E non è solo una bottiglia d’acqua

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Pensa, caro lettore, a una bottiglia di acqua appoggiata su un tavolo.

Possiamo descriverla come un oggetto con una massa e un certo volume. Possiamo fare meglio e vederla come un sistema termodinamico caratterizzato anche da temperatura e pressione. Ma naturalmente sappiamo che c’è pure una ricchezza idrodinamica che si dipana, c’è microturbolenza, e altro. Ci sono fenomeni peculiari nell’interazione tra l’acqua e le pareti della bottiglia.

……………

E a ben guardare la superficie dell’acqua nella bottiglia non è incolore, vi si rispecchiano l’intera stanza, la finestra e il cielo, per cui quell’acqua sa dell’azzurro cristallino del cielo e delle rondini che ora stanno roteando, sa della primavera imminente… Ci sono innumerevoli mondi, in una bottiglia d’acqua appoggiata su un tavolo.

Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose.

Quando la fisica diventa poesia.

I passi della lumachella (2)

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Sembra che sia arrivata già la primavera. Cefalù è splendida. Passeggio per le strade antiche che guardano il mare, ne ascoltano da millenni i tonfi, gli sciabordii, le serenate appena accennate lungo la battigia. L’aria è mite, si respira un familiare odore salmastro. Mi affaccio da una terrazza dall’aspetto ieratico: un’antica chiesa l’ha stesa come un tappeto fino a raggiungere la scogliera. Onde vivaci sollevano infinite bollicine. Bianche, trasparenti, alcune piccole, piccolissime, altre più grandi. Origami trasparenti, trine eleganti di un merletto pregiato, di un velo da sposa che libra sulla costa rocciosa per poi perdersi, travolto dal mare in tempesta.

            Un balconcino emerge dallo sfavillio acquoso. Appartiene a una casa costruita su una delle rocce che hanno confidenza con il mare.  Non credo possa contenere una sedia. Oltre la ringhiera si sporgono due assi ferrosi: due braccia tese, aggrappate a una speranza conservata nel vuoto di un blu cangiante. Ai due ferri sono ordinatamente tesi tre fili per stendere la biancheria. Nessun lenzuolo sventola da quei fili. Solo delle mollette colorate da bucato e tre panni da cucina popolano lo spazio sospeso sul mare. Intrisi di sale e di storia, aspettano di rientrare in casa, di ritrovare l’ordine tra le tante cose riposte nei cassetti.

– È uscita…

– Oggi non torna…

I panni appartengono alla storia della donna che sempre alla stessa ora corre alla Postierla, luogo antico di Cefalù, dove l’acqua dolce non si mischia mai al mare salato; dove una sorgente aveva deciso di sgorgare proprio tra le rocce di un tratto dell’antica scogliera; dove Anna amava rifugiarsi quando, tra la brezza delle onde, incrociava le sue braccia in un abbraccio solitario, cercando il silenzio della sua anima.  Da lì era partito un marinaio, si erano allontanati due occhi che le avevano promesso una vita insieme.

Anna l’aveva conosciuto in casa del barone Pirajno, dove la baronessa Maria Francesca Parisi, dei baroni di San Bartolomeo di Lipari, le affidava ceste di biancheria da lavare. La giovane era affascinata dall’eleganza che si respirava tra le mura della villa, sempre frequentata da tanta gente: studiosi, archeologi, marinai, contadini, lavandaie e massaie. Tutti attraversavano i saloni e salivano e scendevano da una scala in pietra lumachella che dal salone portava al piano superiore, tirata sempre a lucido e le conchiglie incastonate in ogni lastra di roccia levigata, davano ai gradoni un aspetto di marmo pregiato dal profumo di mare.

Il barone era un noto collezionista di opere d’arte, antichi reperti e conchiglie. Da qualche tempo aveva inaugurato il museo di Mandralisca, nome della sua casata, a cui apparteneva un capostipite della famiglia Pirajno, Domenico Pirajno, che, nel XVI secolo, aveva lasciato il Portogallo per trasferirsi in Sicilia.

