Indigenza Artificiale

La generazione di codice è uno dei compiti più tediosi che siano stati inventati.

Oggi lo è un pelo meno perché i linguaggi sono stati migliorati diventando sempre più espressivi e amichevoli, almeno rispetto al codice macchina o all’Assembler, ma un pelo meno lo è.

Resta il fatto che scrivere codice è pallosissimo e sembra, nei fatti, qualcosa di molto simile al lavoro in miniera. È un pelo diverso, un pelo grosso, ma un pelo.

In realtà quello che fanno bene gli esseri umani, e che poi alla fine è la parte divertente del rapporto coi computer, è analizzare un problema. Quella è la parte meno pallosa del tutto, quella più creativa, quella più gratificante. Finita l’analisi, passarla a qualcuno perché la volga in codice segna la fine delle cose umanizzanti.

Non sorprende, quindi, che la generazione di codice possa essere demandata ad una macchina attraverso dei modelli di generazione di testi (quelli che il marketing chiama AI o vibe coding). Quando sentite dire che chiunque potrà, o già può, scrivere un’applicazione senza saper programmare vi stanno dicendo due cose: la prima è che la parte meno umana del processo di programmazione di una macchina, ovvero lo scrivere codice, la può fare un’altra macchina.

La seconda è che non dovete imparare a programmare le macchine, ovvero a fare l’analisi dei problemi. Detto in altri termini, che i soldi che avreste speso per studiare (ovvero per migliorarsi) e imparare a fare l’analisi dei problemi, li date a qualcuno che vi vende un generatore di codice.

Sapete quella storia dell’insegnare a pescare o dare un pesce a qualcuno? Ecco vi stanno vendendo il pesce.

Come si legge un cerchio

Per la serie eDue per il sociale (tanto da aver introdotto una nota esplicativa), visto che forse sulla lettura degli pneumatici qualcosina s’è fatto breccia tra i neuroni, ma sulla lettura dei codici dei cerchi evidentemente no, vediamo cosa significano i codici che li identificano.

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Immagine del Sottoscritto, citare come “Illustrazione da https://melamorsa.eu/2025/12/27/come-si-legge-un-cerchio/”

Intanto: ho pensato che vederli sul cerchio di una GTA junior 1300 potesse essere più piacevole rispetto alle solite cose CoattoRacing™ che si vedono in genere.

La prima cosa è il diametro del cerchio, D nell’illustrazione. Se prendete un metro e misurate il cerchio montato e dotato di pneumatico, avrete una sorpresa: il cerchio è più grande del dichiarato. Infatti il diametro non è quello della parte frontale, visibile, del cerchio, ma quello del canale. Il tallone non conta, ai fini della misura del cerchio. Il diametro D è in pollici; se lo volete in centimetri, dovete moltiplicare per 2,54.

Esattamente come per gli pneumatici vengono date, tra le altre, la misura della larghezza e quella del raggio, anche per i cerchi dev’essere fornita la misura della larghezza del canale, anch’essa in pollici, ed indicata con W in figura. Anche in questo caso, il tallone non conta ai fini della larghezza. In italiano si chiama calettamento.

La terza misura caratteristica di un cerchio è ET, che non telefona casa, ma ci dice qual è la distanza tra l’asse del canale e il piano di appoggio del cerchio sul mozzo della ruota. Questa è espressa in millimetri, e può avere valori postivi, nullo o negativi; un valore positivo significa che il punto di appoggio al mozzo è più vicno alla parte esterna del cerchio rispetto all’asse del canale, uno nullo che coincidono e uno negativo che il punto d’appoggio è più indietro rispetto all’asse. In inglese il valore ET è detto offset, e quindi in italiano talvolta denotato con OFF, ma la sigla viene dal tedesco Einpresstiefe, ovvero profondità del punto di appoggio.

Finora abbiamo parlato del cerchio, ma non del veicolo cui dev’essere attaccato. Con quello che sappiamo finora possiamo, infatti, dotare il cerchio di un pneumatico, ma nulla più. Quando parlavo di sinapsi poco sopra, dicevo infatti che alcuni (temo in buona fede) vendono cerchi presi da un’Alfa 159 dicendo che sono compatibili anche con Giulia, 156 e 147, alcuni perfino con la MiTo. In effetti, se guardiamo alle misure che abbiamo visto finora, e solo a quelle, tutte e quattro montano cerchi da 17″ (diciassette pollici), per dirne una. Ma la MiTo, per dirne un’altra, ha quattro bulloni sul mozzo; Giulia, 147, 156 e 159 ne hanno cinque.

