Reti
| Reti | |||||||||||||
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Luogo d'origine | Territori della cultura di Fritzens-Sanzeno; protostoria retica: territori della cultura di Luco-Meluno | ||||||||||||
| Periodo | Reti: seconda età del Ferro (VI secolo a.C.-I secolo a.C.); Protostoria retica: prima età del Ferro, età del Bronzo Finale (XIII secolo a.C.-VII secolo a.C.) | ||||||||||||
| Popolazione | Reti | ||||||||||||
| Lingua | lingua retica | ||||||||||||
| Religione | retica | ||||||||||||
| Gruppi correlati | Etruschi, Camuni, Euganei, Celti, Veneti | ||||||||||||
| Distribuzione | |||||||||||||
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I Reti erano un'antica popolazione tirsenica di lingua preindoeuropea e paleoeuropea,[1] stanziata nelle Alpi Centro-orientali, tra Italia e Austria, la cui cultura materiale è identificata con la facies di Fritzens-Sanzeno della seconda età del ferro,[2][3] in continuità con la precedente cultura di Luco-Meluno sviluppatasi tra la fine dell'età del bronzo e la prima età del ferro.[2][3][4]
La civiltà retica aveva come epicentro l'attuale Trentino o comunque in generale tutto il Tirolo storico, sviluppandosi in tutta l'area prealpina veneta (Veronese, Vicentino, Trevigiano), nel Feltrino e nel Bellunese e infine allargandosi al di là delle Alpi fino all'Engadina nel Canton Grigioni in Svizzera, dove è localizzata Curia Raetorum (l'odierna Coira), allo Steinberg nel Tirolo nord-orientale, e alla Germania meridionale a sud del Danubio.[5] La toponomastica più antica del Bellunese (es. Arten, Belluno, Cismon) e del Friuli (Ampezzo, Esemon, Fanna, Inglagna, Pisimoni, Senons, ecc.)[6] dimostrerebbe una presenza, che potremmo per ora definire "pararetica", per tutta l'area alpina e prealpina della regione.
La tradizione storiografica greco-romana faceva discendere i Reti dagli Etruschi padani, dispersi dall'arrivo dei Galli; tale rapporto di discendenza è oggi respinto, poiché le evidenze archeologiche lo smentiscono decisamente, mentre la linguistica recente ha confermato una parentela tra la lingua retica e quella etrusca, entrambe ricondotte alla famiglia tirsenica.[7] Si ipotizza che la separazione tra le due lingue risalga a un momento della preistoria precedente all'età del bronzo, con «la comune origine della famiglia linguistica da collocare in tempi più antichi, almeno all'età neolitica ed eneolitica».[8]
A seguito della conquista dell'arco alpino effettuata sotto l'imperatore Augusto tra il 16 a.C. e il 15 a.C. i popoli retici furono sottomessi a Roma, e successivamente inseriti nella provincia di Rezia.[9]
Etnonimo
[modifica | modifica wikitesto]Il nome dei Reti è collegato dalle fonti latine al re eponimo "Reto", comandante delle popolazioni etrusche dell'area padana costrette a riparare sulle Alpi dall'arrivo dei Galli. La figura di Reto compare per la prima volta in Pompeo Trogo ed è ripresa da Plinio il Vecchio; secondo Elvira Migliario la sua attestazione relativamente tarda, rispetto ad analoghe invenzioni di capi eponimi, indica un'elaborazione fondata su stereotipi consolidati.[10] Nelle iscrizioni in lingua retica l'etnonimo è attestato come Reite, Reituò, Reitu, Reitui, Ritie, Ritaliesi.[5][11]
Storia
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Le origini nelle fonti greco-romane
[modifica | modifica wikitesto]Le notizie che le fonti antiche tramandano sui Reti costituiscono un piccolo corpus, i cui autori si collocano in orizzonti cronologici diversi e disponevano di informazioni disomogenee: secondo Elvira Migliario, ciò rende metodologicamente improprio combinarne i dati indistintamente, e impone di ricondurre ciascuna testimonianza al proprio contesto storico-culturale.[12]