La baronessa era originaria di Lipari, isola dove Enrico Pirajno tornava volentieri. Lì aveva avuto la possibilità di recuperare monete antiche e vasi di origine etrusca, in seguito a scavi effettuati nell’ampia tenuta della famiglia della moglie anticamente occupata da una vasta necropoli greco-ellenistica e romana di Lipara.

Alle trasferte eoliane partecipava anche il ragazzo dagli occhi profondi. Scendeva dalla scala in pietra lumachella quando Anna, giù nel salone, teneva tra le braccia un grosso cesto di biancheria da lavare.

-È pesante questo cesto per voi. Date a me. Vi accompagno al lavatoio.

Fecero così un tratto di strada insieme. Lui le raccontò di essere un marinaio e che spesso lavorava sul veliero che portava i baroni a Lipari.

-Stasera volete venire a vedere il tramonto dalla Portiella. Ma come ti chiami?

L’appuntamento con il sole che bacia il mare prima di scomparire dietro l’orizzonte, si ripeté per diverse sere fino a quando Mario dovette partire.

Anna lo accompagnò al porto, lo salutò e iniziò a contare. Contò le persone che si imbarcarono sul veliero, i sacchi, i bauli, le corde che venivano tirate e quelle che si avvolgevano alle pitte che come lei restavano a guardare l’imbarcazione scivolare via. E poi contava i giorni che mancavano al ritorno del veliero. La smania del contare scoccava ogni qual volta si presentavano situazioni a cui la mente si attaccava in maniera esclusiva: pensava a quello e basta. Le succedeva anche quando stendeva la biancheria. La serie dei numeri si agganciava ai suoi movimenti come le mollette ai panni. Uno, due, tre, quattro, e oltre fino a che lei si scuoteva a bloccare l’avanzata dei numeri.

Quel giorno aveva contato tanto. Occhi profondi si era imbarcato sul veliero che il barone aveva scelto per raggiungere ancora una volta l’isola di Lipari. Uno speziale doveva vendere una tavoletta affissa a un riquadro del suo stipo che riproduceva il dipinto di un uomo che sorrideva e con scherno sembrava osservare tutto e tutti. La figlia dello speziale, zitella, non sopportava il sorriso del marinaio ritratto in quel pezzo di legno. Tutto lo sguardo, gli occhi, le guance tirate, mettevano a nudo la sua rabbia e l’umiliazione di aver visto, fino ad allora, preclusa la possibilità di salire all’altare per un sì per sempre.

– Che guardi, maledetto!

E, togliendosi una scarpa, la tirava sul volto dipinto che, indomito, continuava a sorridere.

Bisognava liberarsi di quella maledizione. Lo speziale, provvidenzialmente, conobbe Enrico Pirajno che comprò il dipinto e finalmente poté nutrire la speranza che la figlia potesse trovare un poco di tranquillità.

La traversata da Cefalù a Lipari era stata minacciata da onde poderose che avevano danneggiato la barca del barone. Fu necessario soggiornare qualche giorno sull’isola eoliana in attesa che l’imbarcazione fosse riparata e il vento si chetasse. Trascorse quasi un mese e quando fu possibile partire, il veliero con vento favorevole viaggiò con a bordo un famoso dipinto: un ritratto ad opera di Antonello da Messina.

Approdati al porto cefaludese, sbarcarono tutti: il barone e la moglie, i marinai e il dipinto avvolto in un panno. Uno, due, tre, quattro, … , sei…

Lui non era tornato. Una liparota lo aveva rapito con un canto simile a quello di una sirena. La sua numerazione, quella volta, difettò di uno e singhiozzò per una mancanza.

Lei non dimenticò mai la promessa e attese per sempre, anche quando la morte la colse e il suo fantasma dialogava con il mare e con i panni stesi ad assorbire sale.

