“Il pedone” di Ray Bradbury

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Il pedone (The Pedestrian, 1951) è un racconto di fantascienza dello scrittore Ray Bradbury, pubblicato su “The Reporter”. Data l’attenzione rivolta dallo scrittore ai sentimenti e alle relazioni dell’uomo, il genere rientra nel filone della “fantascienza sociologica”. Il suo capolavoro è Fahrenheit 451, romanzo del 1953, che delinea un mondo distopico in cui la televisione costituisce l’unico strumento di svago e di informazione mentre i libri sono vietati e vengono distrutti in grandi roghi pubblici. I mass media, in effetti, riducono l’interesse per la lettura e in molti casi mirano a distrarre dalle questioni importanti controllando il pensiero e indirizzando l’attenzione collettiva in una certa direzione, a sostegno di una certa ideologia. In questo racconto coinvolgente e premonitore, Bradbury descrive la condizione di un pedone in una ipotetica città del 2053: Leonard Mead esce tutte le sere per il piacere di camminare per le strade della città e per prendere aria; allo stesso tempo i suoi concittadini sono nelle loro case davanti alla televisione. Ad un certo punto Leonard viene fermato da un’auto della polizia perché essere fuori casa e camminare sono considerati comportamenti sospetti. Alcune circostanze delle città contemporanee presentano già le caratteristiche descritte dallo scrittore, non occorre guardare al futuro. In una società che non ammette scelte individuali e libertà di pensiero perfino decidere di uscire per fare una passeggiata può apparire un comportamento anomalo dunque da curare. 

*

Entrare in quel silenzio che era la città alle otto di un’opaca sera di novembre, sentire sotto le suole quei riquadri di cemento raggrinzito, calpestare l’erba cresciuta fra gli interstizi e aprirsi un varco, con le mani in tasca, in mezzo ai silenzi: era questo che il signor Leonard Mead amava fare sopra ogni altra cosa. Si fermava al primo crocicchio e scrutava i lunari corridoi dei marciapiedi nelle quattro direzioni, come se sceglierne una piuttosto che un’altra facesse qualche differenza. Poi, presa la decisione e stabilito l’itinerario, tornava ad avviarsi, spingendo davanti a sé, come fumo di sigaro, volute d’aria gelida. A volte continuava a camminare per ore e ore, per miglia e miglia, e tornava a casa dopo mezzanotte. E lungo tutta la strada, lungo case e villini dalle finestre buie, era come camminare in un cimitero: con fiochi barlumi di lucciole che baluginavano di quando in quando dietro un vetro; con improvvisi fantasmi grigi che sembravano talvolta manifestarsi sui muri interni delle stanze, là dove una tenda non era stata tirata contro la notte; o con sussurri e mormorii che talvolta giungevano fino a lui, là dove una finestra, in uno dei tanti funerei edifici, era rimasta aperta. Il signor Leonard Mead si fermava, piegava il capo, ascoltava, guardava, e si rimetteva in cammino. Il suo passo, sulle lastre di cemento incrinate e sconnesse, era perfettamente silenzioso; perché, saggiamente, già da molto tempo s’era deciso a portare scarpe con la suola di gomma, per le sue passeggiate notturne: altrimenti i cani avrebbero abbaiato parallelamente a tutto il suo viaggio, e luci si sarebbero accese di colpo, facce sarebbero apparse alle finestre, finché tutta la strada si sarebbe ridestata al passaggio di una figura solitaria, lui, in una sera di novembre. Quella sera Leonard Mead si avviò verso la parte occidentale della città, verso il mare invisibile. C’era nell’aria il presagio cristallino del gelo; pungeva la pelle e, dentro, incendiava i polmoni come un albero di Natale; a ogni respiro, si sentiva la luce fredda accendersi e spegnersi, tutti i rami carichi d’invisibile neve. Rallegrato dai tonfi lievi delle scarpe sulle foglie d’autunno, Leonard Mead prese a fischiettare tra i denti un motivo sommesso, liscio, curvandosi ogni tanto a raccogliere una foglia, esaminando, ripresa la marcia, la sua trama scheletrica alla luce degli infrequenti lampioni, fiutandone l’odore rugginoso.

— Vi saluto, — sussurrava davanti a ogni casa, a destra e a sinistra. — Che c’è di bello stasera sul Quarto Canale, sul Settimo Canale, sul Nono Canale? Dove galoppano i cow boys? È forse la cavalleria degli Stati Uniti che viene alla riscossa, quella nube di polvere sull’altra collina?

La via era silenziosa e lunga e deserta, la sua ombra era l’unica cosa che si muovesse, come l’ombra di un falco sulla pianura. Se chiudeva gli occhi tenendosi perfettamente immobile, impietrito, riusciva a immaginarsi al centro di un’immensa distesa piatta, un arido deserto senza vento e senza una casa nel raggio di mille miglia, con l’unica compagnia di tortuosi fiumi disseccati: le strade.

— Che programma c’è a quest’ora? — chiese alle case, guardando l’orologio. — Le otto e mezzo. È l’ora di mezza dozzina di delitti assortiti? O dei quiz? O di un varietà musicale? O di una scenetta comica?
Era un mormorio di risate quello che usciva da una delle casette bianche di luna? Esitò un istante, ma poi riprese il cammino quando vide che nulla accadeva. Inciampò in un tratto di marciapiedi particolarmente sconnesso. Il cemento spariva, invaso dai fiori e dall’erba. In dieci anni di passeggiate, di giorno e di notte, per migliaia di chilometri, non gli era mai capitato di incontrare un altro essere umano che camminasse come lui per la città; nemmeno uno. Giunse a un incrocio a quadrifoglio, imponente e silenzioso, dove due grandi arterie tagliavano la città. Durante il giorno un vortice assordante di veicoli lo trasformava in un immenso insetto frenetico, velato dai vapori degli scarichi, continuamente dissanguato, dilatato, e poi di nuovo congestionato, soffocato, dall’incessante fluire e defluire del traffico. Ma ora queste grandi strade erano anch’esse corsi d’acqua inariditi, null’altro che asfalto e pietra e chiaro di luna. Imboccò una via laterale per tornare verso casa. Era ormai a un isolato dalla sua porta quando un’automobile solitaria girò di colpo l’angolo e lo centrò con un violento cono di luce. Al primo momento egli rimase immobile; poi, non diversamente da una falena accecata dal bagliore, si sentì attratto verso la fonte.

Una voce metallica suonò nel silenzio:
— Si fermi. Resti dov’è! Non si muova!
Si fermò.
— Mani in alto!
— Ma… — disse.
— Mani in alto! O spariamo!
La polizia, naturalmente. Ma era un caso rarissimo, quasi incredibile: in una città di 3 milioni di abitanti, era rimasta, se ricordava bene, un’unica auto della polizia. Già da un anno ormai, dal 2052, l’anno delle elezioni, le auto in dotazione della polizia erano state ridotte da tre a una sola. La delinquenza era quasi completamente scomparsa; non c’era più bisogno della polizia, quest’ultima auto solitaria che errava senza posa per le vie deserte era più che sufficiente.

