Arrivò come rivelazione come arriva sugli occhi il mare quando annega d’azzurro le sclere rifrangendo senza bruciare tutt’intorno nell’acqua guizzi di pesci sciamavano verso il disperso liquido ineffabile verderame.
Arrivò come un soffio sul rovente d’estate fresco rigenerante stupore breve come il lampo che svirgola in cielo un bianco profondo improvviso catatonico tra fulgore e particelle d’ossigeno
Giunse come fulcro d’appoggio alla leva innestata nel morso un traino a contrasto di forza nella presa della tagliola un sollievo alla carne disfatta dalla ferocia della cattura dal bracconaggio.
Scrive la bestia scrive ancora ma per nessuno sia chiaro non c’è direzione o avvenire destinatario o ritorno ossidazione del polso mancamento.
Teresa già da trenta minuti parlava all’uditorio, diciotto persone iscritte al suo corso di cucina. Dopo le presentazioni dei partecipanti, aveva illustrato il modo in cui era nata l’idea del corso Cucina e tradizione, la struttura e lo sviluppo del corso, gli argomenti trattati, divisi tra mattina e pomeriggio, nelle tre giornate previste di formazione. I discenti erano tutti giovani, alcuni appena diplomati all’alberghiero, altri, gli uomini soprattutto, single desiderosi di apprendere come cucinare almeno qualche piatto elementare, uno appena separato dalla moglie, un altro appassionato di cucina, qualche moglie, fresca di nozze, che non aveva avuto mai occasione di imparare e diverse giovani donne che volevano maggiore conoscenza dell’argomento. Dopo mezz’ora di illustrazione del corso Teresa pensò bene di entrare nel vivo in modo letterario, proponendo la lettura di un testo di Gedo Ghiglioli, famoso scrittore di romanzi. Sullo schermo proiettò la pagina del passo scelto e chiarì – A questo punto leggiamo un brano tratto dal romanzo di Gedo Ghiglioli “Pietre di Sicilia”, nel quale l’autore si sofferma con minuzia a descrivere la preparazione del pranzo da parte di Irene, la protagonista del romanzo. Leggeremo a turno per non stancarci. Ognuno leggerà un paragrafo. Vi chiamerò per nome per proseguire la lettura, dal punto in cui il lettore precedente conclude il suo paragrafo. Poi commenteremo il brano insieme. Tutto chiaro? – Con lo sguardo percorse l’aula per accertarsi che tutti avessero capito, poi proseguì – Andrea comincia a leggere-
E Andrea iniziò
Irene cominciò la giornata pulendo le cime di rapa. Per Piero, suo marito, intendeva cucinare un primo con le verdure. Piero difficilmente esprimeva desideri, ma giusto il giorno prima glielo aveva chiesto – Domani mi piacerebbe mangiare qualcosa di buono, ma semplice, ecco solo un primo …una pasta con le verdure-. Il figlio di Irene, Giorgio, dal canto suo, seguiva una dieta dimagrante che il giovedì prevedeva pesce, patate bollite, insalata, spremuta d’arancia. Tutto rigorosamente pesato. Per quel giorno in menù c’erano tranci di merluzzo. Merluzzo che, lessato in brodino, sarebbe stato il secondo di Irene, per primo spaghetti spezzati nel brodo stesso. Alle dieci del mattino le cime di rapa erano a bollire sul fuoco, mentre Irene lavorava in smart per la sua azienda, dopo circa venti minuti spense la fiamma e si concentrò sul lavoro. Più tardi, non appena il display dell’orologio sul personal segnò le 13,00 scattò l’ora dell’azione.
Andrea tacque e Teresa intervenne – Patrizia prosegui tu –
Irene si recò in cucina, con gesti rapidi e precisi, prelevò dal frigo una vaschetta con cinque pomodori e due piccoli peperoni, dal cesto degli ortaggi prese quattro spicchi d’aglio. Il merluzzo non era del tutto scongelato lo pose in un contenitore nel lavello sotto un debole getto d’acqua. I pomodori erano pochi, uno grosso, tondo, maturo e succoso e quattro datterini. Servivano nella ricetta di ben tre pietanze quel giorno. Erano pochi, ma li avrebbe fatti bastare. I peperoni non erano nel menù, ma stavano perdendo freschezza, perciò decise di cucinarli, chè tagliati ad anelli e fritti erano sempre accattivanti. Per i peperoni usò un padellino e lo mise sul fuoco dal bruciatore piccolo. Dentro la padella poco olio, uno spicchio d’aglio, i peperoni tagliuzzati, coperti in modo che non friggessero selvaggiamente, ma con dolcezza. Nel frattempo su un altro fuoco più grande pose una padella media. A quel punto in un lampo d’intuizione si fermò, si era resa conto che l’incastro perfetto dei tempi richiedeva che prima fosse infornato il merluzzo, la cui cottura richiedeva circa mezz’ora.
-Silvestro è il tuo turno-
Il merluzzo ormai era del tutto scongelato, prese una teglia, la rivestì di carta forno, e dentro versò a occhio un po’ d’olio, poi sminuzzò metà del grosso e succoso pomodoro, spezzettò a piccoli pezzi una cipolletta fresca, aggiunse due cucchiaiate di olive nostrane, scolate dell’olio di conserva, i tranci di merluzzo, l’immancabile pizzico di sale, spolveratina di pepe nero e infornò la teglia. Adesso Irene poteva tornare a gestire la padella media, non prima però di aver dato un’occhiata ai peperoni sfrigolanti, ai quali dedicò una mescolatina e un assaggio per regolarli di sale. Finalmente poteva disporre della padella media, il solito giro d’olio a occhio, l’altro mezzo pomodoro succoso e due datterini a pezzetti, due spicchi d’aglio a filetti, un pizzico di sale. L’insieme fu messo a rosolare, prima scoperto e poi coperto allo scopo di evitare che violente cotture prosciugassero i succhi. Al momento giusto prese le cime di rapa dalla pentola con una forchetta tenendole sospese sul tegame per qualche secondo in modo che scolasse l’acqua di cottura, poi le accomodò nella padella. Con una forbice ridusse a tranci grossolani le cimette, avendo cura nel corso dell’operazione di sollevarle dal fondo della padella antiaderente, per non graffiarla.
-Leggi tu, per favore, Antonia-
Era giunto il momento di mettere a bollire l’acqua di cottura delle verdure dove lessare la pasta. Nel frattempo i peperoni avevano completato la cottura. Sul fornello piccolo, finalmente libero dai peperoni, Irene pose un pentolino, un poco d’olio, uno spicchio d’aglio a filetti, i due datterini residui sminuzzati, qualche foglia di prezzemolo. Fece rosolare appena i condimenti, ben presto vi pose dentro due tranci di merluzzo che rosolarono anch’essi per non più di tre minuti, poi versò nel pentolino un bicchiere d’acqua e quando l’acqua giunse a ebollizione cinquanta grammi di spaghetti spezzati. Intanto anche l’acqua delle cime di rapa bolliva, era l’ora di mettere dentro ottanta grammi di orecchiette per Piero. Il merluzzo al forno era quasi cotto, dieci minuti ancora. Nel frattempo Irene pesò e lavò accuratamente quattro patate per circa 300 grammi complessivi. Per lessarle decise di usare la pentola a pressione. Erano quasi le quattordici. S’era fatto tardi.
-Vincenzo puoi proseguire-
Piero nel frattempo rincasò. Irene, dopo averlo salutato, gli chiese – Vuoi la mollica abbrustolita sulla pasta con le cime di rapa? – Piero risposte di sì. Irene aveva previsto la sua risposta, ma non aveva voglia di cucinare ancora, eppure organizzò anche quest’ultima preparazione. Ma il fatto di farlo controvoglia fu l’occasione per una riflessione intima. Pensò tra sé e sé: cucinare non è semplice, diversamente da quanto pensa la maggior parte della gente che non lo sa fare, cucinare è un’operazione complessa. Nel cucinare c’è sapienza, programmazione, pazienza, tempismo, organizzazione, rapidità, precisione. Occorre tenere tante cose sotto controllo, la cucina come una plancia di comando, il piano cottura un cruscotto. Bisogna essere efficienti, rapidi, competenti. Prevedere gli ingredienti necessari, combinarli in una sequenza ragionata. Compiere con sicurezza le operazioni in modo che tutto ciò che si cucina confluisca verso l’ora dell’apparecchiamento e del pranzo.