La più antica attestazione dell'etnonimo risale a Polibio (II secolo a.C.), il quale, in un passo tramandato da Strabone, nomina i Reti tra le popolazioni attraverso i cui territori si raggiungevano i quattro principali valichi alpini, presumibilmente per il passo di Resia. La menzione prova che già nel II secolo a.C. esisteva sul versante italiano delle Alpi un'entità nota con un etnonimo trascritto in greco come Ῥαιτοί, notizia che Polibio poteva avere ricavato dal confinante mondo veneto.[13]
La discendenza dei Reti dagli Etruschi è tramandata da Pompeo Trogo e da Tito Livio, entrambi attivi in età augustea, che la attribuiscono concordemente alla diaspora degli Etruschi padani provocata dalla calata dei Galli, ma con dettagli divergenti che ne indicano l'indipendenza reciproca pur nella probabile derivazione da una o più fonti comuni. La figura del condottiero eponimo Raetus compare per la prima volta in Trogo.[14] Livio sostiene che l'origo delle popolazioni alpine, e dei Reti in primo luogo, risaliva senza dubbio (haud dubie) agli Etruschi, ma che costoro, inselvatichiti dall'ambiente alpino, non conservavano del loro passato (ex antiquo) se non l'inflessione della lingua (sonum linguae), e neppure inalterata (incorruptum). Plinio il Vecchio assume invece un atteggiamento prudente: ripropone l'origine etrusca e la figura di Raetus, ma relegandole nel campo del «si dice» (arbitrantur), dichiarando così indirettamente di averle tratte da fonti che reputava poco attendibili.[15]
«Confinano con questi [i Norici] i Reti e i Vindelici, tutti popoli divisi in molte città. Si ritiene che i Reti siano di stirpe etrusca, scacciati dai Galli e guidati da Reto.»
Secondo Migliario, l'idea di una derivazione dei Reti dagli Etruschi va dunque collocata in un orizzonte relativamente recente, posteriore alla grande invasione gallica tra la fine del V e l'inizio del IV secolo a.C. e alla conseguente dispersione degli Etruschi padani; la sua elaborazione è verosimilmente da ricondurre ad ambienti veneti, non prima del III-II secolo a.C., e riferita ai gruppi retici stanziati nella media valle dell'Adige, gli unici noti alla cultura greco-romana prima che gli interessi strategici di età cesariana spostassero l'attenzione verso i Reti transalpini.[16]
Le fonti di età imperiale (Strabone, Velleio Patercolo e Cassio Dione) sono di origine storiografico-memorialistica e introducono il tema della legittimità della guerra retica, motivata dalla necessità di neutralizzare le incursioni: nessuna di esse fa cenno alla presunta origine etrusca dei Reti, così come tacciono in proposito le celebrazioni encomiastiche delle campagne augustee, dalle odi oraziane alla consolatio ad Liviam fino alle statue degli ethnê nel Sebasteion di Afrodisia in Caria.[17] Nella sua Geografia Strabone associa i Reti ai Vindelici, collocandoli sopra "Verona e Como" e attribuendo alla "stirpe retica" anche i Leponzi e i Camuni:
«Vi sono poi, di seguito, le parti dei monti rivolte verso oriente e quelle che declinano a sud: le occupano i Reti e i Vindelici, confinanti con gli Elvezi e i Boi: infatti si affacciano sulle loro pianure. Dunque i Reti si estendono sulla parte dell'Italia che sta sopra Verona e Como; e il vino retico, che ha fama di non essere inferiore a quelli rinomati nelle terre italiche, nasce sulle falde dei loro monti. Il loro territorio si estende fino alle terre attraverso le quali scorre il Reno; a questa stirpe appartengono anche i Leponzi e i Camunni. I Vindelici ed i Norici invece occupano la maggior parte dei territori esterni alla regione montuosa, insieme ai Breuni e ai Genauni; essi appartengono però agli Illiri. Tutti questi effettuavano usualmente scorrerie nelle parti confinanti con l'Italia, così come verso gli Elvezi, i Sequani, i Boi e i Germani. Erano considerati più bellicosi dei Vindelici i Licatti, i Clautenati, e i Vennoni; dei Reti i Rucanti e i Cotuanti.»