— Nome e cognome, — disse l’auto della polizia in un ronzio metallico.
Non gli riuscì di vedere gli uomini dentro la macchina, accecato com’era dalla luce bianca.
— Leonard Mead, – rispose.
— Parli più forte!
— Leonard Mead!
— Impiego o occupazione?
— Diciamo, scrittore.
— Senza occupazione, — disse l’auto della polizia, come parlando tra sé. Il fascio di luce lo teneva inchiodato come un esemplare da museo, un insetto col corpo trapassato da uno spillo.
— Non avete torto, — disse Leonard Mead. Da anni aveva smesso di scrivere: Libri e riviste non si vendevano più. Tutto – pensò, tornando alle sue meditazioni d’ogni sera, – tutto ormai si svolgeva di sera, dentro quei sepolcri di case appena illuminati dal tenue riflesso dello schermo televisivo, in cui gli uomini, simili a defunti, sedevano davanti alle luci grigie o multicolori che sfioravano i loro volti ma senza mai toccarli dentro.

— Senza occupazione, — disse la voce di fonografo, sibilando.
— Perché è uscito di casa?
— Per camminare, — disse Leonard Mead.
— Camminare!
— Solo camminare, — disse con naturalezza, ma mentre un gelo gli saliva lungo la schiena.
— Camminare, solo camminare, camminare?
— Sissignore.
— Camminare dove? A che scopo?
— Camminare per prendere aria. Camminare per vedere.
— Il suo indirizzo, prego?
— Saint James Street, numero 11.
— E lei ha dell’aria, in casa sua, signor Mead? Ha un condizionatore d’aria?
— Sì.
— E ha uno schermo televisivo in casa? Uno schermo da guardare?
— No.
— No? — Vi fu un silenzio crepitante che era di per sé un’accusa.

— Lei è sposato, signor Mead?
— No.
— Celibe, — disse la voce della polizia dietro il raggio accecante.
La luna era alta e chiara fra le stelle e le case grigie e silenziose.
— Nessuno mi ha voluto, — disse Leonard Mead con un sorriso.
— Non parli se non è interrogato.
Leonard Mead rimase in attesa nella notte fredda.
— E uscito da solo, per camminare, signor Mead?
— Sì.
— Ma non ci ha detto per quale scopo.
— Ve l’ho detto: per prendere aria, per vedere, e per il piacere di camminare.
— Lo fa spesso?
— L’ho fatto per anni, tutte le sere.

L’auto della polizia era acquattata al centro della strada con la sua gola radiofonica che ronzava fiocamente.
— Bene, signor Mead, — disse.
— Non c’è altro? — chiese educatamente Mead.
— No, — disse la voce. — È tutto —. Vi fu uno scatto metallico e come un lungo sospiro.
Lo sportello posteriore della macchina della polizia si aprì lentamente. — Salga.
— Un momento, io non ho fatto niente!
— Salga.
— Io protesto. Non avete il diritto di…
— Signor Mead.
Leonard Mead avanzò rassegnato, vacillando appena, ma con le spalle improvvisamente curve. Mentre passava davanti al parabrezza guardò nell’interno dell’auto. Come si aspettava, non c’era nessuno seduto sul sedile anteriore; non c’era nessuno nella macchina.
— Salga.

Posò una mano sullo sportello e scrutò nel sedile posteriore, che era una piccola cella, una piccola prigione nera, con le sbarre. Odorava di acciaio. Odorava di pungente antisettico. Odorava di gelida pulizia, di duro metallo. Non c’era nulla di soffice là dentro.
— Se lei fosse sposato, e sua moglie potesse testimoniare, — disse la voce di ferro. — Ma così come stanno le cose…
— Dove mi portate?

La macchina esitò, o piuttosto emise un leggero, brevissimo ronzio, e uno scatto, come se un braccio meccanico, nel suo interno, chissà dove, facesse scorrere una serie di schede sotto un occhio elettrico. — Al Centro di Ricerca Psichiatrica sulle Tendenze Regressive.
Leonard Mead salì. Lo sportello si richiuse con un tonfo morbido. L’auto scivolò via tra i viali notturni, preceduta dai suoi fari fiochi.
Un istante dopo passarono davanti a una certa casa, in una certa via, l’unica casa in una città di case buie, che avesse tutte le sue luci accese, ogni finestra viva e rutilante, ogni rettangolo caldo e chiaro nel buio di novembre.
— Quella è casa mia, — disse Leonard Mead.
Nessuno gli rispose.
L’auto continuò la corsa lungo i fiumi inariditi, lasciandosi dietro strade deserte e deserti marciapiedi, dove non un suono, non un movimento turbavano più la fredda notte d’autunno.

Ray Bradbury, Il pedone, in Il secondo libro della fantascienza, a cura di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Einaudi, 1961.

Poesia sabbatica: “-1- Mr. Hyde”

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1

 Mr. Hyde

 

non sto nell’ombra

io sono l’ombra

 

sto alla periferia del buio

nei vicoli stretti del mondo

qui

dove destino e dei

mi hanno recluso

 

non mi mostro

non mi vedi

 

sono la rabbia

dentro ai vestiti,

lo sguardo feroce

quando vengo ferito,

la lussuria più nuda

di una bestia in amore,

un cane, un leone,

la furia del morso

che uccide per fame

 

ho unghie e canini

peli duri e pugnali

 

non urtarmi per strada

non mi ridere in faccia

non graffiarmi la pelle

non sopporto catene

 

io cammino da solo

sono un lupo di roccia

puoi vedermi di notte

nero dritto sui tetti

puoi sentirmi di giorno

nel sottosuolo che bolle

io sono l’ombra,

sono il buio, la notte,

la parte nera del cuore

che senza luce né legge

sta gettato nel mondo.

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita “Mr. Hyde o del profondo abisso”)

Venerdì dispari

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una cosa so
questa pagina vive nel presente
e si lascia consumare in una sola giornata

i ricordi invadono la mia mente
molto più dei progetti futuri
avverto consapevolmente che la cosa mi intristisce
accelera il consumo delle mie energie vitali
ridotte sempre più a riserva impoverita
faccio fatica a tenere ancora acceso l’olio santo
della volontà e della gratitudine

osservo questo mondo che brucia
metaforicamente ed esattamente nella sua crudeltà.
e nello splendore delle sue miserabili fiamme
provocate o evocate
trasmesse a reti unifuocate
di primo mattino nelle case calde o gelide
dei nostri emisferi
mi rassereno solo a fatica
allo spirito del fatalista

sono tragicamente rassegnato a misurare
la silenziosa durata del lume di una candela
destinata a spegnersi miracolosamente da sola
con il divino e troppo umano
aiuto salvifico
del più flebile dei soffi.

