l’armonia cosmica, riconoscendo la purificazione dello spirito nel divenire, disgiunge l’essenza primordiale in un paradigma riflessivo di comunicazione e di comprensione con l’universo. “Quartine” suggerisce la suggestione del numero quattro, ricco di affascinanti definizioni nel mondo della numerologia per la sua consistenza perfetta, l’elemento rappresentativo, punto di riferimento determinante. Gabriele Giuliani circonda di un’aura impalpabile e ipnotica il rinnovamento della consapevolezza, addensando di luci e di ombre il proprio cammino di estensione emotiva, emana le introspettive tematiche della sua opera poetica con l’espediente complesso e intellettuale delle metafore, il carattere geometrico della decifrazione, le proprietà ascetiche e misteriose dei rimandi letterari, la radice impenetrabile e indecifrabile dell’indagine poetica, il sostegno attendibile della ciclicità del tempo, svelato all’incarnazione catartica degli avvenimenti. Il libro concede al lettore una lettura analitica stimolante, foriera di autentiche esortazioni per sostenere la superficie fertile della vita, accompagnare le inclinazioni dell’inconscio, gli interrogativi esistenziali, l’insinuazione istintiva e la certezza razionale, la spontaneità della bellezza. La scrittura di Gabriele Giuliani rivela il disorientamento fatale del destino, impresso nella necessità inalterabile di ogni legge di natura, traduce l’efficacia esclusiva della coscienza, l’indicazione prospettica dell’universo e della materia. Attribuisce all’esperienza del sentire la prima, persuasiva indicazione assimilabile all’evocazione animista, illumina le intuizioni dell’anima, segue l’incantesimo del poeta che percorre un prodigioso cammino elegiaco, offre fascinose e visionarie corrispondenze nel mezzo espressivo, nel criterio esplicativo, piegato alle esigenze del trascendentale, parafrasando i passaggi cognitivi come l’ispirazione, lo stupore, il presagio e la sensibilità. Gabriele Giuliani dona l’accordo ai suoi versi con la saggia versione dell’archè, componente originaria della realtà, infiamma la dicotomia tra essere e apparenza, oltre la sensazione della decadenza, nella vocazione linguistica dell’origine artistica.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

*

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Discorso estivo

 

Evapora il vecchio apparecchio,

si lasciano andare le parole disidratate

e nel mondo senza senso:

la rubiconda tipografia d’un discorso alla carne.

*

Pioggia

 

Come le ali d’una tortora

lo scricchiolio del tetto

racconta la prima goccia

che ha disegnato la linea dei monti.

*

Stelle nel vigneto

 

Le nuvole affamate

divorano ottantotto grappoli di cielo

e sulla gelida terra

s’accende un firmamento

*

D’estate non si muore

 

Le notti spiaggiate, madide di stelle, svelano il senso.

Con le nuvole che costruiscono castelli di sale

e la schiuma-fiore-di-mirto che rinasce col sole

una voce canta l’inizio che discende dall’acqua.

*

Il consiglio di Antonia Pozzi

 

Socchiudi l’arco delle palpebre,

lascia andare lo sguardo verso

bianche sponde, la luce d’un mare mosso

in un verde ipnotico di fronde.

*

Refrain

 

Comunione e condivisione:

rapsodica visione ombra d’illusione,

sogno d’espressione d’una vita

assimilare alla sillabazione.

*

Ombre teatrali

 

Assetate dalla luce d’una nuova scena

non sanno mai

che lo spettacolo allestito

è finito con l’arrivo del sipario.

*

Doplero

 

Nel buio della stanza accendo una sigaretta

per vedere fiocamente

per giocare con la mente

e capire se ricordo tutte le tue linee.

*

Raccoglitore

 

No, non sono fogli. Sono giorni e giorni.

Giorni che fanno anni e anni.

Anni che fanno una vita.

Vita vissuta dentro e fuori, sui fogli.

*

Gabriele Giuliani: definire se stessi è sempre un compito arduo, mi limito quindi a descrivermi come un sognatore che ama creare e scrivere storie, pubblicarle tramite i miei libri e, in alcuni casi, aiutare altri autori a scrivere le proprie. Come è facile immaginare, la mia passione ruota attorno ai libri e alla scrittura. Dopo una laurea in Scienze dell’Educazione con indirizzo “Esperto dei processi formativi” e svariati lavori nell’ambito della formazione, il resto del mio tempo lo dedico ai libri e al mondo che li circonda. [..] continua qui