Un capitolo completamente nuovo nella storia

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“Oggi per opera dell’imperialismo statunitense che agisce in violazione di tutti i canoni del diritto internazionale, è in via di abolizione il concetto stesso di sovranità delle nazioni del Terzo Mondo come dimostra il bombardamento dell’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele con l’obiettivo esplicito di attuare un “cambio di regime”. Fino ad ora, anche quando l’obiettivo evidente era quello di provocare un avvicendamento di regime che era diventato sgradito all’imperialismo, la motivazione ufficiale indicata per l’intervento militare veniva camuffata con qualche pretesto, come il possesso di “armi di distruzione di massa” da parte del regime, il suo coinvolgimento nel traffico di stupefacenti, o altro. Il caso dell’Iran dimostra come qualsiasi foglia di fico sia stata abbandonata: il bombardamento è stato intrapreso proprio mentre erano in corso i colloqui sul programma nucleare iraniano, la questione apparentemente più controversa che stava registrando, secondo quanto riferito, persino dei progressi. Con la sua azione, quindi, gli Stati Uniti si sono arrogati, per la prima volta dalla fine dell’era coloniale, il diritto di effettuare un “cambio di regime” ovunque vogliano nel Terzo Mondo.
Il punto qui non è se la Repubblica Islamica godesse del sostegno di massa del popolo iraniano o se fosse repressiva, se consentisse la libertà di parola o se tollerasse l’opposizione: il punto è che solo il popolo iraniano ha il diritto di decidere su qualsiasi “cambio di regime” nel proprio paese e di lavorare per ottenerlo. Non è compito dell’imperialismo statunitense, che non ha alcun diritto di intervenire militarmente negli affari di un altro Paese. Questo è ciò che implicherebbe la sovranità di un Paese, e tale sovranità è il frutto delle lotte anticoloniali nei rispettivi Paesi in tutto il Terzo Mondo all’indomani della Seconda guerra mondiale. L’imperialismo, che fino ad ora aveva minato tale sovranità attraverso diverse manovre dietro le quinte, ora ricorre a un intervento militare aperto; ciò costituisce un attacco diretto alla sovranità nazionale e quindi inizia un capitolo completamente nuovo nella storia, aprendo la strada a un’effettiva inversione del processo di decolonizzazione.”

L’assalto dell’imperialismo alla sovranità del Terzo Mondo, di Prabhat Patnaik continua qui.

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Una “famiglia” sempre meno allegra

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Antisionismo è antisemitismo

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“Sacrifici umani” – nuova edizione

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Questo saggio, originariamente pubblicato nel 1993 e che torna finalmente disponibile, illumina gli aspetti più reconditi del rapporto tra la cultura statunitense e la guerra, dal genocidio dei Pellerossa fino ai bombardamenti sull’Irak allora appena accaduti, dedicando parole importanti anche al tristemente famoso episodio di My Lai in Vietnam.

L’autore
John Kleeves (pseudonimo di Stefano Anelli), ingegnere italo-americano tornato in Italia dopo una lunga permanenza professionale negli Stati Uniti d’America, è stato autore di una monumentale opera di critica della civiltà e della mentalità collettiva statunitense, tra libri ed articoli scritti per quotidiani e riviste.
E’ morto tragicamente il 18 settembre 2010 a Rimini. Qualcuno sostiene che sia stato ucciso per le sue idee.

Vicenza città militarizzata: il ruolo delle basi USA

La conferenza “Il ruolo delle basi USA a Vicenza in un mondo di guerra”, tenutasi di recente, vede il giornalista e attivista Antonio Mazzeo, promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, offrire un quadro dettagliato e aggiornato sulla presenza militare statunitense a Vicenza illustrando le implicazioni geopolitiche delle basi USA nel contesto di un mondo sempre più militarizzato.

La guerra normalizzata ancora prima di iniziare

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“C’è un ritmo familiare nel modo in cui le guerre entrano nella coscienza pubblica.
All’inizio non accade nulla.
Poi, improvvisamente, tutto sembra urgente.
I titoli dei giornali si susseguono sempre più rapidamente. Il linguaggio si fa più incisivo. Le scadenze si accorciano. Le responsabilità diventano evidenti. Le alternative scompaiono silenziosamente. E quando qualcuno si chiede se l’escalation sia necessaria, la domanda sembra già ingenua.
Questo articolo, e il video che lo accompagna, sono nati da una domanda semplice ma scomoda:
E se il consenso alla guerra non fosse costruito con le menzogne, ma con la struttura?
Non con la propaganda nel senso più crudo del termine. Non con le fake news.
Ma con la ripetizione, l’inquadramento, il tempismo e l’omissione, utilizzati in modo sistematico.”

Il caso di studio dell’Iran nell’ottimo articolo di Thomas Karat.

La guerra non è solo geopolitica

Chi trae il massimo profitto dalla guerra? La risposta istintiva sarebbe i produttori di armi, che in effetti accumulano enormi guadagni grazie a contratti governativi e a un aumento delle vendite di armamenti.
Ma questa visione trascura un beneficiario meno apparente: i finanzieri e i banchieri che sostengono l’intera impresa.
La guerra richiede somme di capitale immense, ben oltre ciò che qualsiasi governo può raccogliere tramite tasse, riserve o interessi su beni congelati, come nel caso di quelli russi. Le nazioni ricorrono al debito, emettendo obbligazioni e ottenendo prestiti che gonfiano il debito pubblico.
È qui che entrano in scena i prestatori di denaro — banche, fondi di investimento e operatori obbligazionari — come veri abilitatori della guerra. Acquistano questi titoli, incassando pagamenti di interessi regolari per anni o decenni, indipendentemente da chi vince o perde. Più a lungo dura il conflitto, più il debito si approfondisce e più loro si arricchiscono.
L’Unione Europea è sempre più dipendente dal credito esterno e dai prestiti: Bruxelles e altre capitali cercano somme enormi per sostenere la spesa militare e l’aiuto all’Ucraina. Il debito dell’UE è diventato insostenibile, superando l’82% del PIL (dati Eurostat al terzo trimestre 2025, con proiezioni che indicano un ulteriore aumento nel 2026). E quando i leader europei parlano di emettere Eurobond (o strumenti di debito comune, come nel recente pacchetto da 90 miliardi di euro per l’Ucraina approvato nel febbraio 2026), non dimenticate chi sono i veri beneficiari: proprio quei grandi istituti finanziari che sottoscrivono, gestiscono e incassano interessi su questi titoli. Ricordate come i Rothschild e altre dinastie bancarie si siano arricchite nel corso dei secoli, mantenendo i politici saldamente sotto il loro controllo. La guerra non è solo geopolitica: è un motore economico progettato per arricchire pochi “eletti”, mentre i cittadini pagano il prezzo in vite, tasse e austerita’.
Laura Ruggeri

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Succedeva esattamente 19 anni fa

Alessandro Barbero: “Il Covid era una prova”

“Guerra e pandemia, stessa strategia” cantavano i più accorti durante le manifestazioni già a inizio 2022…

Democrazia in tempo di guerra

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Donald Trump e il mondo di oggi

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Palestina anno zero

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Dott.ssa Lano, prima di addentrarci nel Suo ultimo libro, ci vuole brevemente descrivere i fatti di cui è stata al centro proprio in questi giorni nella cronaca nazionale e i motivi dell’accusa di “concorso e partecipazione in associazione con finalità terroristica”?