-Ludovica completa la lettura-
La pasta nel pentolino col sughetto di merluzzo era cotta, Irene la versò nel piatto. Lasciò i tranci nel pentolino. Nel fornello piccolo, appena liberato, pose un altro padellino senza olio e tostò un paio di pugni di pangrattato. Quando il pangrattato fu dorato, lo accantonò con la forchetta verso i bordi del recipiente, creando uno spazio al centro del padellino dove versò dell’olio e tre filetti di acciuga. Una volta sciolti nell’olio, i filetti, a pochi secondi dalla fine della cottura, furono amalgamati al pangrattato. Irene spense la fiamma. Il pranzo era pronto. La tavola in pochi minuti fu apparecchiata. Incluse la spremuta d’arancia e l’insalata. Tutto in poco più di un’ora. Anche oggi Irene aveva compiuto l’opera. Un’opera di cura della sua famiglia, un impegno svolto con amore. Perché senza amore non viene bene niente, ma l’amore, come la cucina, non è una cosa semplice. E Irene questo l’aveva imparato da bambina.
La casa di nonna Santina sembrava quella dei presepi. Una porta sulla strada, la strada costeggiava una piazza e la piazza era fiancheggiata da una salita tutta di basole in pietra lavica. Nella piazza erano piantumate sei robinie, dentro aiuole circondate da un cordolo di pietra. La piazza era dominata da un convento raggiungibile da due rampe di scale che, in fondo alla piazza, s’inerpicavano divergendo l’una dall’altra, verso l’edificio religioso. C’era pure un campanile nella chiesa del convento che suonava i rintocchi ad ogni ora.
La casa di nonna Santina era la casa del presepe nel paese del presepe. Tante casette in pietra e muratura e tante strade a scendere e salire e scale, tante scale, per colmare i dislivelli di un paese collinare. Sopra la porta della casa di nonna Santina aggettava un balconcino con balaustra in ferro, in cima ai montanti della balaustra due pigne grandi in terracotta tenute strette col fil di ferro. Sul balconcino si apriva una portafinestra in legno verniciato che dava luce all’unica stanza della casa posta al primo piano. Una stanza stretta e lunga, ma sufficiente per accogliere i mobili di una camera matrimoniale. La stanza prendeva luce anche da una finestra diametralmente opposta alla portafinestra. La finestra dava sul tetto coperto da tegole, ma la zona più vicina alla finestra era un terrazzino senza tegole. Un posto magnifico per le avventure di Agata, si doveva solo scavalcare la finestra e stare per prudenza lontano dalla parte spiovente, lì sopra c’era un regno incantato da esplorare.
Agata scoprì quel tetto in cima al mondo ch’era bambina, sempre lì molti anni dopo scoprì la sua vocazione per il giardinaggio. Crescevano tra le tegole delle piantine che attirarono la sua attenzione. Erano dei rametti che svirgolavano verso l’alto con le foglie come tante piccolissime dita agganciate ai rametti. I rametti si partivano da un centro comune e poi si diramavano e dalle diramazioni oltre a nuove foglie nella parte inferiore spuntavano radichette pronte ad aggrapparsi al terreno in qualunque direzione lo avessero trovato. Sulla terrazza di terreno ce n’era poco e le piantine scoperte da Agata facevano una gran fatica a resistere, eppure le sembrarono l’emblema della voglia di vivere. Agata pensò portarle a casa in città e dare loro nuovo respiro trapiantandole in un vaso di terracotta rettangolare. Le piantine si svilupparono con entusiasmo, ben presto ricoprirono tutto il vaso e i rametti pendevano anche fuori da esso in una cascata verde tenero di migliaia di ditine verdi.
Sebbene la casa di nonna Santina fosse per Agata la casa della sua infanzia per antonomasia, sebbene avesse preso le piantine quasi in omaggio alla sua infanzia e al divertimento delle avventure alla casa del paese, l’infanzia di Agata era finita, la casa di nonna Santina stava per essere venduta, Agata era pronta per andare a studiare legge fuori sede.
Infatti si assentò per qualche tempo da casa, lasciando le piantine a vivere la loro vita nel vaso in terracotta in città. Al suo rientro il vaso ospitava nuove succulente, chiese notizie alla madre della sua pianta e seppe che l’aveva eliminata. All’accorata domanda di Agata del perché l’avesse fatto la madre rispose “Era una pianta stupida”.
Così finì la storia delle dita verdi di Agata. Agata rimase appassionata di giardinaggio, curò, trapiantò, riprodusse tante altre piante nella sua vita, ma le dita verdi restarono nel suo cuore con una nostalgia infinita, come la rabbia della distruzione, come il dolore della perdita, come il senso di colpa dell’abbandono, come l’ottusità del potere. Con un misto di sentimenti piantati nel cuore inspiegabili a parole.
Come una giostra confonde e stanca il turbinio che ruota intorno dirlo alveare sarebbe rendere gli artefici api nel lavorio che fa del miele un contorno.
E così che cristallizza la disappartenenza come lo zucchero dimenticato in dispensa allora abitare la fragilità diventa contemplare le crepe contarle ad una ad una chiamarle col loro nome e cognome collocare la frattura nel preciso momento fu quella volta in quel giorno darle un preciso volto il fotogramma di uno sguardo di sfuggita oppure una frase detta non detta micidiale il chiodo riconoscibile che duole incistato nel punto querulo portare appresso i pesi scaricati senza coscienza come un’abitudine di tutela di sé di coloro che operano essendo normalmente umani e non spezzati da qualcosa d’inconoscibile agli altri eppure intimamente dato potremmo persino dire in conclusione un cumulo di umanità ci ha schiacciato.
E non cercate scuse nei difetti cercate piuttosto risposte nei vostri specchi.
Verrà il giorno che si dirà qualcosa di diverso e nuovo anche allora spunterà qualcuno a ricordare la nudità dell’essere e lo vedremo ugualmente nudo coi soli occhi possibili per riflesso.
Distesa sul divano a palpebre chiuse sento lo scatto dell’accendino il crepitare della piccola fiamma il tocco sordo dell’oggetto da fumo posato sul tavolino l’aspirazione che brucia.
Il rimbombo dei rumori mi riporta alla coscienza la conversazione in memoria ch’è manifesto di poetica non s’attende nulla e nulla si chiede libertà è smarcarsi dal potere impegnarsi fino in fondo accendersi nel desiderio sentire tra la veglia e il sonno la scintilla la fiamma la combustione nell’aria.
Anelare al sublime è atto d’umanità razzola bene l’opera prima riferendo ch’è disperso.
La folla condanna e uccide sul foglio brulica come formiche depongo gesti alla sbarra la platea fruga e beve alla poltrona degli imputati nessun verme.
Voci ne senti nella testa non tanto un balbettio quanto un coro che dice qualcosa a ripetizione come un’ossessione.
Passeggi e incroci mamme in attesa dei bambini che escono da scuola donne più grandi davanti alle elementari presso la scuola d’infanzia più giovani anche questo è il tempo che passa attraverso i luoghi e mi compiaccio del passo morbido elastico le suole soffici contro il suolo hai molti anni tra te e loro per non dire dei bambini ma ci sei ancora per guardarli e sorridere non sanno cosa li aspetta tu invece sì.
Ne senti voci nella testa mentre sei tra i pochi che passeggiano qui in questo assolato luogo circonfuso di potente luce.
