Sul piano esistenziale, perché perdo tempo a scrivere queste cose? Non lo so neanche io, probabilmente ho interrotto qualche attività ancora più stupida. È vero, lo stanno scrivendo in tanti, c'è un centro che si crede moderato e che invece sta amplificando gli stessi contenuti della destra, regalandole un'egemonia che i suoi cosiddetti intellettuali mai avrebbero saputo costruire (i veri intellettuali di destra non sono Giuli o Veneziani, ma Galli della Loggia, Cazzullo, Mieli: davvero, sentiteli parlare, ormai si odono in sottofondo le marcette). È vero, ma è comunque un fenomeno circoscritto a quelle poche migliaia di persone che ancora scrivono e addirittura leggono i giornali. Dopodiché se pure la destra vincerà le poche elezioni che ci restano, non sarà certo per il frizzante contributo di tutti i pachidermi che stanno montando sui vagoni di coda. È una curiosità, probabilmente stimolata dall'algoritmo che appena apro un social mi mette sotto il naso questi poveri borghesi declassati coi loro ragionamenti sempre più stereotipati, affinché io reagisca... come? Forse producendo un'altra lenzuolata di testo come questa, maledetto algoritmo, mi hai fregato anche stavolta. Stiamo tutti girando sempre più veloce, me compreso, e osservarli mi fa passare il tempo; non credo che questa pratica di osservazione mi salverà, anche se al personaggio di Poe, ora che ci penso, succede.
Leonardo
Donate all'UNRWA
Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi
Pages - Menu
venerdì 16 gennaio 2026
Il mainstream nel maelström
mercoledì 7 gennaio 2026
Il Cristo in croce in classe
il Cristo è una precaria alla lavagna,
l'alunno in quarta fila che si bagna
di sudore sotto il suo turbante.
Il Cristo in classe ormai ne ha viste tante,
finché l'hanno coperto con la Spagna
Politica – il Cristo non si lagna
se un chiodo sbuca ad ovest di Alicante.
È stato fermacarte e tirassegno,
e ben più di tre volte è già caduto
prima di esser deposto nel cassetto.
dei Cieli è giusto a un tiro di gessetto.
martedì 6 gennaio 2026
I santi, non fateli in patria
venerdì 26 dicembre 2025
Visto qualche bel film di recente (2025)? (Seconda parte)
[Titoli di coda]
"Beh che bello! due ore e mezza mi sono passate in un attimo".
"Eh, è un film d'azione".
"Ma di solito i film d'azione non mi piacciono".
"No, è che di solito non li guardi".
Credo che se si potessero trasformare tutte le nostre recensioni di One Battle in linee grigie, e si potessero sovrapporre tutte queste linee in un campo semantico, nella regione nerissima di questo campo potremmo estrapolare la frase "mi è piaciuto tantissimo, ma non è un capolavoro", il che è interessante – perché un film che ci piace tantissimo non dovrebbe essere un capolavoro? Cos'è poi un capolavoro? Per gli americani, che tendono a ragionare per generi in quanto compartimenti stagni, è un genere come un altro. Un giorno hai voglia di vedere un horror, un altro giorno una commedia, un giorno un Capolavoro. È un genere praticato da determinati cineasti che devono cospargere i loro film di elementi distintivi, affinché sia chiaro a tutti che è un film del genere artistico, del genere capolavoristico, Woody Allen per farla breve li chiamava "film europei", e mi domando se lo abbiano mai informato del fatto che anche il 90% della cinematografia europea è robaccia senza pretese. I film-capolavori ultimamente li fa Lanthimos, però fino a qualche anno fa li faceva anche P T Anderson. Stavolta però la Warner lo ha coperto di denaro per fare un film d'azione, e Anderson l'ha fatto senza grossi problemi perché lui, a pensarci, è sempre stato uno che crede che l'azione possa sostituire la parola (tutti i cineasti dovrebbero esserlo, ma lui più di altri).