L’accusa è questa, è pesante, e arriva direttamente da ambienti militari e di intelligence di Israele, attraverso 2000 pagine di “documenti” consegnati a Genova, che coinvolgono nove attivisti umanitari, che si trovano ora in varie carceri di massima sicurezza, e una ventina di indagati a piede libero, tra cui me. Si tratta di accuse confezionate a tavolino da servizi e think tank israeliani facendo uso di menzogne, costruzioni false, razzismo antiarabo, islamofobia, hasbara.
Sono una studiosa, sono una ricercatrice storica e un’antropologa – ho una laurea, un dottorato e due post-dottorati, ho scritto migliaia di articoli e dodici libri – e ho girato mezzo mondo, per i miei studi, il mio lavoro e le mie ricerche. Ma ora mi trovo indagata per terrorismo: un paradosso, se pensiamo che ho svolto una ricerca di dottorato proprio sul radicalismo islamico (nei prossimi mesi uscirà il mio libro Congiura contro la Libia: l’alleanza tra neocolonialismo occidentale e islamismo politico nel golpe contro Gheddafi) e che mi occupo da quarant’anni di Islam, di mondo arabo, di decostruzione dell’islamofobia, ecc. Mi si accusa di essere la portavoce di Hamas in Italia, attraverso InfoPal e attraverso l’associazione di Mohammad Hannoun.
Ma scherziamo? Primo, svolgo un lavoro giornalistico e di comunicazione sulla Palestina, sul colonialismo di insediamento sionista, sul genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania, e non su o per Hamas. Secondo, Hannoun, l’API e la Abspp sono note associazioni umanitarie, su cui sono già state svolte tante indagini, nel passato lontano e recente, tutte archiviate. E qui vengo al punto: Israele, ma anche il governo italiano accodato ai diktat israeliani e statunitensi, non tollerano il lavoro giornalistico indipendente sulla Palestina e le attività umanitarie per alleviare le enormi e disumane sofferenze dei Gazawi. Sono questi il motivo, la logica e il piano dietro alle accuse.
Dietro lo spauracchio del terrorismo, si nascondono finalità repressive, antidemocratiche e antiumanitarie, vere e proprie caccia alle streghe di inquisitoria memoria, allineamento alle politiche gangsteristiche di Trump… Tutto questo è inserito nell’ambito delle politiche imperialistico-piratesche del capo della Casa Bianca contro Venezuela, Iran e diversi altri Paesi, e del genocidio israeliano nella Striscia di Gaza.
Inoltre, c’è un conflitto di interessi incredibile, in queste: vengono costruite e lanciate da un’entità che, appunto, si sta macchiando di genocidio, di apartheid, di vari crimini di guerra, denunciati dal mondo intero e dalla Corte Penale Internazionale. I dirigenti di Israele sono ricercati come criminali.
Mi domando, come cittadina, ma anche come giornalista: come si fa a recepire le dichiarazioni di uno stato canaglia e lanciare una persecuzione di queste proporzioni? Si badi bene che, se si considera “normale” tutto ciò, significa lasciar aprire un portale di totalitarismo che raggiungerà tutti. Tutti saranno vittime.”

L’Intervista ad Angela Lano, giornalista professionista e direttrice dell’agenzia di stampa infopal.it, a cura di Federico Dal Cortivo, prosegue qui.

Per Jacques Baud e la libertà di espressione in Europa

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La Petizione al Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea, con richiesta di rimozione dalle liste di Jacques Baud e di altri sanzionati per condotta lecita, può essere firmata qui.

Jacques Baud nel mirino della UE

InfoPal e la hasbara israeliana

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Da Angela Lano, direttrice di infopal.it e indagata dalla Procura di Genova

“Chiariamo, dunque, alcune cose: 1) non sono, non siamo, la propaganda o il megafono di Hamas, ma del popolo palestinese oppresso e schiacchiato, e informiamo sugli effetti, ben visibili a tutti, ma occultati da Israele e dai media ad esso connessi, che il colonialismo di insediamento ha prodotto in oltre 100 anni nella Palestina storica, e negli ultimi tre nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania – stiamo parlando di qualcosa come 300-400 mila morti e dispersi da ottobre 2023, oltre a un numero spaventoso di feriti e mutilati, tra cui decine di migliaia di bambini e donne.
Stiamo svolgendo un ottimo e seguito lavoro di controinformazione, contrastando, per come possiamo, la milionaria hasbara israeliana e i suoi valvassini in Italia: per questa ragione, Israele ci ha inseriti nella sua mappa del “terrorismo” – di nuovo, una proiezione freudiana del crimine di cui si macchia e che è condannato dal mondo intero.
2) L’agenzia InfoPal è edita dall’omonima associazione, che provvede a sostenerla materialmente: non sono soldi di Hamas o da Hamas o per Hamas, ma dei musulmai italiani, che, come tradizione islamica, si tassano periodicamente per la zakat e altre forme di offerte. A me spetta il compito di gestire il lavoro di informazione, come qualsiasi altro giornalista di testate piccole o grandi, mainstream o indipendenti.
Inoltre, come giornalista, storica e antropologa del Nord Africa e del Medio Oriente, ho viaggiato, studiato, ricercato, incontrato, intervistato chi mi pareva più interessate e utile, raccogliendo materiale, fotografie, registrazioni, badge, cartoline, spillette, collane, bracciali, simboli, gadget vari, di popoli, organizzazioni e fazioni politiche, culture, religioni e tradizioni, o ricordi associati a interviste e incontri professionali. E’ un mio diritto, fa parte della mia libertà di ricerca e lavoro, e non deve essere oggetto di speculazioni o accuse, o di attacco della macchina del fango.
3) La “bandiera di Hamas”, annoverata tra le accuse a mio carico, e rinvenuta in vecchi e polverosi scatoloni accatastati in uno sgabuzzino, insieme a badge delle tante conferenze internazionali, cartoline e altro, provano solo che la considero un oggetto da raccolta di viaggi di lavoro. Chi ha perquisito a fondo la mia ampia e affollata casa, avrà visto oggetti – lampadari, maschere, collezioni da mezzo mondo – libri e infinità di cose. Oppure si pensa seriamente che se fossi associata a quell’organizzazione avrei tenuto quei “cimeli”? Ripeto, come giornalista-antropologa mi do il diritto di raccogliere tracce e passaggi del mio lavoro, insieme a migliaia di foto e articoli. Scatoloni di copie cartecee di articoli, taccuini, agende, biglietti aerei…, come un giornalista alla vecchia maniera, non come quelli odierni da copia-incolla senza vergogna…
Ripeto, sono una giornalista professionista, ma anche una ricercatrice, una storica e un’antropologa, con titoli accademici e pubblicazioni da far invidia alla media del giornalismo italico.
Sono anche un’intellettuale politicamente e socialmente impegnata, non organica al Sistema (per i colleghi poco colti è un riferimento a Gramsci), cosa di cui vado assolutamente fiera. Pertanto, lo squallido sbertucciamento di articoli, uno clone dell’altro, in stile gossip, contro di me, rappresenta una palese manifestazione di un giornalismo degno della scadente posizione in cui si trova nelle classifiche internazionali: la più recente, sulla libertà di stampa nel 2025, lo colloca al 49° posto globale, secondo Reporters Without Borders (RSF), la peggiore dell’Europa occidentale, indicando una salute precaria dell’informazione nel nostro Paese… Un Paese, inoltre, che sta precipitando rapidamente in forme totalitarie di tragica memoria, insieme alla sempre più devastante situazione economica, e che ha bisogno più che mai di politici, di uomini e di donne, etici e dediti al bene della Nazione e dell’Umanità.”