È chiaro (dovrebbe, almeno) che un cerchio con cinque fori non monta su un mozzo a quattro colonnette. Inoltre, sebbene 147 e 156 abbiano cinque fori sul mozzo, i cerchi della 159 non montano ugualmente.

Dobbiamo infatti parlare del rapporto tra cerchio e mozzo e lo facciamo con altri tre valori caratteristici.

Il primo valore è il numero dei fori. È quello facile dei tre, se avete una mano con tutte le dita è alla vostra portata. Sulle Smart più datate, sulle 2CV e sulle Renault 4 e 5 d’epoca il mozzo ha tre colonnette, su molte auto ancora oggi sono quattro, e su alcune sono cinque. Nessuna ne ha due, alcune sei, ma sono rare. In linea di massima il cerchio deve avere tanti fori quante sono le colonnette (o i fori per i bulloni) sul mozzo.

Un tondo può avere un raggio di un metro o un raggio di un centimetro. Sono simili (sono entrambi cerchi), ma non sono affatto uguali. Lo sapete dalle elementari, lo potete anche osservare tra i vecchi strumenti da disegno, che comprendevano i tondografi (o circoligrafi) come questo

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Immagine da https://it.wikipedia.org/wiki/Circoligrafo#/media/File:Wzornik1_k_0211.jpg

Non basta che il numero di fori sia lo stesso su cerchio e mozzo, ma è necessario anche che i fori corrispondano, abbiano cioè il centro su un cerchio dello stesso diametro. Il PCD – Pitch Circle Diameter, ci dà una misura in millimetri del diametro del cerchio su cui poggiano i centri dei fori; si trova indicato assieme al loro numero, ad esempio nella forma 5×114, ovvero cinque buchi su un cerchio di diametro 11,4 cm. In italiano il PCD viene impropriamente detto interasse1.

Non basta. Come dovrebbe essere chiaro in figura (↑), infatti, il cerchio della nostra GTA junior 1300 non solo ha quattro fori per il montaggio sul mozzo, ma in corrispondenza del mozzo, al centro del PCD, ha un buco più grande che serve a far passare la coppetta che tiene il grasso del cuscinetto esterno del mozzo. Il diametro del buco sul cerchio dev’essere maggiore di quello attorno al quale deve andare. Questo diametro viene chiamato CB – Center Bore o centraggio in italiano ed è espresso in millimetri. L’espressione italiana è più precisa, perché quel buco ha spesso una parte della sezione conica (come in figura, appunto) e serve per centrare il cerchio sul mozzo in modo che la ruota non vibri.

OK, quindi adesso posso comprare dei cerchi e metterli sulla mia macchina?

No, non ancora. Ci sono altri due codici che è necessario conoscere per poter prendere un cerchio che sia veramente compatibile con la vettura, ovvero la sagoma della sezione del canale (in figura indicata con J) e la sagoma della sezione del cerchio, H.

Queste due sagome, J e H, sono le più diffuse sulle automobili e sono standardizzate; in questo modo, ad esempio, potete sapere se il cerchio andrà a sbattere contro la pinza del freno una volta montato sulla vettura.

La stringa che identifica esattamente un cerchio è quindi nella forma

7.5Jx16H ET35 5x114

e adesso sapete che non c’è nulla di esotico, sapendola leggere.


Note

(1) impropriamente, perché l’interasse, letteralmente la distanza tra due assi, non dice molto tra quali assi e quale sia un eventuale rapporto con il PCD, che è il dato che a noi interessa. Un rapporto che pure c’è, sia chiaro, ma tutt’altro che diretto, dovendo passare per il teorema della corda, ovvero

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in cui AB è appunto una corda che unisce due punti su una circonferenza di raggio R. Non è chiaro? Infatti. Intanto, cerchiamo di visualizzare:

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Immagine del Sottoscritto, citare come “Illustrazione da https://melamorsa.eu/2025/12/27/come-si-legge-un-cerchio/”

Poi inquadriamola nel nostro contesto:

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Immagine del Sottoscritto, citare come “Illustrazione da https://melamorsa.eu/2025/12/27/come-si-legge-un-cerchio/”

la parte che ci interessa è la seguente

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perché, esplicitandola rispetto a R abbiamo

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ovvero che il diametro 2R (che è il nostro PCB) si ottiene in funzione della lunghezza della corda (o distanza o interasse tra due fori contigui) e del seno dell’angolo al centro β, tutti dati che abbiamo già.