Quanto alla notizia pliniana secondo cui i Reti erano «divisi in molte comunità» (in multas civitates divisi), Migliario osserva che il termine civitates designa comunità ormai strutturate «civicamente», e rimanda perciò a un orizzonte non anteriore all'età augustea: la suddivisione descritta da Plinio riflette la situazione del suo tempo e non va proiettata sulle fasi protostoriche, per le quali si parlerebbe piuttosto di gentes a organizzazione tribale.[18]
Reti ed Etruschi: la questione della discendenza
[modifica | modifica wikitesto]Sebbene tre autori antichi (Livio, Pompeo Trogo e Plinio il Vecchio) facciano discendere i Reti dagli Etruschi padani, la storiografia e l'archeologia contemporanee respingono tale rapporto di discendenza. A partire dal XIX secolo la tradizione antica era stata addirittura rovesciata: alcuni studiosi, tra cui Benedetto Giovanelli (1844), Barthold Georg Niebuhr e Theodor Mommsen, ipotizzarono al contrario che fossero gli Etruschi a provenire da nord, dai territori alpini, e quindi a discendere dai Reti. Lo stesso Mommsen, che coniò per gli alfabeti dell'Italia settentrionale il termine «Nordetruskische Alphabete», avvertì però che una parentela tra alfabeti non implica una parentela tra le lingue sottostanti, e considerò i dati allora disponibili insufficienti per identificare la lingua retica.[19][20] Tali dispute ottocentesche, incentrate sulla mera esegesi delle fonti scritte, sono oggi considerate superate dall'acquisizione sistematica dei dati archeologici.[21]
Secondo Franco Marzatico le evidenze archeologiche smentiscono decisamente il rapporto di discendenza, mentre la corrispondenza tra retico ed etrusco rilevata dalla linguistica recente induce a ipotizzare che la percezione antica di tale affinità abbia dato origine alla ricostruzione erudita della discendenza dei Reti dagli Etruschi.[22] Lo stesso studioso osserva che, pur in presenza di un'influenza etrusca documentata (tra cui l'adozione dell'alfabeto), i dati archeologici sono insufficienti a sostenere una discendenza, e che furono verosimilmente le somiglianze linguistiche ed epigrafiche tra etrusco e retico a indurre gli eruditi romani a presupporre tale legame genealogico.[23]
Da una prospettiva etruscologica, Enrico Benelli giunge alla medesima conclusione muovendo dalla cultura materiale: escludendo la circolazione di oggetti propria dei rapporti di scambio transalpini, le relazioni tra le facies considerate espressione dei Reti e il mondo etrusco risultano sostanzialmente inesistenti. Le divergenze riguardano il rituale funerario (in ambito retico è assente la funzione del corredo come marcatore di status, centrale invece in Etruria), le forme del culto (i grandi roghi votivi alpini, o Brandopferplätze, sono sconosciuti nella penisola) e l'epigrafia (le iscrizioni retiche si concentrano nei contesti sacri, come nel vicino Veneto, e i loro formulari non presentano traccia dei modelli espressivi tipici dell'etrusco).[24] Benelli conclude che, nel corso del I millennio a.C., il mondo retico e quello etrusco furono caratterizzati da facies del tutto indipendenti, il cui principale riferimento culturale fu semmai il confinante mondo veneto, e che, in assenza delle relazioni linguistiche e della testimonianza degli storici antichi, nulla indurrebbe a postulare un rapporto tra Etruschi e Reti.[25]
I contatti con Etruschi e Celti
[modifica | modifica wikitesto]Durante l'età del ferro, soprattutto dal VI secolo a.C., si affermò nell'area tra il Tirolo e il Trentino la cultura di Fritzens-Sanzeno, che perdurò fino alla conquista romana del I secolo a.C. Prima della discesa dei Galli nella pianura Padana, all'inizio del IV secolo a.C., il mondo etrusco-italico fu l'interlocutore privilegiato della classe dirigente retica, raggiunto attraverso la valle dell'Adige e i passi della Resia e del Brennero: gli apporti dalla penisola si colgono nella sfera ideologica, negli schemi iconografici della plastica minore e nei caratteri dell'alfabeto sanzenate, derivato da quello nord-etrusco.[26]
