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        <title><![CDATA[Stories by maurizio codogno on Medium]]></title>
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            <title>Stories by maurizio codogno on Medium</title>
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            <title><![CDATA[Giù le mani da Wikipedia]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[maurizio codogno]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 07 Apr 2020 18:09:03 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2020-04-07T18:09:03.051Z</atom:updated>
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            <content:encoded><![CDATA[<p>Repubblica oggi ritorna sulle minacce di morte arrivate domenica via Twitter a Carlo Verdelli in maniera peculiare. Cito <a href="https://www.repubblica.it/politica/2020/04/07/news/con_repubblica_le_istituzioni_e_i_partiti_minacce_indegne_di_un_paese_civile_-253333953">dall’articolo</a>:</p><blockquote>L’ultima minaccia è, se possibile, ancora più inquietante delle precedenti. Mostra lo screenshot della pagina Wikipedia relativa a <strong>Carlo Verdelli,</strong> manipolata da una mano ignota. Accanto alla data di nascita, è stata inserita quella di morte: 23 aprile 2020. E la sintesi della bio recita: “È stato un giornalista italiano, direttore del quotidiano la Repubblica”. Declinata al passato. E rilanciata su Twitter da un profilo anonimo che, nonostante le segnalazioni, risulta tuttora attivo e vomitante insulti.</blockquote><p>(per la cronaca, oggi pomeriggio quell’account Twitter era stato cancellato). Qualcuno, leggendo l’articolo, avrà sicuramente pensato che la persona in questione aveva modificato la voce dell’enciclopedia per poi fare la schermata e pubblicarla. Bene, non è successo nulla di tutto questo, come potete vedere voi stessi guardando <a href="https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Carlo_Verdelli&amp;action=history">la pagina con l’elenco delle modifiche</a> sulla voce. Per i curiosi, è possibile per i sysop cancellare versioni della voce che contengano insulti o bestemmie, in modo che sia impossibile vedere cosa c’è scritto: ma <em>l’esistenza di una modifica</em> rimane comunque visibile, con la modifica in questione con una riga sopra (strikethrough) per ricordare che qualcosa c’era stato.</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/748/1*fpEp1t1b3p7_2qbDSAGZfA.png" /><figcaption>Giulio Cesare è ancora vivo e lotta insieme a noi!</figcaption></figure><p>Una volta i più ingenui detrattori di Wikipedia facevano una modifica, scattavano l’immagine e poi si lanciavano a denunciare gli errori dell’enciclopedia — errori che magari erano stati corretti un paio di minuti dopo, alle due del mattino. Ora evidentemente queste persone si sono un po’ più evolute, e hanno scoperto come creare una voce fasulla senza lasciare nessuna traccia. Ci ho provato io, e in cinque minuti ho prodotto uno screenshot simile a quello ora non più visibile: solo che mi sembrava macabro far morire qualcuno e ho preferito rendere ancora vivo Giulio Cesare, come vedete qui sopra. Segnalo anche ai giornalisti di Repubblica che leggere la voce del loro direttore “declinata al passato” è un semplice sottoprodotto dell’avere inserito una data di morte; avendola io tolta dalla voce sul Divus Iulius, essa è magicamente passata al presente.</p><p>Detto in altri termini, quello che è successo è l’equivalente di una busta contenente un proiettile e recapitata con la posta; con il lockdown probabilmente è in effetti più semplice mettersi al computer e falsificare una schermata. Al massimo si può chiedere alla Polizia postale di andare dal signor Twitter e chiedere i dati sulla connessione dell’utente che aveva postato lo screenshot, dati che immagino non verranno consegnati, ma nulla di più. Eppure, leggendo l’articolo, Twitter pare semplicemente essere un complice neppure tanto importante del vero sito perpetratore, il che la dice lunga sulla capacità di “leggere” un testo in rete.</p><p>(Per la cronaca, che io sappia non è stato chiesto a nessun esperto wikipediano cosa poteva essere successo. Eppure a me continuano ad arrivare richieste di persone che pretendono che io aggiusti un danno fatto a loro su Wikipedia… Si vede che non ne valeva la pena).</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=b9f181d976b4" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[È proprio l’algoritmo a essere impazzito?]]></title>
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            <category><![CDATA[giornalismo]]></category>
            <category><![CDATA[algoritmi]]></category>
            <category><![CDATA[art]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[maurizio codogno]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 22 Sep 2019 16:26:44 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2019-09-22T16:26:44.131Z</atom:updated>
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            <content:encoded><![CDATA[<h4>Certo, gli algoritmi possono essere scritti male e dare risultati del tutto sbagliati e perniciosi.. Ma proviamo a non personificarli.</h4><figure><img alt="Scuola, trasferimenti di 10mila docenti lontano da casa. Il Tar: L’algoritmo impazzito fu contro la Costituzione”" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/390/1*g2WKidGSOpZIoMG1uGmDUQ.png" /><figcaption>eh sì, povera Costituzione…</figcaption></figure><p>La colpa? È come al solito “dell’algoritmo impazzito”. Così <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2019/09/17/news/scuola_trasferimenti_di_10mila_docenti_lontano_da_casa_il_tar_l_algoritmo_impazzito_fu_contro_la_costituzione_-236215790/">scrive la Repubblica</a> raccontando dell’ultima sentenza del Tar del Lazio a riguardo dell’assegnazione delle cattedre ai vincitori del concorso scolastico nel 2016. A dire il vero non sono riuscito a trovare il testo della sentenza (per i curiosi, dovrebbe essere la 06606/2019 della terza sezione bis del Tar del Lazio), e la mia sensazione è che in realtà quello scritto da Repubblica sia una silloge di varie sentenze sul tema, visto che la sentenza principale arriva a fine maggio. Ma non è questo il punto importante: quello che mi preoccupa è leggere affermazioni, presumo scritte da periti (cioè “esperti”), che non stanno né in cielo né in terra. Ecco alcune di queste affermazioni con i miei commenti. Una precisazione: io sono convinto che quell’algoritmo fosse malfatto. Ma sono anche certo che le ragioni addotte per cassarlo giuridicamente non abbiano senso. Vediamo come alcune delle frasi riportate da <a href="https://www.key4biz.it/pa-digitale-perche-il-dietrofront-del-tar-lazio-nellutilizzo-dellalgoritmo/261421/">Key4biz </a>— che sono prese da una sentenza precedente, la n. 9224/2018 che deve semplicemente essere stata confermata da quest’ultima — vengono lette da chi ha un po’ di conoscenza del tema. Cominciamo subito:</p><blockquote>“[…] un procedimento amministrativo, ancorché difficile o complicato, non può essere devoluto ad un “meccanismo informatico o matematico del tutto impersonale e orfano di capacità valutazionali delle singole fattispecie concrete, tipiche invece della tradizionale e garantistica istruttoria procedimentale che deve informare l’attività amministrativa, specie ove sfociante in atti provvedimentali incisivi di posizioni giuridiche soggettive di soggetti privati e di conseguenziali ovvie ricadute anche sugli apparati e gli assetti della pubblica amministrazione.”</blockquote><p>Traduciamo dal burocratese (particolarmente pesante, come capita spesso quando non si vuole che traspaia il vero significato): occorre che qualcuno decida il risultato finale. Se siamo buoni, potremmo pensare a una verifica che sia andato tutto bene: questo è sicuramente qualcosa che deve essere fatto, ma dubito che in quel caso fosse davvero fattibile. Spero che non ci sia il retropensiero “se ci sono delle persone che controllano, loro possono aggiustare quello che serve”. Ma pensateci: cosa diavolo sarebbero le “capacità valutazionali delle singole fattispecie concrete”? Detto in altri termini, quali sono le valutazioni che non possono proprio essere fatte da un algoritmo ma necessitano un giudizio umano? E in effetti, continuando a leggere, troviamo</p><blockquote>“un algoritmo, quantunque, preimpostato in guisa da tener conto di posizioni personali, di titoli e punteggi, giammai può assicurare la salvaguardia delle guarentigie procedimentali che gli artt. 2, 6,7,8,9,10 della legge 7.8.1990 n. 241 hanno apprestato, tra l’altro in recepimento di un inveterato percorso giurisprudenziale e dottrinario…. gli istituti di partecipazione, di trasparenza e di accesso, in sintesi, di relazione del privato con i pubblici poteri non possono essere legittimamente mortificati e compressi soppiantando l’attività umana con quella impersonale, che poi non è attività, ossia prodotto delle azioni dell’uomo, che può essere svolta in applicazione di regole o procedure informatiche o matematiche. […]”</blockquote><p>Beh, sì: un algoritmo farebbe molta fatica a leggere un testo del genere, mi sa. Ma non capisco quali siano i problemi per cui un algoritmo non possa assicurare la partecipazione (vengono eliminati a priori tutti quelli che non hanno un R nel loro cognome?), trasparenza (non vengono elencati i punteggi ottenuti dai vari candidati?) e l’accesso (ci vuole una password per vedere i risultati?). Ma proseguiamo.</p><blockquote>“non è conforme [alla Costituzione e alla legge sulla semplificazione normativa] […] affidare all’attivazione di meccanismi e sistemi informatici e al conseguente loro impersonale funzionamento, il dipanarsi di procedimenti amministrativi, sovente incidenti su interessi, se non diritti, di rilievo costituzionale, che invece postulano, onde approdare al corretto esito provvedimentale conclusivo, il disimpegno di attività istruttoria, acquisitiva di rappresentazioni di circostanze di fatto e situazioni personali degli interessati destinatari del provvedimento finale, attività, talora ponderativa e comparativa di interessi e conseguentemente necessariamente motivazionale, che solo l’opera e l’attività dianoetica dell’uomo può svolgere.”