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Non è una riforma tecnica. È una questione di potere.


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Il referendum sulla riforma della magistratura viene presentato come un intervento tecnico: separazione delle carriere, nuovi organi disciplinari, maggiore efficienza del sistema giudiziario.

Ma non è una riforma tecnica.
È una questione di potere.

Le democrazie moderne si reggono su un principio semplice ma fragile: il potere deve essere limitato. Non basta che sia eletto. Non basta che sia legittimato dal voto. Deve anche essere controllato.

Per questo la Costituzione italiana ha costruito un equilibrio tra i poteri dello Stato in cui la magistratura rappresenta uno dei principali contrappesi all’autorità politica.

Indebolire questo equilibrio significa alterare uno dei pilastri della democrazia costituzionale.

La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri viene presentata come una garanzia di imparzialità. In realtà produce un effetto diverso: rende il pubblico ministero sempre più simile a un organo dell’accusa separato dall’ordine giudiziario e quindi potenzialmente più esposto alle dinamiche del potere politico.

Non è una questione astratta.

In molti sistemi in cui il pubblico ministero è separato dal corpo della magistratura, l’azione penale finisce per essere più facilmente influenzata dal potere esecutivo. Non sempre in modo esplicito. Spesso attraverso forme più sottili di pressione o di indirizzo.

La Costituzione del 1948 aveva cercato di evitare proprio questo rischio.

Separare rigidamente le carriere significa cambiare la logica di fondo di quel sistema.

A questo si aggiunge un altro elemento problematico: l’introduzione del sorteggio per la composizione di alcuni organi della magistratura.

Il sorteggio viene presentato come un antidoto alle correnti e alle logiche di appartenenza. Ma trasformare gli organi di autogoverno della magistratura in organismi selezionati per estrazione casuale significa sostituire il principio della responsabilità con quello della casualità.

La giustizia non può essere regolamentata come una lotteria.

Chi sostiene la riforma afferma che serve a correggere i difetti della magistratura. È un argomento che merita attenzione, perché nessuna istituzione è immune da errori o degenerazioni.

Ma nella storia politica esiste una regola elementare: quando il potere interviene sugli strumenti che dovrebbero controllarlo, è sempre necessario chiedersi quale equilibrio stia davvero cercando di cambiare. È uno dei momenti più delicati per ogni democrazia.

Non tutte le riforme producono automaticamente più libertà.
Alcune spostano lentamente il baricentro del potere.

E quando questo accade, spesso ce ne accorgiamo solo dopo.

Per questo voterò NO.

Non perché pensi che l’attuale sistema sia perfetto, ma perché credo che indebolire l’indipendenza della magistratura significhi ridurre uno degli ultimi spazi di controllo sul potere politico.

Le democrazie raramente muoiono all’improvviso.
Più spesso si trasformano lentamente, attraverso riforme che sembrano tecniche e che invece modificano in profondità l’equilibrio tra libertà e autorità.

Ed è proprio per questo che, questa volta, voterò #NO.


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Contro l’isola e contro la fortezza


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Da Bauman e Donskis a un’idea di legame come continuità aperta

Bauman e Donskis hanno descritto con grande lucidità una delle patologie più profonde della modernità: la crisi dei legami. Da una parte l’illusione dell’autosufficienza, il desiderio di vivere senza dipendere da nessuno, senza il peso degli altri, senza l’intralcio della responsabilità reciproca; dall’altra la trasformazione dei rapporti in connessioni intermittenti, revocabili, funzionali, segnate più dalla logica dell’uso che da quella della fedeltà. In Bauman questa crisi assume la forma della “possibilità di un’isola”; in Donskis quella dell’uomo modulare, del piccolo Don Giovanni contemporaneo, che attraversa i rapporti senza mai lasciarsi veramente vincolare da essi. (Leonidas Donskis e Zygmunt Bauman, Cecità morale, Laterza, pp. 243–272)

Su questo piano, la loro diagnosi resta potente. Essi colgono bene il carattere fragile, liquido e strumentale dei legami nel mondo contemporaneo. Vedono che qualcosa si è spezzato: la continuità affettiva, la fedeltà intesa come responsabilità verso l’altro, la capacità di restare in relazione senza ridurre l’altro a episodio o funzione. Vedono anche che una civiltà che sogna l’immunità dal legame produce insieme isolamento, cinismo e povertà morale.