I rapporti con il mondo celtico furono intensi già a partire dal V secolo a.C. L'analisi degli oggetti tipo La Tène rinvenuti nell'arco alpino centro-orientale, un corpus di circa 1180 reperti da un centinaio di siti, per metà elementi dell'armamento e per metà oggetti d'ornamento, documenta la complessità di tali contatti, che si tradussero non in semplici importazioni ma in rielaborazioni locali dei modelli celtici.[27] Fra i reperti eccezionali figura un karnyx, la tromba da guerra celtica a padiglione zoomorfo, di cui due esemplari frammentari furono rinvenuti a Sanzeno e identificati solo di recente grazie al confronto con il deposito di Tintignac, in Francia.[28]
Sul piano metodologico, Roncador, riprendendo un'osservazione di Sassatelli, rileva che alle narrazioni delle fonti letterarie, incentrate su battaglie ed espulsioni di popolazioni, i dati dell'epigrafia e dell'archeologia oppongono un quadro più sfumato e articolato.[29] La cultura di Fritzens-Sanzeno si configura così come una facies dalla forte specificità ma permeabile agli apporti circostanti: l'alfabeto nord-etrusco, gli elementi votivo-artistici di matrice veneta e i modelli celtici.[30]
Tra la fine del V e l'inizio del IV secolo le popolazioni celtiche si insediano nella pianura Padana; i Celti Cenomani, inseritisi tra i fiumi Oglio e Adige, sostituiscono gli Etruschi nei traffici con i Reti.[31]
Tra IV e III secolo a.C. la cultura retica conobbe una significativa espansione verso sud, fino ai margini dei Monti Lessini veronesi, fenomeno riconoscibile soprattutto dalla distribuzione delle iscrizioni retiche.[32] Traccia di questo sostrato è il pagus Arusnatium della Valpolicella, che in età romana imperiale conservava un pontifex sacrorum Raetorum e iscrizioni preromane retiche, e che è interpretato come una civitas degli Arusnates in origine adtributa a Verona.[33]
La conquista romana
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L'azione romana di conquista è descritta dallo storico romano di lingua greca Cassio Dione (155-229). A seguito delle incursioni dei Reti nei territori romanizzati d'Italia, e delle loro pratiche cruente ("uccidevano tutti i maschi prigionieri, non solo quelli già nati, ma anche quelli che si trovavano ancora nel ventre delle donne, scoprendone il sesso in base ai responsi oracolari"), Augusto inviò Druso e Tiberio alla conquista del loro territorio. Tiberio li assalì dal versante nord, attraversando il Lago di Costanza con delle imbarcazioni. Dopo averli sconfitti in battaglia, i Romani deportarono un numero sufficiente di persone per scoraggiare rivolte, lasciandone sul posto un numero esiguo, appena sufficiente per popolarne la terra.[34]
Società
[modifica | modifica wikitesto]Nelle antiche descrizioni, i Reti appaiono come un popolo selvaggio, portato alla guerra, che effettuava scorrerie nei fondovalle già romanizzati. D'altro lato, essi stessi erano visti come un ostacolo al transito tra i versanti nord e sud delle Alpi, in quanto obbligavano al pagamento di pedaggi e assalivano convogli. Si suppone che queste descrizioni siano state volutamente enfatizzate per giustificare la conquista delle Alpi da parte dei Romani.[35]
I siti archeologici più importanti sono Sanzeno e Mechel in val di Non, il Doss Castel, il castelliere sul Col de Pigui nei pressi di Mazzin, e Laives. Per questi insediamenti è possibile parlare di strutture protourbane.
