Di solito il culo quando ti parla lo fa con le schwa (tipo un foggiano). E le consonanti dipendono dal lip-thrill (cioè da come ti tieni le chiappe, mentre). Ma è complicato spiegarlo a chi vince i premi Nobel della Pace, tipo Trump e la satiriasi.

C’è una cosa che ultimamente mi deconcentra molto.
Non poco: molto.
Ma il tempo lettura stimato – se non siete quei poveracci paralimpici che Mattarella sogna di notte di poter chiamare “Che impareggiabili sciagurati al mio servizio!” – no forse mongoloidi, ma essendo una competizione olimpica guaimai (tutto attaccato, ossia mai sia! ma detto dagli incolti zotici che amo frequentare) dire mongoloidi e incasinare il medagliere con la nazione di Ulan Bator e Pupo – dicevamo il tempo di lettura stimato è di 6 minuti quindi, non rompete il cazzo!

Si tratta di una di quelle cose che non dovrebbero fregarti nulla perché succedono a migliaia di chilometri di distanza dal tuo buco del culo, ossia dentro la psiche politica di un paese che per tradizione elegge attori, miliardari immobiliari e occasionalmente qualche presidente vero per poi accopparlo — e invece ti rimane lì, tipo sassolino nella scarpa, o visto che siamo in tema, pezzo di stronzo piccolo appeso ai peli se non ti depili con un rasoio da donna e tutto questo si chiama Tarzanello – quando hai meno di 18 anni e sei di Bari o provincia.
Ma forse il problema è che la psiche politica di quel popolo coincide con il buco di culo di ciascuno degli elettori e passa quindi in media matematica bruta che è la soglia del Male. Visto che ci stava, il culo?

Parlo comunque di quel social frequentatissimo dagli statunitensi imbecilli — e no, non Truth: lì stanno i redneck ufficiali, i cugini americani dei redneck nostrani che in Italia si distribuiscono in posti improbabili tipo Bitonto o certe zone del foggiano, ma di questo parleremo un giorno in un saggio serio di sociologia comparata e forse pure di endocrinologia territoriale. Che c’è ancora una giornalista che per aver detto certe verità ad una presentazione di un libro su Bitonto l’hanno minacciata di morte.

No, parlo di X, che però tutti continuano a chiamare Ex Twitter, cioè EX, che già sembra il nome di una relazione finita male. E invece di scordartela te la porti appresso e le scrivi ogni giorno. Pure più volte al giorno e questa cosa non si chiama stalking ma Borghi – il politico non le cose di Camilla Raznovic su Rai3.

E lì – su X non in una piazza di un borgo – è successa una cosa che mi ha tolto la concentrazione: hanno cambiato il nome dell’account del Presidente degli Stati Uniti e della sua consorte, quella che nel protocollo americano sarebbe la First Lady.

Ora voi direte: ma perché dovrebbe fregarmene? E infatti non dovrebbe.

Non è l’account di Mattarella nè della sua versione creativa e notturna al quale però i veri potenti dell’Italia cioè i suoi segretari hanno inibito i social. Se no, magari, era capace di urlare “Amati Mongoloidi, l’Italia s’è desta in voi!” alla cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi.

E non è quello della nostra Premier — quella fantastica nana dai fianchi scandalosamente larghi e per questo esteticamente per me interessantissimi, perché lei può pure firmarsi Sua Eccellenza Il Presidente ma per me resta femmina, specie quando dovesse mai – magari – guardarmi con certi occhi massimamente esoftalmici ossia a palla da fuori che si vedono riflessi nello specchio da dietro mentre io… vabbè.

Però — come dimostra benissimo la poetica minima del nostro Ministro degli Affari Esteri — dopo l’elezione di un certo tipo di presidente di cui stiamo per parlare, gli affari esteri degli altri paesi diventano più o meno informazioni di servizio, roba che si gestisce con il buon senso minimo della casalinga di Voghera. E quindi in qualche modo ti riguardano pure.

Che poi, tra parentesi, Casalinga44 di Voghera è stato per anni il mio nickname nelle chat porno gratuite. Non per divertimento, ma per esercizio stilistico: volevo imparare a scrivere come una donna e risultare convincente. Come mi avevano suggerito a delle lezioni di scrittura creativa immersi in un corso costato 450$ e tenuto online da uno che ha scritto libri e film a pacchi. Ed è un messia laico e minore.
Funzionava benissimo.
Anche perché i frequentatori maschi di quelle chat — che sono in gran parte segaioli solitari con una sensibilità semiotica pari a quella di un criceto imbottito di tadalafil — certe finezze non le capiscono.

