Sei funerali e un battesimo

Fonte: Marcello Veneziani

Come possiamo descrivere in uno sguardo sintetico l’epoca che stiamo vivendo? Non è il bilancio degli eventi di cronaca accaduti nell’anno trascorso ma la visione del mondo che si può trarre osservando le creste e gli abissi della nostra epoca, i processi che si delineano, i frutti e i detriti. A voler rappresentare la nostra epoca in un quadro icastico che sembra quasi il titolo di un film, potremmo dire: sei funerali e un battesimo. I sei funerali sono in corso da tempo, prima erano solo annunci domestici o per pochi eletti, quasi in forma privata; poi sono divenuti pubblici, fino a farsi fenomeni epocali di massa.
Per rappresentarli in uno sguardo complessivo diciamo che il loro arco va dall’annuncio di morte di Dio, che per primo osò fare Friedrich Nietzsche, all’annuncio di morte dell’uomo, che fece in anni a noi più vicini Michel Foucault. Spesso fu attribuita ai due filosofi una qualche responsabilità nel presunto deicidio e ominicidio: in realtà i due più che autori furono annunciatori di una catastrofe. Foucault ne Le parole e le cose, andò sui passi di Nietzsche e osservò che la morte di Dio e dell’ultimo uomo che lo avrebbe ucciso sono strettamente legati: “è lui ora che deve rispondere della propria finitudine”. E aggiungeva, in conclusione della sua opera, “L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima”. La fine dell’uomo, il filosofo francese, la vedeva come una cancellazione, “come sull’orlo del mare un volto di sabbia”.  Ma tra i due annunci funebri sono stati celebrati altri quattro funerali: alla storia, alla natura, al pensiero e all’arte, ovvero ai quattro ambiti che attenevano all’umanesimo, al suo rapporto col mondo e col sacro, con la memoria e col futuro, con il bene e con il bello, con la cultura e la tradizione.
E’ sotto gli occhi di tutti la perdita della memoria storica e l’amnesia nei confronti del nostro passato; di contro l’elevazione a male eterno e assoluto di una porzione del passato recente, chiamata nazi-fascismo, conferma la destoricizzazione radicale in atto. Restano i demoni, non i fatti, non la memoria, non il passato, pur selezionato nell’importanza degli eventi. Fine della storia.
Meno appariscente, se non travestito nelle vesti opposte di un falso naturalismo, è il funerale alla natura, ossia al mondo che precede la nostra volontà, il mondo che non abbiamo costruito ma era prima di noi e un tempo si chiamava creato; vengono negati i diritti naturali, i limiti naturali, la natura dei sessi, la famiglia naturale. Nell’epoca in cui tutto è bio, e la preoccupazione principale è l’ambiente, la salvezza del pianeta, si rigetta la natura, sostituita con l’artificiale, la protesi, il volontario, i desideri.
Da tempo serpeggiano le dichiarazioni di morte della filosofia, l’irrilevanza del pensiero, e la sua sconfitta rispetto alla tecnoscienza e ai suoi risultati. L’annuncio della fine di Dio parve il trionfo della filosofia, cioè del pensiero umano autonomo e sovrano; invece la perdita dell’uno è stato poi la perdita dell’altro, con la fede è finita pure la filosofia. Anche l’arte sopravvive solo allestendo un permanente funerale all’arte conosciuta nei secoli, ogni nuova arte è un certificato di decesso dell’arte, ogni avanguardia, annuncio e rappresentazione segna una decomposizione, un disormeggio, una dissoluzione di figure, corpi e paesaggi.
Di quegli annunci funebri si trovarono le prime tracce nel pensiero hegeliano; ma diventarono orizzonte comune solo di recente, attraverso forme progressive, e dunque regressive, di iconoclastia e trasgressione, di nichilismo e di sradicamento. Le merci hanno sostituito i beni immateriali e i legami sociali, la tecnica ha sostituito la cultura e il senso reale delle cose, l’economia ha rimpiazzato il vuoto dell’essere col pieno dell’avere, anche virtuale. I desideri hanno soppiantato la realtà e la sua rappresentazione.
I sei funerali si accompagnano a un battesimo: la nascita dell’androide, ovvero dell’intelligenza artificiale che prende il posto dell’uomo e di quei sei mondi; supera il robot e assume i compiti che furono umani. La possibilità di modificare il mondo, notava già Gunther Anders mezzo secolo fa in Uomini senza mondo, ha superato l’immaginazione e su questa “discrepanza” che Anders altrove definisce “dislivello prometeico” (L’uomo è antiquato è del 1956) c’è tutta la nostra sconfitta: la crescente potenza di cambiare il mondo si unisce alla decrescente sapienza di conoscerlo. La tecnica avanza, la cultura arretra. L’avvento dell’androide preoccupa perché nel contempo arretra l’umano; anziché potenziarlo, lo rende superfluo.
Quei sei funerali pesano sull’avvento dell’androide, della sua intelligenza artificiale, provvisoriamente chiamato transumano o postumano o cyberuomo (che ben descrive Roberto Pecchioli nel recente L’uomo transumano. La fine dell’umanità, ed. Arianna).
Non abbiamo usato l’espressione corrente di morte di Dio, dell’uomo, della storia, dell’arte, del pensiero e della natura ma abbiamo parlato di funerali, ovvero di annuncio, rappresentazione, percezione e supposizione della loro scomparsa. Ciò non esclude che si tratti di una dichiarazione di morte presunta, non accertata; di un rito funebre “in contumacia”, in assenza dell’interessato.
La vera domanda della nostra epoca può dunque spostarsi in un’indagine: dove si è nascosto Dio, e l’uomo, e tutti gli altri ambiti collegati? E come è possibile ritrovarli, o risvegliarli, riportarli in vita, non nel senso di resuscitarli ma di riportarli nella nostra vita, riammetterli nel nostro orizzonte vivente, e con loro ritrovare la nostra umanità. Quel che possiamo dire, intanto, è che chi credeva di sbarazzarsi di Dio per trovare l’uomo ha sbagliato i calcoli perché ha perduto anche l’uomo; chi pensava di sbarazzarsi del passato per andare incontro all’avvenire ha sbagliato i conti perché si è sbarazzato pure del futuro; chi pensava di sbarazzarsi del pensiero o dell’arte, o della natura, per vivere nella tecnoscienza e nei suoi prodotti, alla fine ha perso il suo mondo e la sua umanità. Tutto è collegato, il mondo è una connessione. Una corona di grani, come quella del rosario: se sfili il primo grano poi si sfilano tutti gli altri, fino a perdere il filo dell’esistenza.