Ilaria era la seconda delle tre sorelle Pastrone. Marta, la prima, s’era sposata appena ventenne, era andata in moglie a un giovane di belle speranze e molta ambizione, un propellente che lo rendeva arroccato a un rigido orgoglio di sé. Pessima dote da portare ai Pastrone, buona per un rigetto come un trapianto malriuscito, e per quanto Marta s’impegnasse a irrorare i rapporti di ciclosporina, cortisone e interferone, i rimedi avevano scarso successo. Agnese, la minore, era predestinata a raccogliere l’eredità dell’impresa familiare. Un negozio di abbigliamento messo su e ben avviato dai genitori, al punto d’essere la boutique più rinomata di Sanfilocco, in provincia di Gìtania. Agnese, dopo tanti anni di lavoro come dipendente, rilevò l’attività commerciale dalla madre, il padre era morto qualche anno prima. Lo fece obtorto collo, perché così era stato deciso, un destino già scritto verso il quale non ebbe volontà e ribellione sufficienti a opporsi, per quanto in cuor suo avrebbe preferito un’altra strada. Aveva frequentato la scuola d’arte e un lavoro creativo forse l’avrebbe attratta maggiormente, ma in certe faccende non pesano tanto i soldi e nemmeno il desiderio o l’entusiasmo, pressa il non vedere sbocchi o alternative migliori, l’essere consapevoli del rischio e dello spreco di demolire quanto già costruito in tanti anni di lavoro familiare: avviamento, credibilità, azienda, clienti, contatti, fornitori e benessere. Tutto ciò che significa impresa. Agnese diventò perciò imprenditrice per investitura familiare, senza particolare vocazione. Ilaria Pastrone, la seconda figlia, stava nel mezzo in ogni senso, non aveva talenti manifesti, piuttosto difetti, sapeva scrivere, ma non guidare, le piaceva mangiare bene, ma non cucinare, aveva un altro concetto di sé, ma difettava di determinazione. Aveva preferito studiare invece di lavorare nel negozio. Avere a che fare con una pluralità mutevole di clienti, percepiti come estranei, non l’attirava. Proprio per la sua scarsa inclinazione al commercio i genitori l’avevano esclusa dalla gestione dell’attività. Alla fine degli anni settanta l’unico desiderio che Ilaria riuscì a focalizzare con una qualche convinzione, era di allontanarsi da casa, dai genitori che percepiva come opprimenti e da una storia d’amore naufragata. Davide, il suo ragazzo fin dai tempi del liceo, dopo sei anni di fidanzamento, l’aveva tradita e lasciata per la sua migliore amica. Una vicenda talmente banale da essere penosa. Ilaria infatti non ne parlava mai, sentendosi nel raccontarla allo stesso tempo stupida e patetica. La delusione subita la segnò a tal punto che Ilaria non si innamorò più, non si sposò e non ebbe figli. Fu come se l’aspetto sentimentale dell’esistenza fosse definitivamente morto, sepolto da quell’episodio devastante. Del resto innamorarsi veramente è un’alchimia che ha del magico, accade poche volte nella vita per circostanze che si combinano tra loro in modo speciale. L’incontro, il bisogno, l’attenzione concorrono e si intrecciano con le stimmate della fatalità e spesso la sensazione che si avverte è che non poteva essere altrimenti, quasi operasse una forza cosmica potente e misteriosa, non tanto munita di frecce e calzari alati, ma piuttosto serpeggiante di vibrazioni. Può succedere all’opposto che il tempo trascorra e nulla accada, nessun fremito o segnale. Tutto dorme o tace. C’è altro a cui pensare.
Era il 1978 quando Ilaria decise di partire per Milano. C’erano già lì due cari cugini Carlo e Luigi con le loro famiglie impiantati nel hinterland, uno a Cusano Milanino, l’altro a San Donato Milanese. Essi costituirono una buona base d’appoggio per cercare alloggio e per trovare un lavoro. Ilaria trovò entrambi, il primo in via Torre di Guardia, 14 al centro di Milano, in una casa di ringhiera e l’altro presso un’importante azienda di telecomunicazioni. Quest’ultimo divenne il lavoro di tutta una vita fino al suo pensionamento. Di case invece Ilaria ne cambiò diverse, fino a sistemarsi in ultimo in una bella casa nuova e propria appena fuori Milano. Ilaria tornava spesso al Sud, alla casa d’origine specie al principio della sua permanenza in Lombardia. Le mancavano la famiglia, il cielo, il sole, il mare. La famiglia perché a distanza i rapporti conflittuali coi genitori s’erano dissolti, mentre le sorelle, essendosi sposate, l’avevano resa zia e lei adorava i suoi nipoti. Ilaria attraversava tutta la penisola almeno una volta all’anno, in estate, per andarli a trovare e con loro ritrovare quel clima solare e limpido che caratterizzava la Sicilia, la sua isola, del tutto diverso dall’aria nebbiosa e carica di smog della città metropolitana. Quando partiva aveva la valigia piena di regali per i nipoti. Una valigia ben diversa da quella di cartone verde legata con la corda del suo primo viaggio da emigrante. Questa appena comprata era morbida e leggera in similpelle color tabacco di ottima qualità, colma di doni: abiti, giochi, immancabili pigiami e un bel costume arancione comprato per sé alla Rinascente da sfoggiare sulle spiagge della Sicilia orientale. Ilaria affrontava un viaggio lunghissimo che la portava dalla città lombarda a Sanfilocco e al ritorno viceversa. Era un viaggio estenuante, ma interessante che la rapportava alla molta e varia umanità dei compagni di viaggio, anche se la sua natura schiva non ne traeva particolare piacere. Per molti anni Ilaria affrontò il lungo viaggio in treno, ciò fino a quando l’aereo non diventò il mezzo consueto per tratte così lunghe. Il cambiamento avvenne col ribaltamento del rapporto di convenienza tra aereo e treno, ma questo non accadde subito, solo molti anni più tardi, dopo l’ingresso nel nuovo secolo. A quel punto però la spinta a viaggiare di Ilaria s’era attenuata, giunse poi a scomparire del tutto col passare del tempo e l’avanzare dell’età. Ormai a Sanfilocco, sorelle e nipoti avevano dimensionato la propria vita al progetto scelto, ai propri desideri, i genitori erano morti, si formavano nuove famiglie, nascevano i pronipoti. Restavano solo nei ricordi i lunghi viaggi compiuti col treno che negli anni settanta e dintorni erano una specie di atto eroico. I treni erano stipati di emigranti che tornavano alle loro case in vacanza. Chi in Sicilia, chi in Calabria o Campania e alle altre regioni meridionali. La misura dell’affollamento del treno era testimoniata dai viaggiatori che, ultimi arrivati, non avendo trovato posto, sostenevano il viaggio seduti su sedili retrattili a molla distribuiti lungo i corridoi, retrattili perché i sedili scattavano verso l’incavo della parete dove erano alloggiati non appena cessava il peso che li teneva aperti. Chi compiva il viaggio in questa modalità doveva alzarsi in piedi ogni volta che qualcuno intendeva passare nei corridoi per recarsi ai servizi o scendere alla stazione successiva. Il passeggero ciondolava scomodo e sonnacchioso per tutto il resto del tempo. Erano necessarie ventiquattr’ore per percorrere oltre millecinquecento chilometri di ferrovia. Alla fine del viaggio i wc erano impraticabili. I cestini traboccanti di carta igienica sporca e cartacce, bucce di banana e arance. Il pavimento era sudicio e infangato, nauseante l’olezzo dell’urina.