(Fonte)

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L’Uomo della Pace, riepilogo 2025

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Dalla prevenzione alla guerra

Questo video – realizzato dal NATO Allied Command Transformation, uno dei due comandi strategici dell’Alleanza – è un documento su cui si potrbbero spendere pagine e pagine di riflessioni e analisi, ma nella sua disarmante chiarezza è la limpida espressione dell’aria che tira e della direzione a cui puntano sempre più Paesi del cosiddetto Uccidente euroatlantico.
Conosci il tuo nemico!

Jacques Baud nel mirino della UE

Jacques Baud, ex colonnello dell’intelligence svizzera, è stato sanzionato dall’Unione Europea in quanto «responsabile dell’attuazione o del sostegno di azioni o politiche attribuibili al governo della Federazione Russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un Paese terzo (Ucraina) attraverso la manipolazione delle informazioni e l’interferenza».
Il commento al riguardo di Giacomo Gabellini che spesso ha ospitato Baud nel suo canale di analisi geopolitica.

Riposa in pace, Sergio

La lunga guerra alla droga in America Latina

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“Oggi Donald Trump presiede la sua Omicidi S.p.A., che è più una squadra della morte che un governo.
Molti hanno liquidato la sua dichiarazione all’inizio del suo secondo mandato, secondo cui il Golfo del Messico sarebbe stato d’ora in poi chiamato Golfo d’America, come una dimostrazione di dominio sciocca, ma innocua. Ora, tuttavia, ha creato un bagno di sangue in corso nel vicino Mar dei Caraibi. Il Pentagono ha finora distrutto 18 motoscafi veloci lì e nell’Oceano Pacifico. Non sono state presentate prove né formulate accuse che suggeriscano che quelle navi trasportassero droga, come sostenuto. La Casa Bianca ha semplicemente continuato a diffondere video di sorveglianza a volo d’uccello (in realtà filmati cruenti) di un’imbarcazione presa di mira. Poi arriva un lampo di luce e l’imbarcazione scompare, così come le persone che trasportava, che fossero trafficanti di droga, pescatori o migranti. Per quanto ne sappiamo, almeno 64 persone sono già state uccise in attacchi di questo tipo.
Il tasso di uccisioni sta aumentando. All’inizio di settembre, gli Stati Uniti colpivano una nave ogni otto-dieci giorni. All’inizio di ottobre, una ogni due giorni. Per un certo periodo, a partire da metà ottobre, è stato ogni giorno, compresi quattro attacchi solo il 27 ottobre. Il sangue, a quanto pare, brama altro sangue.
E la zona di uccisione si è estesa dalle acque caraibiche al largo del Venezuela alle coste colombiane e peruviane nell’Oceano Pacifico.
Molti motivi potrebbero spiegare la pulsione omicida di Trump. Forse gode del brivido e dell’ebbrezza del potere che deriva dal dare ordini di esecuzione, oppure lui (e il Segretario di Stato Marco Rubio) sperano di provocare una guerra con il Venezuela. Forse considera gli attacchi utili distrazioni dal crimine e dalla corruzione che caratterizzano la sua presidenza.
L’omicidio a sangue freddo dei latinoamericani è anche carne fresca per la vendicativa base trumpiana, che è stata istigata da guerrieri culturali come il vicepresidente JD Vance a dare la colpa della crisi degli oppioidi, che affligge in modo sproporzionato la base rurale bianca del Partito Repubblicano, al “tradimento” dell’élite. Gli omicidi, che Trump insiste nel definire parte di una guerra più ampia contro i cartelli della droga e i trafficanti, sono orribili.
Essi mettono in evidenza la crudeltà insensibile di Vance. Il vicepresidente ha scherzato sull’uccisione dei pescatori e ha affermato che “non gliene frega niente” se gli omicidi sono legali. Per quanto riguarda Trump, ha ignorato la necessità dell’autorizzazione del Congresso per distruggere i motoscafi o attaccare il Venezuela, dicendo: “Penso che uccideremo semplicemente delle persone. Ok? Le uccideremo. Saranno, tipo, morte”.
Ma come per molte altre cose di Trump, è importante ricordare che non sarebbe in grado di fare ciò che fa se non fosse per le politiche e le istituzioni messe in atto da molti dei suoi predecessori. I suoi orrori hanno una lunga storia alle spalle. In realtà, Donald Trump non sta tanto intensificando la guerra alla droga quanto incrementando la sua escalation.
Quella che segue è una breve storia di come siamo arrivati al punto in cui un presidente può ordinare l’uccisione seriale di civili, condividere pubblicamente i video dei crimini e scoprire che la reazione di molti giornalisti, politici (con l’eccezione di Rand Paul) e avvocati è stata poco più che un’alzata di spalle, se non, in alcuni casi, un incoraggiamento.”

L’escalation dell’escalation. Breve storia della lunga guerra alla droga in America Latina da Richard Nixon a Donald Trump, di Greg Grandin continua qui.

Ora!

“Tutti i nodi vengono al pettine”, il detto che oggi riassume perfettamente il momento di massimo pericolo per la Pace in Europa che stiamo vivendo.
Il risultato della guerra alla Russia, iniziata dall’Occidente collettivo alla fine degli anni ‘2000, prima con il terrorismo (Beslan fra tutti), poi con il Golpe di “estrema destra” a Kiev ha raggiunto l’apice.
Oggi dopo tre decenni l’Ucraina ha cessato di vivere.
Due milioni di morti al fronte, milioni di suoi abitanti fuggiti all’estero (la maggioranza di loro in Russia), un economia che ha cessato di esistere, il sistema di distribuzione di energia elettrica, riscaldamento, trasporti distrutto, un sistema sociale vago ricordo del passato.
E tutto questo grazie alla mortifera “solidarietà” europea, all’abbraccio “democratico” della NATO.
Gli Accordi di Minsk, sabotati dall’Europa, avrebbero mantenuto in vita lo stato, i suoi cittadini, la sua economia. In sostanza l’Ucraina oggi esisterebbe ancora, il Donbass sarebbe ancora ucraino, con forme di autonomia amministrativa, la Crimea pure.
Si sarebbe evitato il genocidio del popolo del Donbass su “consiglio” europeo e NATO, la morte per bombe, cecchini, droni di oltre 500 bambini, il ferimento di migliaia di loro, la disabilità di centinaia di bambini mutilati. I bambini del Donbass e di Ucraina avrebbero vissuto in pace, sarebbero andati a scuola come tutti i loro coetanei europei, avrebbero frequentato gli asili, le spiagge d’estate.
Si sarebbe evitata la sofferenza umana di milioni di persone. Nel Donbass e nell’Ucraina ancora pseudo governata da Kiev.
Una nera coltre di morte è stata sparsa dall’Europa sui popoli fratelli del Donbass e di Ucraina, sparsa dall’Europa che ipocritamente mentre “predicava” la pace, inondava di armi e di denaro (Giuda almeno diede solo 30 denari) l’Ucraina. Denari che hanno trovato strade diverse da quelle della difesa, che non hanno inciso sugli eventi bellici ma hanno prodotto persino “cessi” d’oro.
La UE ha finto di determinare le sorti al fronte, di “aiutare” l’Ucraina, di “salvarla” impoverendo in realtà i popoli europei e distruggendo la pace in Europa alle fondamenta.
I generali francesi parlano apertamente di figli della Francia che devono morire contro la Russia, ministri tedeschi che danno date di inizio della guerra contro la Russia, politici, mentecatti umani, italiani che stanno organizzando migliaia di persone che dovranno controllare tutto, dai telefoni ai computer, per colpire chi pensa con la propria testa, chi parla di Pace, chi è disgustato dalla censura nuova-fascista dei cantanti lirici russi zittiti, delle sale per vedere video veritieri chiuse, riunioni per ascoltare testimoni proibite.
Ora arriva la “controproposta” europea per la solita “Pace giusta”, come la pace potesse anche essere ingiusta. In realtà è una dichiarazione di guerra.
E’ fatta per annullare la piattaforma USA che tentava un nuovo avvio di un confronto diplomatico, per affermare ancora una volta che la guerra deve proseguire “fino all’ultimo” Ucraino. Anche quando di Ucraini non ve ne sono più.
La Russia ha pagato un prezzo altissimo, ma ha ottenuto i risultati alla base dell’inizio dell’Operazione militare speciale: stop all’espansione della NATO, ha salvato il popolo del Donbass dal genocidio che dal 2014 lo ha travolto, mantenere la Crimea russa, riaffermare il principio che chi vince sul campo determina le condizioni della pace. Denazificare Kiev e tagliare le unghie ai nipotini europei dei condannati a Norimberga.
I trogloditi, diplomaticamente barbari europei, i mentecatti dell’anima della UE, i nipotini dei gerarchi nazisti che occupano le stanze di Bruxelles, per la loro arroganza, ignoranza, inumanità credono ancora di contare qualcosa nello scenario internazionale. E per questo sono pronti a mandare al macello milioni di giovani di Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia…
E’ suonata l’ultima campana. Non chiedere per chi suona la campana: essa suona per te.
Vanno ricordate, in ogni istante, le parole di Pavel Florenskij “Questa è un’epoca tanto tremenda che ognuno deve rispondere di se stesso”.
Per questo oggi, ogni uomo che ama la pace, ogni donna che ha a cuore il destino dei propri figli deve ORA muoversi, gridare, fermare la macchina bellica che è avviata e che corre sempre più forte
Domani il fischio delle bombe, il sibilo dei missili farà tacere qualsiasi grido, qualsiasi pianto.
Ennio Bordato
(Presidente di Aiutateci a Salvare I Bambini ODV)