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Tornare indietro

L’altro giorno l’ennesimo fornitore intendeva proporre alla nostra scuola un’aula immersiva. Riteneva che rinnovare il classico laboratorio con dei pc nuovi non fosse innovazione.

Io comincio a pensare che la vera innovazione potrà essere quella in cui bandiremo gli strumenti inutili durante le lezioni,

quella in cui i cellulari saranno spenti,

quella in cui si riapriranno i libri di carta,

quella in cui gli studenti saranno in grado di leggere due pagine di seguito senza entrare nel panico,

quella in cui tornerà di moda l’uso del pollice opponibile per scrivere e disegnare a mano,

quella in cui osserveremo il reale prima che il virtuale.

Io sono convinto che il vero nemico dell’innovazione a scuola sia proprio l’uso smodato invasivo, pervasivo della tecnologia. Sono convinto che l’uso passivo della tecnologia uccida la creatività e l’immaginazione, comincio a pensare che l’omogeneizzato tecnologizzato priverà gli studenti della loro capacità di pensare, ragionare, immaginare e creare.

Forse la vera innovazione a scuola sarà tornare indietro e dire: abbiamo sbagliato.

prof. Salvo Amato, docente di informatica

Educazione sentimentale

Lungi dall’aver a che fare con ordinamenti famigliari estesi, vincolanti, con elevata normatività, tipici del patriarcato, ci troviamo di fronte a contesti dove le forme famigliari sono dissolte o in via di dissoluzione, dove i giovani crescono educati più da tik-tok e dai video trap che dalle famiglie, società dove peraltro da tempo la figura del padre latita ed è spesso definita dagli psicologi come effimera. In questi contesti, “modernizzati ed emancipati” si allevano in maggior misura identità fragili, disorientate, che si sentono costantemente sopraffatte dalle circostanze, e che perciò, occasionalmente, possono più facilmente ricorrere alla violenza, che è il tipico modo di reagire a situazioni di sofferenza che non si è in grado di comprendere né affrontare.
Molti altri aspetti andrebbero approfonditi, ma se, come io credo, questa è una lettura assai più probabile dei fatti, le strategie che stiamo adottando per affrontare il problema vanno precisamente nella direzione dell’ennesimo aggravio dei problemi.
Questo in attesa delle lezioni di educazione sentimentale di Sfera Ebbasta.

