Riprendo l'articolo che ho scritto lo scorso sabato per "Alias" de "Il Manifesto".
In pochi riconosceranno nel protagonista di questa storia un personaggio che ha influenzato in maniera diretta e sostanziale le famose movenze che hanno reso famosi alcuni Re della musica moderna, da Elvis Presley a James Brown a Michael Jackson.
Neppure immagineranno che dietro alle sue foto patinate c’era una persona dissoluta, alcolista, più volte incarcerato e accusato di abusi sessuali.
Ancora più se ne ascoltiamo la voce vellutata, elegante e raffinata che accompagna certe ballate zuccherose come “Lonely Teardrops” o i suoi più grandi successi, il rock ‘n’ roll swing del 1958, “Reet Petite”, l’avvolgente soul “(I Get the) Sweetest Feeling” del 1968 (ripreso anche da Erma Franklin e Edwin Starr) e il proto funk “(Your Love Keeps Lifting Me) Higher and Higher” del 1967, questi ultimi due diventati vere hit nei dancefloor della scena Northern Soul dagli anni Settanta in poi.
Parliamo di Jackie Wilson, nato nel 1934, una vita martoriata da ogni tipo di guaio, personale e giudiziario, lutti, arresti, dipendenze, scomparso nel 1984, dopo un lungo calvario, seguito a un infarto sul palco, nel 1975.
Cresciuto nei sobborghi di Detroit, fin da giovanissimo si aggrega a una gang, si appassiona all’alcol, tanto quanto alla musica, nel consueto coro gospel, nonostante non fosse affatto religioso e volesse solo raccattare qualche soldo da spendere in modo molto meno spirituale.
Nel frattempo fa in tempo a lasciare la scuola, finire in riformatorio, abbracciare una discreta carriera di pugile, mettere incinta la fidanzata.
E siamo solo ai suoi diciassette anni.
Per fortuna la musica gli lancia una mezza àncora di salvezza.
Le sue capacità vocali attirano l’attenzione, incomincia una breve carriera solista per poi passare al gruppo vocale dei Falcons, insieme al cugino Levi Stubbs, poi protagonista di una fulgida carriera con i Four Tops. Viene scoperto da Johnny Otis (che compose il classico “Hound Dog” e lanciò Etta James, tra le tante cose).
Canta per un po’ con i Dominoes per approdare di nuovo alla carriera solista e partire con “Reet Petite” (composto da Berry Gordy Jr, in procinto di fondare una delle etichette più influenti di sempre, la Motown Records). Sarà un successo minore per poi trovare un’inaspettata popolarità trent’anni dopo, nel 1986, quando sarà corredato da un video animato che spopolerà in Inghilterra ed Europa, vendendo quasi un milione di copie.
Farà meglio con “Lonely Teardrops”, sempre nel 1958 che vola nelle charts americane ai primi posti.
Jackie Wilson diventa popolarissimo soprattutto per le sue esibizioni dal vivo, fatte di piroette, spaccate, mosse sessualmente allusive (per i tempi), ancheggiamenti, ammiccamenti.
Si inginocchia, si toglie la giacca, la lancia al pubblico, suda abbondantemente (la leggenda vuole che bevesse litri di acqua con il sale per favorire la sudorazione e apparire più attraente e credibile), si agita, muove i piedi velocemente con piccoli e veloci passetti, chiama ragazze del pubblico a salire sul palco per un bacio.
Caratteristiche a cui si rifaranno esplicitamente, per loro stessa ammissione, James Brown, Michael Jackson e soprattutto Elvis Presley con cui stringe un’affettuosa e duratura amicizia.
Lo chiamano “Mr.Excitement” e successivamente il “Black Elvis”.
Elvis sottolineò che se lui era l’Elvis nero, significava che “io sono il Jackie Wilson bianco”. Entra ben presto nel circuito televisivo, la sua musica è gradevole e mai oltraggiosa (come la poteva essere quella dei bluesmen o di Little Richard, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, lo stesso Elvis) e ogni apparizione garantisce uno spettacolo unico.
La sua carriera prosegue a suon di successi, tra i quali “Baby Workout” e “Night” che arrivano al milione di copie. Collabora con Count Basie, LaVern Baker e si trova i mitici Funk Brothers a suonare in molti dei suoi dischi.
I già citati “(I Get the) Sweetest Feeling” e “(Your Love Keeps Lifting Me) Higher and Higher”, mantengono alta la sua popolarità, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.
Fuori dal palco però non cambia stile di vita.
Viene arrestato per percosse a un poliziotto ma anche per molestie sessuali che sembrano essere una prerogativa piuttosto frequente (anche Patti Labelle parlerà in una sua autobiografia delle “attenzioni” ricevute da Wilson nei camerini prima di un concerto) oltre all’arrivo di sostanze stupefacenti ad affiancare la predilezione per l’alcol.
Fu anche vittima di un colpo di pistola da parte di una delle tante fidanzate che gli costò l’asportazione di un rene e l’impossibilità di estrarre la pallottola, troppo vicina alla spina dorsale.
Il management fornì una versione diversa per nascondere le sue discutibili abitudini.
Anche da un punto di vista finanziario la sua vita è un disastro.
In epoche in cui la gestione dei diritti era un contesto selvaggio e senza regole, finisce tra le mani di manager senza scrupoli che, nonostante i grandi successi e i milioni di dischi venduti, lo lasciano sostanzialmente al verde.
L’agenzia delle entrate americana gli sequestra la casa per tasse mai pagate.
Riuscì faticosamente a rientrarne in possesso mentre un tribunale stabilì che il manager e l’etichetta gli dovevano almeno un milione di dollari (cifra immensa per l’epoca). Il processo si protrasse fino a dopo la sua morte e Jackie Wilson non poté mai usufruire della somma, lasciando, anzi, un’ingente somma di debiti.
Un altro aspetto altrettanto traballante è quello della vita privata.
Divorziò dalla prima moglie, da cui ebbe quattro figli, sposò la sua amante (da cui ne aveva parallelamente avuto un altro).
Nel 1970 un suo figlio fu ucciso durante una lite con un colpo di pistola. Wilson cadde in depressione e si tuffò nell’alcol, rimanendo recluso per alcuni anni.
Anche altre due figlie morirono, una delle quali uccisa per una questione di droga. Wilson ebbe anche numerosi altri figli, mai riconosciuti, fuori dai matrimoni, incluso Bobby Brooks Wilson che ha intrapreso la carriera artistica riproponendo le canzoni del padre. Anche la sua morte è stata esagerata, spettacolare, unica, nella sua tragicità.
Il 29 settembre 1975, mentre partecipava al “Good Ol' Rock and Roll Revue” di Dick Clark, a Cherry Hill, nel New Jersey, mentre cantava la sua hit "Lonely Teardrops" alle parole "My heart is crying" si accasciò teatralmente sul palco.
Il pubblico applaudì, i musicisti rimasero immobili, pensando tutti a una delle sue trovate. Ma dopo poco fu palese che si trattava di un malore.
Jackie aveva avuto un infarto.
Fu trasportato in ospedale dove cadde in uno stato comatoso da cui non si riprese più, se non a tratti, quando aveva rari momenti di coscienza ma incapace di parlare e muoversi.
Mori il 21 gennaio del 1984.
Durante la degenza il vecchio amico Elvis Presley pagò la maggior parte delle spese medico/ospedaliere.
A Jackie Wilson sono arrivati prestigiosi e affettuosi tributi da parte di alcuni grandi della musica, da Michael Jackson che gli dedicò il suo Grammy Award ricevuto per l’album “Thriller” nel 1984, l’amico/collaboratore Berry Gordy Jr, lo ricordò nella sua autobiografia del 1994:
“Il più grande cantante che abbia mai sentito. L'epitome della grandezza naturale. Sfortunatamente per alcuni, ha fissato lo standard che cercherei per sempre nei cantanti".
Smokey Robinson: "Jackie Wilson è stato il cantante e l'artista più dinamico che abbia mai visto". Bobby Womack ha aggiunto: "Per quanto mi riguarda, era il vero Elvis Presley”.
