A distanza di dieci anni dal suo libro d’esordio (da noi recensito
qui), Monica Pareschi – una delle nostre più raffinate traduttrici – torna a misurarsi con la narrativa, e più precisamente con la forma breve:
Inverness, uscito per Polidoro nell’ottobre del 2024, è una raccolta di otto racconti in cui i sentimenti (soprattutto, ma non solo, quello amoroso) si mostrano in tutta la loro illeggibilità, in tutta la loro crudeltà.
Vale la pena di soffermarsi subito sulla scelta dell’autrice di dedicarsi alla scrittura di racconti. Viene da pensare che il quotidiano corpo a corpo con la traduzione abbia per così dire allenato l’orecchio di Monica Pareschi alla musicalità, al ritmo, ne abbia acuito l’attenzione nel soppesare ogni vocabolo. Ciò potrebbe giustificare la decisione di scrivere testi di misura ridotta, nei quali è necessario perseguire la massima densità e nettezza in ogni parola, in ogni immagine; ma potrebbe vigere l’opposto rapporto causa-effetto: una scrittura massimamente accurata trova nel racconto la sua ideale dimensione.
C’è di più. La premura verso la precisione semantica, assieme a uno spiccato gusto per la descrizione dei dettagli, crea un effetto deformante già riscontrato occupandoci di È di vetro quest’aria, quando avevamo parlato di “accumulazioni o inquadrature ravvicinate” che rendono grotteschi scorci feriali di realtà. Sono sì due espedienti stilistici, ma che hanno una forte connotazione psicologica, se non morale: dominano le otto narrazioni personaggi che vivono situazioni di forte tensione emotiva (o meglio sentimentale, come dicevamo più sopra). E dal momento che non c’è relazione sentimentale pienamente governabile, lo smarrimento dei personaggi si declina, anche, nel loro sguardo allucinato sul mondo. Un esempio: “Considera le unghie della mano destra, poi quelle della mano sinistra. Non c’è più niente da rosicchiare, quel che rimane è affossato nella carne, a provarci c’è da farsi male sul serio. Anche le pellicine intorno sono state tutte accuratamente sollevate e strappate coi denti, a insistere uscirebbe altro sangue. C’è un’ala della casa, in disuso. Non si sono neanche dati la pena di dipingerla quando hanno rifatto la facciata, qualche anno prima, e adesso la mole tozza e incolore risalta incongrua vicino al giallo sfacciato del resto” (p. 27).
Questo indulgere sulle minuzie appare come un rifugio, per contrasto, dall’ingestibilità dei sentimenti. E così, se il breve I baci di Munch, o la perfezione dell’amore è dedicato, appunto, alla “feroce perfezione dell’amore” (p. 11), in Fiori è un mazzo di peonie a certificare l’usura di una coppia di amanti. Dice la protagonista femminile: “C’è che questi fiori non mi chiedono niente, pensò come gridando. C’è che il loro amore è muto, puro e perfetto, e il mio per loro lo stesso. Non ci scambiamo nulla, se non un po’ d’acqua, e piacere per giorni. Per questo il mio desiderio per loro è eterno. Loro non mi chiedono di essere vivi mentre stanno morendo, non succhiano linfa da me per rimanere in vita, perché sono già morti” (p. 41). In più di un racconto assistiamo a salti temporali, ma il passato – lungi dall’essere vagheggiato come tempo della felicità incorruttibile – è sempre evocato come indizio di un presente inquieto o irrisolto. Qui, nuovamente ingrandendo un’immagine nella direzione del grottesco, lei ripensa a quattro anni prima, a “lui con i fiori sulla porta, ancora nuovi e fiammanti, l’infinita stupidità di quei fiori pronti a scoppiare” (ibid.).
In Mors tua vita mea è narrata l’ultima parte della parabola esistenziale di Gheri, sessantenne che “Andava avanti a testa in giù, come uno che si butti nella mischia, quasi ridacchiando, con la gioia storta dell’alcol, o quella che dà a certi la malasorte, quando s’accanisce confermando le peggiori aspettative” (p. 91).
Il racconto finale, che dà il titolo alla raccolta, è dedicato al ricordo dell’amicizia affettuosa della protagonista per P., sua compagna di classe, che “ha l’eskimo, i capelli sciolti, è svagata, rilassata, è tutto quello che vorrei essere io” (p. 137).
L’io narrante patisce una dipendenza psicologica nei confronti di P., che si concretizza in piccoli episodi di autolesionismo nei due anni in cui l’amica si trasferisce con la famiglia a Pretoria. Finita la scuola, le due ragazze partono per un viaggio in autostop che le porterà sino alla città scozzese di Inverness. Sole e lontane, renderanno sempre più manifesto il disquilibrio del loro rapporto, fino a quando P. non dichiarerà: “Sei una bestia ferita pronta a saltarmi addosso. Uno schifoso vampiro. L’anima, cazzo. Vuoi mangiarmi l’anima” (p. 174).
E in effetti il leitmotiv dell’opera di Monica Pareschi sembra essere proprio l’impossibilità di dare vita a relazioni equilibrate, durevoli, chiare e amministrabili per entrambe le metà di una coppia, intesa non necessariamente in senso affettivo. La vita, sembra dirci l’autrice, è una collezione di episodi quasi del tutto indecifrabili, che impongono un grande dispendio di energie per restituire emozioni fuggevoli e prospettive cedevoli sull’esistenza. Maturità, per i personaggi di Inverness, significa proprio accettare l’oscurità dell’esistenza, e negarsi la comodità di reinterpretare in senso eccessivamente benevolo il proprio passato.
(Claudio Bagnasco)