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Oltre la pandemia

La guerra all’universo mondo dell’Occidente

di Paolo Borgognone – 13/10/2023

La guerra all'universo mondo dell'Occidente

Fonte: Paolo Borgognone

Il blocco occidentale ha dichiarato guerra prima al mondo russo, ora a quello islamico, infine aprirà le ostilità militari con il mondo cinese. È una nuova guerra dei trent’anni, una guerra di interesse mondiale che si combatte “a fasi” (fase russo-ucraina, fase mediorientale, fase cinese). Era prevedibile che sarebbe accaduto: gli anni del morbo hanno fatto da apripista e l’elezione di Biden è stata la chiusura del cerchio. Gli anni del morbo, con annessa digitalizzazione, sono stati fondamentali per abituare le persone a non provare dolore psicologico per la morte altrui e ad accettare fino addirittura a invocare politiche di discriminazione e confinamento sociale contro una fascia di popolazione considerata pericolosa, disobbediente e reietta. Vi ricordate il battage sulla “nuova normalità”? Eccone i risultati. La morte, la discriminazione e la sofferenza dei “popoli di troppo” non generano più alcuna risposta emotiva nelle moltitudini abituate alle prescrizioni e ai ritmi della “nuova normalità”. Si può soffrire di fronte al decesso di vite ormai interamente digitalizzate dunque ridotte a mera sommatoria di algoritmi? Datevi una risposta e scoprirete il perché in questi anni i massacri più indiscriminati sono diventati possibili e finanche accettabili nel silenzio complice delle moltitudini digitalizzate e pertanto completamente prive di empatia.

Scuola 4.0

Siamo a una frontiera, ad un salto di paradigma. Dopo trent’anni di politiche neoliberali che hanno “aziendalizzato” l’istruzione, la scuola non è più solo il campo dove allevare una massa di analfabeti globali, ma il laboratorio in cui sperimentare la riprogrammazione antropologica delle nuove generazioni. La riforma taglia definitivamente le radici dell’umanesimo per spostare la scuola nell’universo siderale del transumanesimo.

D’altronde, la direzione a cui si puntava era già tracciata tre anni fa, con la bussola impostata sul Metaverso quando, durante la pandemia, si è inaugurata la didattica a distanza, il precedente di una scuola senza corpi come candidamente ammesso dallo stesso documento di presentazione della riforma. L’Unesco lo scrisse in maniera cristallina già nella primavera del 2020: si tratta del “più grande esperimento della storia dell’istruzione“. L’esperimento è perfettamente riuscito e ora si procede a normalizzare l’eccezione, come Overton insegna.

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La Bianchina di Fantozzi

Leggere fa male

Fonte: Vincenzo Costa

In che mondo vive chi legge “La stampa?”
Uno pensa che i lettori di La stampa, Repubblica o il Corriere della serasiano stupidi. Ma è un errore. Sono persone non stupide, solo che quei giornali li fanno vivere in una realtà parallela.
Per esempio, la situazione al fronte russo ucraino viene riportata così:
“Le forze armate ucraine stanno avanzando con rapidità verso sud, dove ora incontrano debole resistenza nelle retrovie russe, mentre si avvicinano a una seconda linea fortificata delle truppe di Mosca, che si ritiene sia più debole rispetto alla prima”.
Ora, qualsiasi fonte di informazione non delirante dice, nel migliore del casi, che la controffensiva va lentissima, e che anzi è un disastro.
La prima linea non è stata neanche raggiunta. Si tratta di una linea protetta da “denti di drago”, a cui gli ucraini non sono giunti. Hanno occupato parte di Rabotino, che è una zona grigia.
Le difese russe sono costituite da tre linee. La terza è quella che alcuni considerano inespugnabile. Ma comunque ben difficile anche solo che gli ucraini riescano a toccare la prima linea.
Per resto, il rischio reale è che i russi sfondino a nord est, e gli ucraini litigano con i generali occidentali perché  sanno se si insiste su Rabotino può collassare il fronte ucraino in quella zona e si può restare insaccati (ma non mi importa qui entrare nei dettagli).
Il punto è che c’è un mucchio di gente che vive in una bolla di irrealtà. Purtroppo sono convinti di essere riflessivi e informati.
Questo è il dramma del paese: una sfera mediatica totalitaria e un’opinione pubblica senza capacità critica.