E infine Van Morrison che nel 1972 scrisse “Jackie Wilson Said (I’m in Heaven When You Smile)”, poi ripresa dai Dexy’s Midnight Runners di Kevin Rowland, che dall’impostazione vocale di Wilson ha decisamente imparato tanto.
martedì, gennaio 20, 2026
lunedì, gennaio 19, 2026
Dan Jennings - Paul Weller: Dancing Through the Fire: The Authorised Oral History
La mia passione e ammirazione per l'opera artistica di PAUL WELLER incomincia nel lontano 1978, quando leggo in un articolo su una rara copia di "Melody Maker" che arrivava a Piacenza che i JAM sono un incrocio tra Beatles, Who, punk e Dr.Feelgood ovvero un mix tra quello che più amavo e ciò che stavo incominciando a scoprire.
"This is the modern world", stampato anche in Italia, fu il primo approccio.
Da lì amore incondizionato e l'acquisto costante, in tempo reale, di tutto ciò che riguardava l'attività del mio nuovo idolo.
Si sono ammucchiati dischi, cd, singoli, mp3, bootleg, rviste, libri e tanto di altro correlato.
Ho scritto su di lui tanti articoli e anche un libro, "Paul Weller. L'uomo cangiante" nel 2015 per VoloLibero.
Gliene consegnai personalmente una copia mentre un'altra me la autografò, dapprima riluttante e diffidente poi più conciliante e contento. Esce ora un monumentale e pressochè "definitivo" racconto della sua carriera e vita personale, che il giornalista Dan Jennings ha scritto attraverso le testimonianze di 200 musicisti, famigliari, collaboratori, fan, raccolte nel suo podcast “Desperately Seeking Paul”, in onda dal 2020 con il corredo di un'intervista a Weller di un paio di ore.
Il tutto segue un rigoroso ordine cronologico che narra tutta la sua vicenda, anche nei più reconditi dettagli.
Per ora solo in inglese ma presto vedrà la luce anche in italiano.
Imperdibile per gli hardcore fan, sinceramente ridondante per il resto dei potenziali fruitori.
Molte testimonianze sono decisamente superflue e poco aggiungono al profilo del protagonista.
In genere il tono è celebrativo e se ne sottolinea il carattere schietto ma sincero, la genialità, lo spessore artistico.
Emergono anche i numerosi difetti caratteriali, al limite dell'arroganza, soprattutto nel lungo periodo "alcolico" ma sono numerosissimi gli aneddoti gustosi e inediti, gli aspetti poco conosciuti della (dissipata) vita in tour, il ruolo determinante del padre/manager John nella gestione contrattuale sia discografica che concertistica, il (non sempre facile e limpido) rapporto con i musicisti, il costante contrasto, talvolta molto aspro, con i giornalisti e tanto altro.
Solo per fan.
"This is the modern world", stampato anche in Italia, fu il primo approccio.
Da lì amore incondizionato e l'acquisto costante, in tempo reale, di tutto ciò che riguardava l'attività del mio nuovo idolo.
Si sono ammucchiati dischi, cd, singoli, mp3, bootleg, rviste, libri e tanto di altro correlato.
Ho scritto su di lui tanti articoli e anche un libro, "Paul Weller. L'uomo cangiante" nel 2015 per VoloLibero.
Gliene consegnai personalmente una copia mentre un'altra me la autografò, dapprima riluttante e diffidente poi più conciliante e contento. Esce ora un monumentale e pressochè "definitivo" racconto della sua carriera e vita personale, che il giornalista Dan Jennings ha scritto attraverso le testimonianze di 200 musicisti, famigliari, collaboratori, fan, raccolte nel suo podcast “Desperately Seeking Paul”, in onda dal 2020 con il corredo di un'intervista a Weller di un paio di ore.
Il tutto segue un rigoroso ordine cronologico che narra tutta la sua vicenda, anche nei più reconditi dettagli.
Per ora solo in inglese ma presto vedrà la luce anche in italiano.
Imperdibile per gli hardcore fan, sinceramente ridondante per il resto dei potenziali fruitori.
Molte testimonianze sono decisamente superflue e poco aggiungono al profilo del protagonista.
In genere il tono è celebrativo e se ne sottolinea il carattere schietto ma sincero, la genialità, lo spessore artistico.
Emergono anche i numerosi difetti caratteriali, al limite dell'arroganza, soprattutto nel lungo periodo "alcolico" ma sono numerosissimi gli aneddoti gustosi e inediti, gli aspetti poco conosciuti della (dissipata) vita in tour, il ruolo determinante del padre/manager John nella gestione contrattuale sia discografica che concertistica, il (non sempre facile e limpido) rapporto con i musicisti, il costante contrasto, talvolta molto aspro, con i giornalisti e tanto altro.
Solo per fan.
Etichette:
Libri
domenica, gennaio 18, 2026
Not Moving live
Venerdì 23 gennaio
Circolo Arci Progresso
via Vittorio Emanuele II 135, Firenze
Sabato 24 gennaio
Cooperativa Infrangibile - via Alessandria 16, Piacenza
+ Baritoprince Orchestra
Circolo Arci Progresso
via Vittorio Emanuele II 135, Firenze
Sabato 24 gennaio
Cooperativa Infrangibile - via Alessandria 16, Piacenza
+ Baritoprince Orchestra
Etichette:
Not Moving
giovedì, gennaio 15, 2026
Digitalizzazione discografia Not Moving
Dopo l’uscita di That’s All Folks! — l’ultimo album dei Not Moving, accolto con entusiasmo da pubblico e critica — è partito un nuovo viaggio dentro la loro storia.
La Tempesta e LaPOP Music avviano un lavoro di recupero, cura e sistemazione del catalogo della band, in versione digitale finora presente sulle piattaforme in modo parziale e spesso impreciso.
A cadenza quindicinale arriveranno gli album e i singoli realizzati negli anni con eventuali inediti.
Primo passo: il primissimo demo del 1981, Behind Your Pale Face, disponibile ovunque dal 5 dicembre.
Un percorso per restituire ai Not Moving la loro discografia digitale nella forma più completa e fedele possibile.
Strange Dolls, il primo EP dei Not Moving, pubblicato il 5 ottobre 1982 e registrato in un solo giorno.
La cover di “Wipe Out” dei Surfaris è uno dei primi brani surf incisi in Italia in piena era post-punk; “Baron Samedi” omaggia le radici alla Cramps (una versione precedente comparve nella compilation Gathered del mensile Rockerilla), “Dolls” incrocia Modern Lovers e Lou Reed, mentre “Make Up” fonde l’amore per la No Wave newyorkese con l’hardcore punk.
Il 45 giri fu trasmesso più volte da John Peel alla BBC a fine anno e recensito da New Musical Express in Inghilterra e Maximum Rock’n’Roll negli Stati Uniti. "Movin’ Over" uscito nel 1983 per Electric Eye Records.
Il titolo richiama la fine della prima incarnazione del gruppo e la volontà di “andare avanti e oltre”.
5 febbraio 1983: ultimo concerto a Torino della prima line-up, poi lo scioglimento.
13 marzo 1983: i Cheetah Chrome Motherfuckers suonano a Piacenza; nasce l’idea di coinvolgere Domenico Petrosino (Dome La Muerte), che accetta.
16–17 aprile: prime prove a Piacenza.
5–6–7 maggio: in studio per incidere quattro brani destinati al secondo EP.
5 giugno: primo concerto con otto brani al Parco ex Manifatture Tabacchi di Bologna.
29 giugno 1983: esce Movin’ Over per Electric Eye. Mille copie: ritiro a Vimercate alla Microwatt, foglietti fotocopiati e ritagliati a mano inseriti uno a uno; poi 600 copie consegnate al Discotto di Sesto San Giovanni. Funzionava così.
Le sale prove erano a Pisa, nel ripostiglio della madre di Dome, e a Piacenza, in campagna, in un ex pollaio in condizioni quantomeno precarie. Le recensioni, invece, erano unanimi.
Nell’EP trovano spazio tre brani del primo repertorio riarrangiati — Behind Your Pale Face, Psycho Ghoul e Double Mind (già Devil’s Rattle nel primo demo, con testo diverso) — e il nuovissimo Everything Ends Here, composto in un paio d’ore con Dome.