Il viaggio era un attraversamento nazionale, climatico, paesaggistico e urbano. Il treno fendeva la penisola come una lama. Certi tratti percorsi a rotta di collo non permettevano l’osservazione, gli occhi erano incapaci di registrare il susseguirsi di scenari, talmente veloce la corsa sui binari, tranne quando lo sguardo poteva spaziare nell’ampio respiro di paesaggi pianeggianti ed estesi, allora spostando il fuoco visuale più lontano, nel campo lungo dello scenario, c’era modo di guardare la distesa e il variare delle sfumature di verzura fin dove lo consentiva il profilo di altipiani e di colline, ch’erano argine allo sguardo. Altri tratti, specie quelli diurni, disseminati di fermate nelle stazioni, erano percorsi ad andature più moderate e consentivano la visione del paesaggio, delle opere dell’uomo, delle architetture delle case. Case dirute, case antiche, trascurate, signorili, villini graziosi coi gerani alle finestre, ville d’epoca e palazzi. Le abitazioni erano edificate per lo più in calcestruzzo, muratura o mattoni rossi, questi ultimi soprattutto nelle regioni settentrionali, nella zona di Catania invece prevaleva la pietra lavica nera nei muretti di confine, nelle costruzioni, nel contenimento dei terrapieni. Come flusso inarrestabile sotto gli occhi si susseguivano incroci di strade, scorci di paesi, la vegetazione nel suo mutare, boschi, campi coltivati o abbandonati, varietà di coltivazioni o flora spontanea, tralicci, ponti, strade, fabbriche, giardini, palme, ficodindia, nespoli, banani, robinie, platani, pioppi, querce, canali, corsi d’acqua, torrenti, fiumi e il mare, quest’ultimo una costante del paesaggio della parte meridionale della penisola e, ancora più a sud, dell’isola, essendo la strada ferrata in quei percorsi quasi del tutto litoranea. I finestrini potevano essere abbassati fino a circa metà dell’apertura, il condizionamento dell’aria non esisteva o forse era sempre guasto. Specie d’estate per avere sollievo dal caldo si tenevano aperti i finestrini del vagone. Il risultato era che al termine del viaggio gli abiti e la persona erano intrisi di uno strano odore ferroso, misto a polvere e sudore. Il viaggio era così lungo che inevitabilmente includeva una notte trascorsa sul treno. Per riposare l’accomodamento economico prevedeva l’uso di cuccette, sei per scompartimento. I sedili erano rigidi e imbottiti di gommapiuma dura, i rivestimenti in similpelle a doppia tinta: beige e marrone. Sulla parete al di sopra del poggiatesta del posto centrale era applicato in un riquadro uno specchio, esattamente di fronte, sopra l’altro sedile, un quadretto con la cartina geografica dell’Italia, di colore seppia, coi cerchietti o i puntini a segnare città o paesi e i loro nomi. Con essa si poteva seguire il succedersi delle fermate alle stazioni, l’avanzare del treno. La notte i viaggiatori impilati come sardine sui ripiani costituiti dai pianali e dagli schienali dei sedili ribaltati e abbassati per consentire uno spazio sufficiente a distendersi, dormivano cullati dal rollio del treno o vegliavano tenuti desti dallo sferragliare delle carrozze.
Un momento particolare del viaggio era il traghettamento dello Stretto di Messina, tra la Calabria e la Sicilia. Le carrozze del treno a gruppi più o meno lunghi, a seconda della capienza dell’imbarcazione, con tutti i passeggeri dentro, venivano caricate sul traghetto che spalancava verso l’alto la sua grande bocca per consentire l’accesso alla stiva. Il traghetto attraccava all’invasatura, un incavo che aveva la forma a cuneo corrispondente alla sagoma della nave, questa veniva quindi fissata saldamente alla terraferma. Ilaria osservava con speciale attenzione il punto dove la terraferma cessava e aveva inizio la nave: sormontato da tralicci in ferro, alla base era costituito da una solida piattaforma, un ponte mobile attraversato da binari che veniva abbassato in modo che i binari della terraferma e quelli della nave si allineassero. L’insieme sembrava un miracolo di metallo che concorreva alla riuscita del trasbordo, insieme agli uomini dell’equipaggio intenti a sorvegliare, manovrare, attivare i segnali luminosi per l’arresto o il moto in entrata e in uscita alla locomotiva che svolgeva le operazioni di caricamento dei vagoni alternando movimenti di avanzamento o arretramento. Una volta che aveva introdotto nella pancia della nave un gruppo di carrozze, effettuato lo sganciamento del vagone terminale, essa arretrava per intercettare mediante lo scambio un altro binario sulla nave, procedeva quindi nuovamente ad avanzare e inserire a bordo un altro gruppo di carrozze su un binario della nave parallelo al precedente, e così di seguito in una teoria di avanzamenti e arretramenti fino a completamento del caricamento del treno. A quel punto si chiudeva il portellone del traghetto e la nave partiva per raggiungere da Villa San Giovanni Messina o viceversa. La breve traversata di poco più di tre chilometri era compiuta circa in venti minuti, quella era l’occasione per salire sul ponte della nave, farsi schiaffeggiare dal vento dello Stretto, ammirare la Madonnina, la grande statua dorata posta a proteggere Messina su una torretta sorgente dal mare, scrutare il profilo della terraferma, osservare attentamente la schiuma vorticante e le onde per scorgere nelle profondità Scilla o Cariddi, consumare una cipollina* o arancina al bar di bordo insieme a un caffè coi fiocchi. Terminata la traversata in mare di circa tre chilometri, dopo l’attracco, avveniva lo sbarco. Il treno, dopo essersi ricomposto con operazioni analoghe al caricamento sul traghetto, effettuava una lunga sosta alla stazione di destinazione, poi proseguiva il percorso.
Tutun tutun era il rumore del treno in corsa, il treno che riportava Ilaria a casa verso i ricordi e gli affetti. Tutun tutun faceva pensare al battito di un cuore, ugualmente sordo e profondo, forse per questo era un rumore che Ilaria percepiva come piacevole, familiare. Tutun tutun, quasi sempre era un battito doppio, come un botta e risposta a un discorso, un colpo e il suo ritorno d’eco. Esso s’inseriva sul rombo di sottofondo del treno in movimento, frenetico nei tratti percorsi a velocità elevata, attenuato dove rallentava. Talvolta il treno fischiava per avvisare del passaggio, altre, dopo una sosta, per allertare sulla ripresa del cammino. Senza che il motivo fosse chiaro ai passeggeri, a volte il treno frenava, qualche volta con vigore, altre più dolcemente, il ferro tra le traversine allora per l’attrito strideva acutamente, questo rumore si aggiungeva agli altri suoni prodotti dalla macchina sferragliante. Tutun tutun, attenta al ritmo Ilaria riusciva persino a dormire per qualche ora, cullata dal dondolio del treno in corsa. Lo stesso dondolio che impediva di camminare nei corridoi del treno con equilibrio sicuro. Tutun tutun Ilaria si svegliava ch’era l’alba. Il treno correva ancora dentro i budelli oscuri delle gallerie, lanciato al di sotto di montagne italiane forate come mele dai bruchi. Al termine delle gallerie il treno sbucava nella luce che, dopo la notte appena trascorsa, sembrava abbagliante. Tutun Tutun. Ilaria, ancora sospesa tra il sonno e la veglia, percepiva con gli occhi chiusi quel suono come il clangore del sole, la corsa verso l’azzurrità. Tutun tutun. Sembrava lunga la percorrenza della vita.
*un pezzo da forno di sfoglia di forma quadrata ripiena di prosciutto, salsa di pomodoro, formaggio filante, aromatizzata con cipolla
Come sei dolce mia tenerezza mia balbuzie molle chiocciolina che se non t’avessero scrocchiato le falangi sconocchiato le ginocchia saresti ancora batuffolo di lana e seta o altro soffice tessuto come una nuvola di bambagina e io t’impasterei di piegature e sfoglie imburramenti e volumizzazioni come certe preparazioni arabe che non sapevi o immaginavi tra il deserto e i barbari ti farei ancora più aerea come una bolla di sapone che sospesa col soffio tenue si tiene ancora più in alto sempre più palloncina rossa perchè il rosso è del sangue e del rigore che dritto fila l’impuntura perché senza non ci sarebbe il pugno nell’occhio la sabbiatura la briciola la pietra l’incudine la goccia tutto si terrebbe pulito e modanato d’oro barocco e rifiniture a secco come un ostensorio nel tabernacolo della poesia.