Infatti, sapendo il numero N di fori (e delle rispettive colonnette/bulloni) e sapendo che sono disposti secondo i vertici di un poligono regolare, sappiamo che l’angolo al centro β è l’angolo giro (360° o 2π) diviso il numero di fori N

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nel nostro esempio, se i fori sono N = 4, si ha che

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Quindi il diametro PCD, noto il numero di fori e l’interasse tra due contigui di questi, è dato da

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Il che dovrebbe rendere chiaro che il collegamento tra il fatidico interasse e il diametro della circonferenza PCD su cui poggiano i vertici dei fori, esiste ma è il modo meno utile e preciso di fornire un’informazione. Quindi improprio.

Da qui, messere, si domina la uallera

Ieri sera mi sono acceso sul caso dei due beccati al concerto dalla kiss cam.

C’era qualcosa che mi infastidiva; certamente non è il fatto che fossero sposati con altre persone e che fossero lì assieme. Mi sono finalmente ricordato che trovai il mio dentista di allora al concerto dei Pink Floyd a Cinecittà, con una che non era la moglie; moglie che conoscevo bene perché era la sua assistente di sedia a studio.

Riflettevo: ma davvero questi pensano che in un posto con tanta gente sei meno visibile?

Siccome dovrebbero aver studiato, non riescono a capire che aumentando di MOLTO il numero di persone di cui sei circondato (quindi il campione, sulla stessa popolazione) aumenta più che linearmente la probabilità che ci sia qualcuno che ti conosce?

Il fastidio s’era fatto preoccupazione: non è che scopano; è che non capiscono un cazzo e sono in posizioni di vertice.

Tesoro, hai dichiarato?

Non ho mai sopportato i ragazzini, nemmeno quando ero ragazzino.
Era reciproco, ma non è importante in questo contesto.

Una delle cose che non sopportavo dei ragazzini è che non facevano niente per sé, facevano tutto per piacere agli altri, per compiacere qualcuno.
E quando, prima o poi, si dovevano staccare da coloro ai quali cercavano di piacere, ovvero i genitori, si tuffavano in strutture sociali in cui cercavano di riprodurre le stesse dinamiche, ovvero conformarsi.

Con l’adolescenza, a tutto quanto precede andavano aggiunti moltiplicatori dovuti agli ormoni; solo che la fase dello “sviluppo” alla quale, in genere, si tende ad attribuire la necessità dell’individuo di diventare qualcosa di distinto dal resto del mondo, sfiga vuole che coincida con quella in cui inizi a pensare al sesso con la stessa frequenza della respirazione.

Questo pensiero indelebile, tatuato sui neuroni dagli steroidi autoprodotti, implica il dover cercare di piacere agli altri o alle altre. Piacere agli altri o alle altre; uhm…

Finisce che devi reprimere quel poco di individualismo che pure ti necessiterebbe, e diventi un nuovo conformista per non essere prima giudicato e poi magari espulso dalla comitiva, dalla cricca, dal gruppo, dal muretto, dal soncazzo. Entri di diritto nella gente.

Queste persone mancate non crescono ma continuano ad invecchiare perché alle nostre velocità il tempo va in una sola direzione, ed alcune di queste mezze seghe diventano politici.
E sono quelle che di fronte ad un qualunque argomento, esternano.

E non dicono mai la loro, spesso perché loro, un’opinione, non ce l’hanno; ma dicono la cosa che pensano piaccia di più agli altri. Poi si girano teneramente per vedere se sono riusciti a strappare loro lo stesso sorriso che leggevano sulle facce dei grandi.

Grandi (gli stessi che ad un certo punto hanno iniziato a chiamare la prole “bimbi”) orgogliosi di loro che fanno i batteristi col cucchiaio al ristorante o continuano a ripetere cacca a tavola.

Idiozia selettiva

Da un po’, ed ancora per un po’, si parlerà di “intelligenza artificiale”, che non esiste.

Quello che viene venduto come tale, anche da chi non ce l’ha come Apple, è un motore che genera qualcosa (testo, immagini, suoni, ecc.) in base alla probabilità che quello che precede sia seguito da qualcosa sul materiale che è stato utilizzato (spesso rubandolo) per creare il modello.