-Stasera non torna. Uno, due, tre… le senti le lastre di lumachella che contano i passi di chi corre alla Postierla nell’ora della sera?

Il mare (1)

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“Nelle acque tranquille del mar Tirreno, vivevano tanti pesci: chi andava su, chi andava giù, chi nuotava a destra, chi a sinistra. Avevano tutti un gran da fare di giorno, ma poi, alla sera, tornavano al luogo da dove erano partiti: un’immensa grotta in fondo al mare dove, poggiato a una parete, si trovava un grande libro con enormi fogli bianchi. I pesci, al ritorno dai loro viaggi, scrivevano, sulle pagine del volume sottomarino, le storie che avevano ascoltato dalle conchiglie che si muovevano lente sugli scogli. Una volta al mese, la fata degli abissi radunava tutti i pesci e chiedeva a uno di loro di leggere ciò che aveva scritto.” La grande casa di Irastea, pag.39

La stanza virtuale dove ho la possibilità di incontrare tanti amici che condividono con me l’amore per la parola scritta, la paragono a una grotta in fondo al mare dei pensieri, delle riflessioni, delle fantasie, delle invenzioni lessicali. Un mare immenso, profondo, agitato, calmo, tempestoso, che parla, ci viene incontro. Ci avvolge di odori salmastri, di freschi risvegli.

Cosa si può dire ancora del mare? Quali aggettivi possiamo usare per esprimere le sue qualità?

Tanti poeti hanno dedicato versi significativi per rivelare come il mare rifletta spesso il nostro stato d’animo.

Giosuè Carducci in “In riva al mare” recita:

Tirreno, anche il mio petto è

un mare profondo

e di tempeste, o grande, a te

non cede

Profondo, tempestoso è il mare che diventa specchio dell’anima.

Federico Garcia Lorca, nella poesia CONCHIGLIA, immagina che dentro una conchiglia ci siano i racconti del mare e lui stesso si inonda di acqua, di stupore. Un po’ come fanno i bambini che di meraviglia e fantasia colorano la loro scoperta del mondo.

M’hanno regalato una conchiglia

Le canta dentro

Un mare di carta.

Il mio cuore

Si colma d’acqua

Con pesciolini

D’ombra e d’argento.

Mi hanno portato una conchiglia.

Emily Dickinson, in COME SE IL MARE SEPARANDOSI, evoca l’infinito attraverso l’immagine del mare spezzato dalle onde che si rinnovano senza fine.

Come se il mare separandosi

Svelasse un altro mare,

questo un altro, ed i tre

solo il presagio fossero

d’un infinito di mari

non visitati da rive-

il mare stesso al mare fosse riva

questo è l’eternità.

C’è sempre qualcosa di misterioso ed eterno che muove il nostro desiderio di sapere, di esplorare ciò che ci circonda anche se sappiamo che non riusciremo mai a capire tutto. Ma proprio qui sta la nostra libertà: nell’esperienza di essere capaci di attraversare sempre nuovi orizzonti, all’infinito, onda dopo onda.

Eternità che si rivela come attimo di pura bellezza nella poesia di   Arthur Rimbaud che dedica al mare dei versi meravigliosi:

 È ritrovata.

 Che cosa? L’Eternità.

È il mare andato con il sole.

Il mare esprimere l’eterno fluire della realtà che avanza ma è anche magia. E’ l’eternità colta nell’attimo in cui il mare e il sole si sciolgono all’orizzonte. Accogliendo l’eterno fluire della vita, il mare torna sempre, infrangendosi sulle onde, apre la via a immagini, fantasie, ricordi, malinconie e emozioni. E’ magia che si esprime anche durante e dopo una tempesta, per cui è importante mettersi in ascolto per capire cosa ci ha voluto dire, trasmettere quel rimescolio di onde, di acqua.

In ascolto! In ascolto!