Il film "non è un capolavoro", non ci prova nemmeno, non presenta quegli elementi stilistici che ci dovrebbero pensare Ok è Arte, o almeno Ok è P.T. Anderson, il geniale regista del Petroliere eccetera. No, è una storia, abbastanza semplice, raccontata per immagini in movimento. Il fatto che possa avere alla fine un decente riscontro commerciale è una buona notizia per Hollywood, perché la Warner – che più di altre produzioni è rimasta impastoiata nel filone superomistico, senza quasi mai tirarci fuori i soldi che avrebbe dovuto tirarci fuori – per una volta ha provato a fare qualcosa di diverso: niente omini in costume, niente Proprietà Intellettuali da rispolverare e mungere fino all'esaurimento, bensì ha preso un Autore e invece di chiedergli: fammi le tue cose da Autore, fammi le tue solite robine firmate che magari mettiamo in coda al botteghino il 70% dei nostalgici di Magnolia, gli ha chiesto: hai una storia? Vuoi farci un film con un grosso budget, ovvero attori importanti (ma tutti un po' stagionati, quelli che sono riusciti ad aggirare il medioevo supereroistico), però di cassetta, senza personalismi, con un grande movimento ma anche qualche spiegone qua e là perché la trama sia compresa anche dai deficienti o chi per metà del film ha intenzione di limonare? Benché con le poltroncine di adesso sia veramente complicato?
Se avesse floppato sarebbe stata non la fine ma quasi, altri vent'anni di gente che vola in pigiama di multiverso in multiverso, ma non ha floppato (non è nemmeno stato un grande successo; ma non ha floppato). E può essere un'occasione per rimettere in discussione certi compartimenti stagni, levare Lanthimos ai suoi lantimosismi, magari persino Tarantino potrebbe essere tentato di fare qualcosa di meno personale e più commerciabile. I critici se ne lamenteranno, ma avranno film più interessanti di cui lamentarsi. (Nel comparto "arty" potrebbe anche solo restare l'altro Anderson, quello che ha sempre fatto solo quello che voleva, che per qualche anno ai critici è piaciuto, e poi se ne sono stancati).
A House of Dynamite (Kathryn Bigelow, 2025)
A un certo punto Kathryn Bigelow è diventata la regista ufficiosa del Dipartimento della Difesa (che adesso ha cambiato nome) e non voglio dire che abbia smesso di essere una regista interessante ed efficace, ma proprio questa efficacia, messa al servizio di un organo che ha evidentemente bisogno di giustificare le sue scelte davanti ai propri finanziatori, può rendere un più complicata la ricezione dei suoi film per chi, come me, non è che vada in giro a sventolare stelle e strisce e hamburger al bacon, insomma Zero Dark Thirty era un efficacissimo film che riusciva quasi, ho detto quasi, a farmi stare simpatici i talebani. Siamo d'accordo che non è la Riefenstahl, così come la Casa Bianca non è il Pergamon, ai nazisti piacevano i corpi atletici scolpiti dalla luce solare, mentre ai patiti di film su Washington piace un certo tipo di ritmo sincopato, fatto di tanta gente competente ed esperta di sessi diversi e colori diversi che si coordina, si scontra e si confronta in uffici con molti vetri e schermi illuminati, sempre ricordandosi di avere una vita privata, degli affetti, che deve però sacrificare al Dovere, è la stessa retorica di West Wing (che tanti danni ha fatto all'immaginario di una generazione di filoamericani) che la Bigelow rispolvera senza apparente sforzo, in un film che vola via rapido come un missile (anche se un missile suborbitale fa in tempo a esplodere tre volte).Siamo militari, siamo coscienziosi e preoccupati, se vi stiamo per atomizzare è perché abbiamo vagliato con attenzione ogni altra possibilità e sappiamo quello che facciamo, ringraziateci.