Si definisce Cultura di Fritzens-Sanzeno la cultura materiale retica, che prende il nome da queste due località (l'una nella valle dell'Inn e l'altra in Val di Non), che andò a sovrapporsi alle precedenti Cultura di Luco-Meluno e cultura di Hallstatt.[2]
I Reti sono descritti da Plinio come «divisi in molte comunità» (in multas civitates divisi): tra i sottogruppi ricondotti al nome collettivo dei Reti le fonti citano gli Isarci e i Venosti, stanziati rispettivamente in Valle Isarco e Val Venosta, i Vennoni e i Saruneti presso le sorgenti del Reno, e i Rucanti e i Cotuanti, ricordati per il loro valore.[36] La correlazione tra etnonimi, toponomastica e indicatori archeologici consente localizzazioni sufficientemente attendibili per Reti, Anauni, Camuni, Trumplini, Sabini, Benacenses ed Edrani, mentre restano incerte quelle dei Vennonetes (in Valtellina?), dei Sinduni e Tuliassi (in Val Rendena e Val di Sole?) e degli Stoeni, la cui collocazione nelle Giudicarie è ancora discussa.[37]
Nell'arco alpino sono distinguibili, accanto al nucleo retico, alcuni gruppi culturali contigui:
| Gruppo | Area | Caratteri e rapporti con i Reti |
|---|---|---|
| Fritzens-Sanzeno (nucleo retico) | Trentino, Alto Adige, Tirolo orientale (Valle dell'Inn), Engadina (Grigioni) | Espressione materiale dei Reti; l'areale coincide in larga parte con quello assegnato ai Reti dalle fonti greco-romane.[38] |
| Magrè | Prealpi venete tra Verona e Vicenza | Distinto su base alfabetica e ceramica; agì da fascia cuscinetto tra il mondo retico alpino e i Veneti della pianura.[39] |
| Camuni (Breno-Dos dell'Arca) | Val Camonica e valli limitrofe | Aggregati alle gentes euganeae da Plinio (sulla scorta di Catone), associati ai Reti da Strabone; condividono alcuni tratti ma si distinguono per l'alfabeto camuno e l'arte rupestre. Secondo de Marinis l'area era abitata da gentes Euganeae, affini ma distinte dai Reti.[40][41] |
| Trumplini | Val Trompia | Aggregati agli Euganei da Plinio-Catone; populus venalis dopo le campagne augustee. L'iscrizione del Sebasteion di Afrodisia li attesta come ethnos accanto ai Reti.[42] |
| Leponzi | Italia nord-occidentale | Associati ai Reti da Strabone, ma di lingua celtica e archeologicamente riferibili alla cultura di Golasecca: l'associazione straboniana è in contrasto con i dati archeologici.[43][44] |
La lettura incrociata di dati archeologici e fonti scritte conferisce maggiore credibilità a Plinio, che distingue Reti e Camuni, rispetto a Strabone, che li associa in modo approssimativo a un'unica stirpe coinvolgendovi anche i Leponzi: Reti e Camuni si configurano come entità prossime ma distinte, in una situazione «di frontiera» con zone di contatto e reciproca influenza.[45]
Religione
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L'abbondanza di evidenze relative alla sfera magico-religiosa, unita a un certo margine di congettura, aveva indotto alcuni studiosi a ipotizzare che i Reti non fossero propriamente una popolazione, ma piuttosto un'aggregazione non omogenea di gruppi o addirittura un'entità identificata da una comune forma di culto.[46] La questione ha trovato risoluzione nel ritrovamento, nel Sebasteion di Afrodisia in Caria, di una base di statua di età giulio-claudia recante un'iscrizione che fa esplicito riferimento all'ethnos dei Reti, così come a quello dei Trumplini, stabilendone in via definitiva la classificazione etnica.[47][48]
