Referendum, giovani e dati mancanti: anatomia di un ottimismo prematuro
Mi fa piacere che il NO abbia prevalso sul SÌ, ci mancherebbe altro, ma continuo a pensare che abbiamo problemi più impellenti a cui pensare. Pensiamoci e mettiamoci la stessa energia che abbiamo messo in questo derby tra due poteri.
Certo bisogna farne di strada Da una ginnastica d’obbedienza Fino ad un gesto molto più umano Che ti dia il senso della violenza Però bisogna farne altrettanta Per diventare così coglioni Da non riuscire più a capire Che non ci sono poteri buoni Da non riuscire più a capire Che non ci sono poteri buoni
Vedo molto ottimismo anche sul voto giovanile a questo referendum, ma la verità è che ancora non sappiamo quanti degli aventi diritto nell’ampia fascia 18-35 anni abbiano effettivamente votato.
[immagine presa dalla rete]
E comunque vorrei ricordare che, in questo paese di vecchi, gli under 35 rappresentano solo il 22% del totale dei potenziali votanti, pari a circa 11,5 milioni di giovani cittadini. Applicando una semplice approssimazione basata sull’affluenza media nazionale del 58,93% a questa fascia anagrafica, si può stimare che circa 6,8 milioni di giovani hanno partecipato effettivamente al voto. Si tratta però di un calcolo teorico, poiché le fonti ufficiali del Ministero dell’Interno non forniscono i dati di affluenza disaggregati per fasce di età. Ciò nonostante, sappiamo che il totale dei votanti effettivi è stato di 30,2 milioni di cittadini, e questo significa che i giovani, anche utilizzando la stima qui proposta, costituiscono una quota minoritaria ma non marginale dell’elettorato complessivo. In ogni modo, prima di lanciarsi in analisi sperticate e fiduciose in una nuova primavera irradiata dal sol dell’avvenire, sarebbe il caso di sapere qual è la percentuale di votanti giovani effettivi rispetto agli aventi diritto, e magari disaggregare anche il voto dei 18-24enni rispetto ai 25-34enni.
Temendo che il discorso potesse risultare poco chiaro, mi sono fatto fare un disegnino dal mio assistente artificiale.
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Detto questo aggiungo, a onor del vero, che probabilmente le destre, dai sondaggi, avevano già percepito che per questa tornata stavano perdendo il consenso delle nuove generazioni. Forse per questo si era impedito ai fuori sede (in larga maggioranza under 35) di votare lontano dai propri luoghi di residenza. E probabilmente va inquadrato in questa questione anche il disperato gesto della Meloni di andare a registrare un podcast propagandistico sul referendum da Fedez.
Ma basta ora. Ho detto all’inizio che era il caso di pensare ad altro e invece mi sto impelagando in questioni bizantine di lana caprina. Ribadisco quello che ho scritto prima di questo esito referendario, quando anch’io ho partecipato abbastanza attivamente alla campagna per il NO:*
Via, liberiamoci presto di questo referendum e occupiamoci di cose più serie. Tipo, costruire su macerie e mantenersi vivo, come cantava il maestrone quando io non ero ancora nella fascia dei 18-24enni degli aventi diritto.
C’è qualcosa di affascinante e impavido nell’idea di dedicare una mostra d’arte a uno dei più complessi miti di Platone. Non come citazione d’effetto appesa a una parete, ma come struttura portante di un intero percorso espositivo. È quello che ha fatto Michele Auletta con Il Mito di Er, piccola e densa esposizione inaugurata ieri alla Galleria Civica “Le Botteghelle” di Corso Francesco Durante a Frattamaggiore.
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Il mito
Nelle pagine conclusive del X libro della Repubblica, Platone racconta la storia di Er, un soldato caduto in battaglia che torna in vita dopo dodici giorni con il compito straordinario di testimoniare quello che ha visto nell’aldilà. Er attraversa il regno dei morti e vede le anime bere dall’acqua del fiume Lete, che cancella la memoria prima del ritorno tra i viventi. Solo lui viene risparmiato dall’oblio, affinché possa portare il suo racconto al mondo. Dice di aver visto le anime dei morti sottoposte a giudizio: i giusti salgono verso il cielo, i malvagi scendono sotto terra, ciascuno a ricevere un premio o una punizione proporzionata alle azioni compiute in vita.
È un mito sulla responsabilità morale, sulla memoria come condizione della coscienza, sulla conseguenza delle nostre scelte, sulla morte non come fine ma come soglia.
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La mostra
La scelta di costruire un percorso espositivo attorno al mito di Er nasce in sinergia con l’Agòn Politikós, il certamen internazionale di greco antico organizzato dall’Associazione Ex Alunni del Liceo Classico Francesco Durante, che si tiene stamattina proprio su un brano tratto dal X libro della Repubblica.
Il progetto espositivo si muove su due piani. Il primo è quello delle fonti: un’indagine su come il pensiero classico abbia attraversato i secoli costruendo una riflessione sulla morte, sulla memoria, sull’oltre, sulla consunzione dei corpi e la persistenza dello spirito. Il secondo è quello più propriamente tecnico ed estetico: come questi temi si traducono nel linguaggio artistico di oggi, nelle sue forme visive, nelle sue inquietudini, nelle domande che producono e alimentano. Sei artisti, sei linguaggi, un unico tema declinato senza ripetizioni, come in un viaggio iniziatico.
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Anna Maria Saviano
Il percorso espositivo si apre con un’opera di grande impatto emotivo di Anna Maria Saviano. La composizione è pittorica, ma costruita secondo la logica dell’obiettivo fotografico: primo piano sfocato, sfondo dissolto, figura centrale che emerge e insieme si sottrae allo sguardo. I toni sono quelli di un monocromo caldo virato al viola-blu: una gamma che non descrive, ma evoca.
La figura è ripresa di spalle, in movimento o in sparizione, con i contorni consumati come da un’esposizione troppo lunga. Non c’è un volto. Non c’è un punto fermo a cui aggrapparsi. C’è solo una presenza che sta attraversando qualcosa: una soglia, un istante, una dissoluzione.
È una delle immagini più fedeli al mito che la mostra proponga, non per illustrazione ma per sottrazione: come Er che torna dal regno dei morti e non riesce a spiegare quello che ha visto, Saviano dipinge ciò che sfugge alla messa a fuoco. Come le forme opache della nostra memoria. Come il passaggio da una dimensione all’altra.
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Giovanni Battimiello
Una teca trasparente sostenuta da un elegante piedistallo. Una valigia di vetro con dentro una copia della Repubblica di Platone, viatico per il nostro viaggio iniziatico tra la vita e la morte.
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Michele Auletta
Michele Auletta, oltre a curare la mostra, espone, si mette in gioco, occupa lo spazio con la propria voce plastica e abita il tema insieme agli altri.
Le sue sculture in tecnica mista lavorano su una tensione che non si risolve mai. I materiali terrigni – l’argilla scura, la materia grumosa e viscerale – vengono attraversati da lampi di foglia d’oro, blu elettrico, verde metallico. Il pesante e il luminoso convivono senza fondersi. Le figure che ne emergono sono corpi sull’orlo: si arrampicano, precipitano, si aggrappano, cedono. Nessuna postura è stabile. Nessun equilibrio è garantito.
Nel dittico scultura-rilievo, una figura dorata appoggiata su due teste ha perso un’ala e precipita, oppure prova a rialzarsi. Non si sa; e non importa saperlo. Sullo sfondo, un altro volto senza corpo con lo sguardo fisso nel vuoto. Nel gruppo a tutto tondo, un’anima si protende verso l’alto mentre un’altra si accascia, come se l’ascesa dell’una richiedesse il peso dell’altra. È la sofferta transizione dalla carne allo spirito. È il Mito di Er in forma di materia: corpi che attraversano la soglia, figure che non sanno ancora da che parte stanno andando, cosa c’è oltre.
