Scopro oggi, e in un modo così veloce da farmi rimanere senza parole, che una persona che conoscevo è venuta a mancare.
Non adesso.
Non in quest'anno.
Ma a novembre del 2009.
Andai da lui un millennio di anni fa. Aveva lo studio in piazza San Domenico. Entrai in questo spazio ampio, illuminato, con un tavolone enorme al centro. Addosso avevo tutto il peso di cui ero capace: una separazione, un lavoro complesso in un ambiente raccomandato, i soldi solo per le sigarette, una solitudine straziante.
Volevo qualcosa, volevo qualcuno con cui rapportarmi, e per questo mi iscrissi al suo corso di fotografia e sopravvivenza visiva.
Avevo una tale e maledetta voglia di conoscere qualcuno, di condividere. Di parlare di strada e non di macchinette. Di camminare, condurre ed essere condotto.
Avevo 25 anni e una figlia di due.
Non avevo tempo per me, ma un lavoro.
Volevo qualcuno con cui condividere.
Non feci il corso, alla fine. Andai alle prime due lezioni; lui mi appioppò un soprannome: Cuspide. Lo faceva con tutti.
Speravo che lui scoprisse il mio genio. E intanto dialogavo con chi il corso lo seguiva.
Non mi piacque. Non il corso, ma lo scambio con chi era lì.
Io avevo già kilometri di esperienza, scarpe consunte, e domande a cui avevo trovato risposta scattando. Molti di loro facevano il corso per imparare a tenerla in macchina.
Mi ricordo di uno di loro che portò le sue foto delle vacanze, e si incazzò perché lo guardammo come per dire "ma questa è una delle tue 5 migliori foto?".
Andai alla lezione in sala di posa, e feci la mia prima (e forse unica) foto volontaria con luci e fondali.
Poi nulla più.
Cercavo qualcosa, qualcuno.
Con alcuni di loro ci vedemmo, ma non riuscii a legare.
Irene, che sembrava una bambola, aveva 20 anni e stava per lanciarsi fra Berlino e non so dove. Con Celine ci mandammo qualche messaggio, ma poi niente più. Con l'Uomo Lupo non ci fu amore, perché era architetto e cercava di ordinare il caos suo interno con la statica esterna.
Andai per la mia strada. Da solo.
Ricordo che guardò la mia AT-1 e mi sorrise, lui aveva una F1. Prese il mio 50mm e lo fece rotolare sul tavolo; mi feci rosso, avrei voluto bloccarlo. Lui rise. E da quella risata avrei dovuto capire.
Lo incontrai un po' di tempo dopo, ci chiamò al suo studio, in via Caldieri. Stava poco bene. La casa era piena di DVD impilati.
C'eravamo un po' di noi.
Ci chiese di partecipare ad un progetto. Io non ricordo neanche che progetto fosse.
All'epoca, ero un uomo che andava di fretta. Come Carnevali, chiuso nel proprio personale inferno.
Scappavo, camminavo, cercavo qualcosa.
Ricordo il fardello che mi portavo sul cranio. Il peso.
E così ho conservato, e davvero non so perché, gelosamente le sue dispense. Non le ho mai aperte in vita mia. Se non stanotte.
Mai aperte.
Stanotte le riprendo in mano e sento che devo raccontare.
Raccontare che lui è andato via.
E che forse, tutto quello che cercavo era lì.
O forse, che se l'amore non era scattato, non sarebbe comunque scattato.
Non riesco a discernere su quello che mi ha dato, e le sue foto non mi entusiasmano particolarmente: era legato al concetto.
Ma forse capisco adesso che c'erano delle cose in comune. Poca attenzione alle macchinette, parecchio alla strada. Ironia e velocità. Gioco.
Forse tutto quello che cercavo era lì.
Forse ho trovato in lui quello che cercavo, e ho imparato da lui quello che mi serviva.
E adesso, stanotte, avevo bisogno di raccontarlo.
Ti saluto, Sergio.
Con stima e affetto,
Cuspide.
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