Francesco Tontoli

“Due punto uno” di Francesco Lorusso, Arcipelago Itaca, 2025

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Il tacco in disparte di una pietra cittadina
trattiene l’erba sorpresa con il suo peso
nel pieno delle stagioni,
una bolla di silenzio avvertita lontana
dal trambusto attorno saponoso.
Solo un graffito fermo leviga il respiro dei corpi
attraverso le sue macchie forti
agganciate di improvviso al fianco del prospetto,
è breve il giro di ogni imbiancatura
quella linea nuova di un costume
che non ti muta la natura.

Fra noi nessuna frazione si interpone
lungo la linea dei corpi e dei vuoti
dove si sfibra assieme a un lontano filo
la parola col numero spezzato e perduto
mentre nell’aria totalmente puro passa il lamento
quel velo di vapore imperterrito
che perdura ancora nel cielo.

Con la cinta in vita ci ripercorrono intorno
il valore lezioso nel loro nome venuto contro
fibbia preziosa e chiusa sui nostri pudici interessi.
Ora una donazione dal cielo ci scuote la terra
sporca la cena sui quadroni della tovaglia
e le lastre linde aperte e ampie delle finestre
dove il mormorio basso e piano delle auto
sta subendo l’affanno del giorno immutato
l’annuncio indistinto che ne squarcia le gole.

L’attimo vicino si mostra carnefice
ci conduce per un dedalo piastrellato
carico di abbagli troppo speziati
dove gli oggetti si fanno impassibili.
L’ingrediente dei nostri giorni
ha smarrito anche il gusto della lingua
e si muove nel silenzio cieco e rigido
che addenta il corpo a corpo continuo
con la fiamma feroce della lontananza.

E arriva fino alla fine della sera
il cerchio freddo dei tuoi occhi
assenti come se fossero fossili
o monili umidi dispersi nel fango
la pietra affiora il piede precario
e il petalo poggia gocce sull’assenza.

Pelle bruciata dal primo inverno
una nitida tinta scarlatta ti intacca
e perdura il senso di un suono duro
pari al peso della stagione perduta,
senti la pallida fiamma ferma nei segni
mentre entra trasversale fra le finestre
quasi una macchia che si piazza in luce.

Più nessuno avrà il suo nome
seguace del solco delle acque
di queste terre tornate inferme
perse assieme al velo nero,
al sangue sacro del santo secolare,
o alla volta inarcuata della preghiera
che disubbidisce a ogni nostro bene.

Al giorno basta un pistillo di luce nuova
e la stanza scura si infiora ancora
pure dopo una porta richiusa dietro l’urto
lasciando una irrigua vena dentro la parete
nell’urlo dello spavento che ci riporta
al risuono assente della tua carne.

Il lato oscuro della cura: dati, omissioni e ritardi nel riconoscere il medical child abuse

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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In Italia la patologia delle cure rappresenta una delle forme di maltrattamento infantile più difficili da riconoscere e, proprio per questo, una delle più sottovalutate. Non si tratta di un’anomalia clinica né di un tema marginale, ma di un fenomeno reale, complesso e storicamente poco studiato, che attraversa silenziosamente il sistema sanitario e sociale. La letteratura accademica internazionale e le principali linee guida cliniche concordano nel collocarla a pieno titolo tra le forme di maltrattamento, pur riconoscendone la rarità relativa rispetto ad altre tipologie più note come la violenza fisica o la trascuratezza grave.
Con il termine patologia delle cure si indicano situazioni in cui i bisogni di salute, sviluppo e protezione del bambino vengono compromessi non tanto dall’assenza di cure, quanto da cure inappropriate, distorte o eccessive. In questa categoria rientrano l’incuria, la discuria e l’ipercuria. Quest’ultima, nelle sue forme più estreme, comprende il cosiddetto medical child abuse, noto anche come sindrome di Munchausen per procura, in cui il caregiver provoca, simula o amplifica sintomi nel bambino, esponendolo a esami, trattamenti e ospedalizzazioni non necessarie.
Dal punto di vista numerico, i dati disponibili in Italia sono frammentari e derivano soprattutto da studi ospedalieri e casistiche cliniche locali. Le ricerche condotte in grandi ospedali pediatrici indicano che i casi riconducibili a medical child abuse rappresentano meno dell’1% dei maltrattamenti intercettati, una percentuale apparentemente bassa ma coerente con le stime internazionali, che parlano di un’incidenza annua compresa tra 0,5 e 2 casi ogni 100.000 minori. Questi numeri, tuttavia, non fotografano il sommerso. Le stesse fonti sottolineano che la patologia delle cure è ampiamente sottodiagnosticata e che l’assenza di sistemi di sorveglianza epidemiologica strutturati impedisce una stima reale della sua diffusione.
La sottovalutazione del fenomeno dipende da diversi fattori. Innanzitutto, la difficoltà diagnostica: i quadri clinici spesso imitano patologie genuine, croniche o rare, rendendo complesso distinguere tra malattia reale ed abuso. In secondo luogo, il contesto relazionale in cui avviene il maltrattamento: il caregiver appare frequentemente attento, collaborante, iper-presente, generando nei professionisti sanitari un bias di fiducia che può ritardare o bloccare il sospetto. A questo si aggiunge la mancanza di formazione specifica nei percorsi universitari e di aggiornamento continuo, soprattutto per il personale sanitario non specializzato in ambito di tutela minorile.
In ambito sanitario se ne parla poco anche per ragioni culturali e organizzative. La medicina è strutturalmente orientata a curare la malattia, non a interrogarsi sulla relazione di cura come possibile fonte di danno. Inoltre, l’assenza di criteri diagnostici operativi chiari e condivisi, unita al timore di errore o di contenzioso legale, rende molti professionisti esitanti nel segnalare situazioni sospette. Il risultato è una forma di collusione involontaria del sistema, che finisce per perpetuare l’esposizione del bambino a procedure invasive e a un danno evolutivo cumulativo.
Riconoscere il sommerso significa spostare lo sguardo dal singolo sintomo alla traiettoria complessiva del bambino. La letteratura indica come segnali di allarme la discrepanza tra i sintomi riferiti e i riscontri clinici, la frequenza anomala di accessi sanitari, il peggioramento dei quadri clinici in presenza del caregiver e il miglioramento in sua assenza, così come l’uso reiterato di strutture sanitarie diverse senza una reale continuità di cura. Fondamentale è anche la lettura evolutiva: bambini sottoposti a medicalizzazione eccessiva mostrano spesso ritardi nello sviluppo, difficoltà di autonomia, ansia e costruzione di un’identità centrata sul ruolo di paziente.
Aiutare questi bambini significa intervenire precocemente, prima che il danno diventi strutturale, e contemporaneamente riconoscere la fragilità delle famiglie coinvolte. La patologia delle cure non nasce nel vuoto, ma si inserisce spesso in contesti di vulnerabilità psicologica, isolamento sociale e bisogni di riconoscimento non elaborati. Per questo le linee guida internazionali raccomandano un approccio multidisciplinare, che integri competenze pediatriche, psicologiche, sociali e giuridiche, e una documentazione clinica accurata e condivisa.
In conclusione, la patologia delle cure in Italia non è un fenomeno marginale né irrilevante, ma una zona d’ombra del maltrattamento infantile. È rara nei numeri ufficiali, ma probabilmente molto più presente nella pratica clinica quotidiana di quanto emerga dalle statistiche. Renderla visibile significa investire in formazione, ricerca, integrazione dei servizi e, soprattutto, in una cultura della tutela dell’infanzia che sappia interrogare anche la cura quando diventa, paradossalmente, fonte di danno.