</blockquote><p>Lo confesso. Ho dovuto aprire il De Mauro per scoprire cosa significasse “dianoetico”. Cosa volete, Ron Hubbard non mi ha mai detto molto. Ad ogni buon conto, il De Mauro snocciola “agg. TS filos. — discorsivo, razionale”. Insomma, l’essere umano è un animale razionale, lo diceva già Aristotele; l’algoritmo no, e infatti Aristotele nulla affermò al riguardo. Ma poi quali sarebbero le “situazioni personali” di cui si parla? Un banale “tengo famiglia”? Offerte che non si possono rifiutare? Una consapevolezza olistica? Io ero convinto che — pur con tutte le difficoltà oggettive possibili — un concorso dovrebbe essere il più asettico possibile, perché si cercano le persone migliori. Invece a quanto pare non è così. Il “funzionario persona fisica […] deve seguitare ad essere il dominus del procedimento stesso”. Qui in realtà c’è il primo punto condivisibile della sentenza: il funzionario-dominus infatti deve operare</p><blockquote>“all’uopo dominando le stesse procedure informatiche predisposte in funzione servente e alle quali va dunque riservato tutt’oggi un ruolo strumentale e meramente ausiliario in seno al procedimento amministrativo e giammai dominante o surrogatorio dell’attività dell’uomo.”</blockquote><p>Su questo invece non c’è nulla da eccepire, a parte l’ampollosità della prosa. Se tu, umano funzionario, non capisci un tubo di come funziona l’algoritmo che stai usando allora non stai facendo bene il tuo lavoro. Qui si apre un mondo totalmente diverso, però! Non entriamo nel merito degli algoritmi di deep learning il cui funzionamento dettagliato è inconoscibile persino da chi li ha sviluppati, e per cui ci vorrebbe un saggio a parte. Il caso in questione è infatti molto più semplice, per fortuna, e si suppone che l’umano funzionario, in qualità di animale ragionevole, possa comprendere il funzionamento dell’algoritmo. Se non ci riesce di chi è la colpa? Il tutto naturalmente a meno che il suddetto non debba semplicemente verificare a mano che le decine di migliaia di vincitori fossero stati assegnati ai posti corretti, a meno che non si chiami <a href="https://www.miur.gov.it/documents/20182/8868463/0306_int_Panorama.pdf/910d9294-2ca2-4a0e-9546-0bb42efb09da?version=1.0">Marco Bussetti</a>. Beh, no, questa è cattiveria. Se leggete l’intervista vedete che Bussetti ha dato gli onori a una funzionaria del ministero.</p><p>Ma seriamente il punto è un altro. Se la storia raccontata dall’ex ministro è vera, che l’algoritmo fosse bacato era evidente a chiunque, e pertanto bene ha fatto il Tar ad annullare i risultati della procedura e stigmatizzare chi ha preso i risultati e li ha inviati senza nemmeno dare loro un’occhiata. E non poteva allora dire semplicemente questo? Evidentemente no. Occorreva personificare l’algoritmo in modo da dare la colpa, o almeno un concorso di colpa, ad esso. Perché sono gli algoritmi a impazzire, non i programmatori che non li sanno scrivere e correggere o i funzionari che non hanno voglia di vedere cosa è successo. Troppo facile così. Alla fine è più onesta la chiusa dell’articolo di Repubblica: «A questo baco [dell’algoritmo che premiava la geografia] si sarebbero aggiunti, poi, diversi errori nell’immissione dei dati. Errori umani, non solo orwelliani.» Appunto. È troppo facile nascondersi dietro l’algoritmo per non tirare fuori le vere colpe, in questo caso di chi l’ha scritto e di chi (non) l’ha testato…</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=200b893bd0c7" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Alessandro Baricco e il suo Game]]></title>
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            <category><![CDATA[baricco]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[maurizio codogno]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 29 May 2019 02:16:00 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2019-05-29T02:16:00.935Z</atom:updated>
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            <content:encoded><![CDATA[<h4>Uno sguardo molto personale alla filosofia di Baricco nascosta all’interno del suo ultimo saggio</h4><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/800/1*AKUxU9W-80YQKkfHyuz3OQ.png" /><figcaption>Baricco avrà cominciato a giocare a Space Invaders, io sono più anzyano e parto da Pong. (Immagine: Wikimedia Commons, File:Pong.png)</figcaption></figure><p>Ho deciso di leggere l’ultimo libro di Baricco. Avevo saltato <em>I barbari</em>, esattamente come ho saltato tutta la sua produzione editoriale. In realtà leggevo la rubrica che teneva sulla Stampa qualche decennio fa, e ai tempi avevo stabilito che mi era bastata questa esposizione. Succede però che il tema di <em>The Game</em> si intreccia con altre cose su cui sto cercando di trovare una quadra. È vero che “ars longa, vita brevis”, come diceva (in greco) Ippocrate e dice (in latino) Douglas Hofstadter; però è anche vero che non è bello eliminare pregiudizialmente qualcosa, e quindi ho pensato di dedicare qualche ora della mia vita a vedere come Baricco ha voluto trattare il tema. (Spoiler: pensavo molto peggio. Non consiglierei il libro come unica voce in capitolo, ma vale la pena di leggerlo se si ha già un’idea di quello di cui si parla: se lo si prende senza preconcetti, si scopre che non tutto quello che diamo per scontato è vero).</p><p>Qui però non voglio parlare tanto del contenuto del libro — una mia recensione più o meno decente la trovate <a href="http://xmau.com/wp/notiziole/2019/05/29/_the-game_-ebook/">qua</a> — quanto piuttosto della “baricchitudine”. Mi interessa insomma raccontare come io ho decodificato il suo pensiero, perché ci sono varie cose che secondo me rimangono nascoste. Per prima cosa, Baricco scrive dannatamente bene. Su questo non c’è storia. Le sue frasi si snocciolano senza sforzo, e il lettore plana amabilmente su di esse senza sforzo alcuno. (Sono molto invidioso, sì). Questo è bellissimo, ma nel caso di un saggio c’è un piccolo problema: il lettore in questione si beve tutto senza porsi alcuna domanda sulla verità di quanto scritto. Come sappiamo bene, una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda. Sto dicendo che Baricco ha scritto una serie di fregnacce? No. Ne ha scritte, intendiamoci: ma andando avanti nella lettura mi sono accorto che spesso — qualche decina di pagine dopo quello che avevo rubricato come cazzata — Baricco scriveva esattamente l’opposto. L’idea che mi sono fatto è che è una palla che lui abbia scritto il libro buttando giù man mano il testo. Lì dietro c’è un lavoraccio, e la cosa mi fa incavolare ancora di più, perché sono convinto che lui abbia messo apposta buona parte degli erroracci per far fare al lettore il giro che lui voleva. Non è bello. Verso la fine lo ammette anche tra le righe, anche se non ha il coraggio di dire che i primi due capitoli sono in buona parte fregnacce e se ne esce con “è preistoria” con il consiglio di non rileggere quel testo.</p><p>Baricco è un filosofo: quindi per lui il Game ha una filosofia sottostante. Io non sono filosofo e anzi sono sempre stato una capra in filosofia: però non mi bevo il suo professarsi cartesiano con tanto di esempi, e preferisco fermarmi alla lettera. Il Game è Movimento — lo dice lui — quindi è eracliteo. Il problema è che se si parte da questo assunto occorre portarlo avanti coerentemente, cosa che Baricco del resto fa. Questo va benissimo quando concludi che la caratteristica fondamentale di questi “oltremondi” digitali sia la velocità e la leggerezza, che fanno portare a galla l’essenza delle cose anziché nasconderla in fondo come fa il nostro mondo analogico. (“Analogico” e “digitale” sono traduzioni mie, Baricco non usa mai questa terminologia, e anche questo secondo me è un segno: vuole spostare il terreno di gioco, e per farlo coglie una caratteristica diversa da quella tipicamente usata. Ottima mossa, perché costringe il lettore a rivedere tutti i suoi pre-giudizi). Questo però va molto meno bene quando decide di rinominare la post-verità “verità-veloce”, definendola come «una verità che per salire alla superficie del mondo — cioè per diventare comprensibile ai piú e per essere rilevata dall’attenzione della gente — si ridisegna in modo aerodinamico perdendo per strada esattezza e precisione e guadagnando però in sintesi e velocità». Baricco scrive molto meglio di me, ma il concetto è lo stesso che ho scritto nel capoverso precedente: «una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda». L’esempio che fa, quello dei “vinili che hanno venduto più del digitale”, è paradigmatico: usa varie pagine per mostrare come quell’affermazione sia l’equivalente delle barzellette su Radio Erevan, perché quello che è successo è che nel Regno Unito in una specifica settimana le vendite di vinile hanno superato il fatturato della pubblicità collegata al download gratuito in digitale, e conclude che sì, la frase non rappresenta i fatti, ma permette però di scoprire tante cose. Palle. Le cose le scopri solo se stai ancora pensando come una persona pre-Game e vai a sfrucugliare. Anche la sua affermazione che in fin dei conti il termine “post-truth” esisteva già nei casi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e nel doping di Armstrong non funziona: nel secondo caso non è nemmeno post-verità ma semplice negazione, e ai tempi della scenetta di Colin Powell il termine era stato usato una sola volta dieci anni prima in un libro che non era stato filato praticamente da nessuno. (Il <em>secondo </em>libro, che aveva anche il termine nel titolo, uscì l’anno successivo, e fu comunque filato poco).