Eppure, proprio prendendo sul serio la loro analisi, sento il bisogno di dissentire. Non per negare la crisi dei legami, ma per mettere in discussione il modo in cui, soprattutto in Donskis, si tende a pensare il rimedio. Il rischio, infatti, è che alla dissoluzione moderna si opponga una visione del legame troppo legata a parole come fedeltà, amore, lealtà, prossimità, senza interrogare fino in fondo che cosa significhino davvero nella vita concreta e dentro le relazioni reali. Il punto non è rifiutare queste parole. Il punto è sottrarle alla loro possibile astrattezza.

I legami non si salvano semplicemente opponendo alla dispersione moderna un richiamo morale alla fedeltà.

Non basta evocare la coppia, la lealtà, la cura reciproca, come se bastasse nominare la profondità per sottrarsi alla superficialità del presente. Un legame non diventa vero perché più chiuso, più esclusivo, più protetto da confini rigidi. Anzi, proprio qui si apre la mia distanza più netta.

La sacralizzazione della coppia, infatti, non supera necessariamente la logica dell’isola: spesso la riproduce in forma ristretta e idealizzata. Non più l’individuo separato dal mondo, ma un “noi” che si pensa autosufficiente e finisce per vivere il resto dei legami come una minaccia.

Non credo, dunque, che la risposta alla fragilità dei rapporti possa consistere nella sacralizzazione della coppia. Restare accanto a una persona non significa necessariamente chiudersi nel recinto di una fedeltà intesa come permanenza immutabile, né misurare l’amore dalla capacità di lasciare fuori dalla porta tutto il resto: amici, famiglia, relazioni significative, il mondo stesso.

Una relazione costruita contro il mondo finisce spesso per assomigliare a una fortezza: apparentemente intensa, ma in realtà impaurita. E un amore che, per sopravvivere, deve amputare il resto della vita è un amore che ha già perduto qualcosa di essenziale.

La questione, allora, non è scegliere tra l’individuo-isola e la coppia-fortezza.

Entrambe le figure mi sembrano insufficienti. Da una parte, l’isolamento moderno produce soggetti sempre più liberi e sempre più soli. Dall’altra, la risposta difensiva della coppia chiusa produce un’altra forma di isolamento, solo in due invece che da soli. In entrambi i casi manca ciò che per me è decisivo:

il legame come apertura, come trama di continuità, come esperienza che non sostituisce il mondo ma lo attraversa.

È qui che la mia esperienza di vita, più ancora dei miei studi, mi ha insegnato qualcosa che nelle pagine di Bauman e Donskis non trovo fino in fondo. Un legame vero non nasce da sostituzioni brutali. Non si fonda sull’idea che per entrare in una relazione bisogna cancellare il passato, svalutare ciò che ci ha sostenuti prima, riscrivere come patologico ogni affetto precedente. Al contrario, i legami più veri tengono insieme passato, presente e futuro. Non vivono di tagli netti, ma di trasformazioni, di continuità parziali, di slittamenti, di nuove forme che non distruggono retroattivamente ciò che è stato.

Anche la crescita, del resto, non dovrebbe essere raccontata come liberazione caricaturale da ciò che ci ha protetti. Non tutto ciò da cui ci si distacca era una prigione. A volte si cresce non perché si spezza una catena, ma perché si trova un’altra forma di appoggio, un altro assetto, un’altra stagione della vita.