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In treno verso il nulla

In treno verso il nulla, stranieri a casa propria

di Marcello Veneziani – 13/08/2023

In treno verso il nulla, stranieri a casa propria

Fonte: Marcello Veneziani

L’altra sera ho preso un treno locale tra Foggia e Bari. Ero nella mia terra, dovevo raggiungere il mio paese natale, ho preso l’ultimo regionale della sera. Non ero in prima classe, non leggevo Proust, non ero tra lanzichenecchi, come era capitato ad Alain Elkann ed ero curioso di chi mi stava intorno. Ero l’unico anziano in un treno zeppo di ragazzi, pendolari della movida, che si spostavano per andare a fare nottata in paesi vicini. Ero su una tratta che un tempo mi era famigliare, ma mi sono sentito straniero a casa mia. No, non c’erano stranieri sul treno, come spesso capita nei locali. Ricordo una volta su un locale, ero l’unico italiano tra extracomunitari, in prevalenza neri, con forte disagio perché ero pure l’unico ad avere il biglietto. Stavolta invece ero tra ragazzi dei paesi della mia infanzia e prima giovinezza, eppure mi sentivo più straniero che in altre occasioni.
Li osservavo quei ragazzi e soprattutto quelle ragazze, erano sciami urlanti che agitavano il loro oggetto sacro, la loro lampada d’Aladino e il loro totem, lo smartphone. Si chiamavano in continuazione, la parola chiave per comunicare era “Amò”, ed era un continuo chiedersi dove siete, dove ci vediamo. Era come parlare tra navigatori che si dicevano la posizione.
Le ragazze erano vestite, anzi svestite, scosciatissime, come se fossero cubiste o giù di lì, con corpi inadeguati. Era il loro dì di festa, il loro sabato del villaggio, ma in epoca assai diversa da quella in cui Leopardi raccontava l’animazione paesana che precede la domenica. Dei loro antenati forse avevano solo la stessa pacchianeria prefestiva, ma nel tempo in cui ciascuno si sente un po’ ferragnez e un po’ rockstar. Parlavano tra loro un linguaggio basic, frasi fatte e modi di dire sincopati. Mai una frase compiuta, solo un petulante chiamarsi, interrotto da qualche selfie, si mandavano la posizione e si apprestavano a incontrarsi e poi a stordirsi di musica, frastuono, qualche beverone, fumo, e non so che altro. Li ho visti in faccia quei ragazzi, erano seriali, intercambiabili, dicevano tutti le stesse cose, ciascuno in contatto col branco di riferimento. Cercavo di trovare in ciascuno di loro una differenza, un’origine, un qualcosa di diverso dal branco; ma forse erano i miei occhi estranei, la mia età ormai remota dalla loro, però non ravvisavo nulla che li distinguesse, che li rendesse veri, non dico genuini. Eppure parlavano solo di sé, si specchiavano nei loro video, si selfavano, un continuo viversi addosso senza minimamente preoccuparsi di chi era a fianco, insieme o di fronte. Sconnessi.
Magari è una fase della loro vita, poi cambieranno; magari in mucchio danno il peggio di sé, da soli sono migliori. Però non c’era nulla che facesse vagamente pensare al loro futuro e al loro piccolo passato, alle loro famiglie, ai loro paesi, al mondo circostante; tantomeno alla storia, figuriamoci ai pensieri, alla vita interiore, alle convinzioni. Traspariva la loro ignoranza abissale, cosmica; di tutto, salvo che dell’uso dello smartphone. Anche i loro antenati, mi sono detto, erano ignoranti; ma quella era ignoranza contadina, arcaica e proletaria, carica di umiltà e di fatica, di miseria e di stupore; la loro no, è un’ignoranza supponente e accessoriata, non dovuta a necessità, con una smodata voglia di piacere e vivere al massimo il piacere, totalmente immersi nel momento. Salvo poi cadere negli abissi della depressione, perché sono fragilissimi.
Mi sono detto che i vecchi si lamentano sempre e da sempre dei più giovani, li vedono sempre peggiori di loro e dei loro nonni. Però, credetemi, la sensazione più forte rispetto a loro, era un’estraneità assoluta, marziana: nulla in comune se non il generico essere mortali, bipedi, parlanti. In comune non avevamo più nulla, eccetto i telefonini. Per confortarmi mi sono ricordato di quei rari ragazzi che mi è capitato di conoscere e che smentiscono il cliché: sono riflessivi, pensanti, leggono, studiano con serietà, sanno distinguere il tempo del divertimento dal tempo della conoscenza, hanno curiosità di vita, capiscono l’esistenza di altri mondi e altre generazioni, capaci di intavolare perfino una discussione con chi non appartiene alla loro anagrafe. Però ho il forte timore che siano davvero eccezioni. E mille prove personali e altrui confermano questa impressione. Raccontava un amico che fa incontri nelle scuole che davanti a una platea di trecento ragazzi, chiese loro se leggessero giornali, o addirittura libri, se vedessero qualche telegiornale, se sapessero di alcuni personaggi, non dico storici o i grandi del passato, ma almeno importanti nella nostra epoca. Uno su cento, e poi il silenzio. Hanno perso la loro ultima piazza, il video, ognuno si vede il suo film e la sua serie su netflix o piattaforme equivalenti, segue il suo idolo, ha vita solo social.
Qualunque cosa in chiave politica e sociale, storica o culturale, non li sfiora, non li tocca, non desta il loro minimo interesse. Certo, sono sempre le minoranze a seguire attivamente la realtà o a coltivare una visione del mondo e condividerla con un popolo, un movimento, una comunità. In ogni caso non è “colpa loro”, se sono così. E’ anche colpa nostra; anzi non è questione di colpe. E l’impossibilità di comunicare con loro dipende pure da noi. Però, mi chiedo: cosa sarà tra pochi decenni di tutto il mondo che si è pazientemente e faticosamente costruito lungo i secoli, attraverso scontri, guerre, sacrifici, fede, conoscenza, lavoro, lavoro, lavoro? Nulla, il Nulla. Sono questi i cittadini, gli italiani, di domani? Sono forse diversi, e più nostrani, rispetto agli stranieri extracomunitari che sbarcano da noi a fiumi? Tabula rasa, zero assoluto, il postumano si realizza anche senza manipolazioni genetiche, robot sostitutivi, intelligenze artificiali e mostri prodotti in laboratorio. Quel treno della notte non portava da un paese a un altro, portava solo nella notte.