La forma più caratteristica del culto retico è quella dei roghi votivi (Brandopferplätze), aree sacrificali a cielo aperto, spesso situate ad alta quota lungo percorsi e valichi, costituite da accumuli di ceneri e carboni con resti ossei combusti e altari in pietra, presso le quali si compivano offerte con il fuoco. Oltre a prodotti alimentari (animali e vegetali, soprattutto cereali), vi venivano deposti materiali di vario genere, da vasi in ceramica e metallo a ornamenti, amuleti, statuette bronzee, lamine ritagliate, oggetti d'uso quotidiano e armi, spesso recanti segni alfabetici o iscrizioni.[49] Questo tipo di luogo di culto è diffusamente attestato nell'arco alpino centro-orientale a partire dall'età del bronzo, con frequentazioni reiterate degli stessi siti e casi di continuità fino alla tarda età romana; tra gli esempi più rilevanti in ambito retico e nelle aree contigue figurano Campi Neri di Cles in Val di Non, la Pillerhöhe presso il passo di Resia, Settequerce/Siebeneich, Stenico-Calferi e Storo-San Lorenzo nelle Giudicarie e il Monte San Martino ai Campi di Riva.[50][51]
Il termine Brandopferplätze fu introdotto nella letteratura di lingua tedesca da Werner Krämer nel 1966.[52] Il fenomeno, pur con la massima concentrazione nell'area alpina, si estende verso nord fino alla Svizzera centrale e alla Germania a sud del Danubio, dal sito più occidentale di Les Sagnes nell'Ubaye a quelli orientali della Stiria e della Slovenia.[53] Tra i resti ossei combusti prevalgono capre e pecore, con una particolare incidenza delle estremità, dato che evoca la ripartizione delle vittime nota dal mito greco di Prometeo e orienta verso un culto agrario a carattere comunitario.[54] Il legame tra gli altari alpini e quelli del mondo greco-mediterraneo, ipotizzato da Krämer, non ha invece trovato conferma nelle ricerche successive, come rilevato da Rainer-Maria Weiss.[55]
Nei contesti retici i luoghi di culto si configurano come i principali spazi dell'ostentazione, in cui si concentrano gli oggetti eccezionali, dai manufatti di pregio importati dalla penisola alle manifestazioni dell'epigrafia.[56] Alla sfera magico-religiosa rimandano le caratteristiche chiavi retiche, il cui valore rituale è manifesto nelle iscrizioni sui manici in osso, nella loro deposizione in luoghi sacri e nella raffigurazione, su un disco in lamina bronzea da Montebelluna, di una sacerdotessa o divinità del tipo «signora degli animali» che ne impugna una.[57] Allo stesso ambito appartengono le cosiddette verghette divinatorie, attestate in varie località retiche tra cui Dercolo e Sanzeno, e il motivo sacro della barca solare con uccelli acquatici, che persiste in ambito alpino sia retico sia camuno.[58]
Un'ipotesi a lungo discussa collega i Reti al culto della divinità venetica Reitia, sulla base dell'assonanza tra il nome della dea e l'etnonimo. Franco Marzatico osserva tuttavia che i pendagli del tipo «signora dei cavalli», in cui si è voluta riconoscere Reitia, ne attestano semmai la natura venetica, e che una sua venerazione anche presso i Reti resta una congettura priva di solide conferme archeologiche ed epigrafiche: nel santuario di Reitia a Este non vi sono prove della presenza di devoti provenienti dal territorio retico, a parte un singolo frammento ceramico con decorazione di ispirazione retica.[59]
La frequentazione dei santuari con roghi votivi, presumibilmente legati a culti agrari e della fertilità, prosegue in alcuni siti fino alla tarda età romana. Sono stati ipotizzati collegamenti con il culto romano di Saturno o di Diana, e, nel caso del rogo votivo individuato presso una fonte a Breno in Val Camonica, con quello di Minerva, alla quale sullo stesso sito fu dedicato un santuario monumentale in età romana.[60]
Lingua
[modifica | modifica wikitesto]La scrittura retica, documentata a partire dal 500 a.C.,[61] è attestata da circa 280 iscrizioni testuali su 230 oggetti. Le iscrizioni retiche sono state trovate in un'area che comprende, in Italia, il Trentino, l'Alto-Adige e parte del Veneto settentrionale e occidentale, in Austria il Tirolo settentrionale, e la bassa Valle Engadina nel Canton Grigioni in Svizzera[61].