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Sono un Palestinese

Il controllo più feroce della mia voce non è venuto dagli “Israeliani”, ma da potenziali alleati che insistono sul fatto che la liberazione palestinese debba conformarsi alle loro politiche, alle loro insicurezze, alle loro sensibilità e alle loro tribù ideologiche.
In due anni in cui ho parlato pubblicamente per la Palestina, nessun conservatore di destra, nessun cristiano, nessun “nazionalista bianco” critico della politica estera statunitense ha mai cercato di censurarmi.
Le persone che hanno monitorato incessantemente le mie parole, patologizzato la mia rabbia, contestato il mio linguaggio e dettato come avrei dovuto parlare della sofferenza del mio popolo sono coloro che affermano di sapere meglio dei Palestinesi come dovrebbe essere la liberazione: gli autoproclamati arbitri della legittimità morale, tipicamente ebrei antisionisti e la loro orbita ideologica di estrema sinistra.
Questo schema deve essere affrontato onestamente se il movimento vuole servire la liberazione piuttosto che gli ego.
Censurano in nome della sicurezza.
Mettono a tacere in nome dell’immagine.
Disinvitano in nome della purezza.
“Tenere fuori i nazisti”, dicono.
“Proteggere il movimento”, insistono.
Ma non mi interessa un movimento più ossessionato dalla resistenza che dal raggiungimento della liberazione.
Non ho bisogno di tutori per la mia rabbia.
Non ho bisogno di traduttori per il mio dolore.
Non ho bisogno di accompagnatori per la mia libertà.
Rifiuto ogni supremazia: razziale, religiosa, nazionale o ideologica. Ma i “nazisti” dichiarati non sono l’epitome del male nel mondo di oggi. I suprematisti ebrei lo sono.
Rifiuto anche l’illusione che un movimento diventi giusto definendosi “progressista”.
La giustizia si dimostra con l’azione, non con il marchio.
La liberazione palestinese non appartiene a nessuna ideologia.
Non è proprietà del mondo accademico occidentale o della sottocultura attivista.
Appartiene ai colonizzati.
Ai Palestinesi, e solo ai Palestinesi.
Un movimento che investe più energie nella scomunica di alleati imperfetti che nell’affrontare il genocidio non può liberare nessuno.
È una cricca che cura la virtù mentre la Palestina brucia.
Non scegliamo alleati in base all’estetica, al vocabolario o al gusto politico.
Scegliamo in base alla realtà effettiva.
– Chi si oppone alla nostra cancellazione?
– Chi combatte la nostra scomparsa?
– Chi smantella la macchina che uccide i nostri figli?
– E chi esige il nostro conformismo ideologico prima di offrire “sostegno”?
Se vivo ancora ad Aqraba, in Palestina, chi è più efficace nel proteggermi dai terroristi suprematisti ebrei che vengono a rubarmi la casa e a uccidere mio figlio?
L’ebreo antisionista di sinistra che ha appena pubblicato il suo ultimo articolo che gli ha dato una spinta alla carriera, o il cristiano di destra che fa pressione sui rappresentanti del suo governo affinché taglino i fondi a Israele? Entrambi agiscono per interesse personale e lealtà verso il proprio popolo. Solo uno, tuttavia, mostra il potenziale per cambiare materialmente la realtà per me.
Chi è veramente disposto a confrontarsi con la supremazia ebraica? Come può un movimento sconfiggere un sistema che ha troppa paura di nominare?
La mia gente viene massacrata nelle nostre case.
Non c’è lusso per il romanticismo ideologico.
C’è solo chiarezza.
Coloro che difendono la vita palestinese e coloro che chiedono ai Palestinesi di comportarsi come “correttamente” vittime.
Quindi, sia chiaro:
Nessuno dovrebbe smorzare la propria voce per risparmiare il benessere altrui.
Nessuno dovrebbe attenuare la propria indignazione per superare un test di purezza.
Nessuno dovrebbe barattare la verità con l’appartenenza.
Opporsi al genocidio, e saremo uniti. Cercare di gestire la mia resistenza, e non lo saremo.
È così semplice.
La Palestina non sarà liberata dalle persone educate.
Non da chi ha credenziali.
Non dai custodi del dissenso.
Sarà liberata da chi non ha filtri, da chi è ingovernabile, da chi è incrollabile, da chi capisce che la libertà non è mai concessa per autorizzazione e che sa, come minimo, identificare correttamente la supremazia ebraica sotto cui viviamo.
Non ho bisogno di alleati che condividano la mia filosofia.
Ho bisogno di alleati che si oppongano al genocidio.
Punto.
Afif Aqrabawi

(Fonte)

Il sionismo, cos’è davvero e come combatterlo

La video registrazione del convegno svoltosi a Roma il 25 ottobre u.s., organizzato dal Fronte del Dissenso con la partecipazione tra gli altri di Angelo D’Orsi, Moni Ovadia, Patrizia Cecconi e Fulvio Grimaldi.

Guerra e Rivoluzione

In questo periodo storico, andarsene a giro a ribadire al mondo la propria identità politica è un esercizio del tutto inutile, e anzi un massimo segno di impotenza.
La radicalità di questa fase e la radicalità delle trasformazioni sociali richieste prima che sia troppo tardi, e la guerra capitalista deflagri senza più rimedio, dovrebbe indurci a vivere con una sola domanda fissa in testa: “Come rimanere fedele ai propri principi di trasformazione radicale del sistema esistente, e al tempo stesso convincere chi la pensa diversamente da noi?”
Ecco, chi è stato maestro in questo, e cioè a pensare politicamente in tempi di guerra e a riuscire a convincere milioni di persone a seguire i propri principi, se pur tra mille compromessi e mediazioni, è sicuramente Vladimir Lenin.
OttolinaTV ne ha parlato con Mimmo Porcaro.