Il messaggio è sempre la cosa un po' più imbarazzante, perché alla fine è il messaggio di chi ci ha evidentemente messo i soldi, la Bigelow se potesse stamparseli girerebbe probabilmente altre cose e più interessanti (Detroit com'era? non l'ho visto), ma insomma il messaggio di Zero era che Bin Laden l'aveva assolutamente trovato la CIA con una lunga e testarda inchiesta culminata in un blitz militare, e nessuno doveva farsi venire in mente altre e meno improbabili storie. Il messaggio di A House of Dynamite, se l'ho ben compreso, per carità potrei sbagliarmi, ma è: stiamo galleggiando in un mare di merda e chiunque, in un qualsiasi momento, anche solo per uno sbaglio, provocherà una piccola onda. Quindi ci servono soldi! Tantissimi soldi! Moltissimi più missili intercettatori, non importa se hanno il 50% di possibilità di fallire, anzi proprio perché hanno il 50% dobbiamo almeno raddoppiarli, ehi, ci sentite? Soldi, stampate soldi, perché ormai il mondo può esplodere anche solo se a un tizio a Pyongyang scappa uno starnuto. Questo è il messaggio, e cosa gli vuoi dire. Roger. Copy. Amen. Da bambino un pomeriggio vidi A prova di errore e credo di non essermi ancora ripreso, per cui con me sfondi una porta aperta, Kathryn. Però non lo so, mi sembra davvero un lungo smagliantissimo spot, Lumet e Kubrick non mi davano questa sensazione.
Cinque secondi (Paolo Virzì, 2025)
Un altro casolare in Toscana, proprio così. Intorno a uno dei luoghi comuni più slabbrati e sputtanati del cinema italiano, Virzì pianta la sua troupe e gira un film secco, tragico, con pochissime (e necessarie) concessioni alla commedia. Se solo esistesse un mercato per i mediometraggi, o i film a episodi – perché a volte il problema è tutto lì, uno scrittore se vuole può scrivere un racconto, il regista 90 minuti almeno li deve fare e Valeria Bruni Tedeschi sembra scritturata apposta per far salire il minutaggio. Non dà fastidio, non strafà, è solo in una specie di film a parte, ma va bene anche così.
Zootropolis 2 (Jared Bush, Byron Howard, 2025)
C'è qualcosa di inquietante nel modo in cui la Disney gioca col mio cervello, e forse anche con quello di altri. Qualche anno fa, mentre Luca veniva salutato da esponenti della comunità Lgbt come il primo film Pixar a tematica scopertamente Lgbt, io mi guardavo intorno perplesso, perché tutta questa tematica proprio facevo fatica a trovarla: ehi (avrei voluto dire), guardate che è solo un film piacione che vi strizza l'occhio di nascosto ma se poi le cose si mettono male negherà di averlo fatto – ma forse adesso capisco come si sentivano i Lgbt. Lo capisco dopo aver visto Zootropolis 2, un film che ai miei occhi grida Palestina Libera! From the River to the Sea! Eppure mi guardo intorno e niente, nessuno se la prende, nessuno ci fa caso, tutto ok. Se poi sul piatto ci metti Andor, ci metti una stagione di Daredevil Contro Donald Trump, ebbene, c'è qualcosa di inquietante nel modo in cui di fronte a un potere costituito sempre più arcigno e opprimente, la Disney ci titilla mettendo in scena rivolte giuste, sacrosante e coronate dal successo.
Lawrence d'Arabia (David Lean, 1962)
Sono un po' deluso, di me stesso e dei miei lettori. Quando mesi fa notai che ultimamente le trame dei blockbuster ricalcavano sempre più spesso quella di Dune (protagonista viene creduto il Prescelto; anche lui si crede il Prescelto; scopre troppo tardi di non essere il Prescelto) non mi avete fatto notare l'ovvio, ovvero che Dune è semplicemente quello che succede se guardi Lawrence d'Arabia dopo aver ingerito qualche funghetto serio. A quel punto mi è tornato in mente un altro filmone in costumi coloniali, L'uomo che volle farsi re di Huston, tratto da un romanzo di Kipling; e dopo Kipling il romanzo che di film ne ha ispirati a dozzine, Cuore di tenebra. Insomma la struttura "alla Dune" è in pratica la riproposizione di un intreccio tipico della migliore letteratura anglosassone coloniale: e il fatto che stia riaffiorando qua e là oggi al cinema (anche Anora alla fine è la storia di una che si crede che i mafiosi russi la renderanno Cenerentola) dimostra quanto il colonialismo segni ancora l'immaginario occidentale.