Paolo Andrea Pasquetti, “Canti del ritorno”, AttraVerso, 2023.

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Attraversiamo da soli
questi mondi in contrasto.
La gente passa e canta staccata
dietro di noi, senza
ricordarci. Ogni volta che
spezzo un ritmo mi
ritrovo a ricordare:
forse perché vorrei solamente
unire senza dover
guardare per forza dentro
i bulbi, analizzare d’istante
i sogni che tocco con mano
e mi causano allergie
estrinseche. Cerco di
dare corpo alle cose che
mi si avviluppano intorno
per poi cadere: non
posso afferrare, non
declinare o coniugare in
forme, non ora. Avviene
sempre una distrazione
che mi cinguetta sopra e
fa dubitare in ogni
punto distratto e distaccato,
quasi fosse un colore
lontano che mi ritorna.
Rimangono solo le cose solite
che possono accompagnarmi
fino a ricollegare, ancora,
quello che c’è.

*

Io ci sono dove tu non
credi di poter esserci.
Si rompono gli organismi,
mentre scorriamo e ci
blocchiamo, con i fili staccati:
devo abbandonarti, e
proseguire tra luci
differenti. Di primavera si
scindono le ore tra un
sorso e l’altro, col
vento che ti avvolge
volteggiandoti i petali
attorno e tu non senti, e
rimani confuso. Il giorno
dopo rotolavamo sporchi a
terra. Come forse un
calpestare rami invisibili
sotto le suole e girarsi a
guardare, spaventati. Ho
visto un’apertura nel
cielo ed era strana:
non l’avevo mai sperimentata.
Tu hai una risonanza nella
voce che mi consola e
contrista, come chi cammina
lungo il mare. E se tremai, porterò
nel trapasso il tremito
con le mie ossa. Ma ho paura
nel mio bruciore, e non
scordo quel rosso che mi
chiude gl’occhi:
tornerò a parlare, magari,
cercando il sole a
capofitto sul mondo, tremando
dentro i solchi delle
mie dita.

*

Saltando dentro una sera
azzurra tra un solco
arancio ed un altro, che mi
sa di sangue, pensando
una morte. Rincorrono gli
altri le cose sulle luci d’una strada,
e ti trema rimbombando
lieve il cuore, che hai
ancora paura. La cosa
s’arrossa e svanisce,
e sai che passerà in
una vita incastrata
tra una sfumatura e l’altra.
Così me ne voglio
andare, finché c’è tempo.
E intanto il cielo è
passato e rimane solo
una spoglia di rosso, e
ti riporta gli occhi.
Una luce sillogica
illumina queste pietre:
ma è falsa e si confonde.

*

Non si può più
tornare indietro.
Ho capito alcune cose,
ne ho mancate altre,
mentre chi mi sta
accanto slitta e mi
accompagna nel viaggio.
Ci sono momenti in cui
non sentirsi vuoti,
ci sono cori che sfilano:
cortei che richiamano mondi
chiedendo solo altra umanità
con precisione e cura,
per riempire davvero i momenti.
Sono un fraintendimento che
cammina, misunderstanding
che non sa tradursi dalla paura
di vedersi di persona: per
questo scorro, e non trovo
ambiti in cui rimanere.
Io cammino nel fuoco dei
miei pensieri, tentando il
tirar fuori le parole da dentro
un senso scoprendo
d’esser elettrificato dall’interno:
su di me non rimangono
impronte. Scoprire allora
di dover tornare al
vento e sul bianco
non ancora inciso,
per trovare memoria di
me, senza chiedere
al tempo: ma guardando
attraverso i reticolati
verdi di sapore reale,
per i quali non ho
ancora parole, ancora.

*

Ho incominciato a diradare,
a darmi una meridiana di
sguardi per gli altri,
ad annidarmi dentro
gli angoli scuri delle cose.
Siamo fatti anche di distanze
e tu sei un cortocircuito nel mondo,
stufo delle proprie abitudini quotidiane.
Scavo più a fondo e trovo
le mie discordie intontite
sul suolo nascosto delle volte interne,
attraversate da un filo che sa
dipanarsi nell’ombra in una guida.

L’eternità che cade nel mondo
senza chiedere o respirare. Cade per
il mondo, scandendo i ritmi.
Cambiare la propria carne:
parola nata per durare incisa
sul dorso che sfuma
e rincorre le foglie sui venti.
La rosa cade sui destini
del mondo, senza procreare altro:
almeno non così,
non in questo modo distorto.
Cambiare la propria lingua interna:
questo mi hai chiesto dentro le
iridi scavate dal tempo,
eppure il mondo ancora ci
distanzia, la giustezza nelle
cose è sbiadita.
L’ombra è una gita che
scava e allega ogni cosa
al suo tratto distinto che sfuma.
Ma tu tienimi i polsi e avvolgi
il mio corpo che vibra,
ancora suona la forma e
il tempo per durare.

Il fiume è limpido ora,
con un guizzo che sa di casa
tra i suoi corsi accavallati
al tuo tronco chino che sfronda:
non un riflesso, ma la vera
radice che affonda e sostiene,
ricorda la vena fluida che scorre.
Cade questo mondo con l’autunno
che sfoglia le vie distese sul solco
e avanza e scopre un perdono,
tutto il resto in realtà danza
tra chiaríe azzurre nel bosco
che guardi tentando un sentiero,
ancora esterne ai tuoi passi
ma che disvelano:
una foglia rinsecchita al suolo
può vibrare ancora tra
i tuoi piedi stanchi, toccando
le orme che raccogli in silenzio tra
i morti diffusi sui muschi
e i loro canti smussati.
La luce del tramonto ti sfiorerà
anche nella nebbia che imbruma,
nell’ombra che torna ma delinea
i tuoi contorni ancora stabili,
nonostante il viaggio che
sbiadisce e ha corroso le
membrane contorte sugl’occhi.
Schiarisce comunque alla fine,
e potrai vederti, guardare il
suo degrado mutare stagione e
riconoscerne il tuo per rinascerci
a fianco intrecciato.