</p><p>Questa difesa baricchiana della post-verità, che funziona indipendentemente dai fatti, ha ovviamente una sua origine ben precisa, che si riassume in una parola: <strong>narrazione</strong>. (“Storytelling”, se siete molto anglofoni. Però questo è uno dei pochi casi in cui il termine italiano è riuscito a mantenere una certa qual forza). Baricco è un campione di narrazione, per negarlo occorre avere davvero una bella faccia tosta. Ha anche ragione quando afferma che non è necessario partire dai fatti per ottenere una bella narrazione: millenni di epica dovrebbero averlo reso chiaro. Però non può incrociare i flussi e applicare al mondo gli stessi schemi di un oltremondo ante litteram qual è la narrativa! Ok, l’ha fatto, e sono ragionevolmente certo che giocasse sul fatto che non se ne sarebbe accorto nessuno, né tra i suoi fan che si sarebbero bevuti tutto né tra i detrattori che invece l’avrebbero stroncato a priori e quindi senza un vero confronto sul testo. Ecco: forse questa sì che è verità-veloce!</p><p>Un’ultima nota, tecnica ma anche personale. Baricco ha cinque anni più di me, quindi siamo praticamente della stessa generazione. Però abbiamo vissuto una vita diversissima. È vero che io non sono un nativo digitale, ma sono attaccato a una tastiera da quando avevo quindici anni: faccio quasi parte del gruppo dei pionieri del digitale — attenzione: non dell’élite di cui lui parla: al più, esagerando, dei tecnici nascosti dietro le quinte . Baricco ha fatto un bel lavoro per entrare “da vecchio” nell’oltremondo: ma qualcosa rimane sempre. Ho sorriso quando ho letto «È la postura in cui sto scrivendo questo libro. [Non quella in cui, probabilmente, lo state leggendo: onore al libro cartaceo, che ancora resiste a qualsiasi mutazione].» Stavo naturalmente leggendo il libro nella postura uomo-schermo, quello del furbofono dove ho la copia in formato ePub. Possiamo poi dibattere se la versione elettronica di questo libro sia o no una mutazione e se le note che ho preso sullo smartphone siano la stessa cosa di quelle che una volta si scrivevano a matita sulle pagine: però quell’inciso è la prova che forse non tutto è ancora così liscio come lui cerca di convincerci…</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=b118ba40e9ca" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[È sempre colpa di Wikipedia]]></title>
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            <dc:creator><![CDATA[maurizio codogno]]></dc:creator>
            <pubDate>Thu, 16 May 2019 10:58:08 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2019-05-16T10:58:08.181Z</atom:updated>
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            <content:encoded><![CDATA[<h4>Per esempio, Wikipedia non spiega che informazione e conoscenza sono due cose distinte.</h4><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/575/1*C8SlEMG9mtHX8L-Zql-C7g.png" /><figcaption>Informazione e conoscenza non sono necessariamente correlate (da <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/File:DIKW_(1).png">https://en.wikipedia.org/wiki/File:DIKW_(1).png</a> )</figcaption></figure><p>Grazie (?) ad <a href="https://medium.com/@antoniopavolini">Antonio Pavolini</a> ho scoperto <a href="ttps://www.linkiesta.it/it/article/2018/05/19/la-generazione-wikipedia-e-ignorante-e-vota-politici-ignoranti/38145/">questo articolo di Linkiesta</a>: «La generazione Wikipedia è ignorante. E vota politici ignoranti». Occhei: solito titolo acchiappaclic che poi viene declinato nel corpo dell’articolo con l’ormai onnipresente effetto Dunning-Kruger e la citazione di Wikipedia come simbolo del male. Di per sé nulla per cui varrebbe la pena passare una mezz’oretta a scrivere un commento, nemmeno per rimarcare come con ogni probabilità la gente non guardi nemmeno Wikipedia per farsi la propria opinione totale definitiva, ma prenda qualcosa di orecchiato qua e là. Come dicevo sopra, la parola “Wikipedia” è semplicemente usata come acchiappaclic.</p><p>C’è però un passaggio dell’articolo che a mio parere è molto più interessante per comprendere come l’intelligencija si ponga davanti alla cultura. Cito:</p><blockquote>Sono questi gli effetti, anch’essi paradossali, dell’età dei social e di Wikipedia. La disponibilità immediata di informazioni a vantaggio di chiunque non ha portato, come si credeva, a un generale accrescimento della cultura e della capacità critica. Al contrario, ha favorito il conformismo e la chiusura intellettuale e ha reso disponibile non una conoscenza diffusa ma una nociva infarinatura un tanto al kilo.</blockquote><p>Ecco. Una frase come quella mostra un fraintendimento tipico, di cui ho scritto con Paolo Artuso nel nostro <a href="https://amzn.to/30qiAWk"><em>Scimmie digitali</em></a>. Perché mai avere più informazione dovrebbe portare a una maggiore cultura? Se la cosa vi pare sensata, provate a pensare alla quantità di informazione contenuta nei computer. Direste forse che essi siano acculturati? La <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/DIKW_pyramid"><strong>piramide DIKW</strong></a> spiega molto bene il concetto. La conoscenza si basa sull’informazione, ma è separata da essa. Le informazioni sono i mattoni che noi dobbiamo prendere e assemblare per formare la nostra “casa della conoscenza”, più o meno sgarrupata a seconda delle nostre capacità e del materiale che troviamo. Ma i mattoni da soli non bastano: come minimo ci vuole della malta per tenerli insieme. Fuori di metafora, la malta è la nostra materia grigia che deve essere messa in moto per comprendere le informazioni che vediamo, confrontandole magari tra di loro per avere un’idea di quali probabilmente sono errate — per tutta una serie di ragioni, dal basarsi su dati errati all’essere state create apposta per confondere. Naturalmente azionare la materia grigia è sempre un’operazione costosa: semplicemente un tempo si tendeva a essere conformisti seguendo quello che diceva il prete o il segretario del partito, mentre adesso ci sono più conformismi tra i quali scegliere… no, il verbo “scegliere” non funziona bene, perché richiede comunque fatica. Meglio “prenderne uno”.</p><p>Quello che forse potremmo dire è un’altra cosa: che la generazione Wikipedia pensa di dover avere una propria opinione <strong>su tutto</strong>, cosa che in effetti in passato non capitava, o almeno non capitava pubblicamente. Ma anche su questo io ho dei dubbi. Mi pare che più che esprimere opinioni ci si limiti a rilanciare pedissequamente quello che si trova in giro e piace, dai gattini agli insulti contro Laura Boldrini, dalle frasi leziose in stile Baci Perugina alla foto della prima pagina del libro su Matteo Salvini. Non parlerei nemmeno di infarinatura di conoscenza, insomma: non si sta superando il livello “conoscenza”. Io sono pessimista e temo che dovremo convivere con questo nuovo modo di agire, ma in ogni caso la disponibilità o meno di informazioni è irrilevante in questo contesto. Cultura capacità critica, se proprio le volete, ve le dovete gestire da voi.</p><p>P.S.: L’articolo originale di Justin Kruger e David Dunning <a href="https://psycnet.apa.org/doiLanding?doi=10.1037%2F0022-3514.77.6.1121">è del 1999</a>: prima che nascesse Wikipedia, ma soprattutto prima che Internet diventasse così pervasiva. Non diamo proprio tutte le colpe alla rete.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=22e1f6fb9e3c" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Direttiva europea sul copyright: fatti e opinioni]]></title>
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            <category><![CDATA[europarlamento]]></category>
            <category><![CDATA[copyright]]></category>
            <category><![CDATA[wikipedia]]></category>
            <category><![CDATA[diritto-autore]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[maurizio codogno]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 10 Jul 2018 14:02:50 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2018-07-10T19:12:02.818Z</atom:updated>
            <cc:license>https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/</cc:license>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Smontiamo un po’ di luoghi comuni</h4><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/349/1*abLn7V5COJ7yrIkQrwaoUA.png" /><figcaption>Copywrong, di GDJ — <a href="https://openclipart.org/detail/219802">https://openclipart.org/detail/219802</a></figcaption></figure><p>Ora è terminato tutto il cancan sulla votazione all’Europarlamento per decidere se la direttiva per il copyright sul mercato unico digitale era a posto così e pronta per il trilogo, oppure sarebbe stato opportuno discuterla in plenaria. È arrivato forse il momento di mettere qualche puntino sulle i, presentando i temi del contendere in modo spero chiaro. Ho scelto esplicitamente di separare la prima parte (i fatti, scritti nel modo più neurto possibile) dalle mie opinioni, che sono personali e non necessariamente condivisibili. In questo modo spero possiate farvi un’idea un po’ più chiara dei temi della contesa.