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andreaks

Ho bisogno di Strada
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Mi porto l'AiPad in ufficio. Che è totalmente inutile, l'aipad non l'ufficio.
Mi guardo le foto da lì, quelle che poi ho portato a Venezia.
Ma anche no.

Alle sei e trenta (AM) Infracom ci chiude un circuito e ce ne apre un altro.

E poi mi cerco foto di cose e posti.

E poi mi cerco una cartuccia ciano per la stampante.

E poi mi cerco foto di culi e tette.


Mamma che palle.

Mammamia santissimissima.



Davvero. Stamani proprio non trovo stimoli.

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E te ne riempiono.

Ti fanno vedere luci e strass, lustrini e strassini, cufecchie e smerlettinati. Tutti sbrilluccicanti.
E ti abbagliano, ragazzi se ti abbagliano.

Come lucide e fulgide manifestazioni della divinità!
Ti piovono dall'alto, con la loro pelle, con la loro stabilità su strada, con la coppia, e le ruote ribassate.
E se non vogliamo parlare di auto, parliamo di telefoni (che leggono i PDF! o meglio, gli EXCELL!!!!), e poi -quando raggiungi una vetta- cambiano gli standard.
E così, ti ritrovi immancabilmente ad inseguire un nuovo standard.

Il tutto è come un vecchissimo Age Of Empire. Inizi con due villagers, tranquilli e beati, che coltivano la terra. Poi vuoi costruirti un tempio, e allora ti servono pietre. Poi vuoi conquistare nuovi territori, e ti servono ferro e forge.
Alla fine, i due villagers diventano otto guerrieri, tre santoni, e una coorte armata.
Da redneck a schiavo.


Il lavoro ha come presupposto standard e vette da raggiungere. E lavori per potertene andare in giro il sabato e la domenica, fra le valli della Svizzera, o nei vicoli di Napoli. Ma la vetta e lì, e per raggiungerla devi lavorare il sabato e la domenica, devi rinunciare a qualcosa.
E così, ti ritrovi dopo qualche tempo, e con in debito di sab/dom, ad aver raggiunto una vetta.
Ti danno delle cose. E -una volta ottenutele- non puoi più farne a meno. Lavori per mantenere quegli standard. E devi sudartelo. Perché dopo poco cambiano gli standard, e devi lavorare sab/dom.

Poi ti cambiano gli standard. Di nuovo.



Da due giorni cammino su una macchina da 40.000 euro. Ragazzi, è figa davvero.
Ma è uno standard.
E se il primo pensiero è quello di fare in modo di possederla a tutti i costi; e se il pensiero di tre giorni fa era 'non mi serve la macchina perché abbiamo già la Punto, e vado a lavoro in metro, e per i viaggi lunghi ce la prestano'... ti rendi conto che ti hanno dato cose.
E ti hanno cambiato gli standard.


E così mi ritrovo adesso, con una sigaretta fra le labbra, a vedere nuovamente le mie mani muoversi sulla tastiera.
Il Bukowski che è dentro di me continua ad esistere.
"Ho camminato tutto il giorno in mezzo alla gente, e non ho visto neanche un essere umano."




.

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Scopro oggi, e in un modo così veloce da farmi rimanere senza parole, che una persona che conoscevo è venuta a mancare.
Non adesso.
Non in quest'anno.
Ma a novembre del 2009.

Andai da lui un millennio di anni fa. Aveva lo studio in piazza San Domenico. Entrai in questo spazio ampio, illuminato, con un tavolone enorme al centro. Addosso avevo tutto il peso di cui ero capace: una separazione, un lavoro complesso in un ambiente raccomandato, i soldi solo per le sigarette, una solitudine straziante.
Volevo qualcosa, volevo qualcuno con cui rapportarmi, e per questo mi iscrissi al suo corso di fotografia e sopravvivenza visiva.