Anche se il gelso profumato
ora è morto saprai ripiantarlo
e prenderne cura: le dita
scaldate dalla terra incrinata
e il soffio tra i grumi che rassoda.
Scendendo con la tua nota
più bassa ritornerai, per poi
durare insieme, schiudendoti
alla morte che un giorno abbandona,
ma intanto fiorisce accanto
tra le tue mani.

Paolo Andrea Pasquetti, “Canti del ritorno”, AttraVerso, 2023.

Poesia sabbatica: “28”

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28

*

quanto di ciò che era vita

ho perso senza più ritorno

(gli occhi pieni di meraviglia

quando al risveglio

il sole illuminava tutte le stanze

e l’inizio di giornata era pane e latte

e l’amico che bussava alla porta

per un altro gioco da incominciare)

*

quanto ho perso nell’accumulo degli anni

dove il tempo aggiunge sempre meno

e sempre più ti toglie

(cos’è rimasto dell’attesa d’amore

quando il rosso delle labbra

era fragole da mordere, i baci vento nei polmoni

ed ogni abbraccio un giuramento sacro per l’eterno

poi il vivere ce l’ha insegnato

che la frutta marcisce

che il vento può farsi tempesta e squasso

che l’abbraccio è un nodo lento che si disfa)

*

quanto è venuto del mondo gridato nelle piazze

credendoci davvero che sarebbe stato un mondo migliore

e invece ad ogni risveglio

si aggiorna il computo dei morti ammazzati

per gli scoppi, i colpi di fucile, il pane che manca

(e c’è sempre la fila di chi bussa per qualcosa da fare,

chi si fotografa al mare

e chi ha solo una finestra per viaggiare,

chi mette le mani nella cassaforte e chi nella spazzatura,

chi sa che morirà nel letto e chi sul ciglio di una strada)

*

infine rimane certo

che ogni uomo è prima un ragazzo che sogna

e poi un vecchio che ogni giorno lentamente muore.

*

*

settembre 2025

*

Francesco Palmieri

(dalla raccolta in via di scrittura “Hai spezzato il ramo”)

Venerdì dispari

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BESTIARIO

Volevo dire qualcosa
ai cani bagnati e a quelli bastonati
alle gatte morte
alle rane dalla bocca larga
alle api laboriose
ai coccodrilli (in) sul punto di piangere
alle acque chete
ai pappagalli rompicoglioni
ai piccioni stanziali
ai topastri di fogna
agli squali navigati
ai pesci lessi
e a quelli in barile
alle mosche nocchiere
alle oche di Lorenz
al cavallo di Caligola
prima di accedere al Senatuspopulusque
al cane di Pavlov
al colore del cavallo bianco di Napoleone
all’asino di Buridano
e all’orangotango
e all’aquila reale in stemma imperiale
all’occhio di falco
al lupo mannaro
alle cicale che costringono le formiche a lamentarsi
ai pulcini e ai loro genitori
alle galline in cova di uova al cubo
agli OGM
ai t’amo piobove
al porcocane che dolore!
agli albatri in forma impoetica
ai pipistrelli impigliati nei capelli
ai gabbiani Jonathan e Pasquale
alle bestie immonde del sottosuolo
alle sirene bicaudate
al bestiario medievale parcheggiato davanti alle cattedrali
in posa per i fotografi.

Volevo dirgli qualcosa
volevo ringraziarli
per il sacrificio non ricambiato
per la pazienza
per la decenza rassegnata
con la quale porgono la testa
alla scure.

( 2012 )

Francesco Tontoli

Buon Anno Nuovo

Con una lettura di Miriam Bruni e le fotografie di Loredana Semantica.

La lettura di Miriam Bruni è di una poesia di Karin Boye

ph. Loredana Semantica

Poesia di Karin Boye

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo, si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e volere cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.

(Traduzione di Valeria Maricheschi)

“Bambino che guardi il moto del cielo” di Francesco Tontoli

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Bambino che guardi il moto del cielo
così che il moto della terra vi si specchi
che osservi le faglie profonde nelle nuvole
gli abissi, i canyon e tutti i minuti frattali.

Tu che pensi
che con le sole parole
e con le palpebre
puoi spostare i cirri e cumulonembi
puoi far ruotare a piacere gli arcobaleni
creando e ricreando
il tuo bestiario celeste.

Tu che hai appena scoperto
una città in un golfo
e un fiume, una catena di monti
e un sole nascosto.

Bambino che addensi
e disperdi il temporale
che raduni in un angolo del cielo
gli angeli trombettieri
e che mandi in guerra a morire
i tuoi poveri diavoli.

Fa’ che questo gioco silenzioso e crudele
che rende luminosi per poco i tuoi occhi
abbia la durata di un tuo battito di ciglia

e che sulla dura terra
e sul vasto mare
possano continuare a transitare
le ombre veloci degli dei e degli eroi
che abitano ciò che sogni.

Francesco Tontoli

Buone feste

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Limina mundi per il periodo delle festività natalizie, Capodanno, Epifania sospende le attività ordinarie di pubblicazione. Questa sospensione è una consuetudine consolidata. Corrisponde al bisogno di una pausa di raccoglimento e riflessione, consona alle feste religiose, di accoglimento in gioia di un Nuovo Anno, di riserva di tempo da dedicare alla famiglia e agli affetti.

Con l’occasione porgiamo a tutti i lettori che hanno dato senso e ragione di esistenza a questo spazio i migliori Auguri di Buon Natale, Felice Anno Nuovo e Buona Epifania.

Venerdì dispari

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Sulla via del latte e della luna
l’inverno è da passare in una tenda
non vedo comete disposte a guidarmi
e tutto è ricoperto di spuma e pioggia.

Cielo mio fammi prigioniero
fa’ passare l’occhio oltre la nebbia
le mani falle affondare nel mistero

cosa cercare non so cercarlo
cosa capire non capirò domani se schiarisce
annunciami però di essere uomo
quantomeno.

Francesco Tontoli

Prisma lirico 54: Rainer Maria Rilke – Edward Hopper

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Edward Hopper

La notte prende in segreto dai tuoi capelli dimenticati riflessi tra le pieghe della tenda. Guarda, desidero soltanto le tue mani tra le mie e quiete e silenzio e in me profonda pace.
Così la mia anima s’accresce e spezza in mille schegge la monotonia dei giorni; e si fa immensa:
sul suo molo al chiarore dell’alba muoiono le prime onde dell’eternità.

