Mal di schiena

Image

Comunque Michela è un personaggio.
È difficile distinguere, ma lo fiuto, e adesso ne ho la prova.
Non so perché mi interessi così tanto la distinzione. Alla fine è tutto uguale: lavorare, mangiare, fare sesso. Tra noi o con i personaggi, è uguale. Forse c’è qualcosa in loro che non si accende se mangiano una carbonara o scopano bene? Le cazzate, è tutto uguale.
Michela sicuro è un personaggio, è pure vegetariana. Ma non è questa la prova.
Ieri è successa una cosa – è questa la prova: le racconto un sogno: scappo nel bosco con un vestito da sposa sozzo e incappo in un uomo – non so chi ma la faccia pareva Enio – che mi fa mangiare del vetro. Io lo mangio senza fargli domande sullo scopo – anche Enio ha questa fisionomia assertiva, potrebbe farmi fare qualsiasi cosa –, nel sogno mi piace pure, ma nella realtà mi sento soffocare e faccio una fatica boia a dire al cervello di svegliarmi. Il movimento per tornare alla realtà mi lascia un bel mal di schiena, ma non mettiamoci a parlare di tutto. Be’ insomma, Michela non capisce. Mi guarda la gola, vuole portarmi all’ospedale, ma aggiunge Il sogno indica che stai cercando di ingoiare un rospo, che c’è qualcosa che stai ignorando, e però continua con la storia di andare all’ospedale.
Così ho capito: un bug, pure grosso. I personaggi non sognano: sanno cosa sono i sogni ma non sanno cosa sono i sogni.
Per questo sono venuto qui e qui vi chiedo di poter restare, voglio mangiare la carbonara, scopare malissimo, ingoiare il rospo di vetro.

Elena Zuccaccia

Appunti di lettura: “Vita mortale e immortale della bambina di Milano” di Domenico Starnone

Image

Ho sempre avuto un debole per la filologia. All’università tutte le materie che parlavano di parole mi entusiasmavano. Una però non l’ho amata molto. La professoressa di glottologia era fissata con gli esercizi di derivazione: metteva in fila termini di lingue diverse dello stesso significato e arrivava alla loro matrice indoeuropea. Conosceva  tutte le regole per ricavare le discendenze, per cui ricordo ancora la paura di trovare all’esame significanti per i quali diventava difficile stabilire le radici. Con lei non ho mai fatto alcun esercizio di trascrizione fonetica o almeno non lo rammento. La trascrizione fonetica delle parole l’ho scoperta in seguito, dopo l’università, e ho scoperto che è quella delle parole del dialetto la più divertente.
Da piccola non parlavo in dialetto, tutti mi parlavano in italiano, anche mia nonna che con gli altri conversava in dialetto, con me traduceva ogni cosa nella lingua nazionale. Io però la ascoltavo parlare in siciliano e grazie a questa pratica di sguincio, un po’ lo capisco, lo traduco, ne conosco le flessioni. Mia nonna si chiamava Maria Calderone, ma per tutti era Marietta. Non le somigliavo, qualche altra nipote sì, ma non io che ho i tratti di un’altra dominazione dell’isola. Non ricordo storia di me bambina in cui non ci fosse anche lei. Bambina, ragazza, giovane donna. Qualche mese fa ho ritrovato le foto della mia laurea e mi sono soffermata su qualcosa che non avevo notato o forse non ricordavo. Il suo sguardo a volte era misterioso, nascondeva spesso quello che le passava per la mente, non c’era tempo per le emozioni a volte, ma quel giorno della laurea in filologia i suoi occhi erano lucidi.
È importante dare i nomi alle persone e alle cose, anche i numeri, lei conosceva a memoria i numeri di telefono delle persone alle quali teneva. La nonna di Mimì invece sa il nome della bambina di Milano. La nonna di Mimì sa cose e parole che il nipote non sa e vuole sapere.
A volte nei ricordi d’infanzia i nomi sono perduti o mutati, a volte i fatti sono trattenuti in parte o falsati dall’immaginazione. Domenico Starnone da piccolo si chiamava in un altro modo, come me, e come me ha avuto una nonna lampione. Leggendo di Nannì ho rivisto Marietta.