Questo vale nei legami familiari, ma anche in quelli amorosi. Per questo diffido delle letture troppo schematiche, che trasformano ogni separazione in emancipazione e ogni legame intenso in dipendenza. La vita affettiva è più sottile, più stratificata, più ambivalente di così.

Lo stesso vale per la fedeltà. Se essa è intesa come irrigidimento della forma della coppia, come permanenza a ogni costo, come esclusività sorvegliata, allora non mi convince. Mi sembra anzi che lì la fedeltà rischi di diventare una parola nobile usata per coprire possesso, paura, controllo. Se invece la fedeltà significa non mentire sulla verità del legame, non usare l’altro, non trasformare la relazione in un rapporto di dominio, allora essa conserva tutta la sua forza. La fedeltà, in questo senso, non è fedeltà alla forma originaria del rapporto, ma alla sua verità vivente.

Questa distinzione è decisiva. Un amore può logorarsi nel tempo senza che per questo ogni trasformazione debba essere letta come tradimento morale. Un rapporto può cambiare forma senza diventare per ciò stesso falso. Restare accanto a una persona non significa necessariamente restare dentro lo stesso modello di coppia, né ridurre ogni altro affetto a minaccia. Significa piuttosto riconoscere che oltre il “me e te” esistono altri che danno amore e chiedono amore: amici, familiari, presenze decisive, legami che non impoveriscono il rapporto ma lo sottraggono all’idolatria.

Per questo desidero una relazione che stia nel mondo, non contro il mondo.

Una relazione che non si chiuda su se stessa come se bastasse a tutto; che non viva gli altri affetti come rivali; che non si fondi sull’espulsione del resto della vita; che non chieda a nessuno di sparire per poter dire “noi”. L’amore, quando è vero, non totalizza. Custodisce l’intimità senza abolire il mondo. Riconosce la singolarità del legame senza trasformarla in sovranità esclusiva.

Naturalmente tutto questo diventa ancora più importante se si guarda ai rapporti di forza concreti. Qui la mia distanza da Donskis aumenta. Perché una morale troppo astratta della comprensione, della fragilità, del perdono o della lealtà rischia di non vedere che i legami non sono mai vissuti in condizioni neutrali. Il costo del compromesso non si distribuisce allo stesso modo. Spesso a pagarlo è il più fragile. Spesso la richiesta di maturità morale grava su chi è già stato educato a cedere, a capire di più, a occupare meno spazio. E allora certe parole belle smettono di essere liberanti e diventano, loro malgrado, strumenti di subordinazione.

Vale anche nei rapporti amorosi. La manipolazione non si presenta sempre come violenza evidente. Talvolta arriva come sintonia perfetta, come rispecchiamento, come promessa di essere finalmente sulla stessa lunghezza d’onda. Ma non ogni affinità è reciprocità; non ogni prossimità è bontà. Esistono legami che sembrano profondi e invece si fondano sul controllo dei confini dell’altro: chi può vedere, chi può frequentare, chi può amare, a chi può restare legato. E lì non c’è più storia condivisa; c’è amministrazione del possesso.

Per questo continuo a pensare che i legami veri non vivano di recinti. Vivono di continuità aperta. Tengono insieme tempi diversi della vita. Reggono la pluralità degli affetti. Non cancellano la memoria. Non sequestrano il futuro. Non impongono all’altro il mondo che può o non può avere. Una storia comune esiste solo se resta una storia, e non si trasforma in una chiusura. Dove c’è isolamento imposto, dove c’è controllo travestito da fedeltà, dove c’è esclusione del resto del mondo, lì la relazione perde respiro e profondità.

Da questo punto di vista, il contributo di Bauman e Donskis resta prezioso, ma non conclusivo. Essi hanno saputo nominare la malattia del presente: il soggetto che vuole essere isola, il legame consumato come esperienza intermittente, il tradimento normalizzato come flessibilità. Ma il passo successivo, a mio avviso, consiste nel pensare il legame non come rimedio difensivo, non come rifugio chiuso, non come coppia sacralizzata, bensì come forma di vita relazionale capace di tenere insieme fedeltà e apertura, intimità e mondo, continuità e trasformazione.

Forse è questo che oggi manca di più: non una nostalgia della coppia forte, ma un’idea più ampia e più umana della fedeltà. Una fedeltà che non significhi isolamento, né sacrificio di tutto il resto, né permanenza cieca dentro forme svuotate. Una fedeltà che consista nel non mentire su ciò che siamo stati gli uni per gli altri, nel non usare le persone come tappe sostituibili, nel non trasformare l’amore in recinto.

Se dovessi dirlo in una formula sola, direi così: contro l’individuo-isola e contro la coppia-fortezza, ciò che va difeso è il legame come continuità aperta.

È lì, forse, che l’amore smette di essere possesso e torna a essere storia.

Nota a margine: Questo non significa affatto legittimare l’infedeltà come disimpegno o consumo dell’altro. Al contrario, significa sottrarre la fedeltà a una lettura puramente formale, per ricondurla alla verità del legame, al rispetto dell’altro e alla responsabilità verso la storia condivisa.

Pubblicato anche qui:

https://www.stultiferanavis.it/la-rivista/oltre-bauman-donskis


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Il narcisismo del potere nell’epoca della paura


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Quello che stiamo vivendo non è una somma di crisi scollegate, né una sequenza di “leader impazziti”. È qualcosa di più strutturale e, proprio per questo, più difficile da riconoscere: una trasformazione patologica del potere, che assume tratti narcisistici e paranoidi senza apparire, in superficie, come follia.

Non siamo nel solipsismo filosofico, quello che dubita dell’esistenza del mondo esterno. Qui il mondo non viene negato, viene piegato. La realtà esiste solo nella misura in cui riflette l’Io di chi governa. I fatti non contano per ciò che sono, ma per come possono essere incorporati nella narrazione del potere. Quando riflettono, vengono esibiti. Quando contraddicono, vengono distorti, minimizzati, o trasformati in minaccia.

In questa struttura, l’altro non è un interlocutore: è uno specchio imperfetto.
E uno specchio imperfetto va rotto.

Il dissenso non è più una funzione democratica, ma un’anomalia morale. L’opposizione non è un avversario politico, ma un nemico. I corpi intermedi — stampa, magistratura, università, associazioni — non sono luoghi di mediazione, ma ostacoli da delegittimare. Non si governa più per includere la complessità, ma per ridurla.

Questa non è follia urlante, non è il delirio teatrale che la storia ci ha insegnato a riconoscere. È una psicopatologia del potere normalizzata, resa accettabile da linguaggi rassicuranti, slogan semplificanti, e da una comunicazione che trasforma l’emergenza in abitudine. È per questo che è così pericolosa: perché funziona anche senza violenza apparente.

Il tratto paranoide non si manifesta come allucinazione, ma come costruzione sistematica del nemico. C’è sempre qualcuno che “attacca”, che “rema contro”, che “vuole distruggere”. Questo clima permanente di assedio ha una funzione precisa: legittimare misure eccezionali e disinnescare il pensiero critico. In un mondo percepito come ostile, la richiesta di garanzie democratiche appare un lusso, e la libertà diventa un rischio.

Ma questa dinamica non si regge solo dall’alto. Trova consenso dal basso attraverso un meccanismo psicologico ben noto, che Erich Fromm chiamava fuga dalla libertà. In tempi di paura, precarietà, declino economico e perdita di senso, una parte della popolazione non cerca soluzioni complesse: cerca sollievo. E il sollievo arriva sotto forma di semplificazione, forza, dominio simbolico. Non è amore per il leader: è identificazione difensiva. Se lui è forte, io mi sento meno fragile.

Il prezzo di tutto questo è altissimo. Quando il potere perde il contatto con una realtà condivisa, non si rompe solo la politica: si rompe il linguaggio, e con esso la possibilità stessa di pensare insieme. Le parole diventano armi, le categorie si infantilizzano, il mondo si divide in coppie binarie — noi/loro, buoni/cattivi, patrioti/nemici. È in quel momento che la democrazia non crolla: si svuota.

E come sempre accade nella storia, il conto non lo pagano i forti.
Lo pagano i fragili, i marginali, i popoli esposti, le società già stremate.
Quando la realtà viene ridotta a specchio, chi non riflette l’Io del potere scompare.

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Io voto NO


Bellissima affermazione:

“𝐏𝐞𝐫 𝐧𝐨𝐢 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐠𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐚. 𝐄 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐠𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐚 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚.” (Olof Palme, politico svedese, presidente del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori di Svezia, assassinato il 28 febbraio del 1986)

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Democrazia e Libertà sempre…

Difendiamola questa fragile e vulnerabile democrazia fino a che siamo in tempo…

Difendiamola andando a votare e votare con un bel 𝐍𝐎

allo strapotere della destra che sta rosicando, pezzo dopo pezzo:

📌 la nostra libertà,
📌 i nostri diritti,
📌 i nostri valori cristiani,
📌 la libertà di espressione,
📌 la NOSTRA COSTITUZIONE ANTIFASCISTA,

e solo per la tutela delle sedie e del potere personale a discapito del popolo.

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𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 “𝐬𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐢”, 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢, 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐒𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐃𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 e 𝐒𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚!

#AngeliKaMente #IOVOTONO perché non mi faccio bollire come la rana…

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L’incubo che chiamiamo ordine: la cattiveria incarnata


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Ditemi che stiamo vivendo un incubo.
Uno di quelli da cui ci si sveglia sudati, con il cuore in gola, e poi tutto torna al suo posto.

Perché ogni volta che nel mondo la destra va al potere, la storia si rimette a parlare la stessa lingua:
violenza, guerra, oppressione, negazione dei diritti umani.

In nome dell’ordine si varano leggi che reprimono le libertà più elementari.
In nome della sicurezza si arma la polizia.
E la parola d’ordine diventa una sola: sparate.

Si addestrano persone nei campi dell’odio, della semplificazione brutale, della violenza fisica e verbale.
E poi le si lascia spadroneggiare nelle periferie, tra i dimenticati della politica, tra i disperati senza patria, trasformando la paura in consenso e la rabbia in manganello.

Questa non è difesa.
È regressione.
È il mondo che, invece di imparare, torna a colpire sempre gli stessi, con le stesse mani, nello stesso modo.

E non è un caso se anche le parole, oggi, vengono aggredite.
Se chi prova a pensare viene attaccato, delegittimato, insultato.
La violenza non nasce all’improvviso:
si allena prima nel linguaggio,
si legittima nell’odio quotidiano,
poi diventa sistema.

Quando il pensiero viene aggredito,
non è mai un incidente.
È sempre un segnale.

Quando la violenza smette di essere eccezione
e diventa prassi allora siamo davanti alla cattiveria incarnata,
per dirla filosoficamente.

#AngeliKaMente con l’anima tremante
e la Coscienza in subbuglio…

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“Scolarizzazione” del web e metacompetenza


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Per imparare a leggere e a scrivere si va a scuola.
Per imparare a stare nello spazio pubblico digitale, no.

Il web è oggi la più grande agorà mai esistita, ma è un’agorà senza educazione alla parola. Vi si accede senza alcuna preparazione non solo informatica, ma soprattutto comunicativa, argomentativa, critica. Tutti parlano, pochissimi sanno come farlo.

Il risultato è sotto gli occhi di chiunque frequenti i social:
opinioni scambiate per competenze, citazioni false spacciate per autorità, dissenso percepito come offesa personale, aggressività usata al posto dell’argomentazione. Non è pluralismo: è rumore.

Non ne sono stata immune neppure io.
In uno spazio che premia l’aggressività, anche il linguaggio può irrigidirsi, diventare pungente, difensivo. Ma è proprio questo il segnale di un ambiente che chiede educazione, non escalation.

Il problema non è che “tutti parlano”. Il problema è che nessuno è stato educato a parlare in pubblico. Perché il web non è una conversazione privata: è uno spazio esposto, collettivo, permanente. E come ogni spazio pubblico richiede responsabilità, precisione, consapevolezza degli effetti delle parole.

A scuola si impara la grammatica, la scrittura, la lettura.
Ma la comunicazione nello spazio pubblico digitale è un territorio nuovo, che richiede strumenti ulteriori: distinguere tra opinione e argomento, verificare una fonte, riconoscere una manipolazione, capire quando una frase è una citazione e quando è un’invenzione.

Se non si conosce il paradigma eufemistico e il funzionamento del linguaggio figurato, accade che una metafora venga vissuta come un insulto, una riflessione generale come un attacco personale, una scelta di silenzio come arroganza, una battuta ironica bollata come volgarità.

È l’analfabetismo comunicativo: non mancanza di parole, ma mancanza di strumenti per usarle.

Non servono nuove censure, né arbitri morali del pensiero.
Serve educazione.

Serve una vera scolarizzazione del web.

Educare alla comunicazione digitale significa insegnare che:


– dissentire non equivale ad aggredire
– citare non significa attribuire a caso
– il tono è parte del contenuto
– il silenzio può essere una scelta responsabile
– non tutto ciò che si pensa deve essere urlato

Il web non ha bisogno di essere zittito.
Ha bisogno di essere alfabetizzato.

Non serve censurare la rete.
Serve educarla.
Perché una parola senza scuola diventa rumore.
E il rumore, alla lunga, è una forma di analfabetismo.


L’ articolo è pubblicato anche qui: https://www.stultiferanavis.it/la-rivista/scolarizzazione-web

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La Costituzione, siamo arrivati agli artt.79-82:



“La formazione delle leggi”

Il testo analizza i principi fondamentali della formazione delle leggi in Italia, delineando le competenze specifiche del Parlamento e del Governo.

Viene descritto il procedimento legislativo ordinario, che include l’iniziativa, l’esame in commissione e l’approvazione finale da parte di entrambe le Camere.

Le fonti specificano inoltre il ruolo del Presidente della Repubblica nella promulgazione e la possibilità per i cittadini di intervenire tramite il referendum abrogativo.

Particolare attenzione è rivolta alla gestione del bilancio statale, alla delegazione di poteri in situazioni di urgenza e alle procedure per i trattati internazionali.

Infine, si definiscono le funzioni d’inchiesta delle Camere e i criteri di rigore finanziario necessari per garantire l’equilibrio economico della nazione.

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Dal Basso Verso L’alto: Perché La Politica Ha Bisogno Di Esperienza Reale


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C’è una domanda che mi torna in mente sempre più spesso: perché chi legifera sul destino di milioni di persone non ha quasi mai amministrato nulla di concreto?

Viviamo in un tempo in cui la politica nazionale è diventata soprattutto rappresentazione, esposizione mediatica, occupazione dello spazio pubblico.

Si arriva in Parlamento per fedeltà di partito, per visibilità, per capacità comunicativa. Raramente per esperienza amministrativa reale. E questo non è un dettaglio: è una frattura profonda tra chi decide e chi vive le conseguenze delle decisioni.

Amministrare un Comune, anche piccolo, significa misurarsi ogni giorno con problemi concreti: bilanci che non tornano, servizi da garantire, conflitti tra cittadini, responsabilità immediate.

È una scuola severa.

Lì la propaganda dura poco, perché la realtà presenta il conto in fretta. Un sindaco incapace non viene rieletto. Un consigliere assente viene ricordato. La competenza non è astratta, è verificabile.

Eppure, paradossalmente, proprio questa esperienza non è richiesta per accedere ai livelli più alti del potere legislativo. Si può diventare ministro o parlamentare senza aver mai governato una comunità reale, senza aver mai risposto quotidianamente a cittadini in carne e ossa.

È qui che la democrazia comincia a perdere spessore e a guadagnare retorica.

L’idea che la rappresentanza debba essere preceduta da un percorso di responsabilità non è nuova né autoritaria.

Già nell’antica Roma esisteva il cursus honorum: un cammino graduale di incarichi pubblici che serviva a formare chi aspirava alle funzioni più alte. Non era perfetto, ma aveva un’intuizione forte: il potere non si improvvisa.

Anche il pensiero repubblicano moderno ha insistito su questo punto.

Hannah Arendt distingueva la politica come azione responsabile dalla politica come spettacolo.

Quando la seconda prende il sopravvento, la democrazia resta formalmente in piedi ma si svuota di senso. Le istituzioni diventano scenografie, non luoghi di decisione consapevole.

Proporre che l’accesso al Parlamento sia riservato – o almeno fortemente incentivato – a chi ha già svolto funzioni amministrative locali non significa chiudere la politica, ma restituirle serietà. Significa valorizzare l’esperienza, la conoscenza dei territori, la responsabilità già esercitata. Significa ridurre il peso delle carriere puramente mediatiche e rafforzare il legame tra rappresentanti e rappresentati.

Certo, l’esperienza non garantisce automaticamente la qualità. Esistono sindaci pessimi e amministratori inadeguati. Ma l’assenza totale di esperienza è un rischio ancora maggiore. Perché consente l’ascesa di figure che non hanno mai dovuto rendere conto davvero, se non a un leader o a una segreteria.

La nostra Costituzione ha scelto giustamente di non porre barriere rigide all’accesso alla rappresentanza. Ma questo non impedisce di immaginare criteri, incentivi, percorsi che favoriscano una politica meno improvvisata e più radicata.

Una democrazia matura non teme la competenza: la coltiva.

Forse è tempo di ripensare la politica non come scorciatoia, ma come cammino. Dal basso verso l’alto. Dalla responsabilità locale alla decisione nazionale. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché senza esperienza reale, la politica diventa solo rumore. E il rumore, alla lunga, non governa: confonde.

Scrivo queste righe non per nostalgia di un passato che non torna, ma per rispetto verso il futuro.
Credo che la politica torni a essere credibile solo quando accetta di sporcarsi le mani con la realtà, il famoso “farsi i calli”, prima di alzare la voce nei palazzi.


Dal basso verso l’alto non è uno slogan: è un’etica.

E l’Etica va praticata dopo averla vissuta.

Pubblicato anche su “Stultifera Navis”

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I 12 Principi Fondamentali della Costituzione Italiana – artt.1-12


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I primi dodici articoli della Costituzione della Repubblica Italiana delineano i principi fondamentali che reggono l’identità dello Stato.

Il testo definisce l’Italia come una democrazia fondata sul lavoro, impegnata a garantire i diritti inviolabili dell’uomo e la piena uguaglianza sociale tra tutti i cittadini.

La Carta assegna alle istituzioni il compito di promuovere il decentramento amministrativo, tutelare il patrimonio culturale e ambientale, e rispettare l’autonomia delle confessioni religiose.

Viene inoltre sancito l’impegno internazionale del Paese, con il ripudio della guerra e l’apertura verso ordinamenti che assicurino la pace mondiale.

Infine, il documento istituzionalizza i simboli nazionali e protegge le minoranze, ponendo la persona umana al centro dell’azione politica.

Prima degli articoli, prima delle polemiche, prima delle bandiere:

ci sono i 12 Principi Fondamentali.

Li abbiamo letti davvero?

Li ricordiamo?

Li pratichiamo?

Ho montato questo breve video per tornare all’essenziale.

La democrazia non è rumore. È fondamento.

Pubblicato in: comunicazione digitale, Culturaesocietà, Notizie e politica, Pensierocritico, Società e Costume

Fascismo e magistratura: una falsa analogia usata come propaganda


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Sui social i meme che parlano alla pancia si propagano a velocità della luce, colpa dell’algoritmo che predilige le narrazioni che danno like.

Adesso è la volta del meme che riguarda la Riforma della Giustizia che i sostenitori del SI difendono adducendo come scusa che la legge COSTITUZIONALE che c’è oggi è una legge fascista.

Io amo la Verità e la correttezza prima di tutto.

Quindi chiariamo bene le cose.

È vero un fatto 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐨 𝐢𝐬𝐨𝐥𝐚𝐭𝐨:

Nel 𝟏𝟗𝟒𝟏, con l’𝘖𝘳𝘥𝘪𝘯𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘎𝘳𝘢𝘯𝘥𝘪 (𝘙.𝘋. 12/1941), il regime fascista collocò giudici e PM nello stesso ordine.

Ma da qui a dire che 𝐥’𝐚𝐬𝐬𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐭𝐭𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐬𝐢𝐚 “𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐚” ce ne passa un abisso. Il salto logico è 𝐬𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐫𝐞 𝐫𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐢 decisive.

𝟏) 𝐈𝐥 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐍𝐎𝐍 𝐞̀ 𝐢𝐥 𝐝𝐞𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨 𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐚, 𝐦𝐚 𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐫𝐞𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚𝐧𝐚.

L’assetto attuale non deriva dall’ordinamento di 𝐃𝐢𝐧𝐨 𝐆𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢, ma dagli 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐢 𝟏𝟎𝟏–𝟏𝟏𝟎 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝟏𝟗𝟒𝟖, che:

📍rifondano la magistratura;

📍garantiscono indipendenza dall’esecutivo;

📍introducono il CSM come organo di autogoverno.

👉 Il fascismo usava l’unità per 𝐬𝐮𝐛𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐞 la magistratura.

👉 La Repubblica usa l’unità per 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐥𝐚.

Stessa forma esterna, 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚.

𝟐) 𝐍𝐞𝐥 𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐢𝐥 𝐏𝐌 𝐞𝐫𝐚 𝐠𝐞𝐫𝐚𝐫𝐜𝐡𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐞𝐬𝐞𝐜𝐮𝐭𝐢𝐯𝐨

Nel regime:

📍il PM era strumento del potere politico;

📍il giudice non era realmente indipendente;

📍non esisteva separazione dei poteri.

Oggi:

📌 il PM è autonomo;

📌 il giudice è soggetto solo alla legge;

📌 entrambi sono sottratti al controllo del Governo.

Dire “è la stessa cosa” significa 𝐜𝐚𝐧𝐜𝐞𝐥𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝟏𝟗𝟒𝟖.

𝟑) 𝐄̀ 𝐩𝐚𝐫𝐚𝐝𝐨𝐬𝐬𝐚𝐥𝐞 𝐮𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧𝐝𝐞𝐛𝐨𝐥𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐥’𝐚𝐬𝐬𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐚

Qui sta l’ironia vera (non quella “macabra”):

l’unità dell’ordine giudiziario 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐚;

smontarla in nome dell’antifascismo è un 𝐜𝐚𝐩𝐨𝐯𝐨𝐥𝐠𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐫𝐞𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐨

È come dire:

“𝙎𝙞𝙘𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙞 𝙛𝙖𝙨𝙘𝙞𝙨𝙩𝙞 𝙪𝙨𝙖𝙫𝙖𝙣𝙤 𝙞 𝙗𝙞𝙣𝙖𝙧𝙞, 𝙖𝙗𝙤𝙡𝙞𝙖𝙢𝙤 𝙞 𝙩𝙧𝙚𝙣𝙞”.

Domanda retorica, ma non troppo:
“Se l’assetto attuale della magistratura fosse davvero “fascista”,
perché forze politiche che si richiamano apertamente a quell’area storica sentono oggi il bisogno di cambiarlo?”

Vi invito a condividerla se amate la VERITÀ contro la falsa narrazione social…

#AngeliKaMente

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