Il tempismo secondo Linkedin

16 marzo 2026

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Immigrati per l’Ice

12 marzo 2026

Eustáquio da Silva Pena Júnior, conosciuto come Júnior Pena, è un influencer brasiliano trapiantato da anni nel New Jersey. Strenuo sostenitore di Donald Trump e del suo operato, ha invitato i brasiliani residenti negli Stati Uniti a non preoccuparsi dell’Ice, perché – secondo lui – chi pensa solo a lavorare non ha niente da temere: solo i delinquenti vengono presi di mira.

Ora Pena è stato arrestato dall’Ice e trasferito in un centro di detenzione per immigrati irregolari: la sua colpa è di non essersi presentato a un’udienza prevista dall’iter per la sua regolarizzazione, alla quale era tenuto a presenziare non essendo cittadino americano.

Verrebbe da paragonarlo ai neonazisti di origine ebraica, sostenitori del regime che perseguitava quelli come loro. Solo che loro lo fanno decenni dopo la fine di Hitler. Forse lui è solo più sprovveduto.

Non è un refuso!

16 febbraio 2026

Olimpiadi di Milano-Cortina, gara di slittino singolo maschile:

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(Grazie a Michele Cortelazzo per la segnalazione)

L’ornitorinco e le specie paradossali (dinosauri inclusi)

13 febbraio 2026

I primi europei che hanno visto un ornitorinco hanno pensato che fosse un falso, costruito da qualche truffatore orientale assemblando parti di un castoro, un’anatra e forse anche qualche altro uccello: non volevano rischiare di essere vittime di una beffa, come quella famosissima dell’Uomo di Piltdown (una contraffazione ottenuta combinando ossa di un orango e di un uomo moderno) o, ancora prima, dell’Hydrarchos (creato con parti di diversi cetacei e spacciato come un mostruoso rettile marino preistorico).

Un mammifero con il becco, le zampe palmate e che depone le uova sembrava impossibile. D’altra parte, secondo una leggenda degli aborigeni australiani, l’ornitorinco è nato proprio come incrocio fra un’anatra solitaria e un roditore. E ancora oggi è spesso usato (anche in filosofia) come metafora di un soggetto che complica le classificazioni.

Il caso dell’ornitorinco è plateale ma non unico. Un piccolo pesce dell’Amazzonia, la tetra dai denti ricurvi, assomiglia a una tetra ma ha denti simili a quelli dei piranha. È stato scoperto nell’Ottocento dagli zoologi tedeschi Johannes Peter Müller e Franz Hermann Troschel: sconcertati dalle sue caratteristiche che non rientravano nelle categorie conosciute, l’hanno battezzato Exodon paradoxus. Il loro ragionamento si può riassumere così: “Non capiamo bene dove metterlo, chiamiamolo paradossale”.

Il pesciolino sudamericano è in buona compagnia: l’incertezza sulla classificazione ha portato a nomi analoghi per altri pesci, come Hippocampus paradoxus (un cavalluccio marino con una morfologia diversa da tutti gli altri) e Merluccius paradoxus (il merluzzo sudafricano).

Passando dal mare alla terraferma, ecco Anthochaera paradoxa (bargigliuto giallo, un uccello australiano), Syrrhaptes paradoxus (sirratte di Pallas, un uccello dei climi aridi) e Solenodon paradoxus (solenodonte di Hispaniola, una specie di toporagno con caratteristiche rare per i mammiferi, come la saliva velenosa).

Non potevano mancare poi gli insetti: Stigmella paradoxa (una piccola falena), Neoserica paradoxa (uno scarabeo), Ektatotricha paradoxa (un coleottero estinto).

E in tema di animali estinti, c’è pure un dinosauro: Liaoningosaurus paradoxus, un anchilosauro giudicato paradossale perché aveva denti aguzzi e ricurvi e la mandibola adatta a strappare carne, mentre gli anchilosauri erano erbivori con denti piccoli e smussati.