Il suono vira verso traiettorie più aspre e abrasive, guardando ai riferimenti “californiani” di Dead Kennedys, 45 Grave e X.
Nelle foto, la copertina originale, un'outtake dalla foto session, una pausa in riva al Po e foto live dallo "Slego" di Rimini e "Diamond Dogs" di Napoli.
Video But It's Not
https://www.youtube.com/watch?v=Foxxqa8ouR0
Profilo Facebook
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697
La Tempesta e LaPOP Music avviano un lavoro di recupero, cura e sistemazione del catalogo della band, in versione digitale finora presente sulle piattaforme in modo parziale e spesso impreciso.
A cadenza quindicinale arriveranno gli album e i singoli realizzati negli anni con eventuali inediti.
Primo passo: il primissimo demo del 1981, Behind Your Pale Face, disponibile ovunque dal 5 dicembre.
Un percorso per restituire ai Not Moving la loro discografia digitale nella forma più completa e fedele possibile.
Strange Dolls, il primo EP dei Not Moving, pubblicato il 5 ottobre 1982 e registrato in un solo giorno.
La cover di “Wipe Out” dei Surfaris è uno dei primi brani surf incisi in Italia in piena era post-punk; “Baron Samedi” omaggia le radici alla Cramps (una versione precedente comparve nella compilation Gathered del mensile Rockerilla), “Dolls” incrocia Modern Lovers e Lou Reed, mentre “Make Up” fonde l’amore per la No Wave newyorkese con l’hardcore punk.
Il 45 giri fu trasmesso più volte da John Peel alla BBC a fine anno e recensito da New Musical Express in Inghilterra e Maximum Rock’n’Roll negli Stati Uniti. "Movin’ Over" uscito nel 1983 per Electric Eye Records.
Il titolo richiama la fine della prima incarnazione del gruppo e la volontà di “andare avanti e oltre”.
5 febbraio 1983: ultimo concerto a Torino della prima line-up, poi lo scioglimento.
13 marzo 1983: i Cheetah Chrome Motherfuckers suonano a Piacenza; nasce l’idea di coinvolgere Domenico Petrosino (Dome La Muerte), che accetta.
16–17 aprile: prime prove a Piacenza.
5–6–7 maggio: in studio per incidere quattro brani destinati al secondo EP.
5 giugno: primo concerto con otto brani al Parco ex Manifatture Tabacchi di Bologna.
29 giugno 1983: esce Movin’ Over per Electric Eye. Mille copie: ritiro a Vimercate alla Microwatt, foglietti fotocopiati e ritagliati a mano inseriti uno a uno; poi 600 copie consegnate al Discotto di Sesto San Giovanni. Funzionava così.
Le sale prove erano a Pisa, nel ripostiglio della madre di Dome, e a Piacenza, in campagna, in un ex pollaio in condizioni quantomeno precarie. Le recensioni, invece, erano unanimi.
Nell’EP trovano spazio tre brani del primo repertorio riarrangiati — Behind Your Pale Face, Psycho Ghoul e Double Mind (già Devil’s Rattle nel primo demo, con testo diverso) — e il nuovissimo Everything Ends Here, composto in un paio d’ore con Dome.
Il suono vira verso traiettorie più aspre e abrasive, guardando ai riferimenti “californiani” di Dead Kennedys, 45 Grave e X.
Nelle foto, la copertina originale, un'outtake dalla foto session, una pausa in riva al Po e foto live dallo "Slego" di Rimini e "Diamond Dogs" di Napoli.
Video But It's Not
https://www.youtube.com/watch?v=Foxxqa8ouR0
Profilo Facebook
https://www.facebook.com/profile.php?id=100051397366697
Etichette:
Not Moving
mercoledì, gennaio 14, 2026
ZamRock
Riprendo l'articolo che ho scritto sabato per "Alias" de "Il Manifesto" dedicato allo ZamRock, la scena sviluppatasi tra Sessanta e Settanta in ZAMBIA.
Significativo il viaggio tribolato, tragico e complesso, che ha fatto quel seme musicale deportato dall'Africa alle Americhe con le navi negriere, germinato, dopo ulteriori traversie e contaminazioni, con il nome di blues e jazz, poi evolutosi in soul, rhythm and blues e funk e tornato alle orecchie africane, paradossalmente grazie alle forze di occupazione coloniali.
Furono loro a modernizzare i sistemi di comunicazione nelle terre colonizzate mentre le radio e le televisioni (tra gli anni 50/60/70) incominciavano, anche in Africa, ad essere raggiungibili da sempre più persone.
Fu (anche) attraverso ciò che migliaia di giovani incominciarono ad ascoltare come era diventata la loro musica dopo quel lungo viaggio. Fela Kuti si innamorò del sound di James Brown (che a sua volta venne influenzato dallo stesso musicista nigeriano), nella “Swinging Addis Abeba” si ballava e suonavano canzoni dal timbro swing, presumibilmente mutuate dall'ascolto di Natalino Otto, Fred Buscaglione o Duo Fasano. La situazione nel poco conosciuto e pressoché dimenticato Zambia non è dissimile ma più particolare.
Ex protettorato britannico con il nome di Rhodesia Settentrionale, ottenne l'indipendenza nel 1964, ritrovandosi sommerso dalle difficoltà di tutti paesi che progressivamente si affrancavano dal colonialismo, sia economiche che politico/sociali.
Il presidente Kenneth Kaunda riuscì, con una gestione mirata alla conciliazione e all'equilibrio, ad evitare contrasti armati o guerre civili che caratterizzarono invece molte delle altre indipendenze. Impose anche che il 95% della musica trasmessa nelle radio dovesse essere di origine Zambiana.
Decisione che comportò la necessità da parte dei musicisti di comporre materiale originale e che in qualche modo attingesse dalla tradizione locale.
Curiosamente i riferimenti principali della scena Zambiana furono indirizzati verso il rock più duro e psichedelico in circolazione a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, da Jimi Hendrix ai Cream addirittura Deep Purple o Steppenwolf, ma a cui non mancava una componente funk e influenze.
Una particolarità pressoché unica nella musica africana, anche considerando il fatto che mentre altre nazioni (dalla Nigeria al SudAfrica) si sono avvalse dell'aiuto di capitali europei o americani, in questo caso fu qualcosa di totalmente autonomo e autogestito.
Senza dimenticare che non di rado i testi affrontavano temi scottanti come il razzismo, l'apartheid (ancora in essere in Sud Africa e particolarmente efferato fino a pochi anni prima proprio in Rhodesia).
Nel 1974, per rispondere alla crescente richiesta di dischi da stampare, fu fondata nella capitale Lusaka la Teal Record Company Zambia che evitò di doversi rivolgersi, con costi spesso proibitivi, all'estero per la realizzazione dei dischi.
Rikki Ililonga fu tra i primi a creare le basi dello ZamRock con una fusione di psichedelia Hendrixiana, folk rock e addirittura echi di Velvet Underground.
I Crossbones, nati dalla fusione di Born Free e Afro Dynamite, suonavano un duro hard rock, stemperato da episodi di funk psichedelico duro e visionario come testimonia l'album “Wise man” pubblicato a metà degli anni 70.
Il chitarrista Paul Ngozi, spesso attivo anche con la band Ngozi Family, si è pure lui mosso in territori acidi e ruvidi, molto Hendrixiani, omaggiando fin dal nome del suo primo gruppo, i Three Years Before, una band a lui molto cara, i Ten Years After.
L'album del 1976 “45.00 Volts”, arriva perfino a folate proto punk e a non troppo velati omaggi alle atmosfere dei Black Sabbath.
Teddy Chisi partì con due album piuttosto ruvidi per poi approdare a uno splendido connubio di funk, soul dalla palese ispirazione Stax Records, psichedelia e afro beat in “Funky Lady” nel 1977, aiutato dai The Mo-Solid Sounds, nuovo nome di un'altra ottima band locale, i Fireballs.
Keith Mlevu è stato tra i principali esponenti della scena, particolarmente prolifico ed eclettico.
Oltre al consueto mix di funk e psichedelia, si è spinto anche in ambito Southern Rock e prog, rock blues, guardando successivamente anche al reggae, caratterizzandosi per una pressoché totale autarchia compositiva ed esecutiva, suonando tutti gli strumenti in ognuna delle sue incisioni.