Il disordine pubblico in Italia anno 2025

Image“Il brutale pestaggio operato sabato mattina dalle forze dell’ordine della questura di Napoli dentro la Mostra d’Oltremare a danno dei manifestanti che protestavano contro la presenza di Teva al PharmaExpo, conclusosi con l’assurdo arresto di Mimì, Dario e Francesco, costituisce un salto di qualità repressivo tanto clamoroso quanto inquietante nelle modalità gestione dell’”ordine pubblico” da parte degli apparati dello stato durante le manifestazioni e le iniziative di protesta.
Ripercorrere il reale andamento dei fatti di sabato (come è avvenuto già domenica mattina durante il presidio-conferenza stampa fuori ai cancelli della Mostra d’Oltremare, è quanto mai necessario, non solo per inquadrare i termini e le implicazioni politiche di questa escalation, ma anche per ribaltare il fiume di falsità e di calunnie messe in giro dalle veline della Questura e riprese integralmente e senza alcuna verifica da alcuni organi di stampa locali e nazionali (vedi il vergognoso articolo de Il Mattino di domenica 26 ottobre).
Sabato mattina era stato indetto un presidio unitario promosso dalla Rete Sanitari per Gaza, dal movimento BDS e dalla rete Napoli per la Palestina per protestare contro la presenza della multinazionale farmaceutica israeliana TEVA all’interno della rassegna PharmaExpo organizzata alla Mostra d’Oltremare di Napoli.
Tale iniziativa avveniva in continuità e in coerenza con una campagna di boicottaggio internazionale nei confronti di TEVA, non solo e non tanto per essere una multinazionale sionista, ma anche e soprattutto per la sua complicità attiva nel genocidio del popolo palestinese, in primis attraverso finanziamenti diretti all’esercito israeliano, in secondo luogo per mezzo di un vero e proprio embargo sanitario sul popolo palestinese, a cui vengono applicati prezzi enormemente maggiorati per l’acquisto dei farmaci TEVA e a cui viene negato l’accesso ai vaccini.
Nonostante la Mostra d’Oltremare sia un luogo pubblico ad accesso libero (previo pagamento di un biglietto simbolico di 1 euro a persona), il varco d’accesso corrispondente al luogo del presidio (sul viale Kennedy) veniva chiuso e presidiato da un ingente spiegamento di forze di polizia in tenuta antisommossa.
Al termine della manifestazione statica, un gruppo di manifestanti, preso atto che il varco in corrispondenza al presidio era chiuso all’accesso di chiunque (manifestante o meno), resosi conto che nell’altro varco (in via Marconi) era possibile accedere liberamente e individualmente alla mostra, si recava a quest’ ultimo ingresso, che non era per nulla presidiato dalle forze dell’ordine, e accedeva regolarmente alla Mostra pagando il regolare biglietto di ingresso.
I manifestanti (non più di una trentina), una volta entrati nel padiglione in cui si svolgeva PharmaExpo, hanno aperto uno striscione, sventolato bandiere della Palestina e gridato slogan di protesta contro TEVA.
Negli istanti immediatamente successivi un ingente spiegamento di agenti del reparto celere ha ripetutamente strattonato e aggredito i manifestanti che erano rimasti sulla soglia di ingresso del padiglione, nel tentativo di cacciarli. Subito dopo, il reparto è entrato nel padiglione mettendo in piedi un fitto sbarramento a protezione degli stand di TEVA e del resto della fiera, senza che nessuno dei manifestanti abbia provato a forzare tale cordone.
La contestazione si è dunque svolta interamente in forma statica nell’area di ingresso del padiglione, con modalità analoghe a un normalissimo “flash mob”, dunque in maniera del tutto simbolica e pacifica, senza invadere l’area adibita agli stand (contrariamente a quanto riportato dalla stampa asservita), né tantomeno usando alcuna forma di violenza, danneggiamento, minaccia e coercizione nei confronti di cose o persone li presenti.
Al contrario, durante il flash mob, nonostante la solidarietà di molti presenti, i manifestanti sono stati ripetutamente oggetto di minacce, ingiurie e veri e propri tentativi di aggressione da parte di singoli organizzatori e/o di elementi della security interna alla Mostra: provocazioni che i manifestanti, con grande senso di responsabilità, hanno praticamente ignorato. Dopo circa 15 minuti è giunta sul posto la Digos, la quale, come da consuetudine, ha chiesto ai manifestanti di terminare la protesta in tempi brevi.”

Sull’escalation repressiva di queste ore. Il governo Meloni ordina, le questure eseguono continua qui.

Fuori il sionismo dall’Università!

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Ricercatore preso di mira da sionisti e soldati IDF all’Università di Bologna

Oggi vogliamo denunciare un caso di censura e diffamazione che restituisce il senso dell’ingiustizia e della gravità che la complicità con Israele può comportare. La storia che vi racconteremo ha come teatro l’ateneo più antico dell’Occidente, l’Università di Bologna, che porta avanti collaborazioni con istituzioni ed enti israeliani, nonostante gli appelli e le mozioni di studenti e lavoratori dell’Ateneo.
Finora i proclami e le dichiarazioni della governance sono rimasti sulla carta e non si sono tradotti in pratica nell’interruzione degli accordi (al massimo, si limitano a non rinnovare quelli che giungono a scadenza). Ma oltre a mantenere in vita le collaborazioni con i partner israeliani, UNIBO aggiunge un altro tassello alla complcità col sionismo di Israele: negli ultimi tempi ha adottato una modalità con la quale asseconda le intemperanze e le pretese di un gruppo di studenti israeliani che frequentano l’Ateneo presso il DIMEVET di Ozzano dell’Emilia (Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie), dove sono quasi una trentina.
Avviene infatti che questi studenti, che non rappresentano comunque la totalità degli studenti israeliani in UNIBO, abbiano scelto come target delle loro azioni diffamatorie un ricercatore, la cui unica “colpa” sarebbe quella di indossare una kefiah. La loro intolleranza nei confronti di tale indumento è così forte da portarli a chiedere al Dipartimento di vietarne l’uso. Dopo aver diffuso voci diffamanti all’interno del Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie un gruppo di studentesse israeliane, non paghe, lo ha segnalato all’Amministrazione di UNIBO e al Rettore con accuse diffamanti, che hanno portato ad un procedimento disciplinare di censura nei suoi confronti per un post critico contro Israele pubblicato sulla sua pagina personale di Facebook, solo perché dal suo profilo si evinceva che era affiliato all’Università di Bologna. Il messaggio via e-mail è partito da una studentessa che risulta far parte dell’IDF (Israel Defense Forces), l’esercito israeliano autore del genocidio in corso a Gaza, e sembra che non sia l’unica di loro a militare in quel corpo.
Beh, UNIBO ha dato ragione alle studentesse israeliane sanzionando il docente con una censura scritta che gli blocca temporaneamente la carriera: è un ricercatore in tenure track (RTT), lo step che precede immediatamente l’assunzione come professore associato.
L’attività che questi studenti hanno messo in campo, prendendo di mira questo lavoratore dell’Ateneo con una strategia di matrice sionista, che secondo un format oramai noto combina vittimismo, diffamazione e pressione alle massime cariche del Dipartimento e dell’Ateneo, rappresenta un segnale molto pericoloso nel mondo accademico ed un precedente che rischia di essere replicato altrove, proprio perché la governance lo ha assecondato.
Nell’assistere il suo iscritto, USB ha portato in difesa del lavoratore tutta una serie di elementi (dettagli nell’allegato al comunicato) che fornivano un quadro chiaro della situazione, ma la Commissione disciplinare ed il Rettore hanno preferito “non vedere” e confermare una sanzione che risuona come profondamente ingiusta, che salta a piè pari la tutela dei diritti del lavoratore.
Qualcuno pensava che il pericolo sionista potesse arrivare solo dagli accordi in ambito ricerca con potenziale dual use, mentre questa storia ci insegna come le insidie possano nascondersi anche in un semplice accordo di moblità con studenti israeliani. Già, perché quello che è emerso è che diversi studenti combattono nell’IDF, l’esercito genocida di Israele e fanno addirittura la spola fra le aule di UNIBO e le operazioni militari in Palestina ed in Medio Oriente, dove vengono chiamati come riservisti.
Il colmo è che UNIBO, senza battere ciglio, conceda loro la possibilità di effettuare esami fuori dagli appelli ordinari, mentre nega tale possibilità ad altri studenti che sono invalidi o in condizioni svantaggiate, che hanno motivazioni più giustificabili di un genocidio. Non smetteremo di ribadire che occorre rompere ogni complicità col sionismo di Israele. Da parte nostra, lavoratori e studenti di UNIBO, rinnoviamo l’impegno a mobilitarci per sensibilizzare la comunità accademica e per ripristinare un clima di giustizia e tutela per tutti in Ateneo. E insieme a ELSC – European Legal Support Center, con cui difendiamo il ricercatore, chiediamo che la comunità accademica si stringa in solidarietà attorno al ricercatore e respinga con determinazione gli attacchi sionisti in Ateneo e qualsiasi complicità e censura della libertà accademica.
“FUORI IL SIONISMO DALL’UNIVERSITÀ! STOP ALLA COMPLICITÀ CON ISRAELE!”
USB Emilia Romagna e Cambiare Rotta Bologna