Tutto quanto precede non è magia e non è innovativo in senso stretto, ma deriva dagli studi sul Data Warehousing con la condizione di non essere limitati ai dati in possesso ma poterne rubare a piacimento.

Siccome non c’è davvero nulla di particolare se non la potenza di calcolo richiesta in tutto quanto precede, aspettando che questo tipo di approccio ai dati divenga invisibile (e quindi utile), come è sempre accaduto in passato (ad esempio con gli algoritmi di ordinamento, che sono tanti e vengono scelti dinamicamente in base ai dati su cui chiediamo di applicarli, senza chiedere), si potrebbe almeno esplicitarne l’uso in contesti quotidiani. Rendendolo utile e simpatico.

* * *

I cognitivisti mi perdoneranno la semplificazione, ma una delle capacità del nostro cervello è quella di limitare la quantità di segnali in ingresso che vengono degnati di attenzione; non tutti gli stimoli vengono elaborati, molti nemmeno notati. Quasi tutti vengono semplicemente ignorati.

Uno dei casi più frequenti nell’uso delle interfacce (fisiche o immateriali che siano) è quello delle cecità selettiva, quella per cui il navigatore della nostra vettura, quel bancomat a centro plancia che abbiamo pagato migliaia di euro, ci parla.

Ci parla, perché chi lo ha progettato sa che alla guida dovremmo guidare, il che implica il guardare la strada davanti a sé e non il cruscotto. Nei confronti di quell’oggetto stiamo applicando un filtro, per cui non lo guardiamo ma lo sentiamo solamente indicarci le prossime cose da fare per arrivare dove abbiamo chiesto di essere guidati. Anche se per poter avere la patente è necessario essere vedenti con un buon grado funzionale, quell’ausilio alla guida è costruito e funziona presupponendo che siamo ciechi, almeno nei suoi confronti.

* * *

Tu mi profili, mi metti i cookie, mi fai domande indiscrete al limite del penale, mi mostri la mia cronologia recente, e per recente intendi dall’età della lallazione ad oggi. Vuoi che mi logghi per potermi profilare mentre mi muovo, incrociando tutti i dati che hai di me attraverso i numerosi servizi gratuiti che mi offri, e per potermi dire che a due isolati c’è un negozio di “Adventure. Astrology. And more.”.

Posto che di “Adventure. Astrology. And more.” non me ne frega un cazzo ma, chiedo, se invece di buttare i soldi al cesso, inquinare coi datacenter per elaborare e mandare messaggi a schermo con proposte come questa, cercassi di fare qualcosa di utile per il pianeta?

Tipo?!

Tra le cose che vuoi sapere è dove abito e dove lavoro. Capisci che abito lì e lavoro là perché gli attribuisci correttamente anche un’iconcina, una casetta nel primo caso e una valigetta ventiquattr’ore nel secondo. Certo, in questo modo mostri che chi ha progettato l’interfaccia ha sessant’anni, tanto anagrafici che come target primario, ma OK, è chiaro che hai compreso la semantica del dato.

È tanto vero che hai capito che quando sono a casa e metto in moto, tu mi chiedi subito se sto andando in ufficio; parimenti se sono a lavoro e metto in moto tu mi proponi di guidare verso casa. Con questo sai anche dove sono. Non ti ho detto che ho le emorroidi da qualche giorno, strano che tu non me l’abbia chiesto; mi pare strano ogni volta che passo davanti ad una farmacia e tu mi dici che a due isolati c’è un negozio di “Adventure. Astrology. And more.”. A te pare incredibile, ma io per non avere consigli così idioti preferirei dirti di più; probabilmente tu saresti perfino felice di sapere delle mie emorroidi, però probabilmente le normative europee ti limitano al punto che per te è meglio tenermi i coglioni sull’incudine e scolpirli a forgiare un pop-up ogni tanto per ricordarmi che a due isolati c’è un negozio di “Adventure. Astrology. And more.”.

Però alcune cose le sai. Usale.

Sai dove abito e dove lavoro. Lasciamo stare il sabato mattina che vado a fare spesa; ma cazzo la domenica mattina, perché mi chiedi se sto andando a lavoro? OK, potrei fare i turni al Pronto Soccorso, va bene, ma chiedimelo la prima domenica dopo che ti ho installato, chiedimelo la seconda che magari quella precedente potrei essere stato in ferie. Ma tutte le sante domeniche? E ancora non hai capito che il sabato vado sempre a fare spesa allo stesso supermercato? E che dopo aver fatto spesa non vado a lavoro, l’hai capito dopo cinque anni?