Sono deluso di me stesso perché, malgrado il mio feticismo per il Dottor Zivago, con Lawrence ho un rapporto difficile: l'ho sempre trovato molto bello (persino una volta su un televisorino in bianco e nero) ma ricamato intorno a un protagonista che m'infastidiva a pelle. Riguardarlo sulla piattaforma, in 16:9 e in lingua originale, è stato una vera illuminazione. Lawrence come biopic so che lascia molto a desiderare, ma è davvero il film del colonialismo, e in quanto tale è invecchiato benissimo. La prossima volta che vi trovate davanti a un video con un Mentana o un Mieli che tentano di spiegarvi Netanyahu, andate sulla piattaforma e guardatevi un pezzo di Lawrence, magari la rappresaglia prima dell'ingresso a Damasco. Non ci sono personaggi positivi (non ci sono donne), nessuno impara niente, la classica storia del freak che si trova a disagio nella società occidentale e dovrebbe trovare sé stesso in un mondo selvaggio si ribalta nella sua parodia, perché il sé stesso che trova è la parodia di un beduino assetato di sangue. O'Toole è di un'antipatia sublime, come se Bolt o Lean gli avessero detto: facci un Charlton Heston gay, e lui non una piega, che idea! Un Ben Hur gay.
martedì 23 dicembre 2025
I dischi di Natale dei Beatles?
Qualche anno fa, qualcuno lo ricorderà, mi misi per il Post a stilare la più verbosa classifica dei brani dei Beatles mai pubblicata – un pretesto per glossarnee ogni canzone. Il risultato fu pubblicato anche in un volume che potrebbe essere un'idea se non sapete più che regalo comprare al nonno. Ma benché nell'occasione sia riuscito a scrivere qualcosa a proposito di più di 250 brani, alcuni ne rimasero fuori. Si tratta per lo più di cosiddette rarità ("rarità" nel caso dei Beatles significa che le conosce solo qualche decina di milioni di appassionati). Un discorso a parte poi lo meriterebbero i dischi di Natale – ecco, qualcosa nell'aria mi dice che oggi è il momento di quel discorso a parte. E Buon Natale, come si dice da noi.
Per quanto suoni festoso e natalizio, il Christmas Record del 1963 dovrebbe essere stato inciso già il 17 ottobre, durante la sessione per il singolo I Want to Hold Your Hand / This Boy che nell'anno successivo avrebbe permesso ai Quattro di sfondare negli USA. Ora, siccome l'obiettivo originario era scrivere qualcosa a proposito di ogni brano dei Beatles, qui si tratta di stabilire se il Christmas Record vada incluso nel canone – a occhio, no. Non era stato concepito come tale; i Quattro non suonano e per la maggior parte dei cinque minuti non cantano nemmeno. I dischi di Natale per i fansclub britannici erano considerati dei semplici messaggi di auguri (e di scuse per non aver risposto a tutta la posta dei fans, "non ho abbastanza penne", spiega John). Venivano allegati al giornalino del club e avevano la stessa funzione che oggi potrebbe avere una clip su instagram o tictoc. Non erano nemmeno concepiti per durare: venivano incisi su un supporto (il flexidisc) economico e particolarmente fragile. Nel 1971 furono finalmente raccolti su un LP che nessuno sentì la necessità di ristampare fino al 2017.