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Edward Hopper

Poesia di Rainer Maria Rilke, 1896

Opere:

Edward Hopper “Room in New York”, 1940

Edward Hopper “Sun an empty room”, 1964

Abusi domestici: il silenzio che segna per tutta la vita

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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Negli ultimi anni, i reati a danno di minorenni in Italia hanno raggiunto livelli allarmanti. Nel 2023 sono stati registrati 6.952 reati contro minori, in media circa 19 al giorno, con un aumento rispetto al 2022. Nel 2024, per la prima volta, il numero ha superato quota 7.000 casi denunciati. All’interno di questi numeri, i maltrattamenti in famiglia, ossia quelli che avvengono “tra le mura domestiche”, rappresentano la forma più comune: nel 2023 i casi registrati erano 2.843.
In termini generali, un’indagine condotta su minorenni in carico ai servizi sociali nel 2023 mostra che i casi di maltrattamento sono cresciuti in 5 anni, passando da circa 19,3% (nel 2018) a 30,4%. Garante Infanzia. Questi dati confermano che, come spesso riportato da enti internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanita (OMS), la violenza sui minori deve essere considerata anche un problema di salute pubblica, per l’impatto che produce sul benessere fisico, mentale e sociale delle vittime. Le vittime sono in larga parte bambine e ragazze: nel 2023 le femmine rappresentavano il 61% dei minori vittime di reato, proporzione che è aumentata nel 2024 al 63%.
Nei reati a sfondo sessuale, la sproporzione di genere è ancora più evidente: nel 2024, per esempio, l’88% delle vittime di violenza sessuale erano bambine o ragazze; per la violenza sessuale aggravata la percentuale è dell’86%, e per gli atti sessuali con minorenni l’85%. Anche le forme di violenza “non sessuale” come maltrattamenti fisici o psicologici, negligenza, abuso di cure o farmaci, violenza assistita, rappresentano una porzione significativa delle violenze in ambito domestico. La distribuzione per genere delle vittime evidenzia un dato tragico e costante: bambine e ragazze rappresentano la maggioranza. Ma la violenza sui minori non si limita all’abuso sessuale o al maltrattamento fisico. Una recente indagine nazionale, presentata nel 2025, mostra che la forma più frequente di maltrattamento è la trascuratezza (neglect), che riguarda il 37% dei bambini in carico ai servizi sociali; subito dopo viene la violenza assistita (34%), seguita da violenza psicologica (12%) e maltrattamento fisico (11%). Va poi considerata quella che viene definita “patologia delle cure”, cioè un uso distorto delle cure o dei farmaci, e, in minor misura, l’abuso sessuale.
Negli anni recenti, i numeri escono dunque dal binomio “violenza fisica o sessuale” per abbracciare una gamma molto più ampia di sofferenze invisibili: incuria, abbandono, violenza psicologica, esposizione a conflitti familiari, tutte condizioni che, secondo le definizioni dell’Consiglio d’Europa (1978) e dell’World Health Organization (OMS, 1999) che configurano maltrattamento e abuso, cioè quegli “atti e carenze che turbano gravemente il bambino… attentano alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale” o rappresentano “abuso fisico o emozionale, trascuratezza o negligenza (…) che comportino un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino o per la sua dignità…” (come il contesto di fiducia e potere che c’è all’interno della famiglia). Questo spiega perché così tanti casi restino sommersi: non sempre c’è un’evidenza fisica, non sempre è chiaro che dietro un “atteggiamento disfunzionale” ci sia un abuso sistematico. Spesso i segnali sono sottili, continui, fatti di silenzi, paura, dissociazione. E quando a soccombere sono bambini o adolescenti, le conseguenze possono essere devastanti, sia nell’immediato sia nel lungo termine.
In termini psicologici, i traumi subiti in un contesto domestico, dove il bambino dovrebbe sentirsi più protetto, possono manifestarsi come ansia cronica, disturbi dell’umore, difficoltà di fiducia verso gli altri, alterazioni del senso di sé e dell’autostima. Possono emergere problemi comportamentali, difficoltà di relazione, isolamento, difficoltà scolastiche. Nei casi più gravi, depressione, disturbi post-traumatici, autolesionismo, difficoltà a costruire relazioni sane in età adulta.
Sul piano sociale, l’abuso su minori in famiglia mina il tessuto di fiducia su cui si fonda la convivenza, ostacola la crescita di nuove generazioni stabili sotto ogni aspetto, sia esso psicologico, educativo o civile. Questo rende ancora più fragile la rete di protezione sociale. I numeri lo mostrano con chiarezza: un aumento del 58 % in 5 anni dei minori vittime di maltrattamenti tra quelli in carico ai servizi sociali, che nel 2023 sono diventati 113.892 su 374.310, circa il 30,4% del totale. Garante Infanzia+1 Ecco perché parlare di questi fenomeni non come di “casi isolati” ma come di una vera e propria emergenza sociale e di salute pubblica, come già indicato da organismi internazionali, non è un eccesso retorico, ma un’esigenza concreta. Ogni abuso taciuto, ogni segreto mantenuto, rappresenta la negazione di un diritto fondamentale: crescere sereni, protetti, senza paura.

Marcello Buttazzo, “Aspettando l’aurora”, I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, 2025.

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Non c’è stilla
di malessere
sulle membra,
c’è l’inalterata sorpresa
e questo sole
che ribrilla.
Il giallo batte
sulle tempie di limone,
è ocra,
s’incendia al tramonto
e scende sulle persone.
Il sole
è un bimbo
che all’orizzonte
gioca
e sfida le nubi.
Il cilestrino
e l’azzurrino
come il rosa
e l’aurora al mare.
E come sole
m’appari tu
che mi mischi le carte
e tieni lontana la tribolazione,
sfianchi la rimembranza
e accendi la notte.
La notte
delle stelle girovaghe.
La notte
che ritorna
e agogna
i lucori
del primo mattino.

*

Vertigine,
scuotimento dei sensi.
Ninfa
afa di luglio
musica leggera.
Murmure
del salentino mare,
canto delle sirene,
fruscio d’un benedetto vento
di tramontana.
E lampo di tuono
che d’improvviso squarcia la canicola,
brusio
delle centomila tempeste.
Soffio di vento
fra le fronde dell’arancio,
stagione stremata
ma desta di passione.
Questo
e tutto il resto
tu sei,
il passero che vola sei,
sei l’unica scuola
che frequenterei
per imparare l’abc
dell’amare.
Ogni giorno
ti vengo a cercare
per quietare
la paura di vivere
e per farmi spiegare
i motivi reconditi
di questa insostenibile precarietà
dell’essere.

*

Sentire
tutto l’amaro in gola,
ragione di mestizia
che m’avvince
a questa vita
sfinita, che evolve
ma non muta. Assisa
la vita
sui troni bucati
dell’incertezza,
la timidezza la fragilità
d’incedere a passo lento.
La vita,
fuscello al vento.
La vita è cedevole,
non è un sicomoro
di fronda dura,
la vita non è sicura.
La vita è modesta,
la rammemorazione
d’una infinita partita di pallone
giocata da fanciulli
su un campo di catrame,
cadute ferite, ginocchi sbucciati.
La vita è rincorsa,
è l’eterna corsa
che poi finisce
e l’incanto resta
solo negli occhi
di chi più ci amò.