Che cinque giorni a settimana vado a lavoro, che lavoro sempre nello stesso posto e non ho un furgone con cui faccio i mercati rionali, e che non lavoro al Pronto Soccorso l’hai capito? Che mi fai fare sempre due strade, tu, mai una terza diversa anche se c’è un traffico anomalo, tanto anomalo che mi consigli di non uscire adesso perché sulla solita strada c’è del traffico anomalo, lo sai? E tanto solita dev’essere per te la strada, che sai quanto traffico c’è in media e quando è anomalo.

Sono un criceto, faccio sempre gli stessi orari e faccio sempre le stesse cose in quegli orari, e tu lo sai.

Possibile che tutti i giorni tu mi dica di prendere la seconda uscita alla stessa rotonda, che sta sulla stessa strada, del mio cazzo di itinerario quotidiano, che faccio due volte al giorno, perché tu mi fai fare sempre quello? E possibile che dopo cento metri abbiano fatto una nuova rotonda tre anni fa e che tu mi dica di prendere anche lì la prima uscita ogni volta che ci passo?

Ma lo so pure io, che sto andando a lavoro, cazzo. Lo so che a quella rotonda e quella cento metri dopo devo prendere rispettivamente la seconda e la prima uscita, se voglio andare verso il lavoro. E lo so senza bisogno di elaborarlo ogni volta, perché quel tragitto è quasi tutta memoria muscolare ed elaborazione inconscia, come la ventilazione e il battito cardiaco.

E possibile che tutti i giorni, due volte al giorno, tu mi dica che quello a seicentosettantacinque metri da casa mia è un incrocio pericoloso? Possibile che all’incrocio della strada sulla quale lavoro, che è senso unico, tu mi dica tutti i giorni di girare destra, implicitamente sconsigliandomi di girare dalla parte opposta e prendere un muro andando inoltre contro mano?

Ora, non c’è solo il problema che tu usi quello che sai di me solo per profilarmi e non mi dai nulla in cambio, c’è il problema che tu mi rompi i coglioni.

Si dia il caso, infatti, che io usi il tragitto casa – ufficio e viceversa per ascoltare dei contenuti che altrimenti non avrei tempo di ascoltare; si dia quindi il caso che la tua applicazione e le altre competano per la mia attenzione che, lo ricordo, dovrebbe principalmente essere rivolta alla guida. E tu interrompi di continuo la riproduzione delle altre app (anzi, magari, tu non interrompi ma ti sovrapponi) per dirmi cazzate che so, che sappiamo tutti e due perché sono le stesse che mi ripeti tutti i giorni due volte al giorno da anni. Ne segue che mi costringi a prestare attenzione alle tue cazzate per il semplice fatto che interrompi qualcos’altro che ne ha già poca, per dirmi cose che non mi sono utili.

Ora, se tu che dici di usare l’intelligenza artificiale la usassi davvero e per quello per cui è nata, la mattina, quando metto in moto la macchina, dovresti dirmi «andiamo verso il lavoro, facciamo il solito itinerario, ti avverto solo se è meglio cambiarlo o se ci sono emergenze, dovremmo arrivare alle 11». E poi tacere.

Perché la verità è che tu mi rompi il cazzo e basta; con gli annunci di cose che non esistono (come l’AI stessa, d’altronde), col pensiero magico, con gli avvisi inutili, reclamando la mia attenzione per cose che già so, facendomi incazzare perché interrompi altre cose, facendomi guidare male perché sono incazzato con te e con l’intiero team di ingegneri.

Che hanno accettato il lavoro di merda che gli hai offerto perché possono lavorare da casa, risparmiandosi almeno di utilizzare i prodotti malfatti che proponi.

E si vede.

