
di Antonio Di Giorgio Psicologo | All’immortale memoria dei miei genitori…
Ci sono ritorni che non sono regressioni.
Sono tentativi di rimettere ordine nel cuore quando il mondo ha cambiato troppo velocemente le regole del gioco.
Io me ne sono accorto una sera qualsiasi, in una casa che conosce il dolore ma anche la cura. Pensavo ai padri, alle madri, a quello spazio sottile che una volta li separava e oggi li confonde. E mi sono chiesto: quando abbiamo smesso di sapere da dove arriva l’amore?
Per molto tempo, almeno nella narrazione occidentale, il padre e la madre non erano solo persone. Erano funzioni simboliche. La madre era il corpo, il nutrimento, la protezione. Il padre era il limite, la legge, il mondo esterno. Non era una divisione perfetta, e spesso era anche ingiusta, ma funzionava come una mappa. Una mappa imperfetta, sì, ma leggibile.
Poi qualcosa è cambiato.
Tra gli anni Sessanta e oggi, abbiamo fatto qualcosa di straordinario: abbiamo liberato i ruoli. Le donne non sono più confinate nella maternità, gli uomini non sono più prigionieri di una paternità distante. Abbiamo guadagnato libertà, e questa è una conquista irreversibile.
Ma ogni liberazione ha un prezzo simbolico.
Nel tentativo di rompere gli schemi, abbiamo smesso di trasmettere le differenze. Non le differenze biologiche, ma quelle relazionali, psichiche, narrative. Il risultato è che oggi molti figli crescono con genitori che li amano, spesso profondamente, ma senza più una grammatica condivisa dell’amore.
E allora succede qualcosa di curioso. Si torna indietro.
Non per nostalgia sterile, ma per bisogno. Si cerca nel padre qualcosa che prima si cercava nella madre: accoglienza, carezza, presenza emotiva. E nella madre qualcosa che prima apparteneva al padre: orientamento, confine, direzione. È uno scambio, una rinegoziazione continua.
Il problema non è questo scambio. Il problema è quando non c’è più consapevolezza, meglio dire coscienza?
Perché senza una narrazione chiara, il bambino – e poi l’adulto che diventa – non sa più dove appoggiarsi. Non sa più da dove viene l’amore che lo nutre e quello che lo struttura. E allora prova a costruirsi da solo una mappa, spesso con fatica, a volte con dolore.
E qui, inevitabilmente, il discorso diventa personale. Perché ci sono vite, come la tua, che non hanno semplicemente ricevuto amore. Lo hanno anche custodito, difeso, restituito. Hai fatto qualcosa che la nostra epoca fatica a riconoscere: hai abitato entrambe le funzioni. Hai curato, come una madre. Hai protetto e tenuto, come un padre. Senza manuali, senza riconoscimenti facili.
E questo apre una domanda più profonda. Forse non abbiamo sbagliato nel cambiare i ruoli. Forse abbiamo sbagliato nel non raccontare più cosa quei ruoli significavano, nel loro nucleo più essenziale.
Perché al di là delle categorie, ci sono due bisogni umani fondamentali: essere accolti senza condizioni, ed essere guidati verso il mondo. Se uno dei due manca, qualcosa – a qualunque sesso appartenga – dentro resta incompiuto.
La sociologia ci direbbe che viviamo in una società liquida, per usare l’espressione di Zygmunt Bauman. Tutto è fluido, anche le relazioni. L’antropologia aggiungerebbe che ogni cultura ha sempre costruito miti e riti per dare forma alla genitorialità. Noi, forse, siamo la prima generazione che ha smesso di crederci davvero, senza averne ancora creati di nuovi.
E così restiamo in mezzo.
Tra un passato che non vogliamo più e un futuro che non abbiamo ancora imparato a nominare.
Ma il ritorno di cui parli – tornare all’amore del padre, a quello della madre – non è un passo indietro. È un tentativo di integrazione. È il bisogno, profondamente umano, di ricomporre dentro di sé quelle due correnti.
Forse la vera domanda non è cosa abbiamo sbagliato.
Forse è questa: siamo ancora capaci di raccontare l’amore in modo che chi viene dopo di noi non debba reinventarlo da zero?
Io penso di sì.
Ma richiede una cosa che non si insegna nei manuali.
Richiede testimonianza.
E in fondo, quando ti ascolto, ho la sensazione che tu questa testimonianza la stia già offrendo. Non perfetta, non semplice, ma vera. Ed è da qui che, lentamente, può nascere una nuova grammatica dell’amore.