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Amedeo Sanzone
Le opere di Amedeo Sanzone introducono nella mostra una felice discontinuità stilistica. Dove gli altri artisti lavorano sulla figura, sulla materia organica, sul segno, Sanzone rappresenta l’astrazione più radicale. Due forme tridimensionali in materiale laccato, un rosso carminio e un verde brillante, che sembrano rifiutare il muro di supporto in cerca dello spazio aperto.
Le superfici sono specchianti, apparentemente industriali (pur se lavorate artigianalmente). Sembra non esserci traccia di mano umana. Il colore è saturo, assertivo, senza mediazioni. Le forme delle superfici ripiegate su se stesse trattengono una tensione interna.
Il dialogo con il Mito di Er è il meno esplicito e, al tempo stesso, il più filosofico. Non c’è figura, non c’è corpo, non c’è soglia narrativa. C’è invece la forma pura che occupa lo spazio e rivendica la propria presenza: un’anima senza biografia, potremmo dire, che esiste senza dover raccontare da dove viene.
Resta però la sensazione che queste opere, come quelle di Auletta, avrebbero potuto respirare di più in un allestimento capace di valorizzarne appieno la luce e il loro carattere mutevole. Così come sono, trattengono una parte della loro energia e appiattiscono superfici che invece sarebbero destinate a mutare con lo sguardo dello spettatore. Inoltre, data la trasparenza delle opere di Sanzone, sarebbe stato meglio non vederle le staffe di sostegno. Bisognava appenderle direttamente al muro con un semplice chiodo. Questo avrebbe permesso di farle emergere dallo sfondo senza interferenze.
Ma immagino che il problema sia stato proprio che non era possibile appendere un chiodo al muro, come non era possibile cambiare l’illuminazione delle Botteghelle. Semplici questioni di budget e struttura che si scontrano quotidianamente con le idee e i miti personali e collettivi incarnati dall’arte e dagli artisti.
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Giacomo Montanaro
Giacomo Montanaro lavora con gli acidi; e si vede. La pittura non descrive il corpo, lo aggredisce. Le silhouette umane che compaiono nei tre lavori esposti sono figure a metà: emergono dal bordo della carta, si interrompono, vengono mangiate dalla materia che le ospita. Ocra, ruggine, verde ossidato, blu profondo: colori che reagiscono con il supporto cartaceo e con i nostri occhi. È una tecnica che toglie controllo all’artista per darlo al processo: l’acido decide dove la figura finisce e dove inizia il dissolvimento. Il risultato sono corpi in stato di transizione: né interi né scomparsi, sospesi nel momento esatto in cui la materia li restituisce o li inghiotte. Nel dittico centrale, due frammenti di figura si affiancano come facce opposte di uno stesso istante: una calda, bruciata, solare; l’altra fredda, blu, quasi minerale. Vita e morte? Andata e ritorno? Il mito di Er non potrebbe trovare forma più letterale; eppure qui non c’è nulla di illustrativo. C’è solo la chimica che fa quello che la filosofia descrive: trasformare senza cancellare del tutto.
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Massimiliano Mirabella
Massimiliano Mirabella porta in mostra il registro più arcaico e illustrativo dell’intera esposizione. La testa di toro in cartapesta dorata che domina il piedistallo al centro dell’ultima stanza è una maschera, un totem, una presenza ctonia. Accanto e sotto di essa, una serie di piccole tavole pittoriche costruisce un bestiario morale: figure umane con teste animali, corpi ibridi che camminano, si abbracciano, si trascinano, si perdono. I toni sono quelli del sangue rappreso e della terra: rossi cupi, verdi profondi, incarnati spenti. La pittura è densa, antica, come se venisse da un manoscritto miniato che nessuno ha più aperto. Nel mito di Er, le anime che scelgono male la vita futura si incarnano spesso in corpi animali, non per punizione ma per vocazione, per quello che hanno imparato o non imparato a essere. Mirabella sembra fermare proprio questo momento: il confine poroso tra l’umano e il bestiale, il punto in cui la forma cede e si trasforma in qualcos’altro. È la sezione della mostra più narrativa e forse anche la più visionaria. E la testa di toro che veglia a fine tragitto – dorata, vuota, solenne – chiude il cerchio con Auletta: due lavori sull’oro come materiale dell’aldilà, della gloria e del passaggio da una dimensione all’altra.
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Fine del percorso
Questo è quello che ho visto io, non pretendo che sia quello che era esposto nelle quattro stanze delle Botteghelle di Frattamaggiore. Il Mito di Er non è una mostra decorativa. È un itinerario artistico che chiede allo spettatore la disponibilità a fermarsi, a interrogarsi come Er di ritorno dal regno dei morti, a confrontare le visioni degli artisti con le opacità della nostra memoria e i sussulti della nostra sensibilità.
La galleria resterà aperta fino al 27 marzo. La mostra è arricchita da un testo poetico, visionario, classicheggiante e contemporaneo di Salvatore Artemide Magnolia. Più che una visita, è un attraversamento che vale la pena percorrere.
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VIDEO TRAILER
In sottofondo, Franco Piersanti, “La caverna di Platone“
Il fascismo emotivo che cresce nei feed e nelle pance dei nostri figli. Un approfondimento di un post della scorsa settimana.
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«Gli adolescenti cercano bandiere; e trovano sempre qualcuno pronto a mettergliele in mano. A volte anche su un fronte di guerra.» Giles Ravager
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C’è una teoria ormai consolidata in psicologia politica che sostiene che chi vota a destra ha mediamente livelli più alti di paura. I conservatori tendono a percepire il mondo come più minaccioso, il futuro come più incerto, il diverso come più pericoloso. E in cambio di un po’ di sicurezza, reale o percepita, sono disposti a sacrificare libertà, diritti, complessità. È il caso di specificare che la paura, quando non è paralizzante, non è una debolezza: è un meccanismo evolutivo. Ma è anche la leva più antica della politica autoritaria. Quella che ora impera tra i Trump, i Milei, i Netanyahu, i Putin, gli Orban e, nel loro piccolo, anche tra i nostri politici di governo e, qualche volta, anche di opposizione.
Ora, chiedetevi come stanno i nostri ragazzi? Le ricerche degli ultimi anni dicono che le nuove generazioni sono più ansiose, più sole, più insicure di quelle precedenti. Non è tutta colpa dei social, ma i social c’entrano eccome. Un’adolescenza trascorsa a confrontarsi con vite perfette altrui, a misurare il proprio valore in like, a consumare ogni giorno dosi massicce di notizie allarmanti, produce esattamente il tipo di persona più vulnerabile al messaggio autoritario: qualcuno che ha paura, che cerca rassicurazioni, che vuole risposte semplici a domande complesse e che teme di mostrarsi insicuro. E qui entrano in gioco gli algoritmi, che non sono neutrali, e chi li manipola lo sa benissimo.
Altro che egemonia culturale della sinistra: i ragazzi oggi sono sempre più fascisti e spesso non sanno neanche di esserlo. Condizionati dal tam tam dei social, ripetono le frasi degli influencer che li colpiscono più fortemente alla pancia. Tutto comincia mettendo un like sul faccione di Trump o su un post contro gli immigrati. E subito si trovano in bolle e camere d’eco che completano il lavoro.
Non parlo di nostalgici del Ventennio o di ragazzi in camicia nera. Parlo di qualcosa di più subdolo e più sottile: un modo di vedere il mondo che riproduce molti dei tratti essenziali di quello che Umberto Eco chiamava Ur-Fascismo: il fascismo eterno, la struttura profonda che ritorna sempre, in forme diverse. Ne ho scritto molto tempo fa anche in un’autobiografia del fascismo che oggi mi sembra più attuale di allora. E ne ho riparlato la settimana scorsa in un post intitolato “Una nuova e insinuante forma di fascismo La diffusione silenziosa del pensiero autoritario tra i banchi di scuola“.
