Lettori, amici

 
 
Lettori, amici,

oggi Squadernauti chiude. O meglio, da oggi non pubblicheremo più nuovi articoli.
 
Termina un percorso iniziato il 31 maggio 2014: più di dieci anni in cui abbiamo provato a fare esercizio di passione e rigore, convinti come eravamo – e come siamo – che la letteratura possa, anzi debba, abitare ai piani più alti della vita, dove si rarefà la chiacchiera e soggiornano silenzio, attenzione e meraviglia. Chissà se ci siamo riusciti.
 
Grazie a chiunque ci ha seguito fin qua.

 
Gli squadernauti
 
 
Commiato
(fotografia di Gianni Berengo Gardin)
 
 

La meravigliosa lampada di Paolo Lunare

 
 
 
 

Con La meravigliosa lampada di Paolo Lunare (uscito per TerraRossa nel 2019) Cristò – di cui abbiamo già recensito La carne e Uno su infinito – ci consegna una fiaba pienamente umana. Si tratta di una fiaba per la presenza dell’elemento fantastico, che tuttavia è innestato in una vicenda amorosa quanto mai realistica: quella tra Paolo e Petra, coppia che riesce a mantenere un suo equilibrio nonostante una serie di reciproche menzogne e omissioni, o forse proprio in virtù di esse.

Sino a che punto celare la verità è un meccanismo difensivo, un tentativo di proteggersi dalle intrusioni altrui nella propria intimità e quando, al contrario, diventa desiderio di salvaguardare le relazioni? Può sopravvivere un rapporto basato sull’assoluta onestà?

Come sempre accade in Cristò, domande cruciali vengono diluite in una storia – allo stesso tempo fantasiosa e vivida – nella quale coabitano possibileLa meravigliosa lampada di Paolo Lunare e impossibile, quasi a segnalare l’amministrabilità solo parziale delle nostre vite.

Paolo Lunare, in occasione dell’anniversario di nozze, vuole soddisfare un desiderio di Petra: inventare una lampada in grado di riprodurre “la luce del sole così com’è” (p. 14). Paolo costruirà invece, inopinatamente, un oggetto capace di mettere al cospetto delle persone care defunte.

La lampada porterà entrambi a fare alcune scoperte, anche dolorose, sul proprio passato. Come reggerà la coppia all’intrusione di uno strumento che impone una prospettiva nuova, più ampia, sulle loro esistenze, che chiede a Paolo e Petra di fare i conti con segreti e reticenze (in parte riguardanti le loro famiglie d’origine)?

Insomma: possono reggere, le nostre vite, alla prova dell’assoluta verità?

Al termine di un breve ma intenso romanzo Cristò, con sorniona ambiguità (nessun elemento indica la pagina come nota dell’autore), ci ricorda che “La letteratura è una menzogna.
Ogni storia è una finzione.
Niente di ciò che avete appena letto è accaduto fuori da queste pagine. I personaggi non corrispondono a persone viventi o vissute, sono spiriti erranti, esistenze potenziali, funzioni narrative” (p. 95).

Ma se a dire che la letteratura è una menzogna è uno che letteratura produce, bisogna o non bisogna dargli credito?

Presi in questo dilemma beffardo, ecco che ci ritroviamo tutti trasformati in personaggi di Cristò, e il succitato crinale tra possibile e impossibile scopriamo essere la letteratura.

Un crinale che, per dieci anni, noi di Squadernauti abbiamo frequentato assieme a voi lettori, a voi scrittori, a voi editori: cioè assieme a chiunque crede che la letteratura sia una menzogna necessaria al compiersi della verità.

Questa è la nostra ultima recensione. Per ringraziamenti e saluti rimandiamo al prossimo articolo.

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

La legge delle colline

 
 
 
 

Dopo Le colline della morte (2021) e Una questione di famiglia (2023, da noi recensito qui), minimum fax dà alle stampe (ottobre 2024, sempre nella traduzione di Roberto Serrai) La legge delle colline, terzo volume scritto da Chris Offutt che ha per protagonista Mick Hardin.Hardin, trentanovenne ex militare ora in congedo, ha progettato di trasferirsi in Corsica. Prima, però, torna al suo paese natale, Rocksalt, sulle colline del Kentucky. Forse per salutare la ruvida sorella Linda, sceriffo locale, o forse per “andare a controllare la sola proprietà che possedeva, quella che gli aveva lasciato il nonno. Immaginò che fosse un addio, ma non era sicuro di cosa stesse salutando. Suo nonno, il suo passato, la terra che amava? Se stesso, magari?” (p. 30).