</p><p>Cominciamo da una premessa, anzi due. È doveroso che <strong>il lavoro creativo sia giustamente rimunerato</strong>: nessuno tra coloro che hanno espresso il loro parere contrario alla direttiva afferma che si può copiare liberamente materiale prodotto da altri senza il loro esplicito permesso (ed eventualmente pagando i diritti d’autore: sono due cose distinte). In generale, quando parliamo di copyright ammettiamo implicitamente che ci debba essere stato lavoro creativo. Ricordo però che almeno in Italia <strong>gli autori non hanno quasi mai il copyright sulle proprie opere</strong>. Se non ci credete, prendete un libro, un disco o un film e vedete cosa c’è scritto vicino alla ©. Naturalmente il titolare dei diritti (quello dopo il ©, appunto) paga l’autore per avere il diritto di pubblicare l’opera: sono le royalties, il compenso per la cessione dei diritti economici d’autore (per la legge italiana, i diritti morali — vale a dire la cosiddetta proprietà intellettuale — è inalienabile). E anche nel caso in cui i diritti siano pagati a forfait una volta per tutte e non in percentuale sugli acquisti, è vero che se l’editore non guadagna abbastanza poi non potrà più pubblicare; quindi in futuro ci perderà anche l’autore. Ricordiamoci però che non è vero che il copyright è degli autori. Ah: ricordiamoci anche che “copyright” è una parola ombrello, e ci sono tantissimi diritti, economici e no, che possono essere gestiti ognuno separatamente. In Italia per esempio il <strong>diritto morale</strong> — quello che dice “quest’opera è mia” — è inalienabile: la proprietà intellettuale rimane a te e basta. Invece in teoria uno potrebbe cedere a un editore i diritti per la pubblicazione della propria opera in versione cartacea ma non elettronica, oppure tenersi quelli per un’eventuale trasposizione cinematografica o teatrale (tecnicamente “opere derivate”; anche la traduzione lo è, il che significa che non si può tradurre un libro senza che il detentore dei diritti sia d’accordo).</p><p>Passando agli articoli della direttiva, notiamo che rispetto alla sua formulazione iniziale è stata rimossa l’eliminazione di un diritto di copyright. Il cosiddetto <strong>diritto di panorama</strong> dà la possibilità a tutti (e quindi toglie al creatore dell’opera il copyright relativo) di fotografare monumenti e palazzi sulla pubblica via e fare un uso commerciale di queste foto (gli usi personali erane già ammessi). Ora il diritto di panorama è possibile solo in alcune nazioni europee — l’Italia non è uno di questi; inizialmente era stato concesso, nel testo finale non se ne parla piú. L’articolo 11 invece aggiunge un nuovo diritto di copyright (“<strong>ancillary copyright</strong>”). Lo spirito della direttiva è che un aggregatore di notizie (si prendono titolo e un pezzetto di testo su un certo tema da più fonti) cadrebbe sotto il copyright di chi ha scritto le notizie originali, anche se ciascuno dei vari pezzi può essere usato singolarmente per il diritto di citazione. In informatica esiste già qualcosa di simile, i <strong>diritti sulle basi di dati</strong>, cioè sul lavoro fatto da chi ha messo insieme un certo numero di informazioni in modo creativo. Ricordo comunque che gli articoli presenti nell’aggregatore non possono già ora contenere il testo originale completo o comunque oltre il diritto di citazione perché in tal caso si violerebbe il copyright, e che il semplice hyperlink — la stringa che comincia con http:// e che una volta cliccata porta al sito remoto — sarebbe rimasto liberamente usabile. Infine <strong>l’articolo 13 non modifica la normativa sul copyright</strong>: ciò che è lecito o vietato continuerebbe a esserlo allo stesso modo. Quello che cambia è il modo in cui il copyright viene verificato. Ora lo è a posteriori: se io titolare di copyright trovo che tu sito hai un’opera sotto copyright ti ordino di toglierla. Con la direttiva sarebbe stato per default a priori: chi riceve dei contenuti deve verificare preventivamente che non siano sotto copyright, stringendo accordi con i vari detentori di diritti. <strong>La regola avrebbe previsto varie eccezioni</strong>, tra cui Wikipedia e GitHub, anche se la sua formulazione non era così chiara: Wikipedia è sì un progetto non-for-profit ma permette l’uso commerciale del materiale in essa contenuto, e quindi non è detto che l’eccezione sarebbe stata valida.</p><p>Fin qui i fatti. Spero che su di essi possiamo tutti essere d’accordo. Da qui in poi arrivano le mie opinioni, che potete accettare o no ma vi prego di leggere lo stesso. Cominciamo dal fondo, cioè dall’articolo 13. <strong>Ho forti dubbi che un controllo a priori funzioni su tutto il materiale sotto copyright</strong>, a meno naturalmente che si parli di Google che si memorizza tutto e se lo tiene in pancia. Come è possibile per un piccolo titolare di copyright fare accordi con tutti i siti che accettano file caricati dagli utenti? Consegna il materiale preventivamente, sperando che non vada in giro? (No, non basta avere una firma digitale sui contenuti. Basta sostituire un singolo frame del film oppure aggiungere un decimo di secondo di silenzio o ancora modificare leggermente la copertina per avere una checksum diversa senza modificare in pratica il contenuto). Viene chiesto di fare un controllo sui metadati? Vale la stessa cosa che ho detto qui sopra: semplicemente i motori di ricerca per recuperare i file piratati (ce ne sono, ce ne sono…) mostreranno anche i file che hanno leggere variazioni sul nome. Si chiederà ai piccoli siti di pagare Google per il servizio di controllo copyright? Spero proprio che non si voglia dare loro i soldi per pagare la Google Tax. Resto insomma dell’idea che sarebbe molto meglio far funzionare meglio la regolamentazione attuale a posteriori. Se io con un semplice Google Alert trovo ogni settimana nuovi siti che hanno una copia piratata dei miei libri, che ci vuole a un editore per fare la stessa cosa? Un’ultima cosa: immagino che i nostri giornali elimineranno tutte le foto “prese da Internet” nelle loro gallerie, il che in effetti non sarebbe un male… oppure pagheranno Facebook per il diritto di usare il nostro materiale. Ho controllato le <a href="https://www.facebook.com/terms.php">condizioni d’uso</a>: «Quando l’utente condivide, pubblica o carica un contenuto coperto da diritti di proprietà intellettuale (ad es. foto o video) in relazione o in connessione con i nostri Prodotti, ci concede una licenza non esclusiva, <strong>trasferibile</strong>, <strong>conferibile in sottolicenza</strong>, non soggetta a royalty e <strong>globale </strong>per la trasmissione, l’uso, la distribuzione, la modifica, l’esecuzione, la copia, la pubblica esecuzione o la visualizzazione, la traduzione e la creazione di opere derivate dei propri contenuti». Se non lo sapevate, sapevàtelo. (Se volete il mio parere, le frasi in grassetto non dovrebbero esserci. Ma visto che ci sono mi guardo bene dal pubblicare su Facebook qualcosa che valga davvero la pena. Per quanto riguarda questo specifico post, l’ho lasciato apposta con una licenza libera che permette anche l’uso commerciale, quindi non ci sono problemi di sorta.)</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/658/1*FyQ6D5RgCc_Exfe_xTeijg.jpeg" /><figcaption>Ah già, questa non era la direttiva contro le fake news, quindi un testo come questo non sarebbe comunque stato toccato</figcaption></figure><p>Per <strong>l’articolo 11</strong>, io ritengo idiota che una raccolta automatica di brani di news senza nessuna creatività — è fatta automaticamente, in fin dei conti… — sia considerata un’opera protetta da copyright e quindi si vogliano chiedere soldi a Google News. Presumo che a questo punto Google farebbe come <a href="https://www.huffingtonpost.com/enrique-dans/google-news-leaving-spain_b_6325244.html">in Spagna</a> e saluterebbe tutti, ma questo non è un mio problema. Detto questo, non ho nulla in contrario a priori al fatto che gli editori cerchino di farsi dare qualche soldo dagli Over The Top per concedere loro il privilegio di mandare traffico verso i loro siti. Sappiamo tutti che lo spirito della direttiva era questo. Bene. Allora scrivete questa direttiva in modo più specifico, e soprattutto <strong>indicando specificatamente cos’è un aggregatore di notizie</strong> e non dicendo “non si può fare nulla tranne queste nostre benigne eccezioni” (vedi il testo dell’articolo 13). Per quanto mi riguarda un aggregatore (a) contiene qualcosa in più di titolo e catenaccio della notizia stessa — quindi tutti i giornali che vivono di clickbait possono tirare un sospiro di sollievo — e (b) non contiene un testo originale. Quest’ultima parte serve per distinguere una rassegna stampa di approfondimento (per me ok) da una mera raccolta (che è sì fuori copyright, ma per cui gli editori possono chiedere soldi all’aggregatore). Poi resto dell’idea che se Google e amici dessero metadati invece che soldi saremmo tutti più felici, ma questa è un’altra storia.</p><p>Resta il punto più spinoso e proprio per quello generalmente messo sotto il tappeto dai media: il <strong>diritto di panorama</strong>. Io non riesco davvero a capire perché se c’è un edificio pubblico che tutti possono vedere mentre passano per la strada non sia possibile fotografarlo, quindi farne un’immagine a scopo didascalico e non artistico, senza il permesso di chi ha progettato quell’edificio. Come direbbe Magritte, “Ceci n’est pas un palais”, non foss’altro che perché è a due dimensioni e non tre —è qualcosa di diverso da un modellino, tanto per dire, e la foto ha comunque un contesto. Eppure non è così. Bontà loro, i nostri governanti al momento permettono le foto senza fini di lucro, di cui però Wikipedia non se può fare nulla. Altre nazioni sono molto più generose e ammettono il diritto di panorama, anche se a dire il vero l’europarlamentare <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Marie_Cavada">Jean-Marie Cavada</a> e i suoi amici avevano già tentato nel 2015 di abolirlo ovunque nell’UE, per evitare «che i monopoli americani come Facebook e Wikimedia sfuggano al pagamento dei diritti ai creatori» (<a href="http://jeanmariecavada.eu/ma-position-sur-le-droit-de-panorama/">lo ha detto lui</a>, al limite potete lamentarvi della mia traduzione fatta ad occhio senza che io parli francese). Detto in altri termini, il concetto di diritto d’autore per queste persone è qualcosa del tipo “se vuoi regalare il tuo lavoro creativo, fa’ pure, non te lo impediamo; ma devi avere la possibilità di impedire qualunque riuso anche indiretto del tuo materiale senza che ti paghino per il disturbo”. Il mio concetto, e credo quello della maggior parte dei wikipediani, è “il lavoro creativo è sacro, ed è giusto che chi lo faccia abbia il diritto di farsi pagare per il riuso; ma la <strong>documentazione </strong>del lavoro creativo dovrebbe essere libera per chiunque, e se qualcuno riesce a farci dei soldi buon per lui”. (Nota a margine: Arnaldo Pomodoro ha dato a Wikipedia una licenza esplicita per postare immagini di una qualunque sua opera esposta in un ambiente pubblico. Presumo che abbia compreso che è tutta pubblicità). Per la cronaca, il concetto degli Over The Top dovrebbe essere qualcosa tipo “regalaci il tuo materiale: a te non serve, ma noi sappiamo come farci dei soldi su, soldi che ci teniamo tutti noi”.</p><p>Se siete arrivati fin qui, dovrebbe esservi chiaro che il problema per me non è il concetto copyright, ma la sua applicazione attuale, che non è più a favore dell’autore salvo in pochi casi eccezionali. Sarebbe per esempio interessante sapere quanti iscritti alla SIAE ricavino più di 13000 euro l’anno (mille al mese più tredicesima, come un operaio specializzato) di royalties. Il guaio è che la narrazione è nelle mani di chi in effetti sul copyright ci guadagna eccome, anche se autore non è, e quindi non vuole che si stia a pensare a cosa succede davvero. Ecco, cercate invece di azionare il cervello.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=5b98103581ef" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