Naturalmente caratteristiche “paradossali” non appaiono solo negli animali. Iris paradoxa è un iris ornamentale con petali interni enormi e vistosi e petali esterni ridotti e poco appariscenti: il contrario di quello che ci si aspetta da un iris. E così via con Petasites paradoxus (farfaraccio niveo, pianta angiosperma dicotiledone della famiglia delle Asteraceae), Caladenia paradoxa (un’orchidea australiana), Orbea paradoxa (una pianta succulenta dell’Africa australe), Lactarius paradoxus (un fungo latteo nordamericano).

Tornando all’inizio, cioè ai pesci, un caso a parte è Solenostomus paradoxus (pesce ago fantasma ornato): si è meritato questo nome perché, pur essendo piuttosto diffuso, è difficile da individuare (da cui anche il termine “fantasma” nel nome volgare) a causa della sua abilità nel camuffarsi. Per una volta quindi l’appellativo “paradossale” è attribuito in modo consono: non per disorientamento tassonomico, ma per caratteristiche intrinsecamente contraddittorie.

(Qui e qui avevo raccolto le altre incursioni paradossali nel mondo della tassonomia)

La seconda guerra civile americana

2 febbraio 2026

Per un collezionista di paradossi sta diventando difficile seguire gli sviluppi dell’amministrazione Trump. Le ultime vengono dal Minnesota (Stato democratico per eccellenza, l’unico che ha votato per Walter Mondale nella sciagurata elezione del 1984): nel caso di episodi di violenza, come l’omicidio di Alex Pretti, c’è spesso anche un elemento paradossale.

Pretti è stato ucciso da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ormai tristemente noto come Ice): una forza di polizia spesso definita “la Gestapo di Trump”, che però ad alcuni ricorda più le SS. Secondo l’Ice, Pretti è stato ucciso perché portava un’arma, e quindi era potenzialmente un pericolo per gli agenti.

Ora, lo zoccolo duro dell’elettorato repubblicano è composto da gente che rivendica il diritto di portare armi. E che però – comprensibilmente – non vorrebbe essere ammazzata dalle forze armate federali. Insomma: è legittimo girare armati, ma è giusto sparare a un uomo armato?

La stessa National Rifle Association, che ha sempre sostenuto strenuamente il Partito Repubblicano, si è trovata spiazzata. Alla fine ha optato – anche qui comprensibilmente – per i propri interessi, che in questo caso coincidono con quelli dei cittadini armati. Così, per una volta, si è rivoltata contro il suo uomo alla Casa Bianca (e forse è proprio per questa presa di posizione dei suoi fedelissimi che Trump ora parla di ammorbidire la situazione nel Minnesota: bisogna ringraziare la lobby delle armi? Questo pure sarebbe un bel paradosso).

Nel frattempo sono arrivate voci di altri misfatti dell’Ice (oltre alla detenzione di un bambino, che non sarà magari paradossale ma è a dir poco barbarica): avrebbe arrestato, sempre nel Minnesota, tre persone appartenenti alla minoranza dei nativi americani (più precisamente, alla tribù degli Oglala Sioux). Un altro caso del genere avrebbe coinvolto un cittadino Navajo, stavolta in Arizona, ma questa notizia non è stata confermata da fonti ufficiali governative.

Ora, l’Ice – come dice la prima parola del suo nome – è responsabile del controllo dell’immigrazione. Solo che i nativi – come dice anche qui la parola stessa – sono gli unici abitanti originari dell’America: tutti gli altri si possono considerare immigrati o discendenti di immigrati – compresi quindi i membri dell’Ice.

Questi episodi dimostrano purtroppo una triste verità: gli agenti dell’Ice non guardano tanto alla cittadinanza ma all’etnia (per dirla brutalmente: al colore della pelle). Del resto, a proposito di SS, anche le prime vittime dei campi nazisti erano cittadini tedeschi.

N.B. Il titolo di questo post fa riferimento a un film profetico, uscito nel 1997, che immaginava una guerra civile fra milizie statali e federali: quello che si è rischiato adesso nel Minnesota. Solo che il film era più ottimista: lì lo scontro era al contrario, con gli Stati Uniti governati da un consolidato regime democratico e multietnico, avversato da uno Stato (l’Idaho) reazionario, razzista e violento.