Gli Amanaz (acronimo di Ask Me About Nice Artists in Zambia / Chiedimi dei bravi artisti in Zambia).
L'unico album del gruppo, “Africa”, del 1975, uno dei più rappresentativi dello ZamRock, è il perfetto anello di congiunzione tra rock blues, elementi prog e folk locale.
Non a caso le foto di copertina li vedono raffigurati con vestiti hippie/psichedelici in un villaggio davanti a capanne in fango e paglia.
Molto particolare anche la tipologia di registrazione (durò tre giorni, incluso il tempo per comporre i brani direttamente in studio), molto scarna e diretta, con base ritmica molto in evidenza, a scapito delle chitarre.
Il disco è una sorta di concept che narra delle storture del colonialismo e ripercorre la tragedia dello schiavismo in “History Of A Man”). Una volta stabilito lo status di “scena Zamrock” con un buon numero di band, l'arrivo dell'AIDS, ne decimò gli esponenti.
Negli anni Ottanta si calcola che nel paese oltre un milione abbondante di giovani (su una popolazione di meno di 20 milioni di abitanti) morì per la malattia.
Dei WITCH (We Intend To Cause Havoc / Intendiamo fare casino), la band più nota dello ZamRock, rimase il solo leader, Emanuel "Jagari" Chanda.
Al tutto si aggiunse una pesante crisi economica e il crescente autoritarismo del governo.
In breve le band scomparvero, lo ZamRock sprofondò nell'oblìo, lo stesso Jagari lasciò la formazione che dal rock blues originario si spinse successivamente verso sonorità discomusic, guardando a Earth, Wind and Fire ma sempre con una buona dose di originalità e personalità.
Nel 2013 Jagari lascia la cava di pietre dove ormai lavorava da tempo, dopo essere stato “riscoperto” dal regista Gio Arlotta, che gira un documentario sul fenomeno africano e dal musicista olandese Jacco Gardner.
La band si riforma, ricomincia a suonare, ritrova interesse e plauso e nel 2023 torna in scena con l'ottimo album “Zango”.
Da poco è stato pubblicato un eccellente seguito, “Sogolo”, in cui danno una lucidata al marchio di fabbrica, aggiungono una buona dose di afrobeat, una moderna visione della psichedelia, un giusto colore di tradizione e folk, rivelando una freschezza sorprendente e un taglio artistico più che attuale.
Una storia pressoché unica, della quale hanno fatto parte tanti altri nomi (The Peace, Chrissy “Zebby” Tembo, Salty Dog, i pionieri Musi-o-Tunya), che hanno saputo creare musica incredibile, in un contesto difficilissimo e senza alcun supporto, riuscendo, proprio per quello, a preservare la loro purezza e spontaneità creativa.
Grazie alla sempre benemerita etichetta tedesca Analog Africa è finalmente reperibile buona parte del materiale più interessante.
"Inseguivamo le band europee e americane. Volevamo essere come loro. Lavoravamo sodo, vivevamo nella stessa casa di due stanze. Ogni giorno, se non avevamo un concerto da qualche parte, facevamo circa sei chilometri a piedi con le nostre chitarre, fino a un posto chiamato Mindolo.
Era lì che il nostro manager gestiva i suoi affari: un negozio di alimentari. In cima c'era un magazzino che usavamo per provare.
Era un'ottima cosa, perché potevamo rubare un po' di roba, come carne in scatola, per la cena.
Provavamo le cover dei Rolling Stones, dei Deep Purple, dei Grand Funk Railroad, dei Black Sabbath. Scrivevamo i testi così come li sentivamo. Abbiamo iniziato a tenere i capelli afro, i pantaloni a zampa d'elefante, le camicie flower power, come vedevamo vestirsi Jimi Hendrix e James Brown." (intervista a Jagari dei WITCH)
Significativo il viaggio tribolato, tragico e complesso, che ha fatto quel seme musicale deportato dall'Africa alle Americhe con le navi negriere, germinato, dopo ulteriori traversie e contaminazioni, con il nome di blues e jazz, poi evolutosi in soul, rhythm and blues e funk e tornato alle orecchie africane, paradossalmente grazie alle forze di occupazione coloniali.
Furono loro a modernizzare i sistemi di comunicazione nelle terre colonizzate mentre le radio e le televisioni (tra gli anni 50/60/70) incominciavano, anche in Africa, ad essere raggiungibili da sempre più persone.
Fu (anche) attraverso ciò che migliaia di giovani incominciarono ad ascoltare come era diventata la loro musica dopo quel lungo viaggio. Fela Kuti si innamorò del sound di James Brown (che a sua volta venne influenzato dallo stesso musicista nigeriano), nella “Swinging Addis Abeba” si ballava e suonavano canzoni dal timbro swing, presumibilmente mutuate dall'ascolto di Natalino Otto, Fred Buscaglione o Duo Fasano. La situazione nel poco conosciuto e pressoché dimenticato Zambia non è dissimile ma più particolare.
Ex protettorato britannico con il nome di Rhodesia Settentrionale, ottenne l'indipendenza nel 1964, ritrovandosi sommerso dalle difficoltà di tutti paesi che progressivamente si affrancavano dal colonialismo, sia economiche che politico/sociali.
Il presidente Kenneth Kaunda riuscì, con una gestione mirata alla conciliazione e all'equilibrio, ad evitare contrasti armati o guerre civili che caratterizzarono invece molte delle altre indipendenze. Impose anche che il 95% della musica trasmessa nelle radio dovesse essere di origine Zambiana.
Decisione che comportò la necessità da parte dei musicisti di comporre materiale originale e che in qualche modo attingesse dalla tradizione locale.
Curiosamente i riferimenti principali della scena Zambiana furono indirizzati verso il rock più duro e psichedelico in circolazione a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, da Jimi Hendrix ai Cream addirittura Deep Purple o Steppenwolf, ma a cui non mancava una componente funk e influenze.
Una particolarità pressoché unica nella musica africana, anche considerando il fatto che mentre altre nazioni (dalla Nigeria al SudAfrica) si sono avvalse dell'aiuto di capitali europei o americani, in questo caso fu qualcosa di totalmente autonomo e autogestito.
Senza dimenticare che non di rado i testi affrontavano temi scottanti come il razzismo, l'apartheid (ancora in essere in Sud Africa e particolarmente efferato fino a pochi anni prima proprio in Rhodesia).
Nel 1974, per rispondere alla crescente richiesta di dischi da stampare, fu fondata nella capitale Lusaka la Teal Record Company Zambia che evitò di doversi rivolgersi, con costi spesso proibitivi, all'estero per la realizzazione dei dischi.
Rikki Ililonga fu tra i primi a creare le basi dello ZamRock con una fusione di psichedelia Hendrixiana, folk rock e addirittura echi di Velvet Underground.
I Crossbones, nati dalla fusione di Born Free e Afro Dynamite, suonavano un duro hard rock, stemperato da episodi di funk psichedelico duro e visionario come testimonia l'album “Wise man” pubblicato a metà degli anni 70.
Il chitarrista Paul Ngozi, spesso attivo anche con la band Ngozi Family, si è pure lui mosso in territori acidi e ruvidi, molto Hendrixiani, omaggiando fin dal nome del suo primo gruppo, i Three Years Before, una band a lui molto cara, i Ten Years After.
L'album del 1976 “45.00 Volts”, arriva perfino a folate proto punk e a non troppo velati omaggi alle atmosfere dei Black Sabbath.
Teddy Chisi partì con due album piuttosto ruvidi per poi approdare a uno splendido connubio di funk, soul dalla palese ispirazione Stax Records, psichedelia e afro beat in “Funky Lady” nel 1977, aiutato dai The Mo-Solid Sounds, nuovo nome di un'altra ottima band locale, i Fireballs.
Keith Mlevu è stato tra i principali esponenti della scena, particolarmente prolifico ed eclettico.
Oltre al consueto mix di funk e psichedelia, si è spinto anche in ambito Southern Rock e prog, rock blues, guardando successivamente anche al reggae, caratterizzandosi per una pressoché totale autarchia compositiva ed esecutiva, suonando tutti gli strumenti in ognuna delle sue incisioni.