È l’incitamento di Ariel, lo spiritello liberato da Prospero, duca di Milano, ma anche mago, che Shakespeare immagina, nel dramma romanzesco LA TEMPESTA, abbia scatenato appunto una tempesta per risolvere una situazione controversa nel suo regno.

C’è una forma poetica giapponese, molto efficace, che prevede un rapporto di osservazione, di immedesimazione con il paesaggio che ci circonda, soprattutto con la natura.

Fatta di mare

Inquieta, saporita

Come la vita.

Un Haiku, una poesia di tre versi che ha in sé la capacità di portare il grande nel piccolo, che spinge alla ricerca di parole nuove, di sinonimi, semplici o ricercati per catturare un’immagine, un pensiero. Un’onda del mare.

Il vento

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-Santina!

            Si era svegliata. Si era alzata di scatto. Era uscita fuori, in giardino. Non aveva visto nessuno. Nessuno la chiamava, le andava incontro. Sentiva solo un forte vento che urlava. Disordinato, impaziente, folle. Un vento che avanzava, poi tornava indietro, scivolava veloce tra i rami del cedro. Smuoveva l’erba del prato, spingeva le foglie secche a trovare riparo negli angoli delle strade, nei pressi di una finestra, di una porta. Fischiava, soffiando tra le crepe di case stanche di aspettare.  

            -Dove sono arrivate le voci straziate delle donne che ti avevano affidato i messaggi da portare ai loro cari lontani? Perché tardano ad arrivare? Perché non ha risposto nessuno? 

            Il vento correva. Santina lo aveva seguito prima verso il mare poi verso la casa di don Peppino. Il mare era agitato, infuriato e stanco di quell’aria che alzava le onde per poi sbatterle contro gli scogli. Don Peppino, inerme nel suo letto, mostrava i segni di una disperazione che si accendeva ogni volta che sentiva la furia del vento, lo stesso che si era preso il messaggio della sua donna e non gliel’aveva consegnato.

            Quando Santina era entrata, lo trovò rannicchiato, abbracciato a sé stesso.

            -Don Peppino, che avete? Vi sentite male? Vi duole la testa?

Non rispondeva mentre alzava lo sguardo intriso di suppliche.

            -Don Peppino, raccontatemi ancora del vescovo.

            -Il vento, Santina. Mi chiama. Devo andare.

            -Il vento soffia, s’attorciglia, urla, corre e poi se ne va.

            -Il vento porta i messaggi di chi è lontano.

            -Don Peppino, smettetela di tormentarvi. Dai, su, alzatevi. Vi aiuto a lavarvi e poi mangiate.

            -Ho un figlio, lo sai? Dov’è? Io non l’ho mai conosciuto. Lei aveva affidato al vento la notizia della nascita del nostro bambino.

Peppino aveva fatto la guerra e quando tutto sembrava finito era riuscito a tornare. Aveva sposato la sua Rosetta, avevano messo su casa. Lavoravano nei campi e di notte insieme andavano a pescare. Lei calava le reti, preparava le nasse, mentre lui sistemava gli ami. A volte la luna sorgeva rossa all’orizzonte e piano piano si alzava raggiungendo le stelle. Era in quei momenti che Rosetta diceva di vedere camminare sul filo dell’acqua uomini incappucciati, con la testa abbassata. Erano le anime dei morti che a quell’ora di notte, quando la luna era rossa, uscivano dalle viscere della terra per incontrare quelle che erano rimaste nei fondali marini.

– Non li guardare! – ammoniva Rosetta, – loro vogliono essere lasciati in pace. Potrebbero scatenare tempeste, onde minacciose contro di noi.

            Forse Peppino aveva disobbedito? Forse, preso dalla curiosità di vedere quello che Rosetta vedeva, volgeva lo sguardo verso la luna? Lui vedeva solo la luna e ogni volta restava incantato, incatenato dalla meraviglia del mare che partoriva una perla gigante. Forse non doveva guardare e pensare solo a pescare? Perché la tempesta arrivò. Gli proposero di imbarcarsi su una nave e andare lontano, in un paese dove avrebbe guadagnato tanti soldi. Rosetta aspettava un bambino e loro, nonostante lavorassero tanto, vivevano in miseria. Quel giorno lo accompagnò al porto, a testa bassa e le mani poggiate sul grembo. I capelli le coprivano il volto mentre Peppino prendeva un soffio di vento e glielo poggiava sul cuore.