*

La vita che resta
non voglio sprecarla
in giochi mondani
in discussioni sterili
in menate di mani.
La vita che rimane
non voglio impiccarla
ad idee oltranzistiche,
a fredde visioni.
Voglio godere
dell’attimo errante,
il germoglio del mandorlo
voglio.
La terra
voglio
e le sue zolle,
la misericordia
voglio
e la pietas
che mai soccombe.
Il tuo cuore
voglio
per masticarlo
e farne molliche di pane.
Voglio
quel che già ho,
voglio
quel che non so.
Voglio
un bacio
scoccato in pieno volto,
rivoglio
il tuo quaderno rosso
pieno di poesie.
E una preghiera
voglio
di taciturne parole
per non sentirmi
più solo.

*

Al magniloquente
preferisco l’essenza.
Il maestoso
non m’attrae,
meglio,
sì, molto meglio
un piccolo pensiero
redatto con inchiostro d’anima
per coloro che ogni giorno
mi sono accanto.
I massimi sistemi
mi deprimono,
prediligo il dialogo continuo
lineare elementare semplice,
l’umana condivisione.
Stamattina
ho visto nel giardino
i miei due gatti
che bisticciavano.
Alfonso, il nero,
ha assalito e morsicato
Johnny, l’albino.
Non voglio la guerra,
inseguo la pacificazione,
fosse pure quella felina.
La bulimia
dei buoni sentimenti
da ostentare
non mi interessa,
meglio una vita dimessa
a coltivare il silenzio e l’infinito,
a rincorrere
i sogni infranti spezzati
per tentare di rianimarli
con dosi di carezze
e di preghiere sommesse.

Marcello Buttazzo

NOTA BIOBIGLIOGRAFICA

Marcello Buttazzo è nato a Lecce nel 1965 e vive a Lequile, nel cuore della Valle Della Cupa salentina. Ha studiato Biologia con indirizzo popolazionistico all’Università “La Sapienza” di Roma. Ha pubblicato numerose opere, la maggior parte di poesia. Scrive periodicamente in prosa su Spagine (del Fondo Verri), nella rubrica Contemporanea, occupandosi di attualità. Collabora con il blog letterario Zona di disagio diretto da Nicola Vacca. Tra le pubblicazioni in versi ricordiamo: “E l’alba?” (Manni Editori), “Origami di parole” (Pensa Editore), “Verranno rondini fanciulle” (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno), “Ti seguii per le rotte” (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno). Ad aprile 2025, è uscito per Collettiva Edizioni Indipendenti il libello dal titolo “Sommesse preghiere” (Collezione I Distillati). A settembre 2025, per i Quaderni del Bardo edizioni di Stefano Donno è uscita la nuova raccolta di poesie dal titolo “Aspettando l’aurora”.

Poesia sabbatica:”Lettera a mia figlia”

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Lettera a mia figlia

 

se un giorno io morissi,

figlia mia, ti prego

piangi pure ma fa’ che sia breve

 

non dare a questa vita

(inganno di un eterno che non dura)

l’euforia oscena di chi nel palmo

nasconde il poker d’assi che ci umilia,

non darle da godere

la tua estorta pena

e se proprio non riesce

tu fa’ che sia breve,

trattala come faccio io

scrivendo l’impostura

sopra tutti i muri,

coi denti del mercante

che assaggia le monete

e non chiama oro

lo sfavillio del rame,

accordi d’amore canta

quando incontrerai l’amore

e fai volare alianti

quando ti sentirai vento,

ma non cerchiare zeri

al valore della vita

che è solamente l’uno,

il numero di ciascuno                                 

 

intanto ora vivo

continuo questa guerra

che finirà perduta,

ma ti prego in quell’istante

ascolta nel silenzio

le antiche cornamuse

che degli uomini raccontano

il coraggio e la battaglia

 

e poi dammi pure un bacio

ma fa’ che sia breve.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta edita “Fra improbabile cielo e terra certa” – Terra d’ulivi edizioni)

Venerdì dispari

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Libro

Certe poesie che ho scritto
andrebbero messe in un bel libro
anziché stare qui a consumarsi
lo dico sul serio, lo penso davvero.

Starebbero nel loro luogo adatto
farebbero la loro figura
impaginate a dovere, presentate, recensite
da una voce autorevole con parole oscure
ma sagge, che vanno a pescare chissà dove.

Certe poesie passerebbero l’esame
andrebbero diritte a un cuore
qualcuno chiuderebbe la pagina
e per un po’ guarderebbe lontano
qualcuno si accontenterebbe dei primi versi.

Qualcun altro dei coraggiosi lettori
andrebbe a cercare le cose
che alcuni poeti lasciano fuori
chiedendosi perché proprio così
e non invece
e la ragione di quel vuoto e come mai,
e che roba è mai questa.

Altri mi ignorerebbero
e non posso dargli torto.

Devo confessare ora che ho un autore di riferimento
un poeta che ha scritto un libro a mano
poesie poverissime
ottima calligrafia ottocentesca, qualche rara cancellatura
scrittura semplice, poche rifiniture.

Lo ha rilegato a sue spese
con il titolo stampigliato sul dorso
la copertina di marocchino rosso.
Deve essere stato in libreria una vita
possiede perfino alcune pagine strappate
chissà da chi e per quale ragione.

Ha il suo scaffale confuso con gli altri
che sono tutti stampati a dovere.