Già questa breve incursione autoriale nei dubbi del protagonista ci dice molto. Non solo, nello specifico, su un’attrazione viscerale – e per questo difficile da indagare su un piano razionale – verso i propri luoghi d’origine; ma anche sull’irresolutezza esistenziale di tutti i personaggi di Offutt, la legge delle collineargomento cui avevamo già fatto cenno sia occupandoci di Una questione di famiglia sia della raccolta di racconti Di seconda mano (qui). Si tratta di uomini e donne inquieti o disillusi perché le proprie ambizioni sono incongrue rispetto alla realtà avuta in sorte o perché, al contrario, la vita le ha rattrappite.

Ecco quindi che la vicenda noir in cui sarà coinvolto, suo malgrado, Mick Hardin (e che Offutt gestisce con maestria da giallista di vaglia), sarà innescata proprio dalla misteriosa morte di due abitanti del luogo e dal successivo ferimento di Linda. Mick si troverà a interrogare persone inclini alla solitudine e al sospetto verso il prossimo, portatori di segreti traumatici patiti o fatti patire, chiusi nelle proprie convinzioni e nei propri pregiudizi; e Mick a sua volta ubbidisce a una propria legge morale in nome della quale, più che dirimere tra buoni e cattivi, innocenti e colpevoli, finirà per applicare una vasta indulgenza scaturita dal disincanto. In altre parole, attraverso il personaggio di Mick Hardin, Chris Offutt ci ricorda come l’ambiente in cui si nasce e cresce condiziona (irrimediabilmente?) le nostre scelte e il nostro destino. E così la vita adulta appare come un incessante, e in larga parte infruttuoso, tentativo di emanciparsi: “Forse non gli andava di arrestare persone per reati che avrebbe commesso anche lui. Suo nonno avrebbe detto che Mick stava seguendo la legge delle colline. Mick sperò che fosse così” (p. 223).

Da ciò deriva un tratto peculiare della narrativa di Offutt: sovrintende i gesti dei personaggi de La legge delle colline un senso di vanità che li rende grotteschi. Gli approcci amorosi sono quasi sempre timidissimi o fraintesi; e pure gli episodi di violenza, che qui non mancano, finiscono per risultare comici più che drammatici. Come in questo capoverso a commento di una rissa che ha visto coinvolto Mick in una sala da biliardo: “Il primo aggressore si stava riprendendo e cercava di tirare fuori una pistola dalla tasca dei pantaloni cargo. Mick gli diede un colpetto con la stecca, abbastanza forte da avere tutta la sua attenzione. L’uomo smise di muoversi e Mick gli tolse dalla tasca una Smith & Wesson Shield nove millimetri compatta. L’uomo gli sputò addosso, mancando il bersaglio” (p. 178).

Insomma, se è sempre angusto l’ambito d’azione degli umani, lo è ancora di più in realtà sociali immobili, che fagocitano qualunque tentativo di evadere: “Le colline erano come un nodo scorsoio: più ti dibattevi e più stringevano” (p. 258).

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Le forze

 
 
 
 
 

Il romanzo d’esordio di Claudia D’Angelo, Le forze (Moscabianca edizioni, 2024), è la storia di una possessione. La protagonista, Andrea Di Martino, rientra nella sua casa dopo un periodo di cure che la costringono, incapace di parlare, a coprirsi il volto con misteriose fasciature. Nel palazzo tutti la conoscono ma solo la vicina Lucia sente il bisogno di avvicinarla e offrirle aiuto per il suo rientro in comunità (“«Diciamo le cose come stanno, Pietro. Non è stato un incidente», disse Lucia tutto d’un fiato. «E noi ne siamo responsabili»”, p. 29).

Le forzeNonostante i rifiuti iniziali, Lucia riesce a insinuarsi in casa di Andrea e comunicare con lei attraverso un singolare linguaggio (“Quando Lucia le faceva visita parlava di continuo. Andrea muoveva e batteva gli oggetti per rispondere”, p. 80; “Anche gli incontri successivi (…) furono una serie di sinfonie di piatti, stoviglie, ante e cassetti”, p. 75) e alla scrittura a quattro mani di un quaderno che risulterà centrale, nelle pagine finali, per decodificare l’intera vicenda.