(Fonte)

Israele, NATO e Italia

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“Riteniamo questo lavoro, se pur parziale, necessario ed urgente. Quanto oggi sta accadendo a Gaza e in Palestina è frutto di un processo storico. Allora stesso modo, le mobilitazioni che oggi caratterizzano la solidarietà alla Palestina, devono farsi processo. Perché ciò avvenga abbiamo bisogno di praticare, studiare, lottare, dibattere e divulgare affinché questo movimento, per larghi tratti spontaneo, si politicizzi, si faccia consapevolezza e militanza.
Ciò che troverete in questo testo non è altro che uno spunto di riflessione documentato. La volontà è quella di restituire un quadro più complessivo sulla guerra, delle sue strategie, di cui il genocidio è la più brutale, delle relazioni strutturali che tengono insieme Italia e Israele nel rapporto bilaterale e nel contesto NATO. Rompere questi legami vuol dire lottare contro il sistema della guerra, per una società che ne superi le logiche, quindi le diseguaglianze e lo sfruttamento. Non esistono soluzioni a portata di mano. La strada è lunga e “bisogna che tutti facciano qualcosa affinché pochi non debbano fare tutto”. Noi, qui e ora, nella nostra Firenze, questo “qualcosa” dobbiamo assolutamente metterlo in campo anche contro il Comando che da luglio 2025 si è insediato nella caserma Predieri di Rovezzano.
Buona lettura.”

Israele, NATO e Italia: un legame strutturale e strategico è disponibile qui.
A cura di No Comando NATO nè a Firenze nè altrove.

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Transizione verso l’egemonia globale

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“Se la nostra società spinge i cittadini verso la transizione ecologica ed energetica (e vorrebbe convincere tutti a comprare auto elettriche che hanno per ora scarso successo), o verso la transizione digitale (con ostacoli all’uso del contante o balzelli che di fatto escludono chi non è in grado di usare internet), è in atto anche un’altra transizione che però viene sottaciuta: la transizione linguistica.
La transizione linguistica è il graduale processo di adozione dell’inglese da parte delle popolazioni non anglofone con l’obiettivo di renderlo un requisito per tutti, e risolvere così i problemi della comunicazione internazionale, strategica soprattutto per i mercati globali. Il progetto include un profondo cambiamento culturale e organizzativo per fare in modo che le popolazioni non anglofone imparino l’inglese, e le realtà dove questo è già avvenuto – per esempio l’Olanda, l’Islanda o alcuni Paesi scandinavi – sono presentate come “virtuose” e avanzate, mentre le altre sono considerate “arretrate”, perché questo processo non si è “ancora” realizzato, e dietro quell’ancora si svela un ben preciso progetto di colonizzazione linguistica. Questo progetto è perseguito senza che nessuno ne metta in risalto gli effetti collaterali, e cioè la regressione delle lingue locali e la loro anglicizzazione. E quel che è peggio nessuno o quasi sembra cogliere che mentre tutto il mondo dovrebbe convertirsi allo studio dell’inglese, i Paesi anglofoni non hanno l’esigenza di apprendere alcuna altra lingua al di fuori della propria che preferiscono rendere “universale”. Tutto ciò comporta invece problemi etici, cognitivi ed economici di grande rilevanza. Ma guai a sollevare il problema, non aprite quella porta!
(…) La transizione linguistica insegue la filosofia di “una fetta di salame alla volta” (ogni fettina non porta risultati visibili in modo macroscopico, ma piano piano il salame si consuma) ed è fatta di tantissime piccole mosse che sembrano insignificanti, prese singolarmente, ma nel complesso ci portano dove ci vogliono portare. Per esempio i documenti personali o sanitari che sono diventati bilingui, dunque nelle carte d’identità rilasciate dalla Repubblica italiana le scritte sono ormai bilingui (nome/name, scadenza/expiry), come se l’inglese fosse la lingua ufficiale dell’Europa.
Questo suicidio linguistico inseguito dalle politiche anglomani tutte interne si inserisce in un ben più ampio fenomeno mondiale che è la conseguenza dell’egemonia culturale, politica, economica e sociale degli Stati Uniti, e in particolare dell’espansione delle multinazionali. E così arriviamo anche al fenomeno degli anglicismi, che si moltiplicano con ritmi esponenziali da ormai molti decenni, e sono solo l’effetto collaterale dell’affermarsi dell’inglese globale.”

Da La transizione linguistica che nessuno racconta, di Antonio Zoppetti.

Scuola o caserma?

