Via Lepsius

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pagine di Antonio Devicienti: concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

De re asemica

su Via Lepsius Asemic:

De re asemica 1

De re asemica 2

De re asemica 3

De re asemica 4

De re asemica 5

Anche Via Lepsius è palestinese. Per Gaza e non solo. E contro lo stato di polizia vigente in Italia.

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Via Lepsius sostiene GLOBAL SUMUD FLOTILLA

Non si può fermare il vento (il Manifesto del 2 ottobre)

Conversazione a Roca Vecchia

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Tre mesi di pensiero e di scritture

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          Il pensiero è un amabile rovello che non ha e che non vuole avere requie – è per questo che Salvatore Marrazzo propone, dopo il notevole La dimora di Eraclito, un denso lavoro (Scritture brevi, anzi brevissime. 18 luglio-18 ottobre 2024) pubblicato presso Areablu Edizioni di Cava de’ Tirreni nel novembre del 2025 il quale, pur nella forma unitaria della prosa, continua oserei dire senza soluzione di continuità la riflessione sul mondo e sul rapporto tra mondo e pensiero.

          Il volume dimostra in maniera tangibile quanto e come la scrittura in poesia venga nutrita dalla riflessione filosofica, conferma la giustezza della scelta del plurale “scritture” nel titolo del libro e quanto permeabili e interconnesse tra di loro siano tali scritture. L’emersione del testo poetico è, infatti, il risultato di una lunga, caparbia stratificazione di letture e di riflessioni – attenzione, però: non vado sostenendo che Scritture brevi, anzi brevissime sia una sorta di archivio o di “officina” del poeta dal momento che il volume è opera in sé conclusa e perfettamente autosufficiente, ma che costituisca la seconda anta di un dittico il quale, nella sua completezza (La dimora di Eraclito + Scritture brevi, anzi brevissime), dà prova di una scrittura capace di dispiegare tutta la necessaria problematicità, complessità, articolazione del pensiero che trova appunto nell’atto dello scrivere un approdo che lo apre all’attenzione di chi legge.

          Marrazzo non si nasconde (non ci nasconde) nulla circa dubbi, passi falsi, ambiguità per forza di cose connaturati al pensare e allo scrivere, si pone con impietosa sincerità di fronte alle questioni del pensare e dello scrivere, evita le trappole dell’autocompiacimento e dell’autoindulgenza, mostra quanto arduo sia scrivere, quanto facile cadere nelle banalità e nei luoghi comuni, oserei dire che al libro si adatta perfettamente l’immagine prima lucreziana e poi tassiana del vaso da cui bisogna bere un’amara medicina i cui orli vengono cosparsi di zucchero: c’è un indubbio piacere e un’innegabile dolcezza (che comprendo e condivido) nel fatto stesso di scrivere, di concatenare parole e pensieri, ma i contenuti affrontati non sono mai consolatori o rassicuranti, una ferrea etica del pensare impone di affrontare i nodi più difficili di quello stesso pensare e in tal senso c’è molto di greco nell’atteggiamento di Marrazzo, ma direi anche di spinoziano perché costante è l’attenzione a ragionare senza pre-giudizi e senza pre-concetti, senza sovrastrutture confezionate a priori, con una geometria del pensare che vuol fare piazza pulita di luoghi comuni e facili soluzioni.

          È doveroso segnalare l’intelligente, partecipe Prefazione di Laura Caccia.

Di formiche, di insetti e del cancellare.

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          Coup d’idée pubblica un ennesimo volume di grande pregio tipografico e artistico: Michelangelo Buonarroti, Emilio Isgrò, Madrigali (Torino, novembre 2025), stampato grazie alle abili cure dell’azienza grafica di Alba “l’artigiana”, il progetto grafico è di Emanuele Di Cianciae non si tratta di informazioni “di servizio” o “di contorno”, ma essenziali, perché dietro una pubblicazione di coup d’idée c’è sempre la cura minuziosa per ogni momento del farsi di un libro il quale è, alla fine, oggetto di pregio e presenza dalla grande energia intellettuale e immaginativa.

        Si cominci allora dalla prima di copertina che, nell’eleganza del bianco, riporta la testa e parte della mano che regge sulla spalla sinistra la fionda del notissimo David – – ma due formiche, in leggero rilievo, stanno l’una sulla guancia sinistra mentre l’altra sembra allontanarsi dalla figura verso il margine destro della copertina. Sono qui visibili, fin da subito, l’atto concettuale e artistico, l’intervento dirompente e paziente, la provocazione elegante e contemporaneamente riverente/irriverente di Isgrò.  Leggi il seguito di questo post »

I Giganti del Salento nell’arte di Ulderico Tramacere

         

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          Scrive Felice Cimatti: «Per vedere la complessità serve tempo, attenzione, pazienza, soprattutto vicinanza. Qualità che l’occhio sovrano non si può permettere, ché anzi può dirsi sovrano solo se rifiuta ogni vicinanza con ciò che sta vedendo. In questo senso il vedere in senso proprio, il vedere tattile, ravvicinato, che si “sporca” con il visibile, è al contrario un vedere che si lascia trasformare da ciò che vede. Si tratta di un vedere che non sa già in anticipo che cosa è che si sta vedendo, un vedere, cioè, che è tanto più libero quanto più è disposto a rinunciare alla posizione esterna e sovrana che, invece, qualifica il vedere che si colloca fuori del visibile»1 – l’occhio sovrano si pone in posizione esterna rispetto al mondo osservato, come non ne facesse parte, argomenta il filosofo, dando vita a un radicale dualismo a causa del quale l’occhio sovrano, non ritenendo di far parte del mondo osservato, «non riesce a partecipare veramente a ciò che vede»2.

        Invece il tempo necessario, l’attenzione, la pazienza e, vedremo, una grande vicinanza sia concettuale che emotiva che tattile contraddistinguono i lavori di Ulderico Tramacere (https://www.uldericotramacere.it/) dei quali desidero scrivere qui. Leggi il seguito di questo post »

Scritture nomadi come rizomi: il Finisterre salentino secondo Simone Giorgino

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          Sono felice di poter tornare a scrivere di un libro di Simone Giorgino sia per l’indubbia qualità dei contenuti e delle argomentazioni sia per la coerenza di un itinerario di ricerca e di riflessione che continua a restituire alle “scritture del Finisterre” un valore e una dignità finora spesso trascurati.

          Ecco, appunto: La parola paesaggio. Scritture del Finisterre (Edizioni Milella, Lecce 2025), elegante volume anche per la sua veste tipografica e per il corredo di immagini (ne riparlerò in chiusura del mio intervento), è tappa ulteriore di una riflessione che, questa volta, sceglie quale categoria ermeneutica il paesaggio – ma non, tengo a sottolineare, per seguire una moda o un vezzo particolarmente presenti in questi ultimi anni presso non pochi autori e studiosi italiani, bensì per dimostrare come nel caso specificatamente salentino il paesaggio significhi una notevole complessità estetica, storica e sociale.  Leggi il seguito di questo post »