D'altro canto, è pur vero che i Beatles stanno cantando delle canzoni, su un disco che è stato pubblicato ufficialmente, e quindi perché non dovremmo contare tra i loro brani ufficiali anche la loro versione del canto tradizionale Good King Wenceslas e della canzone della Renna Volante (con il gioco di parole Ringo/Renna)? Il flexi se non altro conferma che ormai i Quattro si trovavano a loro agio nei personaggi mediatici che si erano costruiti. L'unico che tra lazzi e frizzi prova a fare un discorso serio è Paul, che spiega come il miglior posto del mondo sia proprio quello dov'è in quel momento: la sala d'incisione. Ogni desiderio stava diventando realtà, Natale era già arrivato a ottobre, e sarebbe durato tutto l'anno.
Another Beatles Christmas Record (1964).
The Beatles Third Christmas Record (1965)
Pantomime (1966)
Everywhere It's Christmas (non attribuita)
Nel 1966, per la prima volta, i Beatles non riescono a incidere l'album invernale; e questo malgrado l'altra attività fondamentale del gruppo – i concerti – si sia interrotta del tutto a fine agosto. Lennon poi si è assentato per recitare in How I Won the War e quando si ricongiunge coi tre è troppo tardi per lavorare a un intero 33 giri: quello inciso prima dell'estate ha richiesto quasi tre mesi di lavoro. Del resto l'asticella è sempre più alta, nessuno si aspetta più dai Beatles una collana di canzoncine incise in fretta e furia: anzi ora il loro nome è legato a produzioni innovative e di qualità. Persino quella buffonata del flexidisc di Natale per il fan club: persino quella va realizzata con cura e professionalità. Pur rimanendo nell'ambito della buffonata: Everythere It's Christmas, il primo brano, rimane nel solco delle strofe goliardiche improvvisate soprattutto da Lennon nei dischi precedenti, anche se qui McCartney lo accompagna al piano. Il brano apre e chiude il disco come una parentesi, proprio come nel 1967 capiterà a un altra canzone un po' buffonesca, Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band; e in generale tutti i sette minuti del flex sembrano una parodia di quei primi acerbi concept album coi recitativi parlati, che arriveranno nei negozi di dischi inglesi solo verso il 1967.
"Our story opens in Corsica". La copertina di Pantomime, per la prima volta, indica una scaletta di canzoni e recitativi. "Orowayna" è il secondo brano, che comincia immediatamente dopo il primo, non dissimilmente da quanto sarebbe successo in Sgt Pepper's: l'album che in quei giorni stavano cominciando a mettere assieme, anche se non se ne rendevano ancora conto. Paul sta raccontando una bislacca leggenda natalizia ambientata in Corsica, e il coretto che lo accompagna svela per la prima volta nella produzione dei Quattro una sensibilità per un tipo di musica 'etnica', nonché la pratica di scandire sillabe a caso, scelte per il suono evocativo.
Please don't bring your banjo back
"Ti prego, non portarti dietro il banjo, non so dov'è finito. Me ne ero appena andato quando divenne la cosa nuova. Banjo, banjo dappertutto, non riesco a scordarmi le loro canzoni... e se ne vedo in giro un altro, andrò a comprarmi un grosso pallone".
Christmas Time Is Here Again (1967)
Col titolo Christmas Time Is Here Again indichiamo ormai due oggetti molto diversi. Il primo è il flexidisc natalizio del 1967, che riprende il formato a 'siparietti' dell'anno precedente, ma con un'ambizione più organica – si tratterebbe di una serie di provini di artisti esordienti per una trasmissione radiofonica natalizia. Il secondo è il tema ricorrente del flexidisc, cantato insieme dai Quattro: una sorta di ritornello che quasi trent'anni dopo sarebbe stato ritagliato e rimontato come un brano a se stante per il lato B del singolo Free As A Bird. Benché ottenute con lo stesso materiale, le due Christmas Time sono profondamente diverse.