Ma torniamo al punto.

Io mi chiedo: perché cazzo firmarsi POTUS?

Sì, lo so: è l’acrostico di President Of The United States.
O forse è un acronimo?
Non ho mai capito la differenza e comunque l’acrostico mi ha sempre fatto pensare a uno di quei cibi tristissimi da dieta che sostituiscono la prima cosa seria che ti tolgono quando cominci a soffrire: il pane. Tipo i cracker di segale. Che già la segale è un cereale ambiguo: apparentemente innocuo, ma se cresce con la sua famosa variante cornuta può pure farti vedere la Madonna, i draghi medievali o l’intera discografia dei Pink Floyd prima ancora che esistano.
Però nel mondo delle diete non è mai cornuta, ha sempre la altrui sfortuna di un cazzo di marito fedele.

Comunque. POTUS.

Solo a me fa venire in mente il peto?
Perché POTUS è un attimo che diventa PETUS. Un refuso.
Direte: sei tu che hai problemi con la fase anale!
Possibile.
Sebbene comunque resta che il culo ti parla e dovresti ascoltarlo, anche se si esprime come un foggiano solo con l’uso della vocale schwa accompagnata da qualche abbozzo di consonante a seconda di quanto lip-trhill fai, cioè di quanto e come ti tieni le chiappe mentre.

Ma allora spiegatemi FLOTUS.
Perché lì non c’è la P, ma c’è la FL.
Che è praticamente flatulenza.
Il peto quando lo dici negli studi medici o nei salotti radical chic con la postura moraleggiante di Rampini e le bretelle rosse.

Capite il problema? Due sigle istituzionali indicanti gente massimamente potente del pianeta che suonano come una coppia di scorregge latine.

E la cosa mi diverte ancora di più perché quelli che diventano presidenti americani seri e che li ammazzano o gli combinano sul serio dei casini planetari giuridici, il latino lo hanno studiato. E al netto delle restrizioni lessicali e di vocabolario dell’americano che è un inglese per gli inglesi decerebrati, qualche parola in più di fuck, fucking business e fucking freedom la sanno.

Lo sanno benissimo cosa significa flatus.

E quindi mi viene in mente un’altra cosa.

C’è un momento preciso nella storia del cinema in cui si capisce che gli americani hanno fatto una cazzata gigantesca.
Di nuovo.
Ritorno al Futuro.
Quando Doc Brown — che è un cervello da Nobel confinato nella follia — sente dire che nel 1984 il presidente è Ronald Reagan e urla:
“Ronald Reagan? L’attore?!”
(cit.)
In quel punto interrogativo ed esclamativo insieme c’è tutto lo stupore della civiltà davanti alla propria paraculata.
Doc, tra l’altro, era già Christopher Lloyd, che prima aveva fatto Taber in Qualcuno volò sul nido del cuculo. Guardatevi la scena finale del film e la sua faccia: quella è la faccia di uno che ha appena capito che il mondo è irrimediabilmente nelle mani degli idioti.
O meglio dei “pazzi nel culo” (cit.).

E quindi io mi chiedo cosa direbbe oggi Doc sapendo che il presidente del pianeta si firma con il refuso di una scorreggia latina.
E che la sua consorte ha accettato di essere la versione più rispettabile della stessa cosa. Il refuso di una flatulenza.

Che poi, se la giri un attimo, diventa Loftus.
Che suona come loft: quei posti meravigliosi, pieni di design, pieni di luce, tipo gli appartamenti dei film indipendenti con dentro i ricchi americani.
Solo che qui non c’è nessun loft. C’è una loffia.
E in napoletano la loffia è la scorreggia infame.
Quella che non fa rumore.
Quella che non puoi attribuire a nessuno.
Ma che — puntuale — ti macchia le mutande.

L’aquila che si credeva un pollo

In un commento recente ho accennato a mie difficoltà passate dovute a molti fattori e da cui ne sono uscito da solo senza ricorrere ad aiuti esterni tipo psicologi, santoni o compagnia varia.

In realtà un aiuto l’ho avuto, sono stati i libri, quando ho preso coscienza che se non cambiavo sarei finito al TSO ho cominciato a leggere libri di psicologia, di PNL (Programmazione Neuro Linguistica) cioè l’arte di metterlo in culo agli altri col sorriso sulle labbra, saggi vari sull’autocoscienza e così via. Un libro che mi ha svoltato la vita è stato “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo” di Anthony de Mello. L’autore nasce a Bombay in India, diventa psicoterapeuta ed è un gesuita, un frate insomma, come Papa Francesco. Anthony si accorge che spesso siamo condizionati dall’ambiente che ci circonda, ad esempio le bambine devono giocare con le bambole i maschietti con le macchinine. Sono condizionamenti che ci portiamo dietro dall’infanzia e di cui dovremmo liberarci.