Costi e incentivi

Quasi tutte le piattaforme nate gratuite, social network inclusi, stanno iniziando a far pagare tutti o parte dei loro servizi.
Sono fioriti articoli e post in cui la frase cardine è sempre la stessa ovvero “130 € l’anno, ecco quanto rende un utente a {pap – piattaforma a piacere}”.
Il vizio di base di questi articoli, è che le piattaforme facciano pagare quello che un utente rendeva loro prima (ad esempio regalando loro i propri dati) quando il tutto non era tariffato.
Quindi, si legge spesso, se adesso {pap} fa pagare 10 € al mese significa che un utente prima le fruttava 120 € all’anno!
No.
Anche perché, se la tariffa dovesse aumentare (+++ SPOILER ALERT +++, aumenterà), questo cosa significherebbe? Che hanno sbagliato i conti prima o che nel frattempo l’utente ha aumentato il suo valore? O nessuno dei due?
Ecco, nessuno dei due.
Intanto, se prima era gratis (si fa per dire) e adesso si paga, è perché in generale gli utenti, dopo essersi abituati ad una cosa, se li metti di fronte a “paga o vattene”, generalmente scelgono di pagare; quindi, intanto l’idea di farli pagare E continuare a farsi i cazzi loro ricavandone valore significa semplicemente aumentare il profitto.
Quindi, come dire, perché no?!
Poi, se l’alternativa è gratis con la pubblicità o pagare senza pubblicità, bisogna vedere pagare quanto.
Perché se pagare è molto, non è che l’utente vale molto, è che quello che si sta proponendo non è un costo, ma un incentivo.
Se, mettiamo, un social proponesse un costo di 19,99 €/mese, cioè 240 €/anno, che è molto, lo farebbe non per i soldi, ma per evitare che gli utenti scelgano la versione a pagamento, lasciando tutto com’è.
E non perché gli utenti valgono di più se si fanno profilare, ma perché se il modello di business dei social è profilare e vendere pubblicità, cambiare quel modello di business è troppo costoso. Il costo proposto agli utenti serve a indirizzarli verso una scelta, non pagare, che lasci tutto com’è.
Google, Meta ed altri, sono agenzie pubblicitarie.
Fanno quello, vendono pubblicità.
Il loro modello di business e il relativo modello aziendale sono costruiti sul fatto che vendono pubblicità; se dovessero mettersi a vendere bulloncini e dadarelli dovrebbero cambiare tutto.
Fosse possibile, sarebbe enormemente costoso e, soprattutto, sarebbe un salto nel buio.
Quindi, spiace, non valete centoventi, duecento, duecentoquaranta, diciannove e novantanove, uno, cinquanta centesimi, mille™ euro al mese, al minuto come la tariffa Arancione di TIM, all’anno, al chilo, al metro.
Non valete nulla, se diventate un costo.
Non vi stanno proponendo di pagare quello che varreste se decideste di non pagare, ma vi propongono un incentivo.
Se è poco, aumenterà e ci faranno altri soldi; se è molto è perché non vogliono che paghiate, perché preferiscono che tutto resti com’è.
Non è una questione di valore, ma di costo contro incentivi.

Elaborazione del linguaggio naturale

Non sono intelligenze, sono generatori di sequenze di parole, basati sulla probabilità che quello che segue sia comparso nel materiale che hanno usato per creare la statistica.

Ripetono il materiale che hanno ricevuto in input, senza verificare fonte, attendibilità, veridicità, ragionevolezza, coerenza, verosimiglianza, con una minima rielaborazione formale.

Gli utenti andrebbero avvertiti con messaggi espliciti tipo “il citofono funziona solo negli orari di chiusura della portineria”.

Vai in edicola? Ricordati la mortadella.

Forse ricorderete delle questioni attorno al Sole, finite in tribunale, e comunque del fatto che il giornale di Confindustria non fa utili, cosa di peso ancor maggiore; bene,

L’azienda del Sole 24 Ore ha comunicato di avere chiuso il 2022 in utile, per la prima volta dopo quattoridici anni. Il “risultato netto è positivo per 0,5 milioni”1

E, ribadisco, si parla di un giornale:

“In particolare, nel 2022 i ricavi pubblicitari sono in crescita di 2,6 milioni di euro (+2,9% rispetto al precedente esercizio) e sono pari a 90,8 milioni di euro; i ricavi editoriali diminuiscono di 2,3 milioni di euro1

Quello che precede riguarda il concetto di azienda sana più di qualunque chiacchiera: è sana un’azienda che genera utile o è sana un’azienda che lo genera sul suo nocciolo commerciale?
E qui non so se si parla ancora di giornalismo ed editoria.

  1. Citazione da Charlie de ilPost del 26.03.2023

* * *

Aggiornamento: anche se il business si sta spostando verso straccetti panna e rughetta™, gli straccetti volano: In altre parole, Il Sole 24 Ore si è prestato a battere la grancassa per una dittatura, che alla tradizionale assenza di pluralismo politico, di libertà di opinione e di espressione, di rispetto per le minoranze, è oltretutto oggi sempre più arroccata in politica estera su un sostegno filoputiniano.