I social non presentano manuali per diventare fascisti. Emozionano, suggeriscono visioni del mondo, insinuano soluzioni facili. Ti sussurrano all’orecchio che il forte ha sempre ragione; che i nemici vanno battuti e abbattuti; che la complessità è un fastidio da rimuovere; che la libertà si può sacrificare in cambio di più ordine e più disciplina. Non è dottrina: è conforto emotivo per chi ha paura. Il fascismo storico è stato un regime, ma prima ancora è stato un sentire: culto della personalità, ricerca di capri espiatori, propaganda semplicistica, paura del diverso, esaltazione dell’ordine. Le piattaforme non stanno inventando nulla, stanno solo amplificando le paure e offrendo vie di uscita che passano per la delega agli uomini forti di turno. Persone fragili che cercano rassicurazioni trovano nei Salvini, nei Trump, nei Milei qualcuno che sembra sicuro di sé, qualcuno che ha già il nemico pronto e la soluzione in tasca. Il meccanismo è antico. La scala è nuova. Un like diventa adesione emotiva. L’algoritmo fa il resto. E la disinformazione chiude il cerchio.
Ma sarebbe ingenuo pensare che tutto questo sia solo deriva spontanea, un effetto collaterale non voluto delle piattaforme. Dietro c’è spesso una regia, a volte piccola e artigianale, a volte grande e ben finanziata.
La regia piccola in Italia l’abbiamo conosciuta con la Bestia, la macchina social costruita intorno a Salvini da Luca Morisi. Un’operazione di ingegneria del consenso condotta da un manipolo di social media manager che ha capito prima degli altri come si fabbrica un’identità politica attraverso la ripetizione ossessiva, la provocazione calibrata e il nemico sempre pronto: gli immigrati, i giudici, i professoroni. Non propaganda nel senso novecentesco: qualcosa di più sottile, che sembra conversazione spontanea e invece è produzione industriale di emozioni.
La regia grande viene da più lontano. Cambridge Analytica (la società di consulenza politica che ha operato per la campagna di Brexit e per quella di Trump nel 2016) ha dimostrato che i dati personali di decine di milioni di utenti Facebook possono essere usati per costruire profili psicologici individuali e somministrare messaggi politici su misura: il messaggio giusto, alla persona giusta, nel momento in cui è più vulnerabile. Non persuasione: manipolazione chirurgica della paura. Poi c’è l’infrastruttura ideologica costruita da Steve Bannon attraverso Breitbart News: un media di estrema destra che ha normalizzato il vocabolario della destra radicale americana, preparando il terreno culturale per il trumpismo e ispirato movimenti analoghi in Europa. Bannon non ha operato in modo occulto, ha dichiarato apertamente di voler fare a pezzi il sistema; ma la sua influenza sulle nuove generazioni è passata per canali che i ragazzi non percepiscono come politici: meme, YouTube, podcast, comunità gaming.
E poi ci sono i canali Telegram. Meno visibili di TikTok, meno monitorati di Facebook, sono diventati il corridoio attraverso cui i contenuti più radicali, quelli che le piattaforme principali rimuoverebbero, circolano liberamente, si sedimentano, trovano comunità. Canali che partono da argomenti apparentemente innocui (geopolitica, critica al mainstream, satira politica) e scivolano gradualmente verso la glorificazione della forza, il complottismo, l’odio etnico, il maschilismo più sfrenato e ostentato. È la versione digitale di quello che i fascisti storici chiamavano capillarità: arrivare ovunque, anche dove non ti aspetti.
Il fascismo del Novecento aveva bisogno del controllo totale dell’informazione: giornali, radio, scuole, piazze, adunate oceaniche. Oggi basta controllare l’algoritmo. Non devi censurare le voci contrarie: ti basta non amplificarle. Non devi imporre una verità ufficiale: ti basta che ognuno viva nella propria bolla, convinto che la sua versione del mondo sia l’unica razionale, l’unica buona è giusta. Il risultato è paradossalmente più efficace: nessuno vede il puparo e la mano che muove il burattino.
Così, dietro post apparentemente innocui, si costruisce un immaginario in cui la forza vale più del dialogo, la paura più della comprensione, la semplicità più della riflessione. Molti ragazzi finiscono per adottare questi schemi prima ancora di avere gli strumenti critici per riconoscerli. Come scrivevo qualche giorno fa: il pericolo non è che i giovani tornino a marciare su Roma. Il pericolo è che stiano già imparando a pensare come fascisti nel 2026, e che qualcuno stia lavorando perché sia così. Un linguaggio affascinante nella sua aggressività e assertività fa il resto. Diventa il modello dell’uomo forte e della donna coi coglioni che non le manda a dire e sta sempre dalla parte del popolo.
Se il fascismo è prima di tutto una forma mentale, allora non nasce nei partiti ma nell’immaginario. E oggi l’immaginario dei ragazzi passa soprattutto da lì: dallo schermo che tengono in tasca e in cui si convogliano tutte le loro paure.
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Social Media and Ur-Fascism (il video)
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Alcune delle ricerche citate
Chi pensa che queste siano solo impressioni personali può dare un’occhiata ad alcune ricerche della psicologia politica e delle scienze sociali degli ultimi anni.
1. Authoritarianism and Political Conservatism — John Jost et al. (Psychological Bulletin, 2003) Sette decenni di studi su sei continenti confermano un’associazione positiva tra personalità autoritaria e conservatorismo di destra. Il fattore che più fortemente alimenta l’aggressività autoritaria è la paura — delle persone violente, degli stranieri, di chi viene percepito come moralmente degenerato. https://psycnet.apa.org/record/2003-00782-003
2. Conservative brains and the amygdala — UCL/University of San Diego (Current Biology, 2011) I cervelli dei conservatori mostrano maggiore materia grigia nell’amigdala, la zona coinvolta nell’elaborazione della paura. Questo aiuta a spiegare perché i sovranisti descrivano più spesso dei liberali come «altamente minacciose» una vasta gamma di nazioni, gruppi ed eventi. https://www.cell.com/current-biology/fulltext/S0960-9822(11)00289-2
4. Fear, rage and the authoritarian leader — Political Psychology La paura è un’emozione che molti convertono in rabbia. La sensazione di potere si amplifica enormemente quando le proprie ambizioni sono condivise da milioni di altri: giurare fedeltà a un leader dinamico appare ai suoi sostenitori la strada più sicura per recuperare il controllo che sentono sfuggire. https://www.psychologytoday.com/us/blog/the-pathways-of-experience/202409/the-fear-anger-authoritarianism-connection
5. Erich Fromm — Il timore della libertà (1941) In assenza di strutture di supporto, la libertà diventa un peso insostenibile. Il desiderio di sicurezza può portare ad abbracciare ideologie autoritarie che promettono ordine e senso: un meccanismo che Fromm analizzò nell’Europa degli anni Trenta e che, temo, le nuove generazioni stanno risperimentando in forme aggiornate. https://www.istitutoerichfromm.it/erich-fromm-fuga-dalla-liberta/
7. Jóvenes, extrema derecha y voto emocional — Frederic Guerrero-Solé, UPF I discorsi antimigratori, antifemministi e antimediatici si diffondono attraverso i social in modo quasi invisibile, e il primo voto di un ragazzo risponde spesso agli atteggiamenti formati attraverso i contenuti consumati in rete. Il voto per l’estrema destra esprime più un sintomo identitario che una convinzione politica strutturata. https://repositori.upf.edu/server/api/core/bitstreams/51cec47b-e2d9-4eaa-beff-02d3a9d41ab8/content
8. Cambridge Analytica e la manipolazione del voto — The Guardian / Cadwalladr L’inchiesta che ha rivelato come i dati di oltre 87 milioni di utenti Facebook siano stati usati per costruire profili psicologici individuali e veicolare messaggi politici su misura durante il referendum Brexit e le presidenziali americane del 2016. Un caso di scuola sulla differenza tra persuasione e manipolazione algoritmica. https://www.theguardian.com/news/2018/mar/17/data-war-whistleblower-christopher-wylie-faceook-nix-bannon-trump
Breve resoconto su un corso di 30 ore sul presente e sul futuro dell’IA e delle nostre vite
Ho appena concluso un corso di formazione sull’intelligenza artificiale cercando di promuovere un approccio critico e creativo; un approccio che ho difeso e sostenuto più volte su queste pagine fin dall’ormai lontano 2022, quando OpenAI ha diffuso il suo primo chatbot che ha cambiato, nel bene e nel male, il nostro modo di vivere e produrre senso.