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L’esercito a scuola per distanziare i bambini. Assolto Antonio Mazzeo

Assolto perché il fatto non sussiste. La Corte di Appello del Tribunale di Messina (Presidente Tripodi, a latere Giacobello, relatore, e Finocchiaro), in riforma della sentenza di primo grado ha assolto l’insegnante e giornalista Antonio Mazzeo, difeso dall’avvocato Fabio Repici, e ha revocato le statuizioni civili della sentenza di primo grado emessa dal giudice onorario Maria Grazia Mandanici il 24 ottobre 2024.
Ad Antonio Mazzeo era stato contestato il reato di cui all’art. 595 comma II e III del codice penale (diffamazione a mezzo stampa) perché, in qualità di autore dell’articolo pubblicato il 21 ottobre 2020 su alcune testate giornalistiche, dal titolo A Messina Sindaco e Prefetto inviano l’esercito nelle scuole elementari e medie con il plauso dei Presidi, commentando la circostanza che, per evitare assembramenti, erano stati inviati militari dell’esercito a presidiare l’ingresso dell’istituto scolastico, aveva riportato che la dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo Paradiso, dottoressa Eleonora Corrado “…oltre a essere evidentemente anni luce distante dai modelli pedagogici e formativi che dovrebbero fare da fondamento della Scuola della Costituzione repubblicana (il ripudio della guerra e l’uso illegittimo della forza; l’insostituibilità della figura dell’insegnante e l’educare e il non reprimere, ecc.), si mostra ciecamente obbediente all’ennesimo Patto per la Sicurezza Urbana, del tutto arbitrario ed autoritario e che certamente non può e né deve bypassare i compiti e le responsabilità del personale docente in quella che è la promozione e gestione delle relazioni con i minori”.
In primo grado, Antonio Mazzeo era stato condannato alla pena di euro 550 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali. Nel corso dell’udienza del processo d’appello, il 9 settembre 2025, l’insegnante messinese ha presentato alla Corte una lunga dichiarazione difensiva. “Vi scrivo quale imputato di diffamazione, a seguito di quanto da me riportato in una nota stampa in cui stigmatizzavo la presenza di militari dell’Esercito italiano, armati, all’interno del cortile della scuola di cui la persona offesa dal reato era dirigente, in data 21 ottobre 2020, in funzione di “vigilanza” e per imporre il “distanziamento sociale” alle bambine e ai bambini della scuola primaria e ai loro genitori in tempi di emergenza da Covid-19”, spiega Mazzeo.
“In questi anni, sia nella fase delle indagini preliminari (si vedano ad esempio le dichiarazioni da me rese nel corso dell’interrogatorio innanzi ai Carabinieri di Milazzo) e sia in diversi interventi pubblici ho espresso stupore e il profondo dispiacere per l’esito giudiziario delle mie affermazioni che MAI hanno inteso offendere alcuno o delegittimarne il ruolo istituzionale ricoperto”.
“Mi permetto tuttavia di far presente che quanto da me narrato nell’articolo contestato, sia sulle illegittime modalità di intervento dei militari dell’Esercito e sia sull’assoluta infondatezza e insostenibilità del Patto per la Sicurezza Urbana con cui sarebbe stato giustificato il loro invio a presidio delle istituzioni scolastiche – ha trovato pieno riscontro anche nei fatti accertati nel corso del giudizio”, ha aggiunto l’insegnante. “Cosa ancora più grave è però che, a quasi cinque anni di distanza da quanto accaduto, nessun organo istituzionale ha sentito il dovere morale di assumersi la paternità dell’invio di militari armati in una scuola primaria come misura di contenimento della pandemia. Ritengo ancora oggi con maggior convinzione che chi lo ha fatto ha abusato ingiustificatamente dei suoi poteri, violando i principi costituzionali e generando ulteriori inutili traumi ai minori e ai loro genitori”.
“Mi sia consentito di ricordare che mentre con difficoltà e fatica, insegnanti, studenti e genitori tentavano allora di ricostruire la normalità nelle attività didattiche dopo la lunga e drammatica chiusura delle scuole di ogni ordine e grado con il lockdown decretato nel marzo 2020, la risposta istituzionale al coronavirus privilegiava lo stato di guerra, i suoi linguaggi, le sue metafore, i suoi simboli. L’emergenza sanitaria, drammatica, reale, è stata rappresentata e manipolata come una crisi bellica globale per conseguire controlli repressivi e limitazioni delle libertà individuali e collettive e la militarizzazione dell’intera sfera sociale, politica ed economica”.
“Purtroppo la sicurizzazione della risposta al coronavirus si è sviluppata in continuità con il dilagante processo di militarizzazione de iure e de facto degli istituti e degli stessi contenuti culturali e formativi, aggravatosi ulteriormente negli anni successivi come presunta risposta al conflitto in Ucraina o alle gravissime crisi umanitarie in atto nel mondo, a partire dallo scempio inumano in corso a Gaza. Come, senza essere presuntuoso, può essere considerato fatto notorio, da anni denuncio e documento come la scuola italiana si sia trasformata in laboratorio sperimentale di percorsi didattici subalterni alle logiche di guerra e agli interessi politico-militari e geostrategici dominanti. Alle città d’arte e ai siti archeologici le scuole preferiscono sempre più le visite alle caserme e alle basi USA e NATO “ospitate” in Italia o alle industrie belliche mentre agli studenti è imposta la partecipazione a parate militari, alzabandiera, conferimenti di onorificenze a presunti eroi di guerra. Ci sono poi le molteplici attività didattiche affidate a generali e ammiragli (dall’interpretazione della Costituzione all’educazione ambientale e alla salute, alla lotta alla droga e alla prevenzione dei comportamenti classificati come “devianti”, bullismo, cyberbullismo, ecc.); i cori e le bande di studenti e soldati; gli stage formativi sui cacciabombardieri e le fregate; l’alternanza scuola-lavoro a fianco dei reparti d’eccellenza delle forze armate o nelle aziende produttrici di armi. A ciò si aggiunga la conversione delle strutture scolastiche a fini sicuritari con l’installazione di videocamere e dispositivi elettronici identificativi e di controllo (tornelli ai portoni, l’obbligatorietà ad indossare badge, ecc.)”.
“Fortunatamente oggi il tema della militarizzazione della scuola italiana è entrato nel dibattito politico ed educativo pubblico e negli ultimi anni, promosso da intellettuali, pedagogisti, insegnanti e organizzazioni sindacali di base, è nato un Osservatorio nazionale che ha già presentato report e dossier ripresi con attenzione dai media nazionali ed internazionali”, prosegue Mazzeo. “Comprendo bene che si possa divergere su valutazioni di ordine educativo e pedagogico ma non credo assolutamente che sia un’aula giudiziaria il luogo dove confrontarsi sui processi in atto nella società e nella scuola italiana, specie in assenza (o in vera e propria latitanza) degli interlocutori istituzionali che hanno assunto le scelte generatrici del conflitto tra le nostre rispettive parti. Ma non credo che si possano criminalizzare in sede giudiziaria le mie idee, sostenute sempre in modo rispettoso di chiunque, con esclusivo riferimento ai fatti oggetto di valutazione e ai principi da me propugnati, senza aggredire alcuno o alcuna nella sua dignità di persona”.
All’inizio dell’anno scolastico 2020-21, quando si verificò l’”occupazione” militare da parte della Brigata “Aosta” del cortile della scuola primaria “Paradiso” di Messina, la dirigente Eleonora Corrado ricopriva l’incarico di coordinatrice dei dirigenti scolastici della Flc Cgil. Al processo di primo e secondo grado contro l’insegnante-giornalista, la preside si è costituita parte civile (difesa dall’avvocato Filippo Pagano).