Articolo pubblicato su Limina mundi qui. Nel libro è presente tra gli altri un mio intervento del quale riporto in fondo a questo post la parte iniziale
Il libro “La scrittura che rivela – Dialogo con quaratatrè autori contemporanei”, a cura di Maria Pina Ciancio, è stato pubblicato da Macabor nel 2023 nella collana “saggi e antologie”. La copertina è un’elaborazione grafica di Giorgio Ferrarini dell’opera Sanftmütiger Zyklop (Ciclope mite) Ferdinand Seiler, 2021.
La raccolta accoglie gli scritti di alcuni autori italiani contemporanei sul tema della scrittura come atto solitario, intimo e privato, sul senso che la parola scritta ha per ciascuno e sul rapporto della scrittura con l’altro e col mondo esterno. Gli altri autori presenti sono: Maria Allo, Lucianna Argentino, Francesco Arleo, Eleonora Bellini, Domenico Brancale, Michele Brancale, Luigi Cannillo, Roberto Ceccarini, Maria Benedetta Cerro, Maria Pina Ciancio, Domenico Cipriano, Lorenza Colicigno, Pino Corbo, Anna Maria Curci, Mariella De Santis, Francesco De Girolamo, Annamaria Ferramosca, Fernanda Ferraresso, Antonio Fiori, Mario Fresa, Gabriella Gianfelici, Marco Giovenale, Stefano Guglielmin, Gina Labriola, Maria Lenti, Paola Loreto, Anna Rita Merico, Marina Minet, Ivano Mugnaini, Giovanni Nuscis, Rita Pacilio, Antonella Pizzo, Grazia Procino, Maria Pia Quintavalla, Daniela Raimondi, Alessandro Ramberti, Margherita Rimi, Loredana Semantica, Antonio Spagnuolo, Rossella Tempesta, Silvano Trevisani, Giuseppe Vetromile, Bonifacio Vincenzi
Proponiamo di seguito due stralci tratti dal libro stesso. Precisamente la parte centrale della nota di chiusura di Maria Pina Ciancio, e, più sotto, in carattere corsivo, l’incipit dell’intervento di Loredana Semantica. Il testo integrale e gli altri interventi potrete leggerli integralmente acquistando il libro qui o sul sito della casa editrice o negli altri store specializzati on line.
“Rileggendo d’un fiato tutti gli interventi raccolti in questo saggio, ho avuto la sensazione di sentirmi frammento di qualcosa di più ampio. Ogni intervento coglie aspetti, sfumature e modulazioni dello scrivere che spesso non avrei saputo dire o raccontare. Ci sono esperienze che mi sono più vicine, altre che mi illuminano e chiariscono, mi lasciano in riflessione. Ciò che ne emerge è la sensazione che la scrittura assolva in qualche modo a un tentativo di ricerca interiore e di conoscenza che taluni sentono come strumento, altri come compagna di viaggio. Ricerca dell’essenziale, dunque, dell’innocenza perduta, rivelazione di un segreto, esercizio spirituale, e tanto altro ancora. La scrittura, come si può leggere in alcuni interventi, può acquisire, inoltre, significato di rifugio e di salvezza sia dal dolore intimo e privato, sia dai grandi dolori del mondo e dunque, come direbbe Bukowski, si fa salvifica e terapeutica, mondo ritrovato, terra nuova dove poter vivere: «Sento che la scrittura è sempre lì, sento le parole azzannare la carta, e ne ho bisogno come non mai. Lo scrivere mi ha salvato dal manicomio, dall’assassinio e dal suicidio. Ne ho bisogno ancora. Adesso. Domani. Fino all’ultimo respiro.» Che la cultura, i libri, la scrittura salvi oppure no, non ha importanza, ciò che importa è che è un prodotto dell’uomo in cui esso si proietta, sfida se stesso, si riconosce. Ci sono poeti che vivono l’esperienza della parola come libertà, come scatto di ribellione, come appagamento e gioia creativa, altri come dannazione o precarietà, sofferenza, fatica, sudore, o addirittura pudore, inadeguatezza (mi piace sottolineare la parola pudore che oggi abbiamo pressoché bandito dalla nostra vita pubblica e privata a discapito della sfrontatezza e della sfacciataggine).”
Maria Pina Ciancio
Nel fiore della mia gioventù non avrei creduto a chi mi avesse detto che un giorno avrei scritto poesia. Ancora adesso faccio fatica a dirmi poeta. La domanda a cui rispondere tuttavia riporta più propriamente al termine “scrittura” e non “poeta”, cioè al prodotto e non al soggetto producente, e alle relazioni. Ritorno al tema e dico che la mia professione mi ha dato occasione di confrontarmi con la scrittura, apprendendo on the job un certo modo di scrivere burocratico che inizia con “si riscontra” e passando per la S.V., approda a “pregasi accusare ricevuta”. Più di recente va detto la comunicazione dell’Amministrazione pubblica ha teso alla semplificazione del linguaggio, sfrondandolo dalle tare del burocratese: forme passive, impersonali, oscurità di linguaggio, circonlocuzioni e altro. Ho gestito questo transito avvenuto nell’ultimo decennio, conoscendo però le impostazioni del passato. Già in precedenza gli studi di diritto mi avevano formato ad una scrupolosa attenzione per la terminologia, perché sull’uso improprio di un termine si può giocare l’intero concetto, l’intero esame, l’intera causa legale, un intero rapporto con l’altro, amico, estraneo che sia. Direi che preminentemente è lo studio ad avermi resa cauta nell’uso dei termini, a vigilare costantemente sulla parola usata, la singola parola e il loro insieme nella connessione logica dei termini. Ciò vale tanto nella parola detta che scritta, ma nella consapevolezza che l’espressione verbale è più imprecisa e volatile, mentre quella scritta è più studiata, ancorata a un supporto digitale o analogico, quindi più duratura e trasferibile nei luoghi e nel tempo, può produrre effetti lunghi e imprevisti anche nel rapporto con l’altro, secondo i tempi e la volontà di reazione, in relazione alla capacità di comprensione di quest’ultimo. Per questa ragione anche la chiarezza e la sinteticità erano altri “spiriti guida” della personale scrittura.
La scrittura è stata poi una sorta di salvacondotto nelle relazioni. Nel rapporto con l’altro ha sempre pesato la mia natura riservata, non desiderosa di apparire, accompagnata dalla percezione dei limiti di ogni mostrarsi/relazionarsi a causa della falsità e dell’inganno reciproco che esso concretizza. Per spiegarlo con maggiore semplicità, quanti falsi sorrisi spendiamo?Ciò ha reso la scrittura un mezzo per comunicare, interponendo il medium dei segni grafici e del loro assemblarsi che assume senso per convenzione oggettiva, maturata nel tempo tra gli uomini in significante e significato. Scrivere per me è stato da sempre perciò un modo per lavorare il più possibile asettico, comunicare, relazionarmi, potendo nello scrivere soppesare maggiormente il testo, evitare il contatto visivo e verbale perché questi ultimi, unitamente ai contenuti della conversazione privata, sono modalità con le quali le persone si formano la propria impressione sull’altro, formulano giudizi, apprendono informazioni private che poi trasferiscono o peggio ancora diffondono più o meno consapevolmente, inserendo e concorrendo a inserire ogni persona in schemi mentali-critici di valutazione e giudizio per servirsene a proprio vantaggio.
La notte del 20/11/2020 Delia, impiegata di Pisa, quarantasettenne, lunghi capelli biondi, occhi azzurri, occhiali spessi e tanti progetti dismessi, aveva fatto un sogno. La data del sogno già di per sé sembrava comunicare un senso, aveva pensato Delia, il concatenamento numerico era evidente, la ripetizione insistente del numero venti lo rendeva numero angelico. Cercando in internet lesse che esso suggerisce di restare concentrati sulla propria vita spirituale, mentre l’undici era numero da riferire a intuizione, saggezza, percezione e capovolgimento della situazione. E poi c’era quel sogno. Era stato talmente reale che le era sembrato di sentire i profumi dei fiori, il soffio del vento leggero sulla pelle, come se nel sonno fosse stata trasportata in un altro luogo, un altro mondo, un’altra dimensione. Ne era rimasta impressionata al punto che sentì il bisogno la mattina dopo di raccontarlo al marito. Luciano l’ascoltò con attenzione, ma non espresse commenti, al termine sorrise paziente, le fece una breve carezza, poi corse al lavoro nel suo studio di architetto che ultimamente lo assorbiva oltremodo.