Il corso era indirizzato a un gruppo di miei alunni di quarta (16-17 anni), ai quali ho cercato di far capire cosa sta cambiando e come si dovrebbero attrezzare per governare il cambiamento e non subirlo passivamente. Tante prediche e sermoni, che ho voluto suggellare con questo video: una canzoncina in spagnolo realizzata con la nuova funzione di Gemini per creare brevi jingle. Ascoltatela. C’è anche un verso in italiano che l’IA ha pronunciato con un inglese del tutto improbabile; piccola prova, involontaria e simpatica, dei limiti di questi strumenti che non dovremmo mai considerare infallibili.
Insomma, il corso è finito. Le prediche pure.
Adesso il resto spetta a loro. Mi piace pensare che qualcosa sia rimasto: non tanto nelle nozioni, che si dimenticano in fretta, ma nello sguardo. Nella capacità di interrogare gli strumenti invece di subirli, di usarli per capire meglio il mondo e non per evitarlo. Spero che abbiano compreso che l’intelligenza artificiale non è una scorciatoia per pensare meno ed evitare fatica, ma un’occasione per pensare di più e meglio. Non una protesi che atrofizza il cervello, ma un assistente dotato di superpoteri, da governare con consapevolezza, spirito critico e creatività. Se sarà così, allora queste trenta ore non saranno state tempo riempito di nozioni e parole, ma tempo seminato.
Fare, Disfare, Finire, per poi Rifare. Suggestioni nate da un disegno pseudo-mito-logico.
Quando l’uomo fa e disfa Ade ringrazia malinconico Lo sguardo perso nel vuoto del suo inferno quotidiano
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A volte un disegno non illustra un pensiero: lo provoca.
Stavo scarabocchiando, senza un’idea precisa, quando dallo schermo è emerso questo volto e si è messo a parlare. Il monologo di un dio che osserva gli uomini costruire, distruggere e ricominciare, senza mai uscire davvero dal proprio e dal nostro inferno.
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«Ogni volta che costruite una torre, io la vedo già cadere. Ogni volta che intrecciate un legame, prevedo il momento in cui lo sentirò spezzarsi e spezzarmi il cuore. E sono qui a chiedermi se esiste qualcosa che vada oltre la vostra finitezza e le macerie che vi portate appresso in ogni angolo delle vostre misere esistenze.
Voi lo chiamate vivere; io lo chiamo dissolversi implacabile nel mio immenso mare. Un mare di fuoco che non si stanca mai di fluire e rifluire frangendosi tra le rovine delle vostre ambizioni e i resti dei nostri sogni infranti.
Voi non lo sapete, ma sogno anch’io qualcosa che superi la scogliera degli inferi e mi faccia compagnia. Qualcosa o qualcuno che sorprenda la noia di queste vite appena nate e già spezzate.
Non credete alle parole dei condannati. Non sono io a condannarvi. Siete voi che portate l’Inferno cucito addosso, come un abito sdrucito. Io mi limito a guardare, con questo occhio che non sa più chiudere le palpebre, e fermarsi a riposare. Perché finché l’uomo distrugge ciò che crea, il mio regno non avrà fine.»
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(Versione versificata)
Dentro ogni costruzione, vedo il crollo. Dentro ogni intreccio, lo strappo.
Non resta più nemmeno un granello nel fluire e rifluire del mio mare di fuoco che consuma ogni cosa che si possa consumare.
Eppure sogno qualcosa che superi la scogliera. Che sorprenda la noia di questa scia di vite appena nate e già spezzate. Qualcosa che resti. Qualcuno che stia.
Non credete ai racconti dei condannati. L’Inferno non l’ho costruito io. Lo portate addosso, cucito come un abito quotidiano. Io mi limito a guardare, con questo occhio che non sa più dormire e non può riposare.
Finché l’uomo distrugge ciò che crea, il mio regno non avrà fine.
E la mia attesa non avrà pace.
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Parola di Ade (il video)
In sottofondo, le note trip hop di “Hell Is Round the Corner“, brano di Tricky del 1995.
Se i magistrati negligenti esistono, il sorteggio li può pescare
Meloni dixit che se non passa la riforma “ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno.” Io davvero non so se questa è una buona riforma, ma la logica mi dice che, se passa, in base alla norma del sorteggio, questi magistrati negligenti che prendono decisioni sulla pelle dei cittadini potrebbero essere proprio quelli che verranno fuori dal bussolotto.
(Senza contare l’asimmetria tra il sorteggio “puro” per i magistrati togati e quello della componente laica sorteggiata da un novero di “dotti e sapienti” scelto dalla politica con criteri ancora fa definire.)
È un classico esempio di come un’argomentazione populista regga finché non la si prende sul serio. Appena ci si chiede “e se fosse vero quello che dici?”, la soluzione proposta diventa essa stessa un problema.
Dieci anni fa, al referendum costituzionale di Renzi-Boschi ero decisamente per il NO.
La diffusione silenziosa del pensiero autoritario tra i banchi di scuola
I miei alunni non portano la camicia nera. Non sanno chi fosse davvero Mussolini più di quanto lo sapessi io alla loro età. Non fanno saluti romani. Non parlano di dittatura. Eppure, quando li ascolto discutere, qualcosa mi inquieta. Non è una questione di destra o sinistra. È il tono. È la sicurezza con cui affermano che “i deboli si lamentano sempre”. È la mancanza di dubbio. È la naturalezza con cui sostengono che “chi sbaglia deve pagare senza sconti”. È la sicumera con cui i maschi affermano che le mogli debbano sempre obbedire ai mariti. È la leggerezza con cui quasi tutti, maschi e femmine, sostengono che “certe persone andrebbero rimandate a casa loro” senza se e senza ma. Di solito non gridano. Non odiano apertamente. Semplificano.
Forse non è successo all’improvviso. Forse è stato un processo lento, quasi invisibile. Un video su TikTok in cui un influencer dall’eloquio aggressivo spiega che la società è marcia perché troppo indulgente. Un post che dice che gli immigrati ci tolgono lavoro e stuprano le nostre donne. Un altro che insinua che i giudici siano tutti politicizzati. Metti un like. L’algoritmo ti osserva. Ti studia. Ti serve altro dello stesso tipo. Nel giro di poche settimane il tuo mondo diventa coerente: i problemi hanno sempre un colpevole preciso; le soluzioni sono drastiche; chi dissente o è ingenuo o è traditore. In quel mondo la pena di morte è “buon senso”. La libertà è un lusso. L’uguaglianza è un’illusione per anime belle. Le donne devono “tornare al loro ruolo”. Serve un capo deciso, qualcuno che rimetta ordine. Non è nostalgia del ventennio. I più neanche sanno cosa sia il ventennio. È qualcosa di più sottile. Negli anni Novanta Umberto Eco parlò di Ur-Fascismo: una struttura mentale che può riemergere in forme diverse, anche senza dittature dichiarate. Non un partito, ma un modo di sentire il mondo: paura del diverso, culto del capo, odio per la complessità, timore di mostrarsi deboli. Quello che vedo tra i banchi non è adesione ideologica. È familiarità con quel modo di sentire che rimbalza dalla rete ai loro discorsi sessisti e inconsapevolmente razzisti.
Una vecchia ed efficace vignetta di Quino. Sostituite la TV con un telefonino.