Analizzando le iscrizioni rinvenute sono state distinte due varianti grafiche: quella di Fritzens-Sanzeno e quella di Magrè (Vicenza)[62]. Anche l'areale di diffusione delle iscrizioni retiche coincide con l'areale archeologico delle culture di Fritzens-Sanzeno da una parte e Magrè dall'altra.
Importante notare, come nell'Etrusco, l'assenza della lettera O. I Reti, sebbene con modalità diverse e più articolate, condivisero con i Venetici l'adozione dell'alfabeto etrusco.
Secondo il linguista tedesco Helmut Rix, il retico appartiene alla famiglia delle lingue tirseniche, insieme all'etrusco e alla lingua lemnia.[63] Sulla scia di Rix, successivi studi di Stefan Schumacher,[64][65] di Carlo De Simone e Simona Marchesini[61][66] hanno ipotizzato che retico ed etrusco discendano da un «tirrenico comune» dal quale si sarebbero divisi in tempi remoti, prima dell'età del Bronzo.[8]
Cultura
[modifica | modifica wikitesto]Arte
[modifica | modifica wikitesto]Caratteristica fondamentale della cultura di Fritzens-Sanzeno è l'adesione alla cosiddetta "Arte delle situle" [67]. Con situla si intende un tipico secchio metallico decorato a sbalzo e usato insieme all'attingitoio per la preparazione ed il servizio del vino. Il fenomeno dell'Arte delle situle investe i territori compresi tra il Po e il Danubio durante l'età del Ferro.[68]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ (EN) Harald Haarmann, Ethnicity and Language in the Ancient Mediterranean, in Jeremy McInerney (a cura di), A Companion to Ethnicity in the Ancient Mediterranean, Chichester, UK, John Wiley & Sons, Inc, 2014, pp. 17-33, DOI:10.1002/9781118834312.ch2, ISBN 9781444337341.
- 1 2 3 Franco Marzatico, La cultura di Luco/Laugen, aggiornamenti e problemi aperti, in Angelini A., Leonardi G. (a cura di), Il castelliere di Castel de Pedena. Un sito di frontiera del II e I millennio a.C., Padova, 2012, pp. 177-204.
- 1 2 (EN) Katharina Rebay-Salisbury, The Iron Age setting, in The Human Body in Early Iron Age Central Europe, Londra, Routledge, 2016, p. 43, ISBN 978-1-472-45354-9.«A variety of Alpine communities between Lake Maggiore and Lake Como, the lower Inn Valley and Lake Constance are referred to as Raeti in ancient sources (Metzger and Gleirscher 1992), and in the archaeological literature as the Laugen-Melaun (Luco, Meluno) and Fritzens-Sanzeno cultures, for the early and late Iron Age, respectively. Epigraphic sources indicate that their language was most closely linked to Etruscan.»
- ↑ Marzatico 2024, 424-426
- 1 2 Alessandro Morandi, Il retico e la sua documentazione, in Il cippo di Castelciès nell'epigrafia retica, Roma, L'Erma di Bretschneider, 1999, ISBN 978-8-88-265047-6.«Il territorio dei Reti interessava il Trentino, l'Alto Adige (Tirolo meridionale), l'Austria (Tirolo settentrionale), l'Engadina e il Cantone dei Grigioni ove si localizza Curia Raetorum, l'odierna Coira, corrispondendo questi ultimi territori in gran parte alla provincia romana della Raetia et Vindelicia (...). Notevoli nuclei epigrafici documentano, oltre il dato delle fonti, una massiccia presenza Reti nell'attuale Veneto, area di Verona (Raetorum et Euganeorum Verona, Plinio, NH, III, 130) e territorio, nel trevigiano (Feltre, a quanto pare e Castelciès) fino a Padova, facendo ipotizzare una loro consanguineità con gli Euganei.»
- ↑ Maurizio Puntin, Su un ipotetico strato toponimico non indoeuropeo del Friuli, in Il mestri dai nons. Saggi di Toponomastica in onore di Cornelio Cesare Desinan, a cura di F. Finco e F. Vicario, Società Filologica Friulana, 2010, pp. 405-433.