Avevo una tale e maledetta voglia di conoscere qualcuno, di condividere. Di parlare di strada e non di macchinette. Di camminare, condurre ed essere condotto.
Avevo 25 anni e una figlia di due.
Non avevo tempo per me, ma un lavoro.

Volevo qualcuno con cui condividere.

Non feci il corso, alla fine. Andai alle prime due lezioni; lui mi appioppò un soprannome: Cuspide. Lo faceva con tutti.

Speravo che lui scoprisse il mio genio. E intanto dialogavo con chi il corso lo seguiva.
Non mi piacque. Non il corso, ma lo scambio con chi era lì.
Io avevo già kilometri di esperienza, scarpe consunte, e domande a cui avevo trovato risposta scattando. Molti di loro facevano il corso per imparare a tenerla in macchina.
Mi ricordo di uno di loro che portò le sue foto delle vacanze, e si incazzò perché lo guardammo come per dire "ma questa è una delle tue 5 migliori foto?".

Andai alla lezione in sala di posa, e feci la mia prima (e forse unica) foto volontaria con luci e fondali.

Poi nulla più.

Cercavo qualcosa, qualcuno.

Con alcuni di loro ci vedemmo, ma non riuscii a legare.
Irene, che sembrava una bambola, aveva 20 anni e stava per lanciarsi fra Berlino e non so dove. Con Celine ci mandammo qualche messaggio, ma poi niente più. Con l'Uomo Lupo non ci fu amore, perché era architetto e cercava di ordinare il caos suo interno con la statica esterna.

Andai per la mia strada. Da solo.

Ricordo che guardò la mia AT-1 e mi sorrise, lui aveva una F1. Prese il mio 50mm e lo fece rotolare sul tavolo; mi feci rosso, avrei voluto bloccarlo. Lui rise. E da quella risata avrei dovuto capire.


Lo incontrai un po' di tempo dopo, ci chiamò al suo studio, in via Caldieri. Stava poco bene. La casa era piena di DVD impilati.
C'eravamo un po' di noi.
Ci chiese di partecipare ad un progetto. Io non ricordo neanche che progetto fosse.
All'epoca, ero un uomo che andava di fretta. Come Carnevali, chiuso nel proprio personale inferno.
Scappavo, camminavo, cercavo qualcosa.
Ricordo il fardello che mi portavo sul cranio. Il peso.



E così ho conservato, e davvero non so perché, gelosamente le sue dispense. Non le ho mai aperte in vita mia. Se non stanotte.
Mai aperte.

Stanotte le riprendo in mano e sento che devo raccontare.
Raccontare che lui è andato via.

E che forse, tutto quello che cercavo era lì.
O forse, che se l'amore non era scattato, non sarebbe comunque scattato.

Non riesco a discernere su quello che mi ha dato, e le sue foto non mi entusiasmano particolarmente: era legato al concetto.
Ma forse capisco adesso che c'erano delle cose in comune. Poca attenzione alle macchinette, parecchio alla strada. Ironia e velocità. Gioco.


Forse tutto quello che cercavo era lì.
Forse ho trovato in lui quello che cercavo, e ho imparato da lui quello che mi serviva.

E adesso, stanotte, avevo bisogno di raccontarlo.



Ti saluto, Sergio.
Con stima e affetto,
Cuspide.









www.sergiodebenedittis.com

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Mi promettete che -se proprio la dovete dare via in giro- non la date al primo imbecille?

Dai, per favore.





Non è un discorso di territorio: si tratta di geni!




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E il pensiero laterale, con la visione del caos, e il volo.
Le scelte decisionali, la manutenzione correttiva e adattiva, lo sviluppo applicativo.
Mettici dentro la politica e la gestione, il significato delle parole, il significato dei gesti.

E poi il fermo immagine e traslazione a 360 gradi.

Hai capito di cosa sto parlando?
Di piani.
Nuovi piani.
Di nuovi e altri piani.

Di innovazione dei punti.

Salgo e salgo e salgo.
Trovo altre cose e salgo di più.

Il volo. Tutto è iniziato da lì.


.

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