I social si rivolgono alla loro pancia e premiano le emozioni che rendono possibile questo clima di chiusura. Molti di noi, alla loro età, sognavano di costruire ponti; molti di loro vogliono erigere muri.
E allora la domanda non è se i miei studenti siano o stiano diventando nostalgici del ventennio che non conoscono nemmeno di striscio. La domanda del nuovo millennio è piuttosto: che tipo di sguardo sul mondo stanno imparando a considerare normale?
Se nessuno li aiuta a riconoscerlo, quello sguardo diventerà il loro e quello del Paese. Per sempre. E temo che il mondo sarà un posto meno bello e, paradossalmente, anche più insicuro. Un mondo pronto a innestare micce che non si sa dove potranno portarci. Dove potranno portarli.
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“Ricorda queste conclusioni: gli esseri razionali sono nati l’uno per l’altro; la tolleranza è parte della giustizia; gli uomini errano senza volerlo; e infine, dopo essersi combattuti, sospettati, aborriti, feriti, giacciono ormai morti e ridotti in cenere. Ricordalo, e calmati, una buona volta.” Marco Aurelio (121-180 d.C.), Pensieri, Libro IV, 3
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credere, obbedire, dibattere (il video)
In sottofondo, l’intro di “Se non li conoscete“, Fausto Amodei, Dischi del Sole, 1972
Anatomia di una crisi energetica che arricchisce chi la ha provocata
«Niente di meglio di una guerra per far risalire il Dow Jones e distogliere l’attenzione dai problemi interni. Un modo efficace e garantito per ricongiungere le file del popolo e spostare l’attenzione all’esterno. Finché c’è guerra, c’è speranza. Almeno per i potenti del mondo.» [Tratto da “Finché c’è guerra“]
Non so se ve ne siete resi conto: gli USA, in quanto grandi produttori di gas e petrolio, stanno beneficiando dell’aumento dei prezzi energetici. Più resta chiuso il traffico nello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale, più Washington esporta energia e incassa. È un meccanismo semplice, quasi brutale nella sua logicità.
Qui in Italia e in Europa, invece, abbiamo tutto da perdere. L’abbiamo già visto con le sanzioni alla Russia e la conseguente chiusura dei rubinetti del gas: siamo noi a pagare il prezzo più alto delle crisi energetiche globali, non chi le alimenta o le gestisce a proprio vantaggio.
Certo, anche negli Stati Uniti aumenta l’inflazione e la gente comune si trova a pagare di più la benzina e tanti altri beni di uso quotidiano. Ma non credo che questo importi più di tanto ai super-ricchi americani. Almeno fino a quando la crisi non intacchi davvero il potere d’acquisto della classe media, dentro e fuori i confini del Paese. A quel punto si entra in un territorio economicamente più pericoloso, quello che tecnicamente si chiama stagflazione: inflazione alta che si accompagna a crescita stagnante. Un mostro anche linguistico, a sentirlo bene. E come tutti i mostri, difficile da domare una volta che si è svegliato.
Quanno s’asceta a criatura nun se sape maje che va a fernì.
L’unica certezza è che dopo la guerra tra i vinti e i vincitori la povera gente farà la guerra ugualmente.
Brecht docet.
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«Insomma, per questa volta non lasciatevi irretire dai guerrafondai e dagli spacciatori di armi. Siate egoisti, pensate ai cazzi vostri, non fatevi convincere che siano problemi che vi riguardano e fate guerra alla guerra! Ad ogni guerra. Chiunque ne sia il banditore e comunque dipingano il bandito.» [ibidem]
Questa dinamica non è un incidente di percorso, ma un pilastro strutturale nella storia degli Stati Uniti d’America.
«Fin dalla guerra di indipendenza combattuta contro i cugini inglesi, gli Stati Uniti hanno sviluppato […] un’economia dove armamenti, tecnologie belliche e interventi esteri non sono solo strumenti di politica, ma pilastri economici fondamentali. E così, quando costruisci un’intera economia attorno alla guerra, quando milioni di posti di lavoro dipendono dal settore militare-industriale, quando il tuo prestigio internazionale si basa sulla forza militare, la pace diventa non solo difficile da mantenere, ma economicamente svantaggiosa. Periodicamente, serve una “bella guerra” che rimetta in moto la macchina, giustifichi le spese, testi le nuove tecnologie e rinnovi il consenso pubblico attorno alla necessità di una difesa forte. È il paradosso di una superpotenza: per giustificare la propria potenza, deve continuamente dimostrare di avere bisogno di combattere, combattere, combattere. Ora tocca all’Iran, poi, se e quando finiranno i conflitti e i fiumi di sangue sparsi in Medio Oriente, qualche altro “Paese canaglia” si troverà sempre. La pace, in questo paradigma, non è l’obiettivo. È l’intervallo tra due investimenti.» [Da “La guerra perpetua“]
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Ad ogni guerra il PIL degli Stati Uniti cresce (video trailer)
«Ripensa […] all’epoca di Craxi. Vi troverai tutte le stesse cose che capitano anche oggi: gente che si sposa, alleva figli, si ammala, muore, combatte, celebra feste, commercia, lavora la terra, adula, fa l’arrogante, sospetta, tende insidie, si augura la morte altrui, si lamenta del presente, ama, accumula ricchezze […]. Eppure non è più nulla in nessun luogo tutta la loro vita. Passiamo poi all’epoca di Berlusconi 1, 2, 3 e 4: di nuovo tutte le stesse cose; e anche quella vita ora si è spenta. Considera allo stesso modo tutte le testimonianze di ogni altra epoca e nazione, e guarda quanti, dopo tante lotte, sono caduti in un istante, dissolti negli elementi che li costituivano. […] Tutto rapidamente svanisce e diventa leggendario, e sarà presto a sua volta sepolto nell’oblio più completo. Questo io dico, naturalmente, di coloro che ebbero fama straordinaria, giacché gli altri, esalato l’ultimo respiro, sono “scomparsi ignoti”.» “Pensieri”, Libro IV, 11
Sono parole di Marco Aurelio scritte un centinaio di anni dopo la crocifissione di Cristo, ma attuali come se fossero state scritte prima, molto prima, o molto dopo; oggi, domani. Io, ogni tanto, mi distraggo leggendo le pagine di destra di qualche libro mentre sbircio a sinistra, tra i caratteri greci, segni che aiutano a spostarmi altrove per capire meglio la realtà in cui vivo, le stasi e i cambiamenti che ci attraversano. I Pensieri dell’imperatore sono uno di questi libri mezzo-greci che mi piace sfogliare per compiere questa operazione. Va beh, l’ammetto, in questo caso ho attualizzato un po’ il pensiero del buon Marco, ma c’è voluto poco: mi è bastato sostituire Traiano con Berlusconi e Vespasiano (quello dei benedetti orinatoi pubblici sparsi per la città) con Craxi (quello delle monetine e dell’esilio africano).
Ma non è questo il punto, il punto è che se sono finiti loro, se sono finiti i faraoni, i cesari, i satrapi, i napoleoni, gli zar, gli al capone, gli hitler, i franco e i mussolini, prima o poi finiranno pure questi ultimi cosini e questi ultimi casini. Anche se ne resterà la scia.
I Putin, i Trump e i Netanyahu passano, gli arsenali pieni e i granai vuoti restano. Almeno per qualche anno ancora.