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            <title><![CDATA[Il grande giornalismo d’inchiesta]]></title>
            <link>https://medium.com/@.mau./il-grande-giornalismo-dinchiesta-69e48146c902?source=rss-e7cb89a6d818------2</link>
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            <category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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            <category><![CDATA[bufale]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[maurizio codogno]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 08 May 2018 07:37:17 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2018-05-08T07:42:05.986Z</atom:updated>
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            <content:encoded><![CDATA[<h4>Tutto pur di pubblicare qualcosa di diverso</h4><p>Ieri Valentino Di Giacomo ha scritto sul <em>Mattino</em>, vale a dire uno tra i principali quotidiani italiani, <a href="https://www.ilmattino.it/primopiano/politica/angelino_alfano_record_ministro-3714750.html">un articolo</a> il cui incipit è</p><blockquote>«Angelino Sempreinpiedi», ministro dei record. Il titolare della Farnesina, Alfano, con 1836 giorni consecutivi alla guida di un dicastero comanda infatti questa particolare classifica nella storia della Repubblica italiana. Mai nessuno ci era riuscito per così tanti giorni.</blockquote><p>Come capita spesso nel Belpaese, gli altri giornali si sono affrettati a copiare la notizia, perché vuoi mica rimanere dietro gli altri e perdere preziosi lettori: ecco così <a href="http://www.ilgiornale.it/news/politica/record-mister-poltronissima-alfano-governo-tremila-giorni-1523461.html">Il Giornale</a>, <a href="http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/alfano-il-ministro-dei-record-e-il-piu-longevo-della-nostra-storia-repubblicana_3138428-201802a.shtml">TGCom</a>, <a href="http://notizie.tiscali.it/politica/articoli/Angelino-Alfano-ministro-lungo-corso/">Tiscali News</a>, <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/07/governo-alfano-e-il-ministro-piu-longevo-della-storia-della-repubblica-1836-giorni-consecutivi-alla-guida-di-un-dicastero/4338682/">Il Fatto Quotidiano</a>, <a href="https://www.huffingtonpost.it/2018/05/07/angelino-alfano-e-il-ministro-piu-longevo-della-storia-della-repubblica_a_23428480/">HuffPost</a>, <a href="http://www.today.it/politica/alfano-ministro-record.html">Today</a>, <a href="https://www.tpi.it/2018/05/07/alfano-ministro-record/">TPI</a></p><p>Quest’ultimo in realtà non deve fare parte di questa lista della vergogna: è l’unico infatti il cui redattore ha azionato il cervello e ha specificato “della seconda Repubblica”. Vi ricordate del divo Giulio? Andreotti è stato ministro nei seguenti governi (courtesy of Wikipedia, naturalmente):</p><ul><li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Segni_I">Governo Segni I</a> (6 luglio 1955–20 maggio 1957): Finanze</li><li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Zoli">Governo Zoli</a> (20 maggio 1957–2 luglio 1958): Finanze</li><li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Fanfani_II">Governo Fanfani II</a> (2 luglio 1958–16 febbraio 1959): Tesoro</li><li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Segni_II">Governo Segni II</a> (16 febbraio 1959–26 marzo 1960): Difesa</li><li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Tambroni">Governo Tambroni</a> (26 marzo 1960–27 luglio 1960): Difesa</li><li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Fanfani_III">Governo Fanfani III</a> (27 luglio 1960–22 febbraio 1962): Difesa</li><li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Fanfani_IV">Governo Fanfani IV</a> (22 febbraio 1962–22 giugno 1963): Difesa</li><li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Leone_I">Governo Leone I</a> (22 giugno 1963–5 dicembre 1963): Difesa</li><li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Moro_I">Governo Moro I</a> (5 dicembre 1963–23 luglio 1964): Difesa</li><li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Moro_II">Governo Moro II</a> (23 luglio 1964–24 febbraio 1966): Difesa</li><li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Moro_III">Governo Moro III</a> (24 febbraio 1966–25 giugno 1968): Industria</li><li><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_Leone_II">Governo Leone II</a> (25 giugno 1968–13 dicembre 1968): Industria</li></ul><p>Totale: 4909 giorni consecutivi (4910 se contiamo anche l’ultimo), di cui 2565 consecutivi allo stesso ministero. (Angelino è passato dagli Interni agli Esteri con Gentiloni).</p><p>Tra l’altro, già l’anno scorso Salvo Toscano <a href="https://www.ilfoglio.it/magazine/2017/08/07/news/alfano-un-tipo-italiano-147744/">sul <em>Foglio</em></a><em> </em>scriveva</p><blockquote>Due certezze in questi anni: Alfano e la sua poltrona. Sempre al governo, ministro più longevo della Repubblica.</blockquote><p>La mia domanda a questo punto è molto semplice. Abbiamo un certo numero di italici giornalisti che non è capace di fare quello che sarebbe il suo mestiere, cioè scrivere notizie non dico importanti ma almeno suffragate da dati nemmeno poi difficili da trovare, oppure siamo solo di fronte a un banale caso di piaggeria nei confronti di Angelino Alfano?</p><p>P.S.: mi segnalano che già venerdì scorso, su <em>Propaganda Live </em>(trasmissione de La 7) era stato segnalato questo “record”. Ci sarà bene un motivo perché da anni io non mi fido di qualunque cosa venga raccontato dai nostri media: per fortuna non sono un complottista e non credo che sia tutto un diabolico piano per rimbesuire i cittadini. Lo sono già lo stesso.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=69e48146c902" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
        </item>
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            <title><![CDATA[Io e la matematica]]></title>
            <link>https://medium.com/@.mau./io-e-la-matematica-5140ee64bcec?source=rss-e7cb89a6d818------2</link>
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            <category><![CDATA[pensieri-sparsi]]></category>
            <category><![CDATA[matematica]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[maurizio codogno]]></dc:creator>
            <pubDate>Tue, 09 Jan 2018 06:29:39 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2018-01-09T11:29:27.217Z</atom:updated>
            <cc:license>https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/</cc:license>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>È vero che non sono un esempio da seguire, ma…</h4><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/800/1*aNJTmS5pi3cXGRA5MAYAtg.jpeg" /><figcaption>immagine di <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Fir0002">Fir0002,</a> <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mathematics_concept_collage.jpg">https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mathematics_concept_collage.jpg</a></figcaption></figure><p>Il <a href="http://xmau.com/wp/matematti/carnevali/">Carnevale della matematica di gennaio</a> sarà tenuto da <a href="http://www.mathisintheair.org/wp/">Math is in the Air</a>, e il suo tema è “io e la matematica”. Come gli affezionati compulsatori dei Carnevali sanno, il tema è tutto fuorché obbligatorio, e io sono noto per non seguirlo mai; ma stavolta ho pensato che avrei potuto raccontare del <strong>mio</strong> approccio alla matematica. Sono il primo a riconoscere che esso non è generalmente consigliabile a chiunque; però credo che tra le righe del mio esempio personale si possa scoprire qualcosa valido per tutti.</p><p>Reuben Hersh e Philip Davis affermano che il matematico tipico è platonista durante la settimana e formalista nei weekend. Non so se sia vero, e comunque loro lo dicono perché non sono né l’uno né l’altro; però sicuramente io sono nato come un formalista, vale a dire qualcuno che non dà alcuna importanza alla verità o meno della matematica, fintantoché i conti formali tornano. Ancora prima di andare a scuola mi divertivo a fare addizioni e sottrazioni di numeri di sette-otto cifre, semplicemente perché mi piaceva vedere che la struttura dell’operazione funzionava come un meccanismo ad orologeria. A sette anni mio zio mi insegnò a usare le tavole dei logaritmi, di cui naturalmente non mi facevo nulla; ma restavo incantato a vedere come le differenze tra le mantisse si riducessero in modo regolare-ma-non-troppo. Alle medie prendevo un foglio a quadretti e compilavo tavole pitagoriche fino a 35x35: il limite era scelto semplicemente perché scrivevo sì minutamente, ma lo spazio totale era quel che era. Diciamocelo: tutta quella non era matematica né io ero un enfant prodige. I numeri e le loro regolarità erano comunque nel mio DNA, e non è stato un caso che quando nella seconda metà degli anni ’70 uscirono le prime calcolatrici programmabili io mi ci fiondai immediatamente su.