            -Ascoltalo, ti parlerà di noi. Io torno presto, sai? Tu sorridi sempre.

Irastea: un grande sogno

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Sono nel mio guscio di noce, sono la regina dei miei pensieri. Sono la regina dei miei sogni infiniti.

Quante volte mi sono chiesta se è vita vera quella descritta dai sogni.

Quante volte ho cercato di capire, cosa ci fa essere spettatori e protagonisti in quel tempo che non conta le ore e in quello spazio dal carattere incommensurabile.

Quante notti sono scivolata dentro la scena prodotta dal sonno, dove la fantasia mi pioveva addosso copiosa e apriva nuove porte all’immaginazione.

Ho sognato un tappeto bianco, una volta. Bianco, tra l’azzurro del cielo. Scendeva giù come una cascata, scavalcando ampi strati celesti. Lì accorrevano le nuvole cariche di emozioni e storie impossibili, desideri, ansie e paure. Erano loro che versavano, tra le fitte maglie del candido tappeto, la fatica di certe giornate difficili. Poi si scioglievano e di esse non rimaneva neanche un minimo ricordo. Come quel cumulo denso di vapore che era giunto alla cascata e proteggeva gli amori di maghi e paladini.

 -Ove son io? – chiedeva stordito Ronaldo che dentro una nuvola aveva viaggiato per trovarsi nel giardino incantato dell’innamorata Armida.

-Ove son io? – continuava a chiedere

-Al fianco mio.

Ma la nuvola si sciolse, l’inganno fu svelato e la maga al suo fianco non trovò che sé stessa.

Al fianco mio, vicino a me, con me. Ci sono solo io.

Scivolo piano lungo il tappeto di bianco vestito, mi guardo, mi riconosco. Al fianco mio, vicino a me, con me.

Eternità

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E’ ritrovata.

Che cosa? L’eternità.

E’ il mare mischiato

col sole.

Anima sentinella,

mormoriamo l’assenso

della notte di nulla

e del giorno di fuoco.

Dagli umani suffragi,

dagli slanci comuni

là ti liberi

e voli dove vuoi.

Poichè soltanto da voi,

o braci di raso,

il dovere si esala

senza che si dica: finalmente.

Là, nessuna speranza,

nessun orietur.

Scienza con pazienza,

il supplizio è sicuro.

E’ ritrovata.

Che cosa? L’eternità.

E’ il mare mischiato

col sole.

Arthur Rimbaud, L’Eternità

Osare

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Punto basso, punto alto, catenelle. Intreccio il filo attorno al dito e seguo due schemi: quello che mi indica un tutorial a cui ho tolto l’audio perché non mi serve; e quello che mi suggerisce la mente e che spesso segue indicazioni diverse da quelle consigliate dal video.

       Punto basso, punto alto, catenelle. Punto altissimo. Ho deciso che a questo punto devo esagerare: chissà, forse la trama si arricchisce o si infittisce oppure si ingarbuglia. È un po’ come seguire un sentiero che a un certo punto si apre ad altri possibili percorsi: potrei essere guidata dalla curiosità e come Alice perdermi in nuove avventure, oppure essere costretta a tornare indietro. E scucire tutto.

Un torpore mi rapisce. Le mie mani si arrendono, la mia mente vaga tra immagini prima sfocate, poi sempre più nitide, tra nuvole bianche come panna montata. Sono nuvola io stessa e mi muovo leggera tra le vie del cielo, osservando dall’alto i colori e i paesaggi del mondo. Una chiazza verde, luminosa, scintillante cattura il mio sguardo. Ecco, è lì che mi voglio fermare.