«Considera la rapidità con cui l’oblio avvolge tutte le cose; l’abisso del tempo infinito, del prima e del poi; […] lo spazio angusto in cui è confinata la tua fama. […] La terra intera non è che un punto, di cui il luogo che tu abiti non è che una frazione […] Tutte le cose che ora vedi muteranno in men che non si dica e non esisteranno più. Di quante trasformazioni sei già stato testimone anche tu! Pensaci continuamente. L’universo è cambiamento; la vita, opinione.» “Pensieri”, Libro IV, 3
E io sono qui che aspetto il cambiamento, aspetto il cambiamento, aspetto il cambiamento, aspetto il cambiamento, aspetto il cambiamento, aspetto il cambiamento; cambiamento…
Tutte le cose che ora vedi muteranno in men che non si dica (video)
In sottofondo, Giorgio Gaslini, “La notte dei diavoli” (voce Edda Dell’orso)
Il referendum tra numeri torturati e riforme a scatola chiusa
Avevo deciso di non parlare di questa riforma della giustizia per via referendaria. Mi pareva di avere cose più importanti di cui occuparmi e, al tempo stesso, di non essere all’altezza di disquisire su quisquilie giuridiche così complesse e cavillose. Ma poi, dopo averne discusso in giro ed essere stato chiamato in causa, ho deciso di dire la mia, come faccio fin troppo spesso sulle pagine di questo blog di periferia.
Il problema è che, quando si parla di giustizia, finisco sempre per diffidare di tutti: della politica quando vuole riformarla e della magistratura quando si chiude a riccio in difesa di se stessa.
Dunque…
Prima di ogni altra cosa voglio dire che questa riforma mi pare una questione tecnicistica inadatta a essere trattata per via referendaria. Il cittadino (me incluso) farà scelte emotive o politiche anziché entrare nel merito, oppure, per indifferenza o onestà intellettuale, resterà a casa.
Tuttavia, trovo paradossali e poco credibili certi volantini dei sostenitori del “Sì”, in cui si afferma che la riforma non sottometterà i magistrati alla politica, ma che anzi “è esattamente il contrario, perché l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati verranno garantite da due CSM, a maggioranza di magistrati e presieduti dal Presidente della Repubblica”. Si aggiunge anche che i PM non saranno sottoposti al potere esecutivo perché “la riforma rafforza l’indipendenza della Magistratura Requirente”. Ora, tecnicamente potete farmi credere quello che volete, ma politicamente mi sembra troppo. Dovrei davvero ammoccarmi che questo governo, da sempre in conflitto con la magistratura, voglia improvvisamente rafforzarne l’indipendenza? Suvvia, non esagerate!
Quanto al sorteggio, mi pare si giochi con i numeri quando si dice che la politica non controllerà la magistratura perché “i componenti magistrati saranno in maggioranza: su 15 membri dell’Alta Corte Disciplinare, 9 sono magistrati e 6 sono laici”. E va bene, ma questo cosa dimostra? Se, oltre ai 6 laici, si schierano dalla tua parte anche solo due magistrati sorteggiati, il controllo è totale. Ma questi sono numeri, e non c’è niente di più manipolabile dei numeri: “Se li torturi abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa“.
Dunque, messi da parte i calcoli e le calcolosi, devo ammettere per onestà verso me stesso che mi preoccupa anche l’autoreferenzialità della magistratura. C’è il rischio che il corporativismo di una parte dei giudici anteponga la difesa della categoria all’esercizio imparziale della funzione pubblica.
In definitiva, la domanda non è quanto sia perfetta la norma, ma quanto sia pericolosa la direzione. Questa riforma che sembra un cantiere aperto pieno di zone d’ombra rischia di scardinare l’ultimo argine della separazione dei poteri, spianando la strada a un sistema ancora più autoritario e monocratico di quello attuale.
E io ho una certa allergia per i superpoteri, soprattutto quelli non spiegati e non condivisi.
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E no, dai, non esagerate! (Video)
In sottofondo, un frammento di “Sogno numero due” di Fabrizio De André da “Storia di un impiegato”, 1973
Propaganda e assuefazione bellica dalla periferia dell’impero
Vedo al TG immagini della guerra in atto con commenti da Film Luce che presentano scenari di morte come un videogame che glorifica i potenti mezzi di distruzione americani e israeliani come se fossero gli strumenti del bene contro un pericolo che doveva essere fermato ad ogni costo, e mi chiedo come stanno trasformando le nostre teste e le nostre vite.
Ogni guerra ha bisogno di un pubblico disposto a guardarla senza inorridire. E quel pubblico si costruisce innestando dentro di noi la necessità della guerra e la demonizzazione del nemico, un telegiornale alla volta.
Quaggiù, nella periferia dell’impero c’è speranza che torneremo pacifisti solo quando ci renderemo conto dei costi di questa guerra, delle conseguenze degli stretti e dei porti chiusi, dei prezzi che saliranno e delle fabbriche che chiuderanno. Oppure se ci chiederanno di mandare in guerra i nostri figli a combattere contro altri uomini, droni e strumenti esiziali di intelligenza artificiale.
E cresce anche il sospetto che ogni guerra serva a svuotare magazzini e giustificare bilanci. Il conflitto come ciclo produttivo. La tragedia come occasione per risollevare un’economia asfittica. Un fottuto modo per smaltire scorte e testare nuove tecnologie, in un ciclo che si autoalimenta.
Mentre passano e passeranno altri Film Luce e noi stiamo seduti sulle nostre poltrone a consumare scenari di morte con la stessa partecipazione emotiva con cui seguiamo le partite di calcio e le serate finali di Sanremo. Tifo e terrore confusi insieme, finché non si distinguono più.
Gli aerei tutti schierati e luccicanti, le voci che moltiplicano gli slogan sulla necessità dell’intervento, le bombe che deflagrano per celebrare l’Iran in festa. E intanto i nostri figli imparano che la guerra è una cosa che succede agli altri. Per il momento.
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English version
Propaganda and war addiction from the fringes of the empire
I see images of the ongoing war on the news, accompanied by propaganda-style commentary—like vintage newsreels—presenting death scenarios as if they were a video game. They glorify American and Israeli means of destruction as if they were the tools of “good” against a threat that had to be stopped at any cost. And I wonder: how is this transforming our minds and our lives? Every war needs an audience willing to watch without recoiling in horror. And that audience is built by grafting the “necessity” of war and the demonization of the enemy into our psyche, one news cycle at a time. Down here, on the fringes of the empire, there is hope that we will return to being pacifists only when we realize the true costs of this war: the consequences of closed ports, the rising prices, and the factories that will shut down. Or perhaps, if they ask us to send our own children to fight against other men, drones, and lethal AI tools. The suspicion also grows that every war serves to empty warehouses and justify budgets. Conflict as a production cycle. Tragedy as an opportunity to revive a stagnant economy. A goddamn way to dispose of old stock and test new technologies in a self-sustaining loop.
Meanwhile, more propaganda reels pass—and will keep passing—while we sit in our armchairs, consuming death scenarios with the same emotional detachment we bring to football matches or TV song contests. Fandom and terror blurred together, until they can no longer be distinguished.
The planes all lined up and gleaming, voices multiplying slogans on the necessity of intervention, bombs detonating to celebrate an Iran in “festivity.” And, in the meantime, our children learn that war is something that happens to other people. For the moment.
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Armchair War (il video)
Immagini realizzate con l’IA
In sottofondo, “Sidún” di Fabrizio De André, la canzone scritta in dialetto genovese a quattro mani con Mauro Pagani e pubblicata nel 1984 in “Creuza de mâ”.
“Sidone è la città libanese che ci ha regalato oltre all’uso delle lettere dell’alfabeto anche l’invenzione del vetro. Me la sono immaginata, dopo l’attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato.” FdA
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Una considerazione aggiuntiva
A me non importa tanto il fatto che questa guerra violi il diritto internazionale. Per me ogni guerra viola il diritto internazionale. A me importa che questa guerra è fuori dall’etica, dalla giustizia (ho detto giustizia, giustizia non legittimità o legalità) e dal buon senso.
Un pomeriggio disintossicante tra provincia universale e verità acustica
La domenica successiva al Festival di Sanremo è sempre una terra di mezzo. Restano nell’aria cori, polemiche, classifiche; e intanto il mondo continua a bruciare altrove, ma noi facciamo finta di niente. In questo interregno un po’ stordito, entrare al Centro Polivalente di Frattamaggiore per la presentazione di Coup de Théâtre di Jennà Romano è stato come cambiare altitudine e respirare aria buona.