Gli Amanaz (acronimo di Ask Me About Nice Artists in Zambia / Chiedimi dei bravi artisti in Zambia).
L'unico album del gruppo, “Africa”, del 1975, uno dei più rappresentativi dello ZamRock, è il perfetto anello di congiunzione tra rock blues, elementi prog e folk locale.
Non a caso le foto di copertina li vedono raffigurati con vestiti hippie/psichedelici in un villaggio davanti a capanne in fango e paglia.
Molto particolare anche la tipologia di registrazione (durò tre giorni, incluso il tempo per comporre i brani direttamente in studio), molto scarna e diretta, con base ritmica molto in evidenza, a scapito delle chitarre.
Il disco è una sorta di concept che narra delle storture del colonialismo e ripercorre la tragedia dello schiavismo in “History Of A Man”). Una volta stabilito lo status di “scena Zamrock” con un buon numero di band, l'arrivo dell'AIDS, ne decimò gli esponenti.
Negli anni Ottanta si calcola che nel paese oltre un milione abbondante di giovani (su una popolazione di meno di 20 milioni di abitanti) morì per la malattia.
Dei WITCH (We Intend To Cause Havoc / Intendiamo fare casino), la band più nota dello ZamRock, rimase il solo leader, Emanuel "Jagari" Chanda.
Al tutto si aggiunse una pesante crisi economica e il crescente autoritarismo del governo.
In breve le band scomparvero, lo ZamRock sprofondò nell'oblìo, lo stesso Jagari lasciò la formazione che dal rock blues originario si spinse successivamente verso sonorità discomusic, guardando a Earth, Wind and Fire ma sempre con una buona dose di originalità e personalità.
Nel 2013 Jagari lascia la cava di pietre dove ormai lavorava da tempo, dopo essere stato “riscoperto” dal regista Gio Arlotta, che gira un documentario sul fenomeno africano e dal musicista olandese Jacco Gardner.
La band si riforma, ricomincia a suonare, ritrova interesse e plauso e nel 2023 torna in scena con l'ottimo album “Zango”.
Da poco è stato pubblicato un eccellente seguito, “Sogolo”, in cui danno una lucidata al marchio di fabbrica, aggiungono una buona dose di afrobeat, una moderna visione della psichedelia, un giusto colore di tradizione e folk, rivelando una freschezza sorprendente e un taglio artistico più che attuale.
Una storia pressoché unica, della quale hanno fatto parte tanti altri nomi (The Peace, Chrissy “Zebby” Tembo, Salty Dog, i pionieri Musi-o-Tunya), che hanno saputo creare musica incredibile, in un contesto difficilissimo e senza alcun supporto, riuscendo, proprio per quello, a preservare la loro purezza e spontaneità creativa.
Grazie alla sempre benemerita etichetta tedesca Analog Africa è finalmente reperibile buona parte del materiale più interessante.
"Inseguivamo le band europee e americane. Volevamo essere come loro. Lavoravamo sodo, vivevamo nella stessa casa di due stanze. Ogni giorno, se non avevamo un concerto da qualche parte, facevamo circa sei chilometri a piedi con le nostre chitarre, fino a un posto chiamato Mindolo.
Era lì che il nostro manager gestiva i suoi affari: un negozio di alimentari. In cima c'era un magazzino che usavamo per provare.
Era un'ottima cosa, perché potevamo rubare un po' di roba, come carne in scatola, per la cena.
Provavamo le cover dei Rolling Stones, dei Deep Purple, dei Grand Funk Railroad, dei Black Sabbath. Scrivevamo i testi così come li sentivamo. Abbiamo iniziato a tenere i capelli afro, i pantaloni a zampa d'elefante, le camicie flower power, come vedevamo vestirsi Jimi Hendrix e James Brown." (intervista a Jagari dei WITCH)
Etichette:
Sounds of Africa
martedì, gennaio 13, 2026
Maiali Inquinanti - Società a scopo di feste
E' uscito un libro molto particolare che testimonia le vicende di uno dei gruppi più devasta(n)ti della scena mod e affini degli anni 80 e 90, i MAIALI INQUINANTI, che festeggiano ora il 40° compleanno.
Un gruppo di persone prevalentemente di Vicenza ma con la partecipazione di altri affiliati veneti, che, fin dal nome, organizza(va), all'insegna della goliardia, serate, concerti, eventi, trasferte in scooter, tornei di calcio e tanto altro.
Attraverso le testimonianze di tanti/e protagonisti/e e un nutrito supporto fotografico, si cristallizza questa esperienza dal taglio pressoché unico. Aneddoti incredibili e spassosi, vicende inenarrabili, ora consegnate alla "storia".
Per avere il libro scrivete qui: https://www.facebook.com/profile.php?id=61578186913503
oppure qui:
https://www.facebook.com/renato.traffano
Ho avuto (grazie Renato!) il piacere e il privilegio di scrivere la prefazione.
Ve la riporto qui:
Quando leggo libri come questo, che testimoniano un’epoca irripetibile, in cui l’amore per la musica, le sottoculture, il divertimento, la spensieratezza, erano l’anima della nostra esistenza, in anni in cui tanti coetanei cadevano in strada uccisi da “pallottole vaganti”, sprangati con ferocia, arrestati scontando detenzioni assurdamente lunghissime o si consumavano in un batter d’occhio con l’arma più letale ideata dal “sistema” ai tempi, l’eroina, rimango stupito e quasi commosso dal filo conduttore che univa queste vicende: l’innocenza.
Avevamo in mente un altro mondo ma siccome non lo potevamo realizzare ce ne eravamo creati un altro, fatto di estetica, dischi oscuri, un’etica ben precisa, stile.
La storia dei Maiali Inquinanti è tutto questo: ragazzi/e giovani, appassionati/e di musica, calcio e svago, anche selvaggio e sopra le righe, ma proprio per quello ancora più affascinante.
Mi ricordo bene di loro, probabilmente ho partecipato anche a qualche evento.
Ai tempi si andava ovunque “where the action is”.
Non importa quanto lontano fosse, se non avevi soldi, se non sapevi dove dormire o mangiare. Partivi e poi te la cavavi in qualche modo, da qualche parte, in qualche stazione o giardino pubblico.
Oppure me li ritrovavo a Piacenza alle serate mod che organizzavo al “Pluto” (ricordo il sempre impeccabile stile di Filippo Spadi o l’imponenza di Pino e tanti altri).
E’ bello quanto necessario mantenere memoria di un’epoca che non tornerà più ma che abbiamo vissuto nel modo migliore e più veloce possibile.
E questo libro svolge perfettamente il suo dovere, attraverso testimonianze vive e dirette.
Un gruppo di persone prevalentemente di Vicenza ma con la partecipazione di altri affiliati veneti, che, fin dal nome, organizza(va), all'insegna della goliardia, serate, concerti, eventi, trasferte in scooter, tornei di calcio e tanto altro.
Attraverso le testimonianze di tanti/e protagonisti/e e un nutrito supporto fotografico, si cristallizza questa esperienza dal taglio pressoché unico. Aneddoti incredibili e spassosi, vicende inenarrabili, ora consegnate alla "storia".
Per avere il libro scrivete qui: https://www.facebook.com/profile.php?id=61578186913503
oppure qui:
https://www.facebook.com/renato.traffano
Ho avuto (grazie Renato!) il piacere e il privilegio di scrivere la prefazione.
Ve la riporto qui:
Quando leggo libri come questo, che testimoniano un’epoca irripetibile, in cui l’amore per la musica, le sottoculture, il divertimento, la spensieratezza, erano l’anima della nostra esistenza, in anni in cui tanti coetanei cadevano in strada uccisi da “pallottole vaganti”, sprangati con ferocia, arrestati scontando detenzioni assurdamente lunghissime o si consumavano in un batter d’occhio con l’arma più letale ideata dal “sistema” ai tempi, l’eroina, rimango stupito e quasi commosso dal filo conduttore che univa queste vicende: l’innocenza.
Avevamo in mente un altro mondo ma siccome non lo potevamo realizzare ce ne eravamo creati un altro, fatto di estetica, dischi oscuri, un’etica ben precisa, stile.