Il flexi natalizio è l'ultima occasione per i Quattro di incidere qualcosa in quell'anno (il 1967) che più di tutti identifica una fase precisa della loro produzione: tant'è che anni dopo, pubblicando Fab, George Harrison spiegò che voleva scrivere una canzone "alla '67". È l'anno più sperimentale: dopo la cesura del 1966, in cui i Beatles avevano inciso relativamente poco (un LP e due singoli) e pubblicato tutto, nel 1967 le sessioni ad Abbey Road (e non solo) diventano più frammentarie ed episodiche e presentano un bilancio di almeno 25 brani, alcuni dei quali resteranno nel cassetto per un anno o persino di più (Carnival of Light aspetta ancora la pubblicazione). Il disco primaverile, Sgt Pepper's, in un certo senso è l'ultimo a rispettare la formula del long playing con 13-14 canzoni, che i Beatles avevano pazientemente rispettato dal 1963, ma che evidentemente stava stretta; l'uscita invernale, Magical Mystery Tour, arriverà nei negozi inglesi con un formato bizzarro (un doppio EP). È anche l'anno della tragica morte del manager, Brian Epstein, che sembra non lasciare un segno superficiale nella produzione dei Quattro – anche se nel medio termine sarà uno dei fattori del loro scioglimento.
The Christmas Record 1968
The Beatles Seventh Christmas Record (1969)
Non era mai capitato che il disco di Natale cadesse in un periodo tanto 'silenzioso': i Beatles non pubblicavano materiale inedito da settembre, un'enormità per loro. Il vuoto era stato parzialmente riempito da Cold Turkey, un singolo della Plastic Ono Band; e anche il settimo disco di Natale dà la sensazione che John e Yoko stiano prendendo il controllo della barca. George sparisce quasi immediatamente, dopo aver salmodiato i suoi auguri come un hare krishna; Ringo fa una cosa simile ma ne approfitta per reclamizzare svergognatamente il suo ultimo film, The Magic Christian: quasi una strizzata d'occhio subliminale. Paul è l'unico ad aver fatto i compiti: forse è già rinchiuso nel suo cottage e tra le varie canzoni che sta provando alla chitarra ne ha senz'altro una adatta ad augurare un buon Natale e un felice Anno Nuovo. Ma dura appena mezzo minuto: negli altri sei, sostanzialmente, ascoltiamo John e Yoko fare i buffoni; il che oggi forse ci commuove, ma al tempo doveva sembrare abbastanza spiazzante, perché fino a pochi anni prima, in questi dischi John faceva il buffone con Paul, e invece ora è Yoko a prestarsi agli scherzi, con una disponibilità sorprendente. Mentre lo ascoltavano, i fans non avevano del tutto rinunciato alla speranza che il silenzio fosse solo temporaneo, e che i Quattro si sarebbero presto rimessi assieme. Era una speranza che il disco di Natale non nutriva affatto, anzi.
sabato 13 dicembre 2025
Visto qualche bel film di recente (2025)? (prima parte)
| Infatti l'ho visto su una piattaforma |
Dio mio. Dio mio che imbarazzo, che sofferenza. Duro non è che non sappia semplicemente recitare; dà l'impressione di non saper vivere, di vestire a disagio un costume da essere umano senza avere ricevuto un training adeguato. Gli occhiali scuri servono a mascherare l'incapacità di manovrare le pupille o aggrottare le sopracciglia; la cadenza palermitana occulta l'incapacità di esprimere sentimenti attraverso la modulazione della voce. Tutti noi quando parliamo possiamo usufruire di vari registri: possiamo urlare, sogghignare, sibilare, ecc. Duro non lo sa fare, ha solo il suo tono metallico standard e, se proprio il copione lo richiede, un'altra vocina fastidiosissima che dovrebbe ripetere i rimbrotti che gli facevano da piccolo i genitori ("non bere la coca cola"), ma è talmente acuta fa farci ipotizzare che sia la voce interiore del bambino che quei rimbrotti li subiva, ed evidentemente non li ha mai superati.