Delia non paga di aver condiviso con la sua dolce metà il sogno, lo volle raccontare anche a una cara amica. Ludovica appena immessa in ruolo e trasferita a Lucca a insegnare matematica in una scuola media statale. Ludovica aveva da poco passato i trent’anni, fisico sottile, ben strutturato e allenato, occhi verdi, capelli corti, castani, mossi, aveva un fidanzato storico, Andrea che l’aveva seguita a Lucca, sperando di poter trovare un’occupazione da informatico migliore di quella finora svolta e, a suo giudizio, malpagata. Delia chiamò Ludovica al telefono nel pomeriggio. Dopo i convenevoli e il racconto dell’esperienza di Ludovica nella nuova scuola, Delia per la seconda volta nella giornata parlò del suo sogno e, nel raccontarlo, fu ancora più precisa, le tornarono in mente tutti i particolari.
“Sai Ludovica” diceva “è stato un sogno bellissimo. Il paesaggio era sereno, luminoso anche se non si vedeva il sole, l’aria appena tiepida, il cielo azzurro acquamarina era disseminato di piccole nuvole rade e spumose, la terra era un saliscendi di cune e dune erbose e sullo sfondo altre dune d’altre tonalità di verde: mela, bottiglia, militare, smeraldo, petrolio… I declivi a perdita d’occhio nascondevano l’orizzonte. Al centro di un prato c’era un cagnolone nero. Il pelo, lucido lungo, folto, fine e morbido. Stava a pancia all’aria, il dorso aderente al prato, sul verde color pisello muoveva allegramente fianchi e coda, piegando il possente torace a destra e a sinistra e i fianchi dal lato opposto con una dinamica ad esse divertente e animata.” Delia prese un attimo fiato, poi proseguì “un’orecchia ripiegata gli ricadeva sugli occhi, l’altra riversa all’indietro mostrava il rosa del padiglione auricolare. Da sotto l’orecchia piegata spuntava l’occhio che sembrava ridesse. Ludovica, io non lo so se può ridere l’ occhio di un cane, ma ti assicuro che sembrava proprio così”
Ludovica la rassicurò “Ma tranquilla Delia, è di certo come racconti. Alcune cose si sentono più che vedersi, ma il cane però aveva una posa davvero buffa, e poi …” “e poi” Delia proseguì la descrizione “il muso era semiaperto sulle zanne in mezzo alle quali spuntava la lingua sottile e rosata, tenera come una fetta di mortadella. L’altro occhio era ben aperto sul bianco della sclera, al centro tondeggiava il marrone scuro dell’iride, il nero della pupilla. Agitava le zampe protese verso l’alto, piegate all’altezza del gomito, il pelo a bandiera, nero dalle punte rossicce, col movimento sventolava. All’estremità delle zampe il rigonfiamento ruvido e sodo dei cuscinetti che terminava nelle unghie brunite, limate dal correre e saltare”.”Cara Ludovica” prosegui Delia “io so riconoscere un cane felice, lo so riconoscere bene. Addirittura, ci crederesti? M’è parso quasi che mi strizzasse l’occhio come un cenno d’intesa e ho capito pure cosa voleva dire: che era un piacere stare bene, grattarsi la schiena contro l’erba fresca, sentire il corpo sano, forte, vigoroso nello splendore della gioventù”. Ludovica l’aveva ascoltata quasi senza interromperla, solo a questo punto osò dire qualcosa “Delia cara hai fatto davvero un bel sogno, era proprio lui, come se fosse ancora con te”. Ludovica era un’amica affettuosa, empaticamente comprendeva l’amica, ma non aveva mai avuto un animale domestico, solo qualche pesce rosso poco longevo, naufragato nelle fogne cittadine via tazza del water. Dopo un attimo commosso di silenzio Delia riprese a parlare “Ecco Ludovica è così che ho sognato il mio cane ieri notte. Appena una settimana dopo che mi aveva lasciato per sempre. Non so se vi sia un paradiso dei cani. Se il mio desiderio ha guidato il mio sonno. Se da quel paradiso mi ha mandato un messaggio. So che lui era la mia rosa del piccolo principe. Mi aveva conquistata, l’avevo addomesticato. Era un tesoro vivente nelle mie mani”. Poi le due amiche parlarono d’altro, del lavoro, del tempo, di abbigliamento. Si salutarono quando Andrea chiamò Ludovica per uscire a sbrigare commissioni.
Delia non superò facilmente il dolore di questa perdita, le ci volle molto molto tempo. Non ne parlava volentieri perché ogni volta il dolore si riaccendeva nella commozione. Si vergognava di soffrirne in modo così evidente e più intensamente che se fosse il lutto di un parente intimo. L’unica spiegazione che si dava era che si trattava di un dolore strettamente intrecciato al senso di colpa e al senso di responsabilità: di non aver fatto abbastanza per salvarlo, per renderlo felice, di non averlo curato e amato a sufficienza, di non aver capito ch’era la fine e non averlo perciò confortato. Solo dopo circa un mese sentì che il dolore si stava attenuando e una notte riuscì a formulare nel segreto del suo cuore il primo vero addio alla bestiola amata: “Ti sia leggera la terra, mio grande amico. Ora ti sostiene un prato di margherite, ti avvolge l’azzurro di un lenzuolo stellato e l’abbraccio di una coperta d’infanzia”
L’animale era stato calato nella profonda fossa di tumulazione con un lenzuolo celeste disseminato di puntini azzurri, passato sotto la carcassa, sorretto alle estremità, era servito a compiere lentamente l’operazione di deposizione. Il corpo era stato prima avvolto in un lenzuolo stampato a foglie verdi e margherite, poi in una coperta a quadri.
Delia quella notte si addormentò pensando che non aveva mai avuto amico migliore, più buono, più saggio e sincero, e da lì, da quella rassegnazione, dalla consapevolezza ch’era stata una ricchezza averlo avuto per tanti anni con sé, la serenità riprese ad abitarla.
Felicissima d’essere tra i poeti della mia Sicilia qui su Versolibero.
Felicissima in particolare d’essere in compagnia di nomi prestigiosi di contemporanei e no, come Angelo Maria Ripellino, la cui poesia pirotecnica, ironica, lessicalmente spumeggiante mi conquista.
Grazie di cuore a Versolibero e a Patrizia Baglione, artefice della mappatura dei poeti siciliani. Ci sono anche tutte le altre regioni d’Italia rappresentate dai poeti nati in ognuna di esse. Per ogni poeta una foto e una poesia. Tutte da leggere. https://www.versolibero.com/category/senza-categoria/
Essere poeta è un modo di percepire e reagire alle cose del mondo, diventa postura intellettuale che si manifesta nella scrittura, quando essa ti chiama in una sorta di vocazione. Allora poesia diventa quella che convenzionalmente ri-conosciamo: uno scrivere in versi, un contenente e un contenuto, segno e significato. Un poeta riconosce un poeta. Comprende che il suo scrivere ha sostanza e forma in un equilibrio che incanta. Leo era un poeta. A molti era evidente.
Leo è Leopoldo Attolico. Abbiamo appreso la triste notizia della sua scomparsa alla fine della scorsa settimana da un messaggio facebook del figlio e per giorni la bacheca del social è stata tutto un moltiplicarsi di manifestazioni di cordoglio.