La storia dei Maiali Inquinanti è tutto questo: ragazzi/e giovani, appassionati/e di musica, calcio e svago, anche selvaggio e sopra le righe, ma proprio per quello ancora più affascinante.
Mi ricordo bene di loro, probabilmente ho partecipato anche a qualche evento.
Ai tempi si andava ovunque “where the action is”.
Non importa quanto lontano fosse, se non avevi soldi, se non sapevi dove dormire o mangiare. Partivi e poi te la cavavi in qualche modo, da qualche parte, in qualche stazione o giardino pubblico.
Oppure me li ritrovavo a Piacenza alle serate mod che organizzavo al “Pluto” (ricordo il sempre impeccabile stile di Filippo Spadi o l’imponenza di Pino e tanti altri).
E’ bello quanto necessario mantenere memoria di un’epoca che non tornerà più ma che abbiamo vissuto nel modo migliore e più veloce possibile.
E questo libro svolge perfettamente il suo dovere, attraverso testimonianze vive e dirette.
Etichette:
Libri
lunedì, gennaio 12, 2026
Gaetano Liguori / Giulio Stocchi / Demetrio Stratos - La Cantata Rossa Per Tall El Zaatar
E' stato ristampato da Black Sweat Records lo storico disco, pubblicato nel 1977, devastante testimonianza del massacro di Palestinesi nel campo profughi libanese di Tell al-Zaʿtar avvenuto il 12 agosto 1976, dopo quasi due mesi di assedio, ad opera del Fronte Libanese con qualche migliaio di morti.
La musica grave del grande Gaetano Liguori accompagna le parole drammatiche di Giulio Stocchi.
Demetrio Stratos nella spietata "Amna" esalta tutta la sua creatività e tecnica vocale, con un testo disturbante.
Nel fascicolo inserito nell’album vi è uno scritto di Marcello Lorrai, giornalista di Radio Popolare, che illustra la vicenda.
Disco aspro e duro, quanto mai, per altri motivi, attuale.
https://blacksweat.bandcamp.com/album/la-cantata-rossa-per-tall-el-zaatar
La musica grave del grande Gaetano Liguori accompagna le parole drammatiche di Giulio Stocchi.
Demetrio Stratos nella spietata "Amna" esalta tutta la sua creatività e tecnica vocale, con un testo disturbante.
Nel fascicolo inserito nell’album vi è uno scritto di Marcello Lorrai, giornalista di Radio Popolare, che illustra la vicenda.
Disco aspro e duro, quanto mai, per altri motivi, attuale.
https://blacksweat.bandcamp.com/album/la-cantata-rossa-per-tall-el-zaatar
Etichette:
Dischi
venerdì, gennaio 09, 2026
Seun Kuti
Riprendo l'articolo/intervista dedicato a SEUN KUTI che ho curato per "Alias" de "Il Manifesto" lo scorso sabato.
Seun Kuti è figlio di uno degli artisti più influenti del secolo scorso, Fela Kuti, rivoluzionario, musicista e attivista nigeriano, inventore dell’Afrobeat. Dal padre ha preso la voglia di lottare contro ingiustizie, corruzione e l'arroganza del potere che nel suo paese natale è sempre stata una piaga.
Ma anche il dono dell'amore per la musica. Con i suoi Egypt 80 ha inciso una decina di album, l'ultimo dei quali “Heavier Yet (Lays The Crownless Head)”, prodotto da Lenny Kravitz, per l'etichetta italiana RecordKicks. ‘Black Times, nel 2018, era stato candidato ai Grammy Awards come miglior album world.
Il suo sound prosegue la traccia paterna, a base di afrobeat, funk, soul e uno sguardo all'hip hop. “Voglio fare l’afrobeat per la mia generazione.Invece che ‘alzati e combatti’, il messaggio deve diventare: alzati e pensa”.
Recentemente si è schierato con l'organizzazione Artists Against Apartheid in supporto alla causa palestinese.
E' noto quanto sia difficoltoso per i figli di grandi artisti, musicali e non, prendere in carico l'eredità lasciata dai genitori.
Il più delle volte riproporsi nelle vesti che furono/sono del padre o della madre, comporta un costante confronto con i predecessori, che raramente riesce ad essere all'altezza. Talvolta il raffronto è addirittura imbarazzante e impietoso.
Figurarsi quando tuo padre si chiamava Fela Kuti, uno dei musicisti più grandi (se non il più rappresentativo in assoluto), usciti dal continente africano.
Ma il più giovane dei suoi numerosi figli, Seun Kuti, era già preparato a proseguire la sua missione, sia artistica che politica e ideologica. Fin dalla tenera età si è interessato alla musica, ha studiato come il padre in Inghilterra al Liverpool Institute of Arts, compiuto i primi passi nella musica con la funk band dei River Niger e nel 1997, alla morte del padre, ha preso le redini degli Egypt 80, la sua band, per poi, nel tempo, diventare sempre più impegnato politicamente, attività che ha affiancato costantemente a quella musicale.
Artisticamente è progressivamente cresciuto, le sue produzioni musicali sono diventate sempre più autorevoli, distaccandosi dall'ombra del genitore e acquisendo un profilo sempre più autonomo.
Basti pensare che si è scomodato per lui Brian Eno, coproduttore del suo secondo album del 2011, “From Africa with Fury: Rise for Knitting Factory Records” e che “Black Times” del 2018 ha ricevuto una nomination ai Grammy Awards. In poche parole è diventato uno dei più importanti ambasciatori dell'Afrobeat e di quei suoni provenienti dal continente africano sempre più considerati da pubblico e critica in Europa e States.
Seun, raggiunto per una breve ed esclusiva intervista (grazie a Nicolò Pozzoli dell'etichetta Record Kicks), è però piuttosto critico su questo aspetto:
La musica pop commerciale è chiamata così perché diventa un veicolo di promozione di beni di consumo e del consumismo. E’ un po' quello che sta accadendo con la musica Afrobeat: elogia la ricchezza, lo sperpero del denaro, non curante delle necessità della povera gente. Ovviamente la Nigeria (e questo è un bene) è sotto i riflettori e ne trova beneficio ma non è quella la Nigeria di cui mi piace parlare. L’Afrobeat, ovvero la musica che io faccio e che mio padre ha inventato, rappresenta le radici della nostra tradizione e la gente comune, povera. Qualcuno potrebbe pensare che questo sia un concetto noioso, antico. Ma io invece credo che sia più che mai attuale.
Svincolato dal fardello paterno non esita però a continuare a ritenerlo una guida artistica quando si parla delle sue principali influenze:
Sicuramente mio padre. Poi aggiungerei Manu Dibango, Ebo Taylor, tutti i grandi maestri – non necessariamente noti al grande pubblico – che ho incontrato nella mia carriera. Ma mi piace trarre ispirazione anche da generi diversi dal mio, dal rap al reggae passando per il jazz. Tra i miei artisti reggae preferiti c’è un italiano: Alborosie.
Con l'Italia Seun Kuti ha stretto un forte legame, pubblicando lo scorso anno l'album “Heavier Yet (Lays The Crownless Head)” per l'etichetta milanese Record Kicks, con sei brani di afrobeat, soul, funk, prodotto da Lenny Kravitz, con ospiti del calibro di Damian Marley e Sampa The Great. Un lavoro di grandissima potenza emotiva e comunicativa, con testi che invitano al cambiamento sociale e all'emancipazione della sua gente.
Sound perfetto, ritmi travolgenti, canzoni eccellenti.
Non sono stato io a chiamare Lenny Kravitz. O meglio: ho scoperto che lui mi seguiva su Instagram. Non credevo di essere abbastanza noto da essere considerato da lui. Quando l’ho visto, ho contraccambiato il “follow” e gli ho mandato un messaggio. Da lì ci siamo sentiti e risentiti e abbiamo parlato della possibilità di lavorare insieme alla produzione del mio album. Poi ci siamo conosciuti per la prima volta di persona la scorsa estate a Parigi e subito dopo siamo entrati in studio. Mi ha aperto un mondo, sia dal punto di vista artistico che professionale. Il suo approccio umile, professionale e rispettoso nei confronti del lavoro, è stato il più grande insegnamento. E ovviamente so che il disco suona in questa maniera anche grazie al suo supporto. Quando eravamo in studio mi ha chiesto di confrontarci tanto perché voleva che quell’interazione fosse uno scambio di conoscenze tra noi.