Tazzulella amara

26 gennaio 2026

La folle corsa di Tardelli dopo il 2-0 alla Germania: impossibile dimenticarla. E poi tutte le altre esultanze personalizzate, dall’aeroplanino di Montella alla maschera di Dybala, fino alle idee più discutibili (la mitragliatrice di Batistuta) se non da codice penale (il saluto romano di Di Canio). E prima ancora, il pittoresco balletto intorno alla bandierina di Juary.

Da una manifestazione personale e spontanea di gioia, l’esultanza sui campi di calcio è diventata via via una coreografia di gruppo, sempre più spesso istituzionalizzata, addirittura preparata a tavolino a beneficio delle telecamere (e degli sponsor).

Era inevitabile che prima o poi qualcuno, cercando di inventarsi qualcosa di nuovo, cadesse nel ridicolo. L’ultima trovata in ordine di tempo è dei giocatori juventini, che hanno mimato l’azione di bersi una tazzina di caffè (spiegazione ufficiale: “Be’, siamo in Italia!”). Solo che avevano appena segnato un gol… contro il Napoli. A essere malevoli, viene da pensare che la scelta non sia casuale: uno sberleffo antisportivo agli avversari, un po’ come le odiose corna di Maresca contro il Torino (con l’aggravante della premeditazione). A essere benevoli, è solo un’infelice coincidenza: come se Tardelli si fosse fatto una birra – ma per fortuna erano altri tempi.

Il ragionamento più assurdo di sempre: abbiamo un vincitore

22 gennaio 2026

Anche Putin è un dilettante, in confronto. Per non parlare dei contendenti italiani: i vari Simone Pillon, Angelo Scola, Aldo Vitale e il Consiglio di Stato. C’è poco da dire, quando un fuoriclasse come Trump scende in campo non ce n’è per nessuno.

La performance con cui ha surclassato tutti nella classifica del ragionamento più assurdo di sempre è la delirante lettera che ha inviato al primo ministro norvegese, ormai ben nota anche perché ampiamente sbeffeggiata sui social di tutto il mondo (*).

Spicca in particolare un passaggio favoloso: «Considerando che il vostro Paese ha deciso di non assegnarmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre IN PIÙ, non sento più l’obbligo di pensare esclusivamente alla Pace».

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Se non fosse Trump verrebbe da pensare che è un fake ben escogitato da qualche abile professionista della satira, di quelli da migliaia di like sui social. Invece è lui, solo lui, e l’autenticità è stata confermata anche dalle (sconcertate) fonti governative norvegesi. In seconda battuta verrebbe da dubitare della definizione di “ragionamento”, ma l’incipit “Considerando che” la rivendica almeno formalmente.

Come succede in tutti i campionati, quando c’è un vincitore gli osservatori analizzano la sua prestazione. Facciamo quindi finta di prenderlo sul serio: sorvoliamo sulla grammatica da scuole elementari, trascuriamo la surreale premessa sulle “guerre fermate”, e concediamogli anche il beneficio del dubbio sull’ignoranza in buona fede delle regole per l’attribuzione del Nobel (sulla quale il governo norvegese non ha voce in capitolo).

Bene, detto questo, se la frase avesse un senso bisognerebbe trarne le logiche conseguenze. L’ovvia deduzione è che, se qualcuno si prodiga per la pace nel mondo, lo fa solo per vincere il Nobel, e se non lo riceve deve sentirsi autorizzato a rinnegare i suoi sforzi e abbracciare invece qualunque causa guerrafondaia. Dato che il Nobel lo ottengono in pochissimi, tutti gli altri (compreso Gandhi) avrebbero dovuto optare – a seconda della loro indole e del loro ruolo – per il traffico di armi, la tortura, un colpo di Stato, la guerriglia, magari incendi, stupri, saccheggi, e – perché no? – qualche conflitto su larga scala.

Possibile che nessuno ci avesse mai pensato prima di Trump? Proviamo ad azzardare una risposta in linea con la sua mentalità: finora nessuno lo aveva fatto perché tutti i candidati al premio continuavano in cuor loro a sperarci, anno dopo anno (illusi!), mentre una volta “passati al lato oscuro” si sