Sembra che sia arrivata già la primavera. Cefalù è splendida. Passeggio per le strade antiche che guardano il mare, ne ascoltano da millenni i tonfi, gli sciabordii, le serenate appena accennate lungo la battigia. L’aria è mite, si respira un familiare odore salmastro. Mi affaccio da una terrazza dall’aspetto ieratico: un’antica chiesa l’ha stesa come un tappeto fino a raggiungere la scogliera. Onde vivaci sollevano infinite bollicine. Bianche, trasparenti, alcune piccole, piccolissime, altre più grandi. Origami trasparenti, trine eleganti di un merletto pregiato, di un velo da sposa che libra sulla costa rocciosa per poi perdersi, travolto dal mare in tempesta.
Un balconcino emerge dallo sfavillio acquoso. Appartiene a una casa costruita su una delle rocce che hanno confidenza con il mare. Non credo possa contenere una sedia. Oltre la ringhiera si sporgono due assi ferrosi: due braccia tese, aggrappate a una speranza conservata nel vuoto di un blu cangiante. Ai due ferri sono ordinatamente tesi tre fili per stendere la biancheria. Nessun lenzuolo sventola da quei fili. Solo delle mollette colorate da bucato e tre panni da cucina popolano lo spazio sospeso sul mare. Intrisi di sale e di storia, aspettano di rientrare in casa, di ritrovare l’ordine tra le tante cose riposte nei cassetti.
– È uscita…
– Oggi non torna…
I panni appartengono alla storia della donna che sempre alla stessa ora corre alla Postierla, luogo antico di Cefalù, dove l’acqua dolce non si mischia mai al mare salato; dove una sorgente aveva deciso di sgorgare proprio tra le rocce di un tratto dell’antica scogliera; dove Anna amava rifugiarsi quando, tra la brezza delle onde, incrociava le sue braccia in un abbraccio solitario, cercando il silenzio della sua anima. Da lì era partito un marinaio, si erano allontanati due occhi che le avevano promesso una vita insieme.
Anna l’aveva conosciuto in casa del barone Pirajno, dove la baronessa Maria Francesca Parisi, dei baroni di San Bartolomeo di Lipari, le affidava ceste di biancheria da lavare. La giovane era affascinata dall’eleganza che si respirava tra le mura della villa, sempre frequentata da tanta gente: studiosi, archeologi, marinai, contadini, lavandaie e massaie. Tutti attraversavano i saloni e salivano e scendevano da una scala in pietra lumachella che dal salone portava al piano superiore, tirata sempre a lucido e le conchiglie incastonate in ogni lastra di roccia levigata, davano ai gradoni un aspetto di marmo pregiato dal profumo di mare.
Il barone era un noto collezionista di opere d’arte, antichi reperti e conchiglie. Da qualche tempo aveva inaugurato il museo di Mandralisca, nome della sua casata, a cui apparteneva un capostipite della famiglia Pirajno, Domenico Pirajno, che, nel XVI secolo, aveva lasciato il Portogallo per trasferirsi in Sicilia.
La baronessa era originaria di Lipari, isola dove Enrico Pirajno tornava volentieri. Lì aveva avuto la possibilità di recuperare monete antiche e vasi di origine etrusca, in seguito a scavi effettuati nell’ampia tenuta della famiglia della moglie anticamente occupata da una vasta necropoli greco-ellenistica e romana di Lipara.
Alle trasferte eoliane partecipava anche il ragazzo dagli occhi profondi. Scendeva dalla scala in pietra lumachella quando Anna, giù nel salone, teneva tra le braccia un grosso cesto di biancheria da lavare.
-È pesante questo cesto per voi. Date a me. Vi accompagno al lavatoio.
Fecero così un tratto di strada insieme. Lui le raccontò di essere un marinaio e che spesso lavorava sul veliero che portava i baroni a Lipari.
-Stasera volete venire a vedere il tramonto dalla Portiella. Ma come ti chiami?
L’appuntamento con il sole che bacia il mare prima di scomparire dietro l’orizzonte, si ripeté per diverse sere fino a quando Mario dovette partire.
Anna lo accompagnò al porto, lo salutò e iniziò a contare. Contò le persone che si imbarcarono sul veliero, i sacchi, i bauli, le corde che venivano tirate e quelle che si avvolgevano alle pitte che come lei restavano a guardare l’imbarcazione scivolare via. E poi contava i giorni che mancavano al ritorno del veliero. La smania del contare scoccava ogni qual volta si presentavano situazioni a cui la mente si attaccava in maniera esclusiva: pensava a quello e basta. Le succedeva anche quando stendeva la biancheria. La serie dei numeri si agganciava ai suoi movimenti come le mollette ai panni. Uno, due, tre, quattro, e oltre fino a che lei si scuoteva a bloccare l’avanzata dei numeri.
Quel giorno aveva contato tanto. Occhi profondi si era imbarcato sul veliero che il barone aveva scelto per raggiungere ancora una volta l’isola di Lipari. Uno speziale doveva vendere una tavoletta affissa a un riquadro del suo stipo che riproduceva il dipinto di un uomo che sorrideva e con scherno sembrava osservare tutto e tutti. La figlia dello speziale, zitella, non sopportava il sorriso del marinaio ritratto in quel pezzo di legno. Tutto lo sguardo, gli occhi, le guance tirate, mettevano a nudo la sua rabbia e l’umiliazione di aver visto, fino ad allora, preclusa la possibilità di salire all’altare per un sì per sempre.
– Che guardi, maledetto!
E, togliendosi una scarpa, la tirava sul volto dipinto che, indomito, continuava a sorridere.
Bisognava liberarsi di quella maledizione. Lo speziale, provvidenzialmente, conobbe Enrico Pirajno che comprò il dipinto e finalmente poté nutrire la speranza che la figlia potesse trovare un poco di tranquillità.
La traversata da Cefalù a Lipari era stata minacciata da onde poderose che avevano danneggiato la barca del barone. Fu necessario soggiornare qualche giorno sull’isola eoliana in attesa che l’imbarcazione fosse riparata e il vento si chetasse. Trascorse quasi un mese e quando fu possibile partire, il veliero con vento favorevole viaggiò con a bordo un famoso dipinto: un ritratto ad opera di Antonello da Messina.
Approdati al porto cefaludese, sbarcarono tutti: il barone e la moglie, i marinai e il dipinto avvolto in un panno. Uno, due, tre, quattro, … , sei…
Lui non era tornato. Una liparota lo aveva rapito con un canto simile a quello di una sirena. La sua numerazione, quella volta, difettò di uno e singhiozzò per una mancanza.
Lei non dimenticò mai la promessa e attese per sempre, anche quando la morte la colse e il suo fantasma dialogava con il mare e con i panni stesi ad assorbire sale.
-Stasera non torna. Uno, due, tre… le senti le lastre di lumachella che contano i passi di chi corre alla Postierla nell’ora della sera?