Antonia Anania

Appunti di lettura: “La dorsale. Libro primo. L’anno del ferro” di Maria Gaia Belli

Image

I libri continuano a ricordarmi pezzi di cose, di me, del mondo che a volte cancello.
Li lascio sul fondo delle giornate, coperte dagli impegni, dai bollettini da pagare, dalla spesa da fare tra la fine del turno al lavoro e la fila alle Poste. Credo che siano pezzi importanti, eppure una volta che gli obblighi e le necessità li nascondono dimenticarli diventa semiautomatico.
Per fortuna, dicevo, i libri ce le ricordano queste cose, e sono piccole epifanie, una luce accesa proprio nel momento giusto.
La Dorsale mi sta ricordando l’avventura, la voglia di arrampicarmi tra mura e alberi, quel batticuore che sale quando si fugge da qualcosa, quando veloce come il vento non deve essere solo una similitudine.
La dorsale mi sta ricordando quanto mi piacciono i fantasy e la letteratura fantastica, quel somigliare alla realtà che viviamo senza però esserlo davvero.
Mi sembra che i colori siano sempre più accesi dentro una storia fantastica, ma non datemi retta perché in questo momento sto parlando con una volpe dentro la mia testa.
E poi ci sono i draghi, e La dorsale mi sta ricordando anche quanto vorrei cavalcarne uno, avvicinarmi, guardarlo e riuscire a volare con lui. Ed è importantissimo e frustrante ricordarsi una cosa – ancor più se è un desiderio che puoi avere a cinque come a cinquant’anni – che non potrà mai accadere in questa realtà ma solo dentro di noi e tra queste trecento pagine.

Francesca Chiappalone

Compiti difficili

Image

Fingi di esistere. Immergiti due volte nello stesso fiume. Dai fuoco al mare. Scavalca la cattedrale di Canterbury. Trova il punto di incontro di due rette parallele. Partorisci schegge di vetro. Leggi sedicimila volte la Bibbia. Passa da un universo all’altro. Aiuta Achille a raggiungere la tartaruga. Mangia pane e capodoglio. Nasci tre volte. Muori quattro volte. Scrivi all’infinito. Abbracciami.

Alfonso Lentini

Appunti di lettura: “Fila dritto, gira in tondo” di Emmanuel Venet

Image

Che per farsi parlar bene alle spalle sia necessario morire, è risaputo. È nell’ordine delle cose, come si dice. È parte integrante del rito funebre.
Però, se mi è concesso esprimere le mie ultime volontà – non si sa mai, potrei morire fra cinquant’anni come fra cinque secondi e in quest’ultimo caso ecco il mio inciso finale e a posto così – vorrei farlo in forma di istruzioni per il mio funerale.
I dettagli non mi interessano, intendo luogo, arredamento, musica, abbigliamento e così via. M’interessa di più che la cosa non abbia a che fare con alcuna religione – se ne dovessi fondare una, neanche con quella –, ma soprattutto quel che segue, dato che non sono morto nell’inciso.
Riunitevi e dite di me il peggio che pensate, a patto che lo pensiate davvero: non sarà difficile. Tu, per esempio: vieni a parlare pubblicamente di quanto io sia stato un inetto: so bene che lo pensi e che a qualcun altro l’hai persino detto. Tu, invece, che tra il 2001 e il 2003 mi hai augurato la morte chissà quante volte, vieni a godertela apertamente. Tu che stai leggendo questo testo e lo giudichi pessimo come tutti gli altri miei testi, vieni a dirlo al mio cadavere e a infliggermi una lezione di scrittura creativa. Tu… no, questo è meglio non scriverlo.
Venite a dirmi quanto io sia stato, in pensieri parole opere e omissioni, presuntuoso, sfacciato, debole, ridicolo, traditore, pavido, disperato, antipatico, inaffidabile, anaffettivo, asociale, crudele, incapace, fingitore, vigliacco, maleducato, inopportuno, opportunista, imbarazzante, sgradevole, scorretto, petulante; comprovate con aneddoti e disgusto le vostre affermazioni; esponete al pubblico ludibrio le mie carenze e le mie preferenze sessuali; prendetevi gioco dei miei errori di dizione e del mio scarso intuito; se lo ritenete utile o liberatorio, sputate infine sulla mia tomba: datemi la possibilità, dopo una vita trascorsa a subire le vostre bugie, di ignorare, in quanto non più, le vostre verità. Le une e le altre inascoltate, riposerò in pace. Amen.

Carlo Sperduti

Appunti di lettura: “Gli incantevoli scarti. Cento romanzi in cento parole” di Eugenio Baroncelli

Image

Cento romanzi di cento parole: diecimila parole. A me ne rimangono ottantasei con questa. Lo spazio che mi resta per scrivere si accorcia sempre di più, ventisette. Ritengo comunque impossibile non cedere alla tentazione di verificare ogni singola microfinzione e, siccome mi piace contare ogni cosa, ho contato tutte le parole, stupendomi ogni cinquantaquattro volta del fatto che fossero precisamente cento. Ho sbagliato in più occasioni il conteggio, consapevole che, appunto, ad aver sbagliato non fosse stato lo scrittore. Volevo ottantuno scrivere cento parole a proposito del libro anche se, purtroppo, me ne sono rimaste appena tre: novantotto, novantanove, cento.