La mia mente ha proprio pensato a tutto. Da una nuvola che mi sta vicina, si srotola una scala di corda che si intreccia ai pioli con nodi fitti e resistenti. L’afferro e scendo fino a raggiungere una vigna soleggiata che guarda il mare. Sembra di essere in piena estate. Eppure mentre stavo lavorando all’uncinetto sentivo tanto freddo.

       I filari ordinati di piante rigogliose corrono lungo il campo dove grandi pampini verdi avvolgono i tralci, li proteggono, li ornano; i viticci, riccioli verdi in cerca di sostegno, saltano fuori come i capelli scompigliati di un bambino. Dai tralci pendono grossi grappoli di uva dorata circondata da vespe e api e coccinelle, mentre qualche lucertolina è salita lungo un fusto per partecipare alla festa degli acini biondi.

       Passeggio tra il verde e il dorato del campo, mentre il sole raggiunge anche le mie guance che si infuocano. E non solo di calore. Sento un gran rimescolio di emozioni, come quando ero bambina e inventavo avventure calpestando l’erba e salutando ragni, lucertole e calabroni.  

Osservo, aspiro l’aria attorno a me per sentire meglio gli odori di questa terra luminosa. E intanto divento sempre più piccola. Arrivo presso una radura, dove alcuni pampini sono disposti al centro di un gruppo di donne vestite d’azzurro, con un fazzoletto bianco in testa che raccoglie i loro capelli ondulati come i viticci. Mi invitano a sedere con loro. Dagli acini di alcuni grappoli, tirano fuori i vinaccioli. Mi spiegano che non tutti i grappoli dorati della vigna posseggono semi fatati.

       Fatati. Il mio sogno si sta ingarbugliando più del mio lavoro all’uncinetto.

Mi spiegano che quei semi contengono le parole di tutte le storie che è possibile scrivere, e loro hanno il compito di raccoglierli e sistemarli sui pampini che avevano scelto tra i più resistenti.

Così, come una vespa morde la buccia di un acino e aspetta un’ape che ne aspiri il succo, apro ogni chicco di uva e lo passo alle mie nuove compagne. Sono loro che tirano fuori le parole e le sistemano sulle foglie. Non parlano, osservano e sorridono. Questo mi basta per sentire il desiderio di seguirle nel lavoro di selezione dei semi.

Completata l’operazione di riempimento dei pampini, ogni donna prende il proprio e qualcuno ne porge uno anche a me.

Mi sento di nuovo leggera, come una piuma. Sospinte da leggeri soffi di vento, ci solleviamo e sorvoliamo tutta la vigna fino ad arrivare al mare. Ci fermiamo sulla battigia e consegniamo le foglie alle onde, perché possano iniziare il loro viaggio verso terre bisognose di trovare il modo di raccontarsi. La mia foglia corre veloce, salta fra i flutti salati. Sembra avere fretta.

-Aspettami! Vengo con te!

Non vedo più nulla, è scomparso tutto. Ogni cosa si è dileguata tra i fiotti ondulati del mare. Lo sento, sembra sussurrarmi qualcosa.

No, è il mio respiro che è tornato meno profondo e regolare, e mi avvisa che sono fuori dal sogno.  

 L’uncinetto è scivolato dietro la schiena. Sono ancora con il filo attorcigliato alle dita. Immobile mi guardo attorno: nessun volo, nessun campo assolato. Ho freddo.

Punto basso, punto alto, catenella, punto altissimo.  Il mio lavoro prende nuova energia. Scivola tra le mie dita come foglia trasportata dal vento. Comporrò una musica, una poesia, un’ode? Realizzerò un centrino a forma di pampino che ha la passione di cavalcare le onde del mare.

Vena

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Lungo la strada che sale su per la montagna, grandi alberi di castagno, noci e noccioli si incontrano e allungano i rami come a cercare l’abbraccio di chi sta dall’atra parte o sporgersi per consegnare una confidenza che può dirsi solo a bassa voce.