(Fonte)

La gogna dell’autarchia

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“Non sarebbe possibile questo stato di cose senza un ben preciso ‘fuoco di copertura’ politico-culturale: esso si indirizza nell’etichettare come anacronistica ‘autarchia’, tacciando quindi implicitamente di ‘fascismo’, tutte le progettualità che critichino la deregolamentazione degli scambi e il parossistico allungamento delle catene di approvvigionamento e fornitura.
Una prospettiva particolarmente schizofrenica laddove si encomino esperienze come SlowFood che fanno della preservazione dei tratti autoctoni delle produzioni, in particolare alimentari, la loro ragione di esistere e si stigmatizzino le prospettive politiche che intendono riorientare su vasta scala le modalità di produzione, acquisto e allocazione dei beni di consumo ridando centralità alle filiere locali e promuovendo scambi inter/nazionali improntati alla collaborazione e non alla razzia. Basti pensare all’esperienza del ‘commercio equo e solidale’ fondato sulla remunerazione ragionevole del fattore lavoro e sul rifiuto dello sfruttamento. Assi qualificanti per determinare le ragioni di scambio come occasioni di sviluppo e catene del valore sostenibili, anche da un punto di vista ambientale, in grado di prescindere dall’assistenza diretta ai Paesi in via di sviluppo attraverso donazioni o derrate alimentari e di mirare alla creazione di filiere orientate sull’autosostentamento al di fuori delle logiche speculative. Questione di buon senso, verrebbe da dire, eppure il risvolto politico di tale approccio non raccoglie consensi: un atteggiamento figlio di quel voyerismo politico per il quale le lotte per un’autodeterminazione alimentare, politica, energetica, doganale-commerciale, monetaria… in una parola: nazionale, sono da sostenere – se lo sono e se non sono considerate troppo poco ‘romantiche’ – soltanto se lontane e ininfluenti per gli attuali rapporti di forza nell’Occidente a capitalismo maturo.
Basti solo considerare che perfino una figura ormai ridotta a una sorta di santino laico buono per tutte le occasioni come Gandhi abbia combattuto una vita per l’emancipazione dal dominio coloniale organizzando, fra l’altro, il boicottaggio dei filati inglesi. Questi estraevano dalle colonie la fibra grezza e ne imponevano il riacquisto nei possedimenti come l’India lucrando sulla trasformazione in madrepatria. Il filatoio domestico (charka) fu uno degli strumenti per perseguire l’autodeterminazione rendendolo funzionale alla lotta politica. Autarchico anche lui?
Insomma, siamo in un mondo in cui è ‘autarchico’ promuovere il contingentamento e la regolamentazione degli scambi, ma è – evidentemente – ‘progressista”scegliere prodotti dell’altro capo del mondo, realizzati in condizioni di semischiavitù alimentando una filiera di sfruttamento e sopraffazione.
C’è poi una drammatica superficialità sui rischi per la salute umana di questo atteggiamento: non si contano analisi e inchieste sui rischi per la salute in ambiti come l’agroalimentare, i giocattoli o il tessile. Altrettanto noto è il fatto che il tratto caratteristico del sottosviluppo sia l’adesione a una monocultura: è difatti sufficiente un qualche fattore esterno che ne incrini la domanda (pandemia, nel caso emblematico del turismo nelle città d’arte o restrizioni negli scambi internazionali derivanti da politiche commerciali) o l’offerta (parassiti delle colture, fenomeni naturali… ipotesi in prospettiva sempre più frequenti in ragione degli sconvolgimenti climatici) per precipitare intere aree nell’impossibilità di sostentarsi. Evidentemente, considerare queste dinamiche come parte di un problema complessivo è anch’esso un riproporre retaggi del Ventennio. Con altrettanta disinvoltura, poi, l’apparato politico-mediatico che fino a un minuto prima aveva sostenuto l’esasperato allungamento e la parcellizzazione delle catene del valore ha riesumato l’autarchia contestualmente all’insorgere del conflitto fra Russia e Ucraina utilizzando toni da ‘oro alla patria’ per legittimare iniziative di sostegno al blocco atlantico: è evidente quindi che l’evocazione di un ‘fascismo storico’ sia ormai uno dei più plateali artifici lessicali per delegittimare una prospettiva alternativa, salvo ‘scavalcarlo a destra’ non appena le contingenze delle classi dominanti lo rendano necessario.”

Da Economia mista e partecipazioni statali. Ragioni, prospettive e orientamenti per un sistema di impresa pubblica nel terzo millennio di Alberto Leoncini, Indipendenza-Editore Francesco Labonia, pp. 48-50 (per gentile concessione dell’editore).

Perché è impossibile distinguere NATO, USA e Unione Europea

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L’Ucraina è stata colpita da circa 800 droni e missili. Putin ha colpito persino il palazzo presidenziale di Zelensky. Non c’è giorno in cui la guerra in Ucraina non infligga una nuova umiliazione all’Unione europea, agli Stati Uniti e alla Nato. Ma è davvero possibile distinguere questi tre soggetti?
La risposta è difficile perché gli Stati Uniti egemonizzano la Nato che ha egemonizzato l’Unione europea. Siccome la confusione è smisurata, un chiarimento è urgente. In primo luogo, distinguere la Nato dalla Casa Bianca è quasi impossibile. Tutte le decisioni, le strategie e gli obiettivi di lungo periodo della Nato sono decisi dalla Casa Bianca. Ad esempio, la decisione di assorbire l’Ucraina nella Nato fu presa da Clinton nel lontano 1994. La documentazione relativa alla vera storia del processo di inclusione dell’Ucraina nella Nato è contenuta nel mio libro: “Casa Bianca-Italia. La corruzione dell’informazione di uno Stato satellite”. Fu la Casa Bianca a decidere quali Paesi dell’Europa dell’est sarebbero diventati membri della Nato. È la Casa Bianca che decide: 1) quali Paesi possono diventare membri della Nato; 2) quali Paesi sono nemici della Nato; 3) quanti soldi i Paesi europei della Nato sono tenuti a spendere per la difesa e l’acquisto di armi.
Ecco le prove. Il processo di inclusione dei Paesi dell’Europa dell’est nella Nato è stato deciso e coordinato prima da Clinton e poi da Bush. Quanto all’indicazione dei nemici, Biden ha voluto indicare la Cina come un nemico di tutta la Nato nel documento finale relativo alla riunione Nato del 14 giugno 2021 a Bruxelles. Quel documento si compone di 79 paragrafi. Il paragrafo numero 3 stabilisce che la Cina è un nemico della Nato. Il paragrafo numero 69, invece, ribadisce che l’Ucraina entrerà nella Nato.
Quanto alla scelta dei Paesi che possono entrare nella Nato, Bush decise l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nel vertice Nato di Bucarest dell’aprile 2008. I principali leader europei erano contrari, ma furono piegati dalla Casa Bianca. Quanto alla definizione delle spese, la decisione di spendere il 5% del Pil per la difesa è stata presa da Trump. I principali leader europei, inclusa Meloni, hanno provato a opporsi, ma sono stati piegati dalla Casa Bianca.
Chiarita la relazione di potere tra la Casa Bianca e la Nato, veniamo al rapporto gerarchico tra l’Unione europea e la Nato. La Nato si compone di 32 Paesi. Ebbene, di questi 32 Paesi 29 sono in Europa e 23 sono nell’Unione europea. Tutti i Paesi dell’Unione europea fanno parte della Nato a eccezione dell’Austria, dell’Irlanda, di Cipro e di Malta che però – si badi bene – sono “partner della Nato”.
In sintesi, l’Unione europea si compone di 27 membri: 23 sono membri Nato e 4 sono partner Nato. Ne consegue che entrare nell’Unione europea significa entrare nella Nato, formalmente o informalmente. L’idea che uno Stato possa entrare nell’Unione europea senza avere niente a che fare con la Nato è semplicemente assurda.
Alla fine di questo breve viaggio, possiamo trarre la seguente conclusione: l’Occidente è organizzato in base a un “controllo a cascata”. La Casa Bianca controlla la Nato e la Nato controlla l’Unione europea. La Casa Bianca è riuscita a sovrastare la minaccia dell’autonomia dell’Unione europea collegandola alla Nato. L’Unione europea non può essere autonoma perché è dentro la Nato, che è dentro la Casa Bianca, come una matrioska.
Alessandro Orsini