Così un film che dovrebbe agitare lo strale del politically uncorrect, alla fine lo rivolge per lo più contro sé stesso, fornendoci l'immagine più impietosa possibile dell'autocoscienza di una personalità nello spettro autistico. Il motivo per cui allo spettatore è richiesta una sospensione della credulità fortissima (nel mondo reale Duro sarebbe stato menato a sangue al minuto 3, titoli di coda) è che tutto avviene in una realtà immaginata da lui, in cui tutti dovrebbero per qualche motivo lasciarsi manipolare da questo tizio che non sa nemmeno dire le bugie. Tutti gli credono, tutti lo perdonano, tutti recitano in modo esageratamente teatrale (o forse è il contrasto con la sua fissità terribile), perché probabilmente è così che lui vede il mondo: un posto dove tutti recitano e fanno un sacco di smorfie, che lui non sa fare, e nemmeno capisce a cosa servano.
Sly Lives! (aka The Burden of Black Genius) (Questlove)
È morto D'Angelo, proprio pochi giorni dopo che lo avevo rivisto mentre cercavo tutt'altro, in un docufilm dedicato a Sly Stone che è sottotitolato Il fardello del genio nero. D'Angelo veniva intervistato non tanto per parlare di Sly (ovvio che ne parlerebbe benissimo), ma per rinforzare la tesi contenuta nel sottotitolo, ovvero una peculiare difficoltà che avrebbero gli artisti afroamericani a gestire la propria genialità. Un senso di colpa ancestrale, la necessità di affrancarsi da un contesto sociale misero e problematico, senonché appena ti affranchi appena un po' ti senti un traditore, ecc. Una tesi abbastanza convincente, e però io stavo guardando il docu su Sly Stone per un altro motivo: cioè pur dando per scontato che aveva avuto tanti problemi a gestire la sua genialità, io dopo tanti anni faccio ancora fatica (è imbarazzante ammetterlo) a capire in cosa questa genialità consista.
Sly & the Family fa parte di quell'esiguo insieme di artisti che mi devo far piacere con la forza, perché se dovessi essere davvero sincero con me stesso, ecco, no, mi sembra sempre che nelle sue canzoni manchi qualcosa. Non so mai cos'è – di sicuro non il groove – però a volte mi sembrano sorrette soltanto dal groove, come se fosse un male. Ma non è vero, ci sono anche le melodie, eppure oh, non so spiegarmelo, non c'è niente da fare, a me Sly Stone sembra un autore incompleto. E per quanto milioni di dischi venduti stiano lì a dirmi che mi sbaglio, niente riesce a togliermi dalla testa l'idea assurda che anche Sly condividesse questa sensazione, e che il suo fardello personale si sia ingrossato man mano che il pubblico riconosceva in lui un genio, una pressione crescente a esprimere una genialità che nessuno sa esattamente in cosa consista ma a un certo punto c'è un popolo intero che la pretende, e tu che fai, non ti droghi? Magari drogarsi aiuta, ma poi invece si scopre che è l'esatto contrario, ah, troppo tardi. La sua prima canzone di successo (Sing a Simple Song) partiva proprio dall'ammissione della propria impostura, cioè insomma come faccio a scrivere una canzone facile, una canzone che funzioni, dunque ci mettiamo il ritmo, poi la melodia, poi i battimani, e piacerà? E dopo questa, cosa mi dovrò inventare? Qualche sostanza mi potrà aiutare? Vasodilatatori, autoreclusione, farsi odiare dal pubblico e dai collaboratori arrivando puntualmente in ritardo ai concerti, autosabotaggio, autotrasformazione in macchietta televisiva, e tutto sommato non gli è andata nemmeno così male, è sopravvissuto a Michael Jackson e a Prince.
Qualche mese dopo l'ha seguito D'Angelo, e io non ho molto da aggiungere. Avrete già indovinato che fa parte dello stesso esiguo insieme di artisti che, per quanto mi ci sia sforzato, non riesco a capire. Anche lui così raffinato, eppure così incompleto, perlomeno alle mie stupide orecchie. Non mi sembra che sia molto chiaro il perché abbia fatto due dischi in vent'anni, e forse è giusto così, non è che il vissuto degli artisti deve per forza far parte del pacchetto. Ma se davvero era, come a volte sembrava, perennemente insoddisfatto del suo lavoro, se tutti questo vociare di genialità intorno a lui gli ha creato più problemi che vantaggi, ecco, posso capirlo, e forse questo mi può aiutare un poco a decifrarlo.