- ↑ Marzatico 2019, 76
- 1 2 Simona Marchesini, L'onomastica nella ricostruzione del lessico: il caso di Retico ed Etrusco, in Mélanges de l'École française de Rome - Antiquité, vol. 131-1, Roma, École française de Rome, 2019, pp. 123-136, DOI:10.4000/mefra.7613.«Se vogliamo fare un'ipotesi sulla cronologia della separazione tra Retico ed Etrusco nell'ambito della famiglia linguistica che per ora abbiamo denominato «Tirrenico comune», dobbiamo risalire sicuramente ad un periodo precedente l'età del Bronzo. (...) la comune origine della famiglia linguistica è da collocare in tempi più antichi, almeno all'età neolitica ed eneolitica, quando la maggior parte delle popolazioni europee si stanzia in quelle che diventeranno poi le successive sedi storiche.»
- ↑ Migliario 2024, 189
- ↑ Migliario 2024, 187
- ↑ Giuseppe Sassatelli, Etruschi, Veneti e Celti. Relazioni culturali e mobilità individuale, in Mobilità geografica e mercenariato nell'Italia preromana, Atti del XX Convegno Internazionale di Studi sulla Storia e l'Archeologia dell'Etruria (Orvieto 2012), Roma 2013, pp. 397-427.
- ↑ Migliario 2024, 183-184
- ↑ Migliario 2024, 185-186
- ↑ Migliario 2024, 187
- ↑ Migliario 2024, 188
- ↑ Migliario 2024, 187-189
- ↑ Migliario 2024, 189
- ↑ Migliario 2024, 184-185
- ↑ TIR
- ↑ Giacomo Devoto (1936), Reti, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- ↑ Marzatico 2024, 424-430
- ↑ Marzatico 2019, 76
- ↑ Marzatico 2024, 429-430
- ↑ Benelli 2024, 135-137
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- ↑ Roncador 2014, 158-159
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- ↑ Migliavacca 2012, 363-368
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- ↑ I reti e la cultura fritzens-sanzeno, su alpiantiche.unitn.it. URL consultato il 10 gennaio 2023 (archiviato il 17 ottobre 2021).
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- ↑ Marzatico 2024, 434-435
- ↑ Marzatico-Solano 2022, 754-755
- ↑ Marzatico 2024, 434-435
- ↑ Marzatico 2014b, 315
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- ↑ Benelli 2024, 136
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- ↑ Marzatico 2024, 435
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- ↑ Gleirscher P., I Reti, Museo Retico Coira (1991)
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- ↑ Schumacher, Stefan (1994), Neue 'raetische' Inschriften aus dem Vinschgau, in Der Schlern, Vol. 68, pp. 295-298 (ted)
- ↑ Carlo de Simone, Simona Marchesini (Eds), La lamina di Demlfeld, Pisa – Roma: 2013.
- ↑ Per l'analisi dei motivi iconografici e la ricezione dell'arte delle situle in ambito Fritzens-Sanzeno si veda: F. Marzatico, La cultura di Fritzens-Sanzeno, in I Reti, 2001, pp. 407-449; P. Gleirscher, Die Räter, Chur 1991.
- ↑ Sull'inquadramento generale, la funzione legata al consumo del vino e la diffusione geografica tra l'area padana e danubiana, resta fondamentale: O.-H. Frey, Die Entstehung der Situlenkunst, Berlin 1969.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Giacomo Devoto (1936), Reti, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
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- Elvira Migliario, I Reti nelle fonti greco-romane: per una rilettura delle testimonianze storiografiche ed etno-geografiche, in Simona Marchesini (a cura di), Rhaeti & Co., Verona, Alteritas, 2024, pp. 183-195, DOI:10.60973/RHAETIMIGLIARIO.
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Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Reti, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Giacomo Devoto, RETI, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1936.
- reti, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
- (IT, DE, FR) Reti, su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera.
- (EN) Raeti, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- (EN) Thesaurus Inscriptionum Raeticarum, su tir.univie.ac.at.
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