Fa freddo in questi giorni ma loro, gli alberi, non sembrano soffrirne. La neve è caduta copiosa sulla montagna e un vento gelido ha attraversato i boschi fitti di fusti e rami che si sono stretti l’uno l’altro per non farsi abbattere.

          -Conosci la storia della Madonna della Vena? Sai del piccolo borgo dove una vena d’acqua porta ristoro e pace nei cuori della gente?

          Era il 575 o il 580 (il vento da queste parti porta via anche stracci di tempo). Alcuni monaci basiliani avevano obbedito al volere di papa Gregorio I di fondare un monastero sul versante orientale dell’Etna dove la madre, Santa Silvia, aveva dei possedimenti.

Molti monaci basiliani erano fuggiti dal lontano oriente per scampare alle persecuzioni e avevano trovato rifugio in Italia meridionale e in Sicilia, fondando monasteri e dedicandosi alla preghiera, al lavoro e alla carità.  Mascali, paese pedemontano affacciato al mare Ionio, contava un certo numero di monaci basiliani a cui il papa aveva affidato il compito della costruzione di un nuovo monastero. Dal paese etneo erano partiti in groppa a degli asini, portandosi dietro vettovaglie, arnesi da lavoro e una preziosa icona bizantina della Madonna con Bambino su tavola di cedro del Libano che avrebbe dovuto intensificare, nel nuovo monastero, il culto e l’adorazione alla Vergine.

          La scalata della montagna si rivelò ardua, ripida e piena di insidie: rocce scoscese, rami divelti, avvallamenti improvvisi. Ma nulla fece desistere quegli uomini di fede dal portare a termine la missione affidata loro dal papa. Gli asini avanzavano con prudenza quando ad un tratto uno di loro, quello che trasportava l’icona della Madonna, si fermò. Una leggenda narra che il somaro iniziò a scavare il terreno con gli zoccoli fino a che non uscì fuori una “vena” di acqua. I monaci attribuirono l’evento a un miracolo operato dalla Madonna: era stato l’asino che portava sul dorso l’icona a scavare perché la polla d’acqua uscisse fuori. Era il momento di fermarsi, era quello il luogo dove sarebbe sorto il monastero che il papa avrebbe dedicato a Sant’Andrea, il primo dei dodici apostoli. Attorno alla comunità dei monaci si raccolsero famiglie di contadini che attorno alla “vena” miracolosa costruirono le loro case e il borgo che si formò prese il nome di Vena.

          Qui si formarono tanti aspiranti monaci. Tra essi, Teofane Cerameo nato nel borgo circondato da viti e attraversato dal gorgoglio dell’acqua della Madonna. Teofane divenne un celebre oratore e come scrittore non mancò di citare la leggenda legata al suo paese di origine. Si dice fosse diventato anche vescovo di Taormina, città collinare nota agli abitanti di Vena.

Nelle giornate di cielo terso, quando il vento ha spazzato via tutte le nuvole, dall’affaccio che era stato preposto davanti al convento, la vista si allunga fino a Taormina, la costa calabra e poi il mare, immenso, azzurro.

Il monastero, nei secoli subì tanti cambiamenti: l’antico monastero fu distrutto e divenne, molti anni dopo, Abbazia della Madonna della Vena. In seguito anche questa cessò di esistere e solo nel 1879, si tornò a nominare un rettore del Santuario per curarne il culto. Terremoti e colate laviche misero in serio pericolo la chiesetta che era rimasta a testimonianza dell’esistenza di un antico monastero che aveva visto nascere quel borgo. Nel corso degli anni l’interesse per la ristrutturazione dell’intero bene è aumentato fino a realizzare un santuario. Ogni anno tanti visitatori accorrono per bere l’acqua miracolosa e prostrarsi ai piedi dell’icona della Madonna che nei secoli è rimasta lì, a conservare il ricordo di una storia di devozione e laboriosità.