</p><p>Che io non sia mai stato un genio della matematica lo si può anche intuire dai miei sfortunati tentativi di generalizzare — sempre da un punto di vista formale, mica mi interessava dimostrarlo — le formule che trovavo. Quando alle medie mi insegnarono a estrarre la radice quadrata cercai di vedere se si poteva modificare il metodo per le radici cubiche. Quando al liceo il professore ci mostrò un modo rapido per scrivere la formula della tangente a una conica in geometria analitica ma ci vietò di usarlo a meno che non lo sapessimo dimostrare, mi misi a scrivere equazioni su equazioni a seconda del tipo di conica per mostrare che la formula in effetti funzionava. Con il senno di poi è chiaro che il mio approccio era stupido e non sarebbe mai potuto funzionare; ma quando uno è giovane non si preoccupa certo di simili quisquilie, e pensa che tutto si può fare con sufficiente forza di volontà e un taccuino sufficientemente ampio per fare i conti.</p><p>Tra la fine delle medie e l’inizio del liceo feci però una scoperta che a lungo andare cambiò la mia percezione della matematica: i cinque libri <em>Enigmi e giochi matematici</em> pubblicati a quel tempo da Sansoni. Un mio amico ha detto che io sono cresciuto a pane e Martin Gardner: quello che è indubbiamente vero è che dovetti ricomprare alcuni di quei volumetti perché a furia di compulsarli si erano letteralmente sfasciati. Gardner mi fece scoprire l’esistenza di una “matematica da strada”, che partiva da oggetti banali e scopriva relazioni inaspettate; la prima cosa che mi viene in mente al momento è il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Regolo_di_Golomb">regolo di Golomb</a>. Utilità pratica? Nessuna. Difficoltà nel trovare una regola generale? Estrema: per trovare regoli ottimali non c’è molto di meglio che testarli tutti. Facilità nel giocarci un po’ su? Tantissima. Capirete che un giocherellone come me non poteva lasciarsi scappare questi esempi, e si beava nel vedere che era possibile parlare di matematica in un libro <em>non di scuola</em> (al tempo non avrei mai immaginato che anch’io avrei scritto libri di matematica ricreativa… come si cambia con gli anni, vero?). I libri di Martin Gardner mi lasciarono anche due eredità: la prima fu la conoscenza dell’enunciato di alcuni teoremi non standard che mi servì al tempo dell’università per sembrare più bravo di quanto in realtà fossi, della seconda vi parlerò dopo.</p><p>Durante l’università continuai ad avere un approccio tendenzialmente formalista. Insomma, più che capire perché i teoremi funzionassero mi misi a vedere cosa facevano, partendo da casi pratici che ero in grado di maneggiare. Nel primo biennio la cosa funzionò piuttosto bene: sono rimaste memorabili le sessioni con il mio amico, molto più teorico di me, con il quale risolvevamo gli esercizi trovandoci a metà strada, lui sfruttando i teoremi generali ed io costruendo dal basso. Nel secondo biennio le cose divennero parecchio più problematiche, e non credo di avere mai capito nulla di analisi funzionale (o analisi complessa, se per questo, ma qui almeno ho la scusa che nel mio piano di studi si era persa…) Una volta laureatomi, ho come capita spesso dimenticato tutto, visto che non ho mai avuto la necessità di usare quanto studiato. Ma ecco che entra in gioco la seconda eredità che Martin Gardner mi ha lasciato: la filosofia.</p><p>Gardner era un giornalista scientifico (confessò di non aver mai davvero capito l’analisi matematica), ma il suo background era filosofico. Avendo carta bianca nello scegliere gli argomenti per la sua rubrica di giochi matematici sullo <em>Scientific American</em>, trovò naturale inserire di quando in quando temi più filosofici, che io lessi con la stessa avidità di tutto il resto e che cominciarono a germogliare nel mio cervello. I filosofi che mi leggeranno grideranno certamente allo scandalo, e in fin dei conti i miei voti in filosofia al liceo erano man mano scesi a livelli infimi dopo che la linearità dei filosofi greci si era tramutata nel casino di quelli moderni; ma la mia definizione di filosofia è “la scienza che fa domande” (sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto, ovvio). L’importante non sono tanto le risposte quanto le domande, insomma. Con la matematica, non saprei dire di preciso quando esattamente, mi successe proprio questa cosa. Invece che mettermi a seguire regolette formali, cominciai a chiedermi <em>perché </em>i conti funzionavano in questo modo. Guardando le cose da un punto di vista diverso — a matematica, almeno a Pisa, esisteva il corso di “Matematiche elementari da un punto di vista superiore” che al tempo mi sembrava un’idiozia ma di cui ora capisco l’importanza — mi è stato per esempio chiaro perché nell’algoritmo per <a href="http://xmau.com/mate/art/radicequadrata.html">calcolare la radice quadrata a mano</a> ci sono quei raddoppi del risultato parziale; sono una banale conseguenza del fatto che stiamo in realtà applicando l’uguaglianza (<em>a</em>+<em>b</em>)² = <em>a</em>² + <em>b</em>² + 2<em>ab</em>. Ma la cosa è molto più generale. Quando scrivo di matematica (di base…) ormai mi è naturale cercare un approccio il più possibile diverso da quello standard, non per spocchia ma perché sono intimamente convinto che possa servire ad avere un’idea della <strong>realtà </strong>della matematica, e del suo essere una scelta naturale per studiare il mondo.</p><p>Non che io creda più di tanto all’<a href="http://www.ilpost.it/mauriziocodogno/2013/09/06/quanto-e-irragionevolmente-efficace-la-matematica/">irragionevole efficacia della matematica</a>, a dire il vero; ma resto comunque un platonista e non seguo l’approccio “umanista” di Hersh quando afferma che la matematica non è altro che un costrutto umano. I numeri primi sono tali per una qualunque civiltà sufficientemente evoluta, e le loro proprietà restano le stesse. In teoria si potrebbe pensare che il concetto di dimostrazione non debba necessariamente essere applicato, ma non credo si possa andare più di tanto avanti a regole ad hoc. Quindi una matematica aliena si potrà sviluppare in modi diversi da noi — chessò, un concetto come quello di numero reale potrebbe essere sostituito da quello di numero computabile, cosa che cambierebbe parecchio l’analisi matematica — ma sarà comunque riconoscibile e conoscibile, partendo dai principî iniziali. Insomma, gli enti matematici esistono, checché se ne voglia dire; persino l’insieme vuoto esiste, con tutte le sue <a href="http://www.ilpost.it/mauriziocodogno/2010/12/10/le-mirabolanti-proprieta-dellinsieme-vuoto/">mirabolanti proprietà</a>. Un teorema, una volta dimostrato, è qualcosa di vero; magari inutile, come nella barzelletta dei due tipi in mongolfiera che si sono persi e che alla loro domanda “dove siamo?” si sentono rispondere “in una mongolfiera”, ma comunque vero.</p><p>In definitiva, che cos’è per me la matematica? Una cara amica, che a volte mi fa arrabbiare ma che in fin dei conti non mi delude mai e sulla quale so di poter contare (pun not intended). Non riuscirò mai a conoscerla tutta, anzi ne conoscerò molto meno di tanta altra gente: ma è poi così importante? Ciò che conta è stare bene insieme, e questo sicuramente succede tra me e lei :-)</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=5140ee64bcec" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Intervista impossibile a Douglas Adams]]></title>
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            <category><![CDATA[douglas-adams]]></category>
            <category><![CDATA[interviste-impossibili]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[maurizio codogno]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 09 Aug 2017 15:29:13 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2017-08-09T15:29:13.220Z</atom:updated>
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            <content:encoded><![CDATA[<p>Avevo scritto questo testo quattro anni fa su istigazione di Giorgio Giunchi — lo trovate su <a href="http://public.it/semantica/html/interviste_fantascienza.html">http://public.it/semantica/html/interviste_fantascienza.html</a> . Magari può farvi piacere (ri)leggerlo…</p><figure><img alt="" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*_stGXvUbO_yThE7Ij5Vbbg.jpeg" /><figcaption>Douglas Adams. Foto di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Utente:Diaa_abdelmoneim">Diaa_abdelmoneim,</a> <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/File:Douglas_Adams_San_Francisco.jpg">https://it.wikipedia.org/wiki/File:Douglas_Adams_San_Francisco.jpg</a></figcaption></figure><p><em>[Siamo in un pub. Douglas Noël Adams, DNA per gli amici, ha davanti a sé un paio di pinte di birra e una ciotola piena di noccioline: beve e mangia con metodicità, e ogni tanto facendo finta di nulla mette un po’ di noccioline in tasca. In sottofondo, la radio sta trasmettendo </em>Yellow Submarine<em>]</em><br> <br><strong>Io:</strong> Vedo che sta facendo incetta di noccioline.</p><p><strong>DNA:</strong> Sì, sono pronto a partire per una vacanza. Come vede ho tutto qua con me <em>[mi mostra il suo asciugamano: alcune delle tante macchie sembrano vivere di vita propria]</em>. Le noccioline sono perfette per fare una scorta di sali prima di essere caricato da qualche astronave. Certo gli orari sono un po’ aleatori: quando finalmente costruiranno quello svincolo di cui si parla da chissà quanto, le cose saranno molto più semplici…<br> <br><strong>Io: </strong>In effetti mi pare di ricordare che lei non è mai stato bravo a districarsi nel traffico.