Mi sento praticamente in dovere di guardare l'Eternauta, però se devo essere sincero tutta questa voglia di vedere gente per strada che muore all'improvviso senza un motivo, ecco, no: è angoscia, è disagio, non ne traggo nessun piacere emotivo, già la vignetta del padre che si accascia al suolo rantolando "i bambini", ripresa in qualche libro scolastico come esempio di narrazione a fumetti, non dico che mi traumatizzò la preadolescenza, ma insomma è proprio una cosa che mi rende triste senza motivo e di motivi ne avrei pure.
Poi penso che ok, nessuno mi costringe a vedere l'Eternauta, anche da un punto di vista culturale mi sono già abbondantemente coperto col fumetto, la storia più o meno so già dove andrà a sbattere e se ci sono variazioni importanti le recupererò in venti minuti su wikipedia, tra l'altro l'Eternauta è uno di quei capolavori in un certo senso seminali, ovvero che quando escono lasciano sgomenti perché mostrano qualcosa a cui nessuno aveva ancora pensato (un'apocalisse urbana! Superstiti che lottano contro mostri di casa in casa!) dopodiché vengono ripresi da centomila epigoni, alcuni dei quali, è statistica, finiscono per produrre contenuti più aggiornati, più interessanti, per cui alla fine uno può anche dire sì vabbe' ma prima di tutte queste apocalissi zombie c'è stato l'Eternauta, ma se poi va a rileggerselo, l'Eternauta, non lo trova necessariamente migliore di tutto quello che è successo dopo. È semplicemente il primo, anche se dal suo punto di vista non lo era affatto perché in fondo riproponeva la wellsiana Guerra dei mondi; a dargli quello scatto in più fu appunto l'ambientazione contemporanea urbana, il survivalismo, l'angoscia senza requie, la disillusione latina per l'apparato statale. Un altro scatto importante lo fece nel decennio seguente un regista, anche lui d'origine latina, sostituendo agli alieni i cadaveri: trovata geniale non solo perché i cadaveri spaventano di più, ma perché da un punto di vista dei trucchi e degli effetti speciali sono davvero più convenienti, e questo credo sia il vero motivo per cui da Romero in poi gli zombie hanno fatto il botto e le invasioni aliene sono relativamente passate di moda (anche lo scenario tipicamente sf "i robot prendono il potere" cinematograficamente non aveva molte speranze, rispetto alla possibilità di conciare un centinaio di comparse da cadaveri).
Alla fine non credo che al mondo freghi un granché se ho voglia o non ho voglia di guardare l'Eternauta, ma forse il problema è un altro: che invece un sacco di gente sì – magari si sentono anche loro un po' obbligati – ma evidentemente c'è mercato per le apocalissi urbane, per alieni assassini o cadaveri antropofagi, per gente innocente che muore all'improvviso e pochi superstiti angosciati che si arrabattano come possono. A me questa roba, lo dico sinceramente, dà una grande angoscia, ma a milioni di persone no, o comunque è un'angoscia che trovano piacevole, rassicurante. Probabilmente Lopez e Oesterheld con quell'idea della neve assassina scoprirono una miniera d'oro che ancora oggi macina dollari, euro, pesos, alla gente piace vedere gli innocenti morire e immedesimarsi, suppongo, nei sopravvissuti. È una considerazione che mi mette sempre un po' a disagio, esco di casa la mattina e intorno a me c'è gente che magari si diverte con The Last of Us, come impedire loro di immaginare di farmi fuori con un fucile a pompa. Vivono tra noi, magari sono la maggioranza, un giorno forse prenderanno l'iniziativa, forse è meglio se faccio provviste, mi procuro armi di difesa, mi studio la situazione, magari alla fine me lo guardo anche, questo Eternauta.