Leopoldo Attolico era spesso affettuosamente appellato con l’abbreviativo “Leo” negli scambi dei commenti virtuali da amici e ammiratori, il termine rimanda al latino leo che significa leone. Credo che un poeta sia sempre un leone, perché come tale lotta, lo fa con i versi che vorrebbero ribaltare il mondo, costruirne uno nuovo promanante dal canto, dai suoi desideri e visioni. Versi che criticano, che ricordano, che desiderano. Un poeta è sempre un leone perché la poesia è sempre una forma di resistenza. Egli si fa vedetta, sentinella, sensitivo, guru, veggente e uomo.
Soprattutto un uomo. Leo lo era. Gentile, ironico, garbato, intelligente. Affabile, disponibile e generoso con la sua arte poetica. Questo l’uomo per come appariva nel virtuale e non c’è molta distanza – credo – tra ciò che filtra in rete e il reale. Apprezzati e originali i suoi fulminanti commenti alle poesie condivise sul social da altri scrittori, come “sottoscrivo subito” oppure “obliterata” “imprimatur immediato!”. Ci mancheranno di sicuro. Mi mancheranno di sicuro, ché ne sono stata spesso destinataria. Mancherà ancora di più proprio lui, in tutta la sua essenza poetica.
Per saperne di più potete visitare il suo sito http://www.attolico.it/. Non mi pare sia su wikipedia, mi auguro che qualcuno possa rimediare a questa mancanza.
Di seguito tre sue poesie.
Se fate mente locale converrete che legato a doppio filo con la fisiologia lunatica dei versi c’è sempre lo stupore analfabeta degli invano.
È lì; e noi ce lo guardiamo implosi e circospetti, come un reperto lavico fiottato dal cervello, sfrontato sortilegio confitto in un riverbero d’assenzio cui piace sempre di esser corteggiato…
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A dire il vero mia madre mi ha fatto un po’ maldestramente asimmetrico tutto spigoli e crudezze adunco tagliente in ogni dove ma, in compenso perfettamente godibile a levante mezzogiorno ponente
Quando tramonta il giorno sulle vestigia domestiche il mio profilo indicibile è un prestigioso attico assurto a superattico ubriaco di luce
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Il silenzio si congeda, è l’alba. Calda di nido la mia notte è finita; una poesia fra le mani.
Vengo a guardarti dormire come fa la vita quando raggiunge una porta socchiusa e ne allontana innocente il mistero per lasciarvi un sogno
Nel 1963 fu pubblicato il saggio di Hannah Arendt “Eichmann in Gerusalemme. Un report sulla banalità del male”, un diario che la Arendt, inviata del settimanale The New Yorker, tenne sulle sedute del processo ad Adolf Eichmann, militare e funzionario nazista. Catturato dal Mossad in Argentina nel 1960, Eichmann fu processato a Gerusalemme nel 1961 e condannato a morte per genocidio e crimini contro l’umanità. La sentenza fu eseguita nel 1962.
I brani che seguono sono tratti dal saggio.
“Se ci siamo soffermati tanto su questo aspetto [1] della storia dello sterminio, aspetto che il processo di Gerusalemme mancò di presentare al mondo nelle sue vere dimensioni, è perché esso permette di farsi un’idea esatta della vastità del crollo morale provocato dai nazisti nella “rispettabile” società europea – non solo in Germania ma in quasi tutti i paesi, non solo tra i persecutori, ma anche tra le vittime. Eichmann, a differenza di tanti suoi colleghi, era stato sempre affascinato dalla “buona società”, e la correttezza con cui spesso si era comportato con i funzionari ebrei di lingua tedesca era in gran parte dovuta a una specie di senso di inferiorità. Egli non era affatto, come lo chiamò un testimone un landsknechtnatur, un mercenario smanioso di fuggire in regioni dove non vigono i dieci comandamenti e dove ciascuno può sfogare i suoi istinti. Se in una cosa egli credette fino alla fine, fu nel successo, il distintivo fondamentale della “buona società” come la intendeva lui. Tipico fu l’ultimo giudizio che egli espresse su Hitler, disse “avrà anche sbagliato su tutta la linea; ma una cosa è certa: fu un uomo capace di farsi strada e salire dal grado di caporale dell’esercito tedesco al rango di Führer di una nazione di quasi ottanta milioni di persone… Il suo successo bastò da solo a dimostrarmi che dovevo sottostargli.” Egli non ebbe bisogno di “chiudere gli orecchi” come si espresse il il verdetto, “per non ascoltare la voce della sua coscienza”: non perché non avesse una coscienza, ma perché la sua coscienza gli parlava con una “voce rispettabile”, la voce della rispettabile società che lo circondava.”
…
“Il problema della coscienza di Adolf Eichmann, che è notoriamente complesso ma nient’affatto unico, non può essere paragonato a quella della coscienza dei generali tedeschi, uno dei quali, quando a Norimberga gli chiesero “Com’è possibile che voi tutti rispettabili generali abbiate seguitato a servire un assassino con tanta fedeltà?” rispose che non toccava a un soldato ergersi a giudice di un suo comandante supremo: “Questo tocca alla storia, o a Dio in cielo.” (Così il generale Alfred Jodl, impiccato a Norimberga.) Eichmann, molto meno intelligente e per nulla istruito, capì almeno vagamente che a trasformarli tutti in criminali non era stato un ordine, ma una legge. La differenza tra ordine e “ordine del Führer” era che la validità del secondo non era limitata nel tempo o nello spazio, mentre questo limite è caratteristica precipua del primo. Inutile aggiungere che tutti questi strumenti giuridici, lungi dall’essere semplice frutto della pignoleria o precisione tedesca, servirono ottimamente a dare a tutta la faccenda una parvenza di legalità. E come nei paesi civili la legge presuppone che la voce della coscienza dica a tutti “Non ammazzare”, anche se talvolta l’uomo può avere istinti e tendenza omicide, così la legge della Germania hitleriana pretendeva che la voce della coscienza dicesse a tutti: “Ammazza”, anche se gli organizzatori dei massacri sapevano benissimo che ciò era contrario agli istinti e alle tendenze normali della maggior parte della popolazione. Il male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è – la proprietà della tentazione. Molti tedeschi e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero esser tentati di non uccidere, non rubare, non mandare a morire i loro vicini di casa (ché naturalmente, per quando non sempre conoscessero gli orridi particolari, essi sapevano che gli ebrei erano trasportati verso la morte); e dovettero essere tentati di non trarre vantaggi da questi crimini e divenirne complici. Ma Dio sa quanto bene avessero imparato a resistere a queste tentazioni.”
….
“Il 30 giugno del 1943, molto più tardi di quanto Hitler aveva sperato, il Reich (Germania, Austria e Protettorato) fu proclamato judenrein[2]. Non abbiamo statistiche che ci dicano con precisione quanti ebrei erano stati deportati da quest’area, ma sappiamo che delle duecentosessantacinquemila persone che, secondo fonti tedesche, già erano state deportate o erano candidate alla deportazione nel gennaio del 1942, pochissime sfuggirono: forse qualche centinaio al massimo qualche migliaio riuscirono a nascondersi e a sopravvivere alla guerra. E quanto fosse facile tranquillizzare la coscienza della popolazione tedesca lo si vede bene dalla spiegazione ufficiale che delle deportazioni dette la cancelleria del partito in una sua circolare del 1942: “ È nella natura delle cose che questi problemi, sotto certi aspetti difficilissimi, possano essere risolti nell’interesse della sicurezza permanente del nostro popolo soltanto impiegando una spietata durezza”
Nella Germania del dopoguerra, dove la gente è divenuta addirittura geniale nel sottovalutare il suo passato nazista, la “spietata durezza” – una qualità a suo tempo altamente apprezzata dai governanti del Terzo Reich – viene spesso chiamata Ungut, ossia un “non bene”, una forma di “cattiveria” quasi che il solo difetto di chi la possedeva fosse una deplorevole incapacità ad agire secondo i principi della carità cristiana.”