</p><p><strong>DNA: </strong>Però ho brevettato un sistema a colpo sicuro per togliersi dalle zone a traffico limitato e da tutti quei sensi unici. Basta iniziare ad andare sempre più veloce, finché si raggiunge la velocità di fuga e si esce dal pozzo gravitazionale cittadino. A quel punto ci si ferma, si cerca di capire dove ci si trova, e se proprio non si sa cosa fare il sistema migliore è seguire qualcuno che sembri aver chiaro il da farsi. <br> <br><strong>Io: </strong>E riesce davvero ad arrivare dove voleva?</p><p><strong>DNA: </strong>No, però di solito scopro di essere arrivato dove <em>dovevo </em>arrivare. D’altra parte tutto è intimamente connesso, e un approccio olistico è il modo migliore per sfruttare tale interconnessione.</p><p><strong>Io: </strong>Insomma, viviamo in un mondo difficile!</p><p><strong>DNA: </strong>Macché! È praticamente innocuo!</p><p><strong>Io: </strong>Buon viaggio, allora, anche se questa nostra conversazione mi sembra così improbabile…</p><p><strong>DNA: </strong>Improbabile? <em>[si ferma, estrae da una tasca qualcosa che non assomiglia quasi per nulla a una calcolatrice tascabile, guarda il display, gli dà una botta, lo sento mormorare qualcosa all’indirizzo della Sirius Cybernetic Company, finalmente ha un mezzo sorriso, rimette in tasca il dispositivo] </em>Settecentoquarantadue contro uno, con la tendenza a crescere. Direi che ci siamo quasi, la <em>Cuoredoro</em> dovrebbe passare di qua entro qualche secondo…<br> <br><em>[a questo punto non so esattamente cosa sia successo: ho starnutito, e quando ho riaperto gli occhi lui non c’era più. Al suo posto un bigliettino: “Addio, e grazie per tutte le birre”. Il barista mi ha guardato molto male, e ho dovuto pagare tutto, anche le noccioline.]</em></p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=a148334b6f8b" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Il futuro del giornalismo è sul web?]]></title>
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            <category><![CDATA[giornalismo]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[maurizio codogno]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 01 Jan 2017 17:38:47 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2017-01-01T17:38:47.379Z</atom:updated>
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            <content:encoded><![CDATA[<h4>Ho dei dubbi sulla sostenibilità pratica di questo approccio</h4><p>Grazie a <a href="https://medium.com/u/929bb788b016">Carlo F Dalla Pasqua</a>, ho letto <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2016/12/19/giornalismo-anticiclico-e-approfondimento-pubblicare-sul-web-quattro-giorni-prima-della-carta/comment-page-1/#comment-330761">questo articolo</a> di <a href="https://medium.com/u/dfbba498d57b">Mario Tedeschini-Lalli</a> che dà conto di una tendenza del giornalismo di marca anglosassone, che non solo non tende necessariamente alla brevità sempre maggiore delle notizie, ma anzi porta la cosiddetta long form a livelli che da noi sarebbero asolutamente incredibili. L’esempio che viene portato è <a href="http://www.nytimes.com/2016/12/14/magazine/the-great-ai-awakening.html">un articolo del New York Times</a> su come Google Translate abbia fatto in pochi mesi un salto quantico di qualità. L’articolo in questione è infatti lungo 86778 battute, l’equivalente di un saggio di quaranta e più pagine.</p><p>I due giornalisti guardano giustamente le cose dal loro punto di vista, e notano come il posto dove si possono approfondire le notizie non è la carta ma il web; che non esiste il concetto di cannibalizzazione, tanto che prima di essere stato pubblicato sull’edizione cartacea domenicale del NYT il testo era apparso sul sito web; che all’estero i grandi gruppi editoriali continuano a commissionare queste ricerche; e che il pubblico le legge. Sono tendenzialmente d’accordo sui primi tre punti; ma c’è qualcosa che mi disturba in quanto lettore, e che provo a spiegare nel seguito.</p><p>Ho letto l’articolo in questione. Tutto, fino in fondo. È scritto nello stile tipico del giornalismo anglosassone, partendo dalle persone per trattare il tema: fin qui nulla di strano. L’intelligenza artificiale non è il mio campo, ma un minimo di infarinatura ce l’ho, e posso dire che l’argomento viene spiegato in modo comprensibile e almeno a prima vista corretto, da quanto riesco a inferire. Sono anche lasciati i collegamenti agli articoli originali dei ricercatori, cosa che probabilmente servirà a ben poche persone ma è un chiaro indice di serietà. Insomma, Gideon Lewis-Kraus ha fatto insomma molto bene il suo lavoro di giornalista, raccogliendo informazioni e rendendole usufruibili al grande pubblico. L’unico appunto che posso fare è che mi pare essere troppo ottimista quando afferma che la ritraduzione in inglese dell’incipit del testo di Hemingway <em>Le nevi del Kilimangiaro</em> tradotto in giapponese da Jun Rekimoto è quasi indistinguibile dal testo originale anche per un madrelingua, se non fosse per l’articolo mancane prima di “leopard”. Diciamo che il testo passato per Google Translate è grammaticalmente corretto ma molto più piatto dell’originale, e ci mancherebbe. Ma non divaghiamo.</p><p>Il punto fondamentale è il muro di testo di quasi 87000 battute. E a questo punto presumo che la versione cartacea dell’articolo fosse un riassunto, anche perché altrimenti si sarebbe mangiato tutta la sezione del giornale. Quanta gente oggi ha il tempo di leggersi un breve saggio (breve dal punto di vista di un libro, naturalmente: ho pubblicato ebook più corti…) su un tema che non li interessa direttamente? E se i saggi cominciano a essere due, tre, cinque, dieci? È vero che il web ha spazio virtualmente illimitato, ma la variabile limitata siamo noi, o meglio il tempo a nostra disposizione per leggere. Abbiamo insomma due tendenze opposte: da un lato i quotidiani illuminati che pagano giornalisti per fare dei lavoroni (mica crederete che inchieste di questo tipo si buttano giù in un paio di pomeriggi), e quindi vogliono pubblicarli, dall’altra i ricavi possibili con questi articoli, che si riducono all’aumentare del testo e quindi al ridursi del numero dei lettori che arrivano fino in fondo. Ho visto parecchie pubblicità nell’articolo, ma non credo che le impression valgano molto. Che fare allora? Una possibilità è immaginare una collana separata: il quotidiano riporta una versione molto condensata, e ci si può abbonare agli approfondimenti. Ma la mia capacità imprenditoriale è notoriamente nulla, e non so se un simile approccio potrebbe funzionare. Voi avete idee migliori?</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=1eee8cf2592e" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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            <title><![CDATA[Io e il referendum costituzionale]]></title>
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            <category><![CDATA[referendum]]></category>
            <category><![CDATA[costituzione]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[maurizio codogno]]></dc:creator>
            <pubDate>Thu, 27 Oct 2016 10:59:33 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2016-10-28T17:44:01.071Z</atom:updated>
            <cc:license>https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/</cc:license>
            <content:encoded><![CDATA[<h4>Come voterò e perché</h4><p>Tutti parlano del referendum confermativo sulle modifiche alla Costituzione (legge Boschi) e quindi anch’io ho deciso di mettere per scritto come voterò e perché: non certo per convincere qualcuno, ma per dare loro qualche spunto in più che non siano le campagne Facebook tra tifosi di squadre avverse. Il TL;DR è <em>“Voto no perché sono state messe insieme troppe cose discordanti, e una Costituzione non è una semplice legge”</em>.</p><p>Prima di tutto, però, spiego i motivi con cui <strong>NON</strong> ho preso la mia decisione. Non mi interessa di sapere chi è per il sì e chi per il no… anche perché condivido il pensiero che ho visto esprimere da alcuni: tutte le volte che vedo qualcuno per il NO, mi viene voglia di votare SÌ, e naturalmente viceversa. Ma questa non è una votazione in cui uno si mette da una parte o dall’altra, come capita in un’elezione; qui abbiamo una legge sulla quale dobbiamo decidere se ci pare buona o no, e ognuno dovrebbe avere le sue ragioni per farlo. Le ragioni degli altri non mi trovano affatto d’accordo? Chisseneimporta. Io voto la legge, non le ragioni. In secondo luogo, so benissimo che si va a votare perché Berlusconi aveva inizialmente dato il suo appoggio alla riforma e poi l’ha tolto per mere ragioni politiche, non certo sul merito della legge. Insomma, se le cose fossero andate appena diverse, la riforma sarebbe passata senza richiesta di un voto confermativo. E dunque? Siamo di nuovo al punto di cui sopra. Non avrei potuto votare, ma non è che per questo avrei apprezzato questa riforma. Però per una congiuntura astrale posso esercitare un mio diritto, e quindi lo faccio. Arriviamo finalmente al quesito vero e proprio. Già il titolo è indicativo di quanta roba ci sia dentro.</p><blockquote>“Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della costituzione?”</blockquote><p>Lasciamo perdere la frase sul “contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni”, che è un banale specchietto per le allodole e non ha nemmeno senso in quel contesto, perché è un corollario della legge Boschi (meno senatori, e quelli rimasti non verranno pagati per fare i senatori ma riceveranno “solo” i rimborsi spese) e non un punto fondamentale anche solo rispetto ai costi di Camera e Senato, per non parlare di tutti i costi pubblici. Limitiamoci a guardare macropunto per macropunto cosa succede esattamente. Userò il <a href="http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf">testo con le differenze tra prima e (forse) dopo</a> preparato dalla Camera. La tabella è semplice: a sinistra c’è il testo attuale e a destra quello modificato.