Francesco Tontoli

Il fallimento rieducativo delle carceri

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(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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In Italia il tema della rieducazione penale continua a intersecarsi con una realtà che, spesso, ne smentisce l’ambizione. La Costituzione, all’articolo 27, sancisce che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”, ma la distanza tra il principio costituzionale e le pratiche concrete è ancora vasta. Il carcere, nella sua configurazione attuale, raramente riesce a essere un luogo di cambiamento profondo. Più spesso, è un contenitore statico, dove l’isolamento sostituisce l’elaborazione, dove la punizione prende il posto della responsabilità, e dove il ritorno in società sopraggiunge senza che sia avvenuto alcun vero percorso trasformativo.
Lo si vede con chiarezza quando si osservano i dati sulla recidiva. Un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico, eppure decisivo per valutare l’efficacia del sistema penale. Le persone che scontano la pena senza accedere a percorsi di recupero e reinserimento hanno una probabilità significativamente più alta di commettere nuovi reati. Al contrario, progetti strutturati che prevedono accompagnamento psicologico, formazione, lavoro e supporto sociale riescono a ridurre drasticamente la probabilità di recidiva. E non si tratta di ipotesi astratte, ma di esperienze concrete che dimostrano l’efficacia di un approccio più umano, ma anche più razionale, alla giustizia.
Tra questi esempi vi è il progetto SOFT (Sex Offender Treatment), attivo in otto istituti penitenziari italiani, che si occupa di persone condannate per reati sessuali. È un ambito tra i più delicati, dove il rischio di recidiva, secondo la letteratura internazionale, si aggira tra il 17 e il 20% se non viene
avviato alcun trattamento. Il progetto SOFT interviene proprio su questo punto, proponendo percorsi di responsabilizzazione e cambiamento attraverso trattamenti psicologici mirati. L’obiettivo non è quello di “perdonare”, ma di prevenire: riconoscere il reato, comprenderne le cause, e fornire strumenti per spezzare le dinamiche che lo hanno reso possibile. Tuttavia, la sola applicazione all’interno del carcere non basta: perché il trattamento sia efficace, serve continuità, serve monitoraggio dopo la scarcerazione, serve che il reinserimento nella società non sia un ritorno nel vuoto.
La fragilità del sistema emerge anche da altri studi. In Veneto, una ricerca ha analizzato il percorso di 24 uomini condannati per violenza domestica. Il dato più preoccupante emerso è che la maggior parte di questi soggetti non aveva avuto accesso ad alcun tipo di intervento rieducativo, né prima né dopo la condanna. Né terapia, né gruppi di confronto, né percorsi di consapevolezza. Nulla. La pena si è consumata interamente sul piano della reclusione fisica, senza che vi fosse una reale occasione di lavorare sulle dinamiche affettive, identitarie e relazionali che avevano condotto alla violenza. In questi casi, il carcere non rappresenta altro che una parentesi, una sospensione che però non modifica nulla. E quando la pena finisce, tutto ricomincia da dove era stato interrotto.
È proprio questa ripetizione che ci interroga. Perché se una persona torna a delinquere, significa che non è cambiata. E se non è cambiata, dobbiamo chiederci che cosa non ha funzionato. La detenzione, da sola, non è sufficiente a modificare comportamenti complessi. Al contrario, può peggiorarli. L’isolamento, la perdita di contatti familiari, la stigmatizzazione sociale, la mancanza di opportunità educative e lavorative sono fattori che rendono il ritorno alla legalità ancora più difficile. Eppure, la nostra società continua a investire nel carcere come strumento principale di sicurezza. È una contraddizione evidente, resa ancora più grave dal fatto che il costo della detenzione è altissimo, sia in termini economici che umani, e raramente ripaga in termini di prevenzione del crimine.

Parlare di rieducazione non significa sminuire la gravità dei reati, né ignorare il diritto delle vittime a ottenere giustizia. Significa, invece, prendere sul serio il concetto stesso di responsabilità. Chi ha commesso un reato deve assumersene le conseguenze, ma deve anche avere la possibilità – reale, concreta – di trasformare la propria identità. Questo è il compito della pena secondo la Costituzione.
Non un atto di vendetta, ma un processo di ricostruzione. E un processo richiede tempo, metodo, risorse, e una visione che sappia andare oltre la logica dell’emergenza o del populismo penale. Servono programmi personalizzati, capaci di intercettare le specificità del reato e della persona che lo ha commesso. Servono équipe multidisciplinari formate da psicologi, educatori, mediatori, operatori sociali. Serve il coinvolgimento della comunità, perché il reinserimento non avviene nel vuoto, ma in un tessuto sociale che deve essere preparato ad accogliere il cambiamento.
E serve soprattutto il coraggio politico e culturale di credere che anche chi ha sbagliato può cambiare. Non sempre, certo. Ma molto più spesso di quanto oggi il nostro sistema riesca a permettere. Finché continueremo a pensare alla pena come a una sospensione temporanea della libertà, senza un progetto di ricostruzione, continueremo a vedere persone uscire dal carcere peggiori di come vi sono entrate. Continueremo a contare i casi di recidiva come inevitabili. E continueremo a tradire, ogni giorno, il senso profondo della giustizia come possibilità.

Buona festa dell’Immacolata

Oggi, 8 dicembre, è festa. Si festeggia Maria, madre di Gesù, nella sua esclusiva dote di purezza che la rende, sin dal concepimento, libera dal peccato originale, cioè dalla colpa che affligge invece tutti gli altri uomini e donne sin dalla nascita. E’ una festa religiosa, tra le poche rimaste dopo la soppressione di altre festività religiose avvenuta con la L. 54 del 1977. Sono rimaste nel calendario civile come feste religiose, oltre alla Festa dell’Immacolata, anche Natale, Pasqua e l’Epifania, quest’ultima ripristinata nel 1987. Soppresse il Corpus Domini, l’Ascensione, la festa dei Santi Pietro e Paolo e la festa di San Giuseppe. La festa del padre putativo di Gesù collocata il 19 marzo di ogni anno è stata convertita nella festa laica del papà, senza che sia considerata giorno di assenza dalle attività lavorative. La permanenza della festa dell’Immacolata Concezione nel calendario delle festività religiose-civili evidenzia l’importanza che la Chiesta cattolica riconnette alla figura della Madre del Salvatore, al suo concepimento immacolato, il che ne permette, più tardi, al termine dell’esistenza terrena di Maria, sempre secondo la tradizione cattolica, l’assunzione in cielo in corpo e spirito.

L’immacolata concezione di Maria è un dogma cattolico, una verità alla quale bisogna credere, senza che possa essere messa in discussione. L’intangibilità della figura di Maria nel suo corredo di purezza ha in sè un’aura di fascino, mistero e devozione che ha ispirato il mondo artistico nei secoli. Molti pittori si sono cimentati nel rappresentare la Madonna come Immacolata, tra questi spicca Bartolomé Esteban Murillo, un pittore spagnolo vissuto tra il 1618 e il 1682. Nell’arco cronologico in cui fu attivo egli ha rappresentato circa due dozzine di volte il mistero dell’Immacolata Concezione e più in generale si dedicò in gran parte a temi religiosi per i quali fu molto apprezzato, ma anche molto imitato dai contemporanei e successori nell’arte.

Auguriamo a tutti Buona festa dell’Immacolata con una galleria di dipinti a tema di Bartolomé Esteban Murillo.

Poesia sabbatica: “Divenire”, “Chi siamo”

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DIVENIRE

 

il tempo

uccide i tronchi

uccide le gemme

divora il ferro

 

il tempo

ci sorprende

anche quando è notte

e vorremmo dormire,

anche quando

non si fa che invocare

la pietà delle stelle

 

il tempo ti annusa

t’insegue

ti riduce a brandelli

poi ti lascia per strada.

 

***

CHI SIAMO

 

chi siamo,

noi ragionatori d’universi lontani,

chi siamo,

noi evocatori di memorie divine

che niente hanno in comune

col guscio di carne e d’ossa

che ci veste,

noi con le ali potenti di cielo

che forse un giorno abbiamo avuto

se ora a volte urlano

cicatrici sulla schiena,

 

certo è difficile comprendere

quale sia la parte sulla scena

e se una parte poi vi sia

ma forse sarà vero

che esiliati siamo

da un mondo che è perduto

e lì certo

eravamo eterni e felici.

 

(1998)

 

 Francesco Palmieri 

(dalla raccolta inedita “Poesie  giovanili”)