[1] la collaborazione dei capi ebraici con i nazisti
Io vorrei respiro. Abbastanza respiro da scrivere di te di me. Di tutto l’intorno e l’intestino. E, dopo aver finito, ricominciare un’altra volta. Scrivendo una storia. Di te di me, diversa da quella, diversa da tutte. E dopo aver finito riprendere. Un altro viaggio un’altra avventura. Una marcia, un galoppo, una scrittura. Di te di me, scrivere ancora, in molti modi sempre diversi, diverse storie. Sempre le stesse. Altri nomi, altri corpi e contesti, ma sempre di me e di te. Scenari, paesaggi, universi. Desolati lussureggianti. Scrivere è scrivere sempre la stessa storia. Perfetta dettagliata controversa. Di me e di te fin dal principio oltre la fine. Dall’inizio all’epilogo. La trama divide poi cuce, taglia e riunisce, percorre strade tortuose, ci attraversa. Perchè l’ha deciso il destino che fossimo storia. Io e te siamo noi. Imaginario e memoria.
Finché dura un’amicizia regge come un miracolo un’alberatura che sostiene e tra i rami foglie farfalle piccoli animali cardellini le deliziose stelline dei presepi lo scroscio leggero di acqua che scorre per sottofondo musicale come nella conchiglia all’orecchio senti il tuo stesso sangue e ti sembra il mare.
La pace di riannodarti i fili strappati dal tiro di equini bardati per la tortura medievale ad uno ad uno dolcemente con la pazienza di crederti con adesione totale una rosa splendente in spirito maestà ad altri irraggiungibile fino al rendiconto del crollo quando la nudità mostra la corda della debolezza come un cilicio sui fianchi e falsi appaiono i pregi falsi i difetti e l’anima di nuovo sola è un intimo andare avanti inerti.
Mi accingo all’opera di biscotti e burro amara polvere di cioccolato una volta finita ben raffreddata ve ne darei un pezzetto se non fosse che per altro verso niente si condivide veramente come qualcosa che dalle mani passi attraverso gli occhi facendosi di carne di bocca in bocca per dono di sola forma.
I’m getting ready to work butter and cookies bitter cocoa powder once ended thoroughly cooled I’d give you a piece if it wasn’t that in another sense nothing we can truly share like something that from the hands goes through the eyes becoming meat from mouth to mouth a gift of substance only.
Come posso chiamarti: Cara? Compagna di vita? Amica mia?
Quando morirò potrò dire. Ah ti conosco! T’ho voluto persino bene, come ci si affeziona a un acufene oppure al cilicio che stringe ai fianchi e scortica la pelle, ma se manca ci si domanda con smarrimento: cosa si è lasciato indietro di indispensabile al progredire.
Quel giorno, nonostante l’affezione, credimi, lasciarti sarà un gran piacere.
Vivere è stato lottare con te. Contro di te. Siamo state spesso sedute di fronte. In mezzo a noi un tavolino giallo. Mano stretta alla tua mano. Braccio contro braccio. Tu spingevi con una forza inverosimile fin quasi a spezzarlo per farlo cedere pressato verso il tavolo. Volevi battermi. Oh se lo volevi. Sopraffarmi e dirti vincitrice. Poi io con slancio opposto, a mia volta reagivo, riuscivo a risollevarlo. Ti aggredivo di rimbalzo. Volevo divorarti il cranio. Spaccarti in mille pezzi, strappare il nero delle tue vesti in brandelli dai quali filtrasse luce finalmente!
Avrei voluto ridurti in fin di vita preferibilmente a morsi. Ingurgitarti come una granita. Espellerti come un treno. Vomitarti come un pasto indigesto. Accadeva con te che proprio quando mi sembrava d’essere in salvo nella bolla perfetta del pesciolino rosso – placido lago incantato dove non soffiava vento né si sollevava un’onda – all’inverso mi accorgevo improvvisamente che mi avevi in pugno, ch’ero sul punto di soccombere.
Tante volte mi sei venuta addosso con la potenza di una bestia. Eri furiosa pantera, selvaggia fiera, caricavi come rinoceronte a testa bassa, oppure lavoravi da talpa sepolta che scavava silenziosa un tunnel subdolo da infame. Le tue lunghe impietose unghie trafiggevano la tenera polpa della terra. Non sapevo i tempi o in che forma e modi avresti condotto il tuo ultimo assalto. Se con fare precipitoso o con arte impercettibile e sottile, tessendo una trama di astuta apparenza. Tela di ragno trasparente e sospesa per sferrare l’agguato finale, lasciarla cadere su di me senza preavviso. Non nascondo che spesso come ultima spiaggia ho dovuto sprofondare nelle tue spire, avvoltolarmi ancora più in fondo nel torbido delle spirali addossate l’una all’altra, per trovare finalmente un punto da cui emergere. Generalmente ciò avveniva dal centro, sfruttando la depressione dei cerchi che creavano un incavo dal quale col suono di un risucchio potevo tirare fuori almeno il capo, sporgere il naso. Respirare.
Sei, Amica cara, sempre tu, sempre uguale a te stessa. Ossessiva compulsiva. Un estenuante girare mentale che consuma suole, lima le ossa, insuffla ansia, incalza e non lascia spazio.
Non so come abbia fatto a meno di te nei giorni più chiari col sole alto nel cielo azzurro, limpido, fin quasi al miracolo. Gli occhi appuntati nelle nuvole che sognavano dietro ai vetri degli occhiali una leggerezza impossibile alle anse cerebrali. Alberi, fiori, prati e sorrisi. Non so cioè come sia riuscita a liberarmi di te, opprimente megera, e vedere che esisteva la natura circostante e tutta la meraviglia del creato. So d’altronde ch’eri con me negli altri giorni, quelli oscuri, dominati dall’ingovernabile. Caos in cui l’anima annotta come l’aria prima della pioggia, quando improvvisamente si fa fredda e precipita. Generavi l’insubordinazione di ogni cosa, fomentavi gli oggetti a sfuggire al mio controllo per farmi impazzire. Spostavi le cose di proposito perché tutto sembrasse ancora più sconfortante e sussurravi alla gente le cose da dire che mi ferissero più gravemente. Sgomitavi e ridacchiavi con quelli della peggiore specie. Eri un’ignobile serpe, malefica strega.
Ora, dopo tanto lungo percorso a così stretto contatto, sei un’abitudine. Quasi ti cerco a volte io per prima, per non farmi sorprendere dalle tue sortite. Vienimi vicino, penso, aspettiamo insieme l’alba. Ora che sono le tre di notte, mettiamoci comode, prendiamoci un latte caldo assieme. Le nostre lotte si sono evolute, ora le facciamo con la calma sicurezza dell’età. A te forse dispiace di dovermi lasciare fra non molto, a me mancano le forze per oppormi col vigore del passato. Siamo qui due entità fantasmatiche accomunate dalla nostalgia di battaglie epiche. Di patos e dramma. Di sconvolgimenti vitali e passioni soverchianti. Stiamo imbiancando. Cigolano le ossa. La schiena si curva. Forse scema anche l’udito.
Come chiamarti? Cara, compagna di vita, ladra di felicità, nemica mia? Ma mi senti?!
La trasparenza non sempre piace ha effetti collaterali anche gravi come spettatori a teatro gli astanti vedono l’intestino annodarsi il cuore che fa capriole vedono che i vasi sanguigni si contraggono la testa duole la vescica repleta deve liberarsi la sacca della bile si riversa a digerire il pasto grasso palesi appaiono i pensieri che si accendono la notte specialmente quando sfrigolano i condotti strofinandosi l’un l’altro producendo fasci di elettroni.
La trasparenza al tempo stesso è un bene e un male ti affligge e ti protegge ti avvolge in un abbraccio ti soffoca in un cappio si raccomanda o grida l’attraversi come l’acqua poi t’annega è bandiera che sventola alta e fiera ma se incontri i manigoldi giusti l’accetta che agiti nel cielo diventa arma a doppio taglio ferisci ricevendo male indietro moltiplicato infinite volte come un’eco.
L’ambiguità risulta preferibile aderisce totalmente alla poesia che ama segretamente la verità immortalità e inesistenza dicono che speranze non ne ha.