</p><p>Che vuol dire “superamento del bicameralismo paritario”? Che adesso Camera e Senato sono funzionalmente identici per quanto riguarda le proposte di legge, che possono partire da un ramo qualunque del Parlamento ma devono comunque essere approvate con lo stesso testo da entrambe, mentre in futuro non sarà così. Ci sono tanti modi per superare il bicameralismo paritario, o “perfetto” come si sente dire: per esempio, si può dividere le leggi tra i due rami, decidere che il secondo ramo possa fare emendamenti solo con la maggioranza assoluta dell’assemblea (e non dei presenti) e la legge ritorni al primo ramo dove si può votare solo sì o no agli emendamenti con maggioranza qualificata dei presenti. In questo modo una legge ha solo tre passaggi, e c’è comunque la possibilità di correggere qualcosa che è venuto fuori male. In realtà non funzionerà così. Nella legge <strong>la Camera avrà una preminenza quasi assoluta:</strong> tanto per dire, gli unici rappresentanti della Repubblica saranno i deputati (articolo 55). Molti articoli (48, 60, 61, 75, 77–82, 85–87, 96, 121) hanno modifiche per rimarcare questa differenza. Più interessante il 64 che aggiunge il seguente testo: «I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari. Il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni.», che può significare tutto o niente, e «I membri del Parlamento hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle Commissioni.», cosa che settant’anni fa pareva inutile rimarcare. L’articolo 94 fa sì che la <strong>fiducia </strong>sia data dalla sola Camera, cosa che avrebbe il suo senso in ogni caso.</p><p>L’articolo 70 elenca tutti i casi in cui si devono <strong>pronunciare le due Camere</strong>: oggettivamente messo in questo modo è illeggibile e sarebbe stato molto più semplice indicare punto per punto quali sono le leggi a doppio pronunciamento. Ma questa prolissità non si ha solo qua, come vedremo dopo. Nell’articolo 71 le<strong> leggi di iniziativa popolare</strong> richiedono il triplo delle firme (150.000), hanno un’importanza leggermente maggiore sui tempi, ma è lasciato tutto al regolamento; in teoria — quando verrà fatta una legge costituzionale apposta …— si potranno avere referendum propositivi e di indirizzo. Diciamo che la teoria è questa, ma la pratica non c’è; insomma parole a vuoto.</p><p>Il governo può pretendere una <strong>corsia preferenziale per i DDL</strong> (articolo 72), il che aumenta sicuramente i suoi poteri senza richiedere decreti legge; nell’articolo 73 invece c’è un interessante possibilità di chiedere il <strong>giudizio anticipato della Corte Costituzionale</strong> prima che una legge venga promulgata, il che potrebbe risparmiarci tanti casini.</p><p>La “<strong>riduzione del numero di parlamentari</strong>” si trova nell’articolo 57 (che definisce il numero dei senatori e la composizione del Senato, lasciando a una legge ordinaria la decisione di come verranno scelti tra gli aventi diritto), 58 (abrogato), 59 (senatori a tempo e non più a vita), 63. Detto tra di noi, che il Senato sia eletto direttamente o indirettamente non mi tange per nulla. Trovo piuttosto molto più pericoloso il fatto che questi senatori debbano fare un doppio lavoro, rischiando di fare male entrambi. È vero che ora il Senato conterà un tubo, ma non sarebbe stato più semplice lasciare loro le prebende ma fargli fare solo quello? Ah: per l’articolo 126 sarà il Senato a decidere l’eventuale scioglimento di una giunta regionale: similes similibus, direbbero forse i latinisti.</p><p><strong>L’abolizione del CNEL</strong> si estrinseca nell’abrogazione dell’articolo 99. Bisognerebbe andare a leggere i resoconti della Assemblea Costituente per capire come mai si fosse pensato ad avere quell’organismo, che a vedere il testo della Costituzione sembrerebbe una concertazione ante litteram se non addirittura un residuato defascistizzato della Camera dei fasci e delle corporazioni. Credo che quasi nessuno (tranne ovviamente chi del CNEL ci faceva parte) piangerà per questa abolizione: ma non si poteva fare una legge costituzionale solo per questa, approvarla in sei mesi con ampia maggioranza, e togliercelo così dai piedi.</p><p>Per quanto riguarda la <strong>revisione del Titolo V </strong>della parte II della Costituzione, innanzitutto si cancella la parola “Provincie” (no, c’era scritto “province” senza i. Strano, pensavo che la <a href="http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/plurale-nomi-cia-gia-scelta-dautore">proposta semplificatrice di Bruno Migliorini</a> per il plurale delle parole in -cia e -gia fosse del 1949), come del resto aveva già tentato di proporre Tonino Di Pietro in una legge costituzionale. Per il resto, si complica ancora di più l’articolo 117 dove si definiscono i <strong>rapporti tra Stato e regioni.</strong> Qui mi tocca fare coming out. Io nel 2001 ho votato a favore della riforma costituzionale che per l’appunto ridefiniva quel rapporto, rendendo ipertrofico quell’articolo. Col senno di poi, avrei votato contro, proprio per il principio che la Costituzione dovrebbe dare solo le linee guida e lasciare alle leggi ordinarie il compito di metterla in pratica: più specifica, peggio fa il suo lavoro. Ad ogni modo la controriforma renziana avoca allo Stato alcuni poteri che erano stati dati alle regioni, e probabilmente la cosa ha senso, visti i problemi che si sono visti nel caso ci siano più regioni in gioco. Ma quell’elenco enorme di attività in cui lo Stato ha legislazione esclusiva mi pare davvero esagerato. Non bastava indicare le attività di legislazione da parte delle regioni e dire che tutto quello che non c’è lì è avocato allo Stato, che con legge ordinaria può delegare qualcos’altro alle regioni? Ah sì: l’articolo 117 è anche L’ARTICOLO SEGRETO che appare in questi giorni nella campagna pentastellata, perché al posto di «<em>nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali» </em>ora c’è scritto «<em>nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento </em><strong><em>dell’Unione Europea</em></strong><em> e dagli obblighi internazionali». </em>No, non cederemmo la nostra libertà votando sì: l’abbiamo già fatto da decenni, e ora si cambia semplicemente il testo, visto che la CEE è diventata da mo’ UE assumendone tutti i diritti e doveri pregressi. Abbiamo norme sui soldi (119, 120, 122), sia per gli stipendi che per gli indicatori di costo da rispettare, e già che ci siamo sono indicati i princìpi di pari rappresentanza (122), curiosamente solo a livello locale.</p><p>Ci sono poi <strong>articoli davvero illeggibili</strong>, che citano altri articoli più o meno come troviamo nelle leggi ordinarie. Ho già detto del 70, ma il 77 (decreti legge) è forse ancora peggio, pur avendo l’ottimo nuovo comma «Nel corso dell’esame di disegni di legge di conversione dei decreti non possono essere approvate disposizioni estranee all’oggetto o alle finalità del decreto» (ma questo in realtà dovrebbe accadere per ogni legge).</p><p>Abbiamo inoltre altre quisquilie, tipo la gestione dei <strong>referendum abrogativi </strong>(articolo 75) dove si poteva osare molto di più. In pratica resta il limite minimo di 500000 firme, ma se si arriva a raccoglierne 800000 scatta il bonus: il quorum non è più la metà più uno degli elettori, ma la metà più uno dei votanti alla Camera alle ultime elezioni, scoraggiando insomma la campagna per il no via astensione. Quest’ultima cosa secondo me è ottima; ma a questo punto perché non si è tolto il limite dei 500000? Se non riesci a trovare la gente che firma non la trovi nemmeno per votare, e aumenti il numero dei casi in cui si spendono soldi per i rimborsi al comitato referendario e per le votazioni. Altro che contenimento dei costi della politica. Per <strong>l’elezione del Presidente della Repubblica</strong> il quorum diverso (tre quinti dei votanti, anziché maggioranza assoluta degli aventi diritto) in realtà è forse anche più stretto, e non credo sia un caso che sia più alto della maggioranza data con l’Italicum che è sempre il convitato di pietra: vorrà dire che anziché avere impasse con gli elettori che non si presentano avremo impasse con le schede bianche. Troviamo (articolo 97 per la statale e 118 per quelle locali) che l’amministrazione pubblica deve anche essere <strong>trasparente </strong>e non solo imparziale e funzionante. Nell’articolo 134 si esplicita che la Corte Costituzionale <strong>verifica le leggi elettorali</strong> sin da subito, evitando che ci si accorga dell’incostituzionalità dopo qualche anno :-)</p><p>Arrivati in fondo (una faticaccia per tutti, sono d’accordo) do il mio personale giudizio. Se ci fosse stato lo spacchettamento (non so se sarebbe stato possibile: così ad occhio forse la Cassazione avrebbe detto di sì se qualcuno avesse pensato di chiederlo) sarei stato d’accordo sull’abolizione del CNEL e avrei trovato indifferente la riduzione dei senatori e il riordino del titolo V. Ma sarei comunque stato contrarissimo a <strong>questa</strong> riforma del bicameralismo paritario, e questo indipendentemente dall’Italicum (il famigerato Combinato Disposto, con le maiuscole così sembra più importante). E visto che per modificare una Costituzione ci vogliono decenni, mi spiace ma io voterò NO. La mia risposta al “tutto o niente” renziano è per l’appunto “niente”. Mi prenderò catervate di insulti? Chissenefrega. La cosa più divertente è che potrei comunque votare lo stesso PD alle politiche, in mancanza di meglio… ma come dicevo, questo è un referendum, non un’elezione. Non dimenticatelo, qualunque cosa sceglierete di fare.</p><p>Post Scriptum: per completezza aggiungo<a href="http://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2016/09/violante.pdf"> le slide di Luciano Violante</a>, che è un fautore del sì referendario e spiega dal suo punto di vista il perché. Tanto non devo convincere nessuno :-)</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=137577467999" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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