Non una fuga un po’ snob dalla contemporaneità, ma un ritorno alla sostanza: al legno, alle corde, ai respiri; a un’idea di musica che non si affida a preset e basi preregistrate ma alla perizia dell’artista e alla sensibilità del momento.
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Un artigiano che costruisce il proprio suono
Conosco Jennà da anni; ne ho seguito traiettorie, deviazioni, ostinazioni. Storico leader dei Letti Sfatti, è uno di quegli artisti che non stanno fermi dentro una forma o un genere. Ha attraversato incontri importanti: Franco Del Prete, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Erri De Luca, Tricarico, Peppe Lanzetta, Patrizio Trampetti, Alfio Antico e perfino un Sal Da Vinci ai suoi esordi; conoscenze variegate che hanno segnato la sua genealogia ed evoluzione artistiche.
Oltre alla scrittura e all’interpretazione, con i Letti Sfatti è stato ospite fisso della trasmissione cult Tele Garibaldi; ha composto per il cinema e per il teatro, realizzato docu-film selezionati in festival internazionali e costruito tra Grumo e Casandrino una bottega musicale dove produce dischi suoi e altrui con strumenti ibridi autocostruiti, chitarre preparate, bouzouki che odorano di salsedine e vecchi amplificatori che scaldano il suono. Non si tratta di nostalgia del tempo che fu, ma di una contaminazione che vuole innestarsi nel tempo che sarà e condizionarlo.
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Un disco che nasce dalla scena
Coup de Théâtre raccoglie musiche strumentali composte per teatro, cinema e danza, ma capaci di reggersi anche oltre le circostanze che le hanno generate.
Ascoltandolo si attraversano svariati e suggestivi paesaggi sonori: l’ethno-prog stratificato di Visconti’s Gods; il minimalismo urbano e partenopeo di Fermata Madonelle; la polvere western e quasi morriconiana di Tra Grumo e il West. E poi I Cuochi, che molti studenti della mia scuola ricorderanno perché Jennà ce lo ha prestato per il cortometraggio La vendetta di Amob: un brano ironico e spigoloso, capace di sorridere e inquietare insieme.
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Due video esemplari
La presentazione si è aperta con due proiezioni. La prima: un estratto da Ventitré di Duccio Forzano con i Ditelo Voi, prodotto dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis, gli Oliver Onions di Sandokan. Il film segnava il debutto di Jennà come autore di colonne sonore per il cinema, vent’anni fa.
La seconda proiezione è stata Visconti’s Gods di Giuseppe Parente, lavoro visivamente e acusticamente suggestivo e ipnotico, dove i temi di Jennà si intrecciano con percussioni che mi hanno ricordato certe ritmiche elettroniche di Peter Gabriel. Un lavoro certosino e sperimentale in cui le musiche inseguono e accompagnano i movimenti dei corpi in uno scenario industriale vagamente futuristico.
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Il live: quando l’imprevisto diventa rivelazione
Poi il live. Jennà è un artista umorale nel senso più nobile: sul palco risponde a qualcosa che non è scritto su nessuna scaletta definitiva, e questo lo rende sempre vivo da ascoltare.
Ha aperto con Vetiver, la colonna sonora dell’omonima pièce di Fabio Pisano dedicata alla misteriosa vita della profumiera Mona di Orio: un pezzo avvolgente, che entra lentamente come certi profumi nelle stanze.
Poi Ammore che nun pareva ammore, bolero napoletano dal film Trentatré di Lorenzo Cammisa, una canzone dalla forma arcaica e delicata che non indulge al sentimentalismo.
Il bouzouki ha guidato Mare nostro e una intensa rilettura di Stella di mare di Lucio Dalla. Mediterraneo doveva essere sostenuta dal recitato di Peppe Lanzetta, ma un errore tecnico, mio, ha fatto saltare la traccia vocale.
Per qualche secondo ho sentito il gelo. Poi è accaduto qualcosa. Nella versione solo strumentale, con il cajón e le piccole percussioni di Pasquale Marchese, il brano si è spogliato; ha mostrato l’ossatura armonica, il battito interno. È diventato perfino più intenso. A volte l’imprevisto non rovina; rivela.
La versione originale con il recitato di Lanzetta è comunque ascoltabile su YouTube, ed è bella assai.
A chiudere, La fiamma di una candela: il tema della caducità, della memoria, di ciò che resta quando la luce si abbassa. Un degno finale.
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In conclusione
Mentre fuori dal Centro Polivalente il mondo continuava a ragionare di Sanremo e di guerre trattate con simile superficialità, qui dentro qualcuno stava facendo il contrario del mercato: rallentare; costruire; lasciare segni.
Ho avuto la sensazione di essermi sottoposto a una piccola disintossicazione. Non contro qualcuno; ma a favore di qualcosa: l’ascolto lento, la cura del dettaglio, l’errore che diventa possibilità.
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Mediterraneo (senza voce)
Coup de Théâtre è disponibile su tutte le piattaforme. Ascoltatelo col favore della notte, se potete.
Appunti antimilitaristi nella mattinata del bombardamento dell’Iran
Preferisco i cani che abbaiano e non mordono. Questo, invece, è un cane rabbioso che, più sta in difficoltà, più tira morsi a destra e a manca senza preoccuparsi delle conseguenze che si produrranno fuori dal suo canile.
Il problema è che questo cane qua ha testate nucleari nel cortile e portaerei nel giardino. E quando un cane così si sente alle strette, non c’è museruola che tenga: è la storia che bussa alla porta, con il suo solito bagaglio di macerie e rimpianti. Noi, fuori dal recinto, possiamo solo sperare che qualcuno lo tenga per la catena. Anche se al momento tutte le catene sembrano piuttosto arrugginite.
Ma almeno non applauditelo. Questi sono cani che si aizzano con gli applausi e cercano sempre nuovi ossi da spolpare.
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The Bully (il videoclip)
In sottofondo, i Motörhead cantano
Crediamo nella lotta fino al traguardo We believe in the fight to the finish
Desideriamo il dollaro onnipotente We desire the almighty dollar
La libbra di carne, il collare d’oro The pound of flesh, the golden collar
Leccatevi la mano, lasciamo la nostra terra ai cani Lick the hand, we leave our land for dogs
Da “Dogs“, 1987
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L’appendice degli itajani
Con un attacco di questa portata, dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche per mezzo mondo, un ministro degli esteri non può limitarsi a dire: “La nostra priorità è la protezione dei nostri cittadini e delle nostre forze nella regione”. Preoccuparsi degli italiani è doveroso; adoperarsi per tutelare i connazionali è sacrosanto, e nessuno lo mette in discussione. Il problema è ciò che quella dichiarazione lascia nel silenzio: nessuna visione, nessuna parola sull’impatto globale, nessuna posizione che vada oltre il recinto di casa propria. In uno scenario simile, restare nell’angolo più comodo e meno esposto non è prudenza diplomatica, è assenza di ruolo internazionale e di strategia. Non si chiede imprudenza, né proclami muscolari. Si chiede una posizione. Un Paese che non prova nemmeno a dire quale ordine internazionale intenda difendere finisce, di fatto, per accettare quello deciso da altri.
Storia di un navigatore che voleva il nirvana e trovò l’Eldorado
Epperò non prendetevela con Cristofaro Cristóbal Colombo, meglio conosciuto in Spagna e antiche colonie allegate come Colón e altrove come Columbus, Colomb, Columb, Colom, Kolumbus, Kolumb o Κολόμβος (per fermarci alle lingue più vicine e famigliari). Lui, il buon Colombo Colón Columbus Colomb Columb Colom Kolómbos, non voleva scoprire gli Stati Uniti d’America, le chewing gum, i McDonald’s, Donald Duck, Don Dick e Donald Trump. Lui, poverino, voleva arrivare in India e raggiungere il nirvana; ma s’è messo di mezzo tutto questo continente veramente ingombrante. E il karma volle che finisse la vita imprigionato.