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L’abisso

Fonte: Andrea Zhok

Pensavamo di aver visto l’abisso della perversione politica quando partiti sedicenti di sinistra e lavoristi facilitavano i licenziamenti, demolivano il pubblico impiego e smantellavano il welfare.
Poi sono venuti partiti sedicenti di destra e sovranisti che aprono le porte all’immigrazione, azzoppano l’economia nazionale staccando la spina ai rifornimenti energetici dalla Russia e minando i rapporti con quella che si appresta ad essere a breve la prima potenza economica mondiale (Cina).
Oramai lo spazio per l’imbarazzo, per scuse contorte, per ragionamenti modello “sembra-facciano-il-contrario-di-quel-che-dicono-ma-è-tutto-un piano”, è ampiamente esaurito.
La verità è che oggi destra e sinistra rappresentano solo un medesimo ceto di potere autoreferenziale che banchetta con le risorse del paese.
Il giorno in cui un paese straniero bussasse alla porta dell’Italia chiedendo di poterci invadere, la reazione popolare andrebbe dall’indifferenza al giubilo, perché il paese non esiste più e quel che ancora esiste odora ogni giorno di più di putrefazione.

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Romolo e Remo

Diego Fusaro

Amare veramente l’umanità significa, allora, amare le differenze e le identità che la compongono, soprattutto dall’amore per la propria identità culturale, per il proprio popolo, per la propria lingua, per il proprio territorio. Significa rispettare il confine come simbolo di identità e di giusta misura, e quindi come barriera contro l’invasione, contro la disidentificazione e contro l’illimitato.

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