Seun è instancabile nel percorrere su e giù i continenti in concerto, per portare la sua musica in ogni angolo del mondo. Di conseguenza è interessante conoscere la sua opinione sulle differenze riscontrate tra le varie platee.
I concerti più belli li facciamo in Europa e UK. Non me ne vogliano gli altri però sento che il pubblico europeo e britannico siano quelli che maggiormente apprezzano la mia musica. Ho appena terminato un tour di trentuno concerti tra UK e Europa (più due in Australia) con tantissimi sold out. E il pubblico ne voleva ancora e ancora. Negli Stati Uniti suoniamo nei festival più importanti. Siamo stati al Coachella 2025 e in un lungo tour in Brasile.
Sempre attento e severo invece nei confronti del suo luogo di origine:
Sull’Africa ti direi che i pareri sono molto contrastanti. Dipende da che parte sei. Se pensi che le battaglie che sostengo con la mia musica non siano importanti per il nostro popolo, non puoi avere un approccio positivo rispetto alla mia musica. Anzi, tenderanno a screditarla.
Il suo sound è in costante evoluzione, in ottemperanza alla precisa volontà artistica di fondere tradizione e futuro, cosa che gli sta riuscendo parecchio bene.
Allo stesso modo è interessante e confortante vedere quanto la sua passione politica non sia stata scalfita dalla sempre maggiore popolarità e come abbia una visione sempre lucida, concreta, militante, senza inutili estremismi.
Fino a quando l’Africa sarà trattata come una nazione da colonizzare non ci sarà mai pace. Ci sarà un conflitto perenne in cui gli attori in campo saranno i conquistatori, i loro complici sui vari territori e la gente che si ribellerà. Spero che la pace non significhi resa.
Ogni africano ha problemi: il problema della casa, problemi per strada, problemi di lavoro, problemi nella scuola, problemi etnici, problemi con i governi.
Altrettanto interessante la considerazione sul potere salvifico o di cambiamento della musica, che, soprattutto negli ultimi anni sembra essersi sempre più ripiegata su un ruolo di gradevole sottofondo o poco più, depotenziata di ogni potere eversivo.
Mio padre diceva “la musica è un’arma”. E io aggiungo “ma non è la battaglia”. Le battaglie si compiono negli ambienti della politica, delle banche, negli ospedali che diventano sempre meno accessibili alla povera gente. La musica può aiutare la gente a riflettere ma deve essere la società predisposta ad accoglierla positivamente e in questo mondo devoto al consumismo, c’è sempre meno spazio per la musica ribelle e rivoluzionaria.
Ebbene, a fronte di questa conclusiva dichiarazione, forte e potente, possiamo considerarci fortunati di potere disporre delle idee, della musica, della caparbietà di un musicista altamente creativo, ricco di inventiva, alla ricerca costante di nuovi orizzonti, non solo artistici ma anche ideologici, sociali, intensamente politici.
Non trascuriamolo.
Seun Kuti è figlio di uno degli artisti più influenti del secolo scorso, Fela Kuti, rivoluzionario, musicista e attivista nigeriano, inventore dell’Afrobeat. Dal padre ha preso la voglia di lottare contro ingiustizie, corruzione e l'arroganza del potere che nel suo paese natale è sempre stata una piaga.
Ma anche il dono dell'amore per la musica. Con i suoi Egypt 80 ha inciso una decina di album, l'ultimo dei quali “Heavier Yet (Lays The Crownless Head)”, prodotto da Lenny Kravitz, per l'etichetta italiana RecordKicks. ‘Black Times, nel 2018, era stato candidato ai Grammy Awards come miglior album world.
Il suo sound prosegue la traccia paterna, a base di afrobeat, funk, soul e uno sguardo all'hip hop. “Voglio fare l’afrobeat per la mia generazione.Invece che ‘alzati e combatti’, il messaggio deve diventare: alzati e pensa”.
Recentemente si è schierato con l'organizzazione Artists Against Apartheid in supporto alla causa palestinese.
E' noto quanto sia difficoltoso per i figli di grandi artisti, musicali e non, prendere in carico l'eredità lasciata dai genitori.
Il più delle volte riproporsi nelle vesti che furono/sono del padre o della madre, comporta un costante confronto con i predecessori, che raramente riesce ad essere all'altezza. Talvolta il raffronto è addirittura imbarazzante e impietoso.
Figurarsi quando tuo padre si chiamava Fela Kuti, uno dei musicisti più grandi (se non il più rappresentativo in assoluto), usciti dal continente africano.
Ma il più giovane dei suoi numerosi figli, Seun Kuti, era già preparato a proseguire la sua missione, sia artistica che politica e ideologica. Fin dalla tenera età si è interessato alla musica, ha studiato come il padre in Inghilterra al Liverpool Institute of Arts, compiuto i primi passi nella musica con la funk band dei River Niger e nel 1997, alla morte del padre, ha preso le redini degli Egypt 80, la sua band, per poi, nel tempo, diventare sempre più impegnato politicamente, attività che ha affiancato costantemente a quella musicale.
Artisticamente è progressivamente cresciuto, le sue produzioni musicali sono diventate sempre più autorevoli, distaccandosi dall'ombra del genitore e acquisendo un profilo sempre più autonomo.
Basti pensare che si è scomodato per lui Brian Eno, coproduttore del suo secondo album del 2011, “From Africa with Fury: Rise for Knitting Factory Records” e che “Black Times” del 2018 ha ricevuto una nomination ai Grammy Awards. In poche parole è diventato uno dei più importanti ambasciatori dell'Afrobeat e di quei suoni provenienti dal continente africano sempre più considerati da pubblico e critica in Europa e States.
Seun, raggiunto per una breve ed esclusiva intervista (grazie a Nicolò Pozzoli dell'etichetta Record Kicks), è però piuttosto critico su questo aspetto:
La musica pop commerciale è chiamata così perché diventa un veicolo di promozione di beni di consumo e del consumismo. E’ un po' quello che sta accadendo con la musica Afrobeat: elogia la ricchezza, lo sperpero del denaro, non curante delle necessità della povera gente. Ovviamente la Nigeria (e questo è un bene) è sotto i riflettori e ne trova beneficio ma non è quella la Nigeria di cui mi piace parlare. L’Afrobeat, ovvero la musica che io faccio e che mio padre ha inventato, rappresenta le radici della nostra tradizione e la gente comune, povera. Qualcuno potrebbe pensare che questo sia un concetto noioso, antico. Ma io invece credo che sia più che mai attuale.
Svincolato dal fardello paterno non esita però a continuare a ritenerlo una guida artistica quando si parla delle sue principali influenze:
Sicuramente mio padre. Poi aggiungerei Manu Dibango, Ebo Taylor, tutti i grandi maestri – non necessariamente noti al grande pubblico – che ho incontrato nella mia carriera. Ma mi piace trarre ispirazione anche da generi diversi dal mio, dal rap al reggae passando per il jazz. Tra i miei artisti reggae preferiti c’è un italiano: Alborosie.
Con l'Italia Seun Kuti ha stretto un forte legame, pubblicando lo scorso anno l'album “Heavier Yet (Lays The Crownless Head)” per l'etichetta milanese Record Kicks, con sei brani di afrobeat, soul, funk, prodotto da Lenny Kravitz, con ospiti del calibro di Damian Marley e Sampa The Great. Un lavoro di grandissima potenza emotiva e comunicativa, con testi che invitano al cambiamento sociale e all'emancipazione della sua gente.
Sound perfetto, ritmi travolgenti, canzoni eccellenti.