Che poi manco lui, il signor K, sapeva bene perché, ma se lo era meritato. Altro che Viceré delle terre scoperte con una quota del 10% dei profitti, per sé e i suoi eredi. Mica sapevano che l’Eldorado stava in quella terra che avrebbero chiamato Venezuela per via di quelle palafitte che ricordavano la laguna – ma dove l’oro era soprattutto nero e tutto macchiato di fiotti di lacrime e sangue.
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L’Amerika del Signor K
Mi sono fatto creare le immagini da due IA made in USA e le ho montate con il sottofondo della struggente musica afroamericana di “Lonely Woman“, capolavoro di Ornette Coleman del 1959.
Cinque cose che questa storia insegna a chi non vuol sentire
Un’ANSA del 21 febbraio riferisce che l’assistente capo Carmelo Cinturrino avrebbe chiesto quotidianamente denaro e droga ad Abderrahim Mansouri, il marocchino di 28 anni ucciso dal poliziotto con un colpo di pistola alla testa il 26 gennaio nella periferia milanese di Rogoredo. Si parla di richieste di 200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno; e lo stesso sistema di taglieggiamento sarebbe stato applicato, in modo sistematico, ad altri pusher del boschetto, la più grande piazza di spaccio della Lombardia. Le responsabilità individuali saranno accertate dalla magistratura; nel frattempo, però, alcune riflessioni di carattere generale mi sembrano doverose e, in qualche modo, inevitabili.
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1. I poliziotti, come i professori, non hanno sempre ragione
Come gli insegnanti a scuola, i magistrati in tribunale e i politici fuori e dentro l’esercizio delle loro funzioni, anche le forze dell’ordine non sempre hanno ragione, né per principio né per decreto. La divisa non è una patente di santità né un certificato di infallibilità morale. Questa storia, se le accuse verranno confermate, non è una storia di un poliziotto che ha sbagliato in buona fede in una situazione difficile. È la storia indecentedi un sistema di potere piccolo e sporco costruito nel tempo, pusher per pusher, banconota per banconota, grammo per grammo. L’idea che chi porta la pistola dello Stato abbia automaticamente ragione è pericolosa non solo sul piano logico, ma sul piano democratico: alimenta l’impunità, scoraggia la denuncia, protegge il marcio. Il potere conferito dallo Stato può essere usato per fini criminali. È una verità scomoda, ma non è una novità. La corruzione può esistere ad ogni livello. Stupisce solo chi ha scelto di non guardarla in faccia e di dimenticare decine e decine di film, telefilm, romanzi e casi di cronaca dedicati alla figura eccezionale, ma esistente, del poliziotto malvagio, criminale e corrotto.
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2. Lo scudo penale può essere un rimedio peggiore del male
Torna periodicamente, come un tormentone di fine estate, l’idea di uno scudo penale per le forze dell’ordine, protezioni legali più larghe, immunità funzionali più robuste. Un’ICE all’italiana, insomma. Lo si propone come tutela per chi lavora in condizioni difficili, chi deve prendere decisioni in frazioni di secondo, chi rischia ogni giorno. Tutto ragionevole, in astratto. In concreto, casi come questo mostrano dove porta quella logica: un poliziotto che spara a un uomo, poi mente sulla dinamica, poi fa portare dal commissariato uno zaino con una replica di pistola da sistemare accanto al corpo ancora caldo. Uno scudo penale abbastanza largo avrebbe trasformato tutto questo in un “incidente di servizio”. La responsabilità penale individuale non è un’aggressione alle forze dell’ordine: è l’unico argine reale contro la trasformazione di un tutore dell’ordine in un criminale protetto dallo Stato e tutela anche tutti quei poliziotti che sono maggioranza e svolgono il proprio lavoro con dedizione e senso del dovere.
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3. Il rifiuto di far indossare le telecamere non ha motivo di essere per i buoni poliziotti
Se Cinturrino avesse indossato una body-cam attiva, sapremmo già tutto o tutto si sarebbe evitato nella consapevolezza che si sarebbe saputo dove stava Mansouri, come era posizionata l’arma, cosa sarebbe successo nei 23 lunghi minuti tra lo sparo e la chiamata al 118. Invece stiamo ricostruendo la scena con le telecamere di sorveglianza del boschetto, le testimonianze di tossicodipendenti e spacciatori, l’analisi del DNA su una pistola giocattolo con il tappo rosso. La resistenza all’uso delle body-cam da parte di molti sindacati di polizia viene motivata con la tutela della privacy degli agenti, con lo stress operativo, con mille altre ragioni plausibili. Ma questo caso suggerisce che l’opposizione possa servire anche e soprattutto a evitare che emergano abusi, violenze ingiustificate, corruzione quotidiana. La telecamera tutela il cittadino dal sopruso e il poliziotto onesto dalla falsa accusa. Chi si oppone a entrambe queste tutele, dovrebbe motivare un po’ meglio le sue ragioni.
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4. Mai fermarsi alle apparenze
La notizia iniziale si prestava a una lettura comoda: operazione antidroga in una zona difficile, pusher straniero irregolare, poliziotto che reagisce per paura o legittima difesa. Narrativa già pronta, già confezionata, già cotta e digerita con l’avallo di Salvini e di tutta una schiera di politici che fanno leva sulle paure e sulle insicurezze degli italiani. Il boschetto di Rogoredo è un posto che evoca immagini precise nella testa della gente: degrado, illegalità, pericolo. Fermarsi alle apparenze avrebbe significato lasciare tutto là, archiviare, andare avanti. Invece qualcuno ha parlato. Qualcuno dei conoscenti di Mansouri ha raccontato che Abderrahim aveva confidato loro la sua paura. Che a un certo punto aveva smesso di pagare. Che da quel momento aveva cominciato a temere il poliziotto. Dietro la narrativa di “ordine e sicurezza” può celarsi una realtà in cui il confine tra guardia e ladro è stato cancellato dai fatti; una realtà sommersa torbida e inquietante che non si può far finta di non vedere, soprattutto quando lo sterco e l’immondizia affiorano in superficie.
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5. La centralità democratica di una magistratura libera
Solo una magistratura indipendente e libera da condizionamenti politici, corporativi, gerarchici può fare quello che il pm Giovanni Tarzia e la squadra Mobile stanno facendo: indagare “verso l’interno” delle istituzioni, prendere sul serio le testimonianze di persone che la narrativa dominante preferirebbe ignorare, ricostruire la scena anche quando la scena è stata alterata. Poliziotti che indagano poliziotti. Se la magistratura non fosse indipendente dall’esecutivo, le voci dei conoscenti di Mansouri sarebbero rimaste voci. Lo zaino portato dal commissariato sarebbe rimasto uno zaino. I 23 minuti tra lo sparo e il 118 sarebbero diventati una svista, un disguido, una di quelle cose che capitano. La magistratura libera non è un privilegio della casta giudiziaria: è una garanzia per tutti. Specialmente per chi, ai margini, non ha altri strumenti per farsi sentire.
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Una conclusione amara
Abderrahim Mansouri aveva 28 anni, vendeva droga in un boschetto, aveva smesso di pagare il pizzo a un poliziotto e adesso è morto. Abderrahim Mansouri aveva 28 anni ed è morto con un colpo alla testa sparato da chi avrebbe dovuto proteggerlo, anche da sé stesso. Abderrahim Mansouri aveva paura di un poliziotto. Non temeva di essere arrestato, temeva di essere ucciso. E non aveva tutti i torti, anche se nessuno potrà più dirglielo.
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‘O bbuono o ‘o malamente? (trailer)
In sottofondo, Alma Megretta, “Nun te scurdà“, 1994.