L’esempio che lui fa è di un’aquila cresciuta in pollaio e che ignora di essere un’aquila, non sa che può volare, librarsi nell’aria ed essere libera, ma si limita a beccare il mangime restando chiusa nel recinto.

Così è ogni uomo, sostiene De Mello, chiuso in un pollaio e inconsapevole di essere molto di più. Ovviamente tale teoria va a scontrarsi con un’organizzazione altamente gerarchica come la chiesa, infatti i suoi libri vengono messi all’indice. Quando ho letto la notizia mi sono sentito fiero di averli letti, già all’epoca ero parecchio critico nei confronti della chiesa cattolica.

I suoi libri mi hanno insegnato che ero molto di più e che spettava solo a me dispiegare le ali e volare. Ovviamente le cose non sono così facili e ci ho impiegato un bel po’ di anni. Un’altra cosa fondamentale, conseguente alla lettura, è stato anche viaggiare da solo, trovarmi a gestire i vari inghippi che possono accadere senza l’aiuto di nessuno.

Viaggiare in solitaria mi ha “desbiciulato” come si dice qui nel nord lombardo, mi ha dato una svegliata e tassello dopo tassello, fatica dopo fatica sono diventato il testa di cazzo rompicoglioni che sono adesso.

Qualcuno forse avrebbe preferito che restassi il ragazzo timido e goffo che ero prima, non me ne fotte una minchia, se non gli sta bene come sono quella è la porta e che vada a quel paese.

Voglia di pelle sulla pelle (già pubblicato sul libro “Storie senza mutande”)

Voglia di pelle sulla pelle

Fuori c’è gelo ma dentro io fremo

tolgo i vestiti e li butto per terra

Voglia di pelle sulla pelle

Nessun trucco nessun inganno

mi spoglio mi svesto e non mi travesto

Voglia di pelle sulla pelle

Offro il mio corpo nudo al lenzuolo

lentamente mi stendo e mollemente attendo

Voglia di pelle sulla pelle

Dischiudo le gambe allungo le braccia

le mani aperte verso il soffitto

Voglia di pelle sulla pelle

Dolcemente arrendevole inganno l’attesa insinuandomi dentro l’umido spiraglio

Voglia di pelle sulla pelle

Mi assaggio le dita voluttuosamente

l’umore che cola senza ritegno

Voglia di pelle sulla pelle

L’idea di osservare la mia immagine

allo specchio mi stuzzica assai

quindi mi piazzo in maniera indecente tanto

qui nessuno vede niente

Voglia di pelle sulla pelle

Allargo le gambe più in alto che posso

ammiro il panorama con massima brama

Voglia di pelle sulla pelle

Mi sto divertendo ma gradirei la tua persona partecipare al languido spasso donarsi e godere il dolce piacere

Voglia di pelle sulla pelle

Perché sei in ritardo?

sto quasi arrivando e mi devo fermare

Voglia di pelle sulla pelle

Manca il tuo contributo turgido e influente

mi manca dentro il corpo e anche nella mente

Voglia di pelle sulla pelle

Mio tenero amante mi fai sospirare

quasi mi stanco di stare ad aspettare

Voglia di pelle sulla pelle

Ti amo e ti voglio ma le lunghe attese

tolgono il fiato alle mie pretese

suvvia fai presto

lo sai che detesto anelare

per ore il tuo immane dardo

Voglia di pelle sulla pelle

Come te lo devo dire che ti voglio da morire

così chiaro è il richiamo per l’odore che emano

Voglia di pelle sulla pelle

Voglio urlare al mondo il mio desiderio

quindi apro la finestra e mi metto a gridare

TI VOGLIO SCOPARE!

Voglia di pAlle sulle pAlle!

(Dedicata al mio amico Gay)

Vento in convento

Un giorno il vento entrò in convento.
Di tutte le suore alzò le sottane
e i frati suonarono le campane.
Il paese pensò
che era giorno di festa
e tutti alzarono la testa
così videro il vento
allontanarsi contento
perché finalmente
dentro il convento
fu rotto il silenzio
poiché i batacchi
grazie alla suore
avevan trovato
le proprie dimore.

Perché a volte un blog non basta.(A noi ce lo sfoderate parecchio!)

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