Non sono stato io a chiamare Lenny Kravitz. O meglio: ho scoperto che lui mi seguiva su Instagram. Non credevo di essere abbastanza noto da essere considerato da lui. Quando l’ho visto, ho contraccambiato il “follow” e gli ho mandato un messaggio. Da lì ci siamo sentiti e risentiti e abbiamo parlato della possibilità di lavorare insieme alla produzione del mio album. Poi ci siamo conosciuti per la prima volta di persona la scorsa estate a Parigi e subito dopo siamo entrati in studio. Mi ha aperto un mondo, sia dal punto di vista artistico che professionale. Il suo approccio umile, professionale e rispettoso nei confronti del lavoro, è stato il più grande insegnamento. E ovviamente so che il disco suona in questa maniera anche grazie al suo supporto. Quando eravamo in studio mi ha chiesto di confrontarci tanto perché voleva che quell’interazione fosse uno scambio di conoscenze tra noi.
Seun è instancabile nel percorrere su e giù i continenti in concerto, per portare la sua musica in ogni angolo del mondo. Di conseguenza è interessante conoscere la sua opinione sulle differenze riscontrate tra le varie platee.
I concerti più belli li facciamo in Europa e UK. Non me ne vogliano gli altri però sento che il pubblico europeo e britannico siano quelli che maggiormente apprezzano la mia musica. Ho appena terminato un tour di trentuno concerti tra UK e Europa (più due in Australia) con tantissimi sold out. E il pubblico ne voleva ancora e ancora. Negli Stati Uniti suoniamo nei festival più importanti. Siamo stati al Coachella 2025 e in un lungo tour in Brasile.
Sempre attento e severo invece nei confronti del suo luogo di origine:
Sull’Africa ti direi che i pareri sono molto contrastanti. Dipende da che parte sei. Se pensi che le battaglie che sostengo con la mia musica non siano importanti per il nostro popolo, non puoi avere un approccio positivo rispetto alla mia musica. Anzi, tenderanno a screditarla.
Il suo sound è in costante evoluzione, in ottemperanza alla precisa volontà artistica di fondere tradizione e futuro, cosa che gli sta riuscendo parecchio bene.
Allo stesso modo è interessante e confortante vedere quanto la sua passione politica non sia stata scalfita dalla sempre maggiore popolarità e come abbia una visione sempre lucida, concreta, militante, senza inutili estremismi.
Fino a quando l’Africa sarà trattata come una nazione da colonizzare non ci sarà mai pace. Ci sarà un conflitto perenne in cui gli attori in campo saranno i conquistatori, i loro complici sui vari territori e la gente che si ribellerà. Spero che la pace non significhi resa.
Ogni africano ha problemi: il problema della casa, problemi per strada, problemi di lavoro, problemi nella scuola, problemi etnici, problemi con i governi.
Altrettanto interessante la considerazione sul potere salvifico o di cambiamento della musica, che, soprattutto negli ultimi anni sembra essersi sempre più ripiegata su un ruolo di gradevole sottofondo o poco più, depotenziata di ogni potere eversivo.
Mio padre diceva “la musica è un’arma”. E io aggiungo “ma non è la battaglia”. Le battaglie si compiono negli ambienti della politica, delle banche, negli ospedali che diventano sempre meno accessibili alla povera gente. La musica può aiutare la gente a riflettere ma deve essere la società predisposta ad accoglierla positivamente e in questo mondo devoto al consumismo, c’è sempre meno spazio per la musica ribelle e rivoluzionaria.
Ebbene, a fronte di questa conclusiva dichiarazione, forte e potente, possiamo considerarci fortunati di potere disporre delle idee, della musica, della caparbietà di un musicista altamente creativo, ricco di inventiva, alla ricerca costante di nuovi orizzonti, non solo artistici ma anche ideologici, sociali, intensamente politici.
Non trascuriamolo.
Etichette:
Sounds of Africa
giovedì, gennaio 08, 2026
Gli album più venduti in Italia nel 2025
Il consueto (malinconico) sguardo ai più venduti in Italia nel 2025.
Tra gli ALBUM domina Olly con "Tutta vita", davanti a "Santana Money Gang" di Sfera Ebbasta & Shiva e a "Dio lo sa" di Geolier. Poi Bad Bunny, Lazza, Marracash.
Ancora Olly tra i Singoli in vetta con "Balorda nostalgia", seguito da Giorgia con "La cura per me" e Achille Lauro con "Incoscienti giovani".
Tra i Vinili è invece Caparezza a guidare con "Orbit orbit", davanti a Taylor Swift con "The life of a showgirl", terzo Olly con "Tutta vita".
Il 90% degli album in classifica è di artisti italiani, che rappresentano l'80% tra i singoli.
Rispetto a 10 anni fa, l’età media degli artisti presenti nella Top 10 degli album è scesa da 34,6 a 31,3 anni.
Lo streaming continua a guidare il mercato musicale e nell’anno che si è chiuso ha fatto segnare un +5,3% rispetto al 2024.
Vinile e CD conservano una nicchia solida di vendita.
In INGHILTERRA a guidare la classifica degli album più venduti nell'anno è Taylor Swift, davanti a Sabrina Carpenter e Ed Sheeran. Quarti gli Oasis con la compilation "Time Flies" e con (What’s the Story) Morning Glory? al settimo.
Anche in USA in vetta c'è Taylor Swift, seguita da Morgan Wallen, SZA, Bad Bunny, Kendrick Lamar. ottava Billie Eilish.
Tra gli ALBUM domina Olly con "Tutta vita", davanti a "Santana Money Gang" di Sfera Ebbasta & Shiva e a "Dio lo sa" di Geolier. Poi Bad Bunny, Lazza, Marracash.
Ancora Olly tra i Singoli in vetta con "Balorda nostalgia", seguito da Giorgia con "La cura per me" e Achille Lauro con "Incoscienti giovani".
Tra i Vinili è invece Caparezza a guidare con "Orbit orbit", davanti a Taylor Swift con "The life of a showgirl", terzo Olly con "Tutta vita".
Il 90% degli album in classifica è di artisti italiani, che rappresentano l'80% tra i singoli.
Rispetto a 10 anni fa, l’età media degli artisti presenti nella Top 10 degli album è scesa da 34,6 a 31,3 anni.
Lo streaming continua a guidare il mercato musicale e nell’anno che si è chiuso ha fatto segnare un +5,3% rispetto al 2024.
Vinile e CD conservano una nicchia solida di vendita.
In INGHILTERRA a guidare la classifica degli album più venduti nell'anno è Taylor Swift, davanti a Sabrina Carpenter e Ed Sheeran. Quarti gli Oasis con la compilation "Time Flies" e con (What’s the Story) Morning Glory? al settimo.
Anche in USA in vetta c'è Taylor Swift, seguita da Morgan Wallen, SZA, Bad Bunny, Kendrick Lamar. ottava Billie Eilish.
Etichette:
Di cosa parliamo quando parliamo di musica
mercoledì, gennaio 07, 2026
Riccardo Balli - Per un pugno di bling bling: Dubbing spaghetti western
Libro molto particolare, direi sperimentale, sulle connessioni (effettive) tra reggae e spaghetti western.
Basti pensare al film The Harder They Come, dove il protagonista interpretato da Jimmy Cliff si gode in un cinema di Kingston, con altri rude boys, "Django" di Sergio Corbucci.
Il libro gioca su un duello giudiziario tra il "giudice" Judge Dread e lo stesso, imputato, autore, sceneggiato come una partitura di un film immaginario.
In mezzo, mille (colti e documentati) riferimenti alla storia reggae/dub.
Divertente, stimolante, interessante e coinvolgente.
Non il consueto saggio ma qualcosa di nuovo e fresco.
Riccardo Belli
Per un pugno di bling bling: Dubbing spaghetti western
Agenzia X
236 pagine
euro 15.20
Basti pensare al film The Harder They Come, dove il protagonista interpretato da Jimmy Cliff si gode in un cinema di Kingston, con altri rude boys, "Django" di Sergio Corbucci.
Il libro gioca su un duello giudiziario tra il "giudice" Judge Dread e lo stesso, imputato, autore, sceneggiato come una partitura di un film immaginario.
In mezzo, mille (colti e documentati) riferimenti alla storia reggae/dub.
Divertente, stimolante, interessante e coinvolgente.
Non il consueto saggio ma qualcosa di nuovo e fresco.
Riccardo Belli
Per un pugno di bling bling: Dubbing spaghetti western
Agenzia X
236 pagine
euro 15.20
Etichette:
Libri
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
