Niccolò Brunelli

Corinne

Image

Estrarre le chiavi dalla borsa, aprire il portone, salire quattro rampe, aprire la porta, accendere la luce, è ancora buio, schiacciare di nuovo l’interruttore, sfilarmi la scarpa sinistra facendo forza sul tallone col malleolo destro, sfilarmi la destra dopo aver allentato i lacci con l’alluce sinistro, camminare scalza sul pavimento di casa.
Sul pavimento di casa i piedi si posano sicuri: ne conoscono a memoria la forma e il calore, i rilievi e i microclimi, e tutta la geografia.
Abito la mia casa e lei mi abita a sua volta, infatti quando muoio la poltrona verde della signora Corinne si trovava vicino alla finestra aperta, era umida per la pioggia fine caduta obliquamente durante la notte, il bracciolo destro più usurato del sinistro e la seduta profonda, o sprofondata.

Arianna Fiore

Il Mondo Reale

Image

Quando il Mondo Reale decise di partire, venne da noi, su in alta montagna, per prendere congedo. Giunse in pieno inverno, in mezzo a una tempesta di neve. Bussò educatamente con le nocche ed era elegantissimo nel suo pastrano grigiotopo, profumato, i capelli tirati all’indietro col gel, la barba rifilata a puntino.
“Ci lasci per sempre?” disse mia moglie a occhi bassi, senza aspettare risposte. Però non provammo eccessivo dolore alla notizia della sua partenza, solo una lieve malinconia. Tanto più che Bettina, la più piccola delle nostre figlie, quando lui si voltò per uscire, se ne accorse (e stavolta chiaramente) che sotto il pastrano nascondeva la coda e, schifata, la indicava col ditino. Quella sozza coda di capra che tutti sospettavamo avesse, senza essere mai riusciti ad averne conferma.

Alfonso Lentini

Appunti di lettura: “A cosa servono i gatti” di Paolo Nori, illustrato da Andrea Antinori

Image

Questo libro inizia con una grande Q.
Questa Q sembra un gatto di spalle.
Qual è il font di questa Q non lo so.
Cambria non è. Ma anche la Q di Cambria somiglia a un gatto di spalle.
Tutte le Q, in fondo, sono come dei piccoli gatti, chinati in avanti con la testa nella ciotola. Da dietro non si vedono né la testa né le orecchie.

Ecco tanti gatti in fila a mangiare:
QQQQQQQQQQQQQQQQQQQQQQQQQQQQ
Come i gatti-avvocati della nonna di Paolo Nori. Non indaghiamo sulla loro sparizione.
Ce ne sono altri chinati a mangiare a pagina 28, 30, 51, 52 e 55.

Vorrei saper disegnare i gatti come fa Antinori, invece li so fare solo con le Q del mio PC ed ecco Quattro Quadrupedi Qualunque Questionare Quasi Quietamente, Quatti Quatti. Questo è un tautogramma, credo.

Arianna Fiore

Appunti di lettura: “Mai e poi mai il fuoco” di Diamela Eltit

Image

Non mi capire del tutto, mi ha detto questo libro, e io non l’ho fatto. Non lo faccio quasi mai: un libro del tutto capito è un libro finito. In più, ciò che si capisce è sempre l’inessenziale, altrimenti non staremmo ancora qui a impantanarci. E ho aspettato due giorni, e non ho letto altro, se si esclude un certo scorrimento inerte di righe sotto gli occhi, inerte anch’io. Ho trascorso però molte ore nel mio letto, a guardarlo e sentirlo con il tatto e la memoria del libro. Gli strati del letto. La rete, il materasso, il lenzuolo, la coperta, il piumone, i cuscini, le federe: estensioni dei corpi nel caos. Sul letto si fanno i conti con ora e una volta e che ne è stato di noi? Quasi sempre la risposta è inevitabile e spiacevole. I resti di noi che si guardano senza potersi recuperare, riciclare. Altri letti che ho visto, quelli in cui persone molto anziane stavano morendo, ora sono il mio letto. La persona molto anziana che sono ogni giorno muore ogni notte sotto una coltre di atti mancati e nelle spire di due o tre cose orribili che non smettono di tornare: rigirandomi tra le lenzuola mi avvolgono fino a stringere troppo.

Carlo Sperduti