L’arrivo della ragazza turba la vita del condominio. La tensione passa attraverso fenomeni sismici (“La terra aveva cominciato a brontolare, e così i cittadini avevano ripreso il loro viavai per le scale. (…) La ragazza non seguiva gli altri inquilini del palazzo, non rispondeva alla chiamata alla fuga”, p. 80), la scomparsa di animali domestici e gli accenni alla vita passata di Andrea, delineata con informazioni incomplete, spesso affidate alla voce dei più piccoli, come Marco, figlio di una vicina (“Ma adesso com’è la sua faccia? È tipo un mostro?”, p. 18).

Alla vicenda principale si alternano tre racconti lunghi, all’apparenza slegati, in cui l’elemento perturbante è più marcato. Storie di santone popolari e boschi stregati in Tre ave, tre gloria, ancora possessioni generate da una statuetta raffigurante una arpia in Ci sono degli abissi, e una vicenda di amore e violenza in Il mare brucia le maschere. A rendere originale la struttura si aggiunge la presenza di collage tratti dal diario di Andrea e di alcune pagine stampate a rovescio al termine del volume.

Al di là di tali peculiarità strutturali, i meccanismi della finzione fantastica, in D’Angelo, si affidano a elementi classici della narrativa del genere (si vedano la presenza di boschi e pozzi, l’uso di formule magiche, gli oggetti demoniaci e i luoghi stregati da entità non umane, che siano le scosse sismiche, gli incendi, l’inquinamento o le alghe infestanti: “L’alga aveva cominciato a diffondersi come un fungo. Dai balconi di mezzo paese pendevano le sue foglie tentacolari; ondeggiavano come se fossero sott’acqua spinte da una forza invisibile” in Tre ave, tre gloria, p. 54). Tutte storie fondate sul meccanismo della possessione, della presenza all’interno dei personaggi e dei luoghi di forze che ne manipolano l’identità. Senza sensazionalismi e colpi di scena, tuttavia, la scrittura resta ancorata a un linguaggio piano e attenta al contesto sociale, con tutte le sue relazioni, soprattutto, fra cui spicca quella fra Lucia e Andrea, delineata con grande sensibilità. È questa il filone centrale del libro (“A furia di stare accanto ad Andrea e al suo parassita, Lucia cominciò a parlare la loro lingua”, p. 89) e, nel finale, proietterà una luce sul meccanismo di contaminazione fra le due e fra le forze che si muovono nel loro mondo.

Proprio nelle ultime pagine, l’opera si configura come un percorso di formazione misterico che passa attraverso il trauma della perdita della propria identità, ben rappresentato dal nome della protagonista, al tempo stesso maschile e femminile (“Andrea non risponde, e Silvia pensa a tutti gli Andrea e a tutte le Andrea che ha conosciuto negli anni”, p. 155) e l’insistenza sul tema del volto – celato dai bendaggi o dalle maschere (“Una maschera bianca su un corpo nero con dei buchi inespressivi al posto degli occhi e della bocca” p. 142), disvelato, violato e accudito in maniera ossessiva. È forse in questa immagine il fulcro del romanzo, il rapporto fra maschera del reale e pelle viva del mondo, modellata da forze intangibili che siamo chiamati ad accogliere per poterci riconoscere.
 
 

(Agostino Bimbo)
 

Inverness

 
 
 
 

A distanza di dieci anni dal suo libro d’esordio (da noi recensito qui), Monica Pareschi – una delle nostre più raffinate traduttrici – torna a misurarsi con la narrativa, e più precisamente con la forma breve: Inverness, uscito per Polidoro nell’ottobre del 2024, è una raccolta di otto racconti in cui i sentimenti (soprattutto, ma non solo, quello amoroso) si mostrano in tutta la loro illeggibilità, in tutta la loro crudeltà.

Vale la pena di soffermarsi subito sulla scelta dell’autrice di dedicarsi alla scrittura di racconti. Viene da pensare che il quotidiano corpo a corpo con la traduzione abbia per così dire allenato l’orecchio di Monica Pareschi alla musicalità, al ritmo, ne abbia acuito l’attenzione nel soppesare ogni vocabolo. Ciò potrebbe giustificare la decisione di scrivere testi di misura ridotta, nei quali è necessario perseguire la massima densità e nettezza in ogni parola, in ogni immagine; ma potrebbe vigere l’opposto rapporto causa-effetto: una scrittura massimamente accurata trova nel racconto la sua ideale dimensione.

Inverness Monica PareschiC’è di più. La premura verso la precisione semantica, assieme a uno spiccato gusto per la descrizione dei dettagli, crea un effetto deformante già riscontrato occupandoci di È di vetro quest’aria, quando avevamo parlato di “accumulazioni o inquadrature ravvicinate” che rendono grotteschi scorci feriali di realtà. Sono sì due espedienti stilistici, ma che hanno una forte connotazione psicologica, se non morale: dominano le otto narrazioni personaggi che vivono situazioni di forte tensione emotiva (o meglio sentimentale, come dicevamo più sopra). E dal momento che non c’è relazione sentimentale pienamente governabile, lo smarrimento dei personaggi si declina, anche, nel loro sguardo allucinato sul mondo. Un esempio: “Considera le unghie della mano destra, poi quelle della mano sinistra. Non c’è più niente da rosicchiare, quel che rimane è affossato nella carne, a provarci c’è da farsi male sul serio. Anche le pellicine intorno sono state tutte accuratamente sollevate e strappate coi denti, a insistere uscirebbe altro sangue. C’è un’ala della casa, in disuso. Non si sono neanche dati la pena di dipingerla quando hanno rifatto la facciata, qualche anno prima, e adesso la mole tozza e incolore risalta incongrua vicino al giallo sfacciato del resto” (p. 27).

Questo indulgere sulle minuzie appare come un rifugio, per contrasto, dall’ingestibilità dei sentimenti. E così, se il breve I baci di Munch, o la perfezione dell’amore è dedicato, appunto, alla “feroce perfezione dell’amore” (p. 11), in Fiori è un mazzo di peonie a certificare l’usura di una coppia di amanti. Dice la protagonista femminile: “C’è che questi fiori non mi chiedono niente, pensò come gridando. C’è che il loro amore è muto, puro e perfetto, e il mio per loro lo stesso. Non ci scambiamo nulla, se non un po’ d’acqua, e piacere per giorni. Per questo il mio desiderio per loro è eterno. Loro non mi chiedono di essere vivi mentre stanno morendo, non succhiano linfa da me per rimanere in vita, perché sono già morti” (p. 41). In più di un racconto assistiamo a salti temporali, ma il passato – lungi dall’essere vagheggiato come tempo della felicità incorruttibile – è sempre evocato come indizio di un presente inquieto o irrisolto. Qui, nuovamente ingrandendo un’immagine nella direzione del grottesco, lei ripensa a quattro anni prima, a “lui con i fiori sulla porta, ancora nuovi e fiammanti, l’infinita stupidità di quei fiori pronti a scoppiare” (ibid.).

In Mors tua vita mea è narrata l’ultima parte della parabola esistenziale di Gheri, sessantenne che “Andava avanti a testa in giù, come uno che si butti nella mischia, quasi ridacchiando, con la gioia storta dell’alcol, o quella che dà a certi la malasorte, quando s’accanisce confermando le peggiori aspettative” (p. 91).

Il racconto finale, che dà il titolo alla raccolta, è dedicato al ricordo dell’amicizia affettuosa della protagonista per P., sua compagna di classe, che “ha l’eskimo, i capelli sciolti, è svagata, rilassata, è tutto quello che vorrei essere io” (p. 137).

L’io narrante patisce una dipendenza psicologica nei confronti di P., che si concretizza in piccoli episodi di autolesionismo nei due anni in cui l’amica si trasferisce con la famiglia a Pretoria. Finita la scuola, le due ragazze partono per un viaggio in autostop che le porterà sino alla città scozzese di Inverness. Sole e lontane, renderanno sempre più manifesto il disquilibrio del loro rapporto, fino a quando P. non dichiarerà: “Sei una bestia ferita pronta a saltarmi addosso. Uno schifoso vampiro. L’anima, cazzo. Vuoi mangiarmi l’anima” (p. 174).

E in effetti il leitmotiv dell’opera di Monica Pareschi sembra essere proprio l’impossibilità di dare vita a relazioni equilibrate, durevoli, chiare e amministrabili per entrambe le metà di una coppia, intesa non necessariamente in senso affettivo. La vita, sembra dirci l’autrice, è una collezione di episodi quasi del tutto indecifrabili, che impongono un grande dispendio di energie per restituire emozioni fuggevoli e prospettive cedevoli sull’esistenza. Maturità, per i personaggi di Inverness, significa proprio accettare l’oscurità dell’esistenza, e negarsi la comodità di reinterpretare in senso eccessivamente benevolo il proprio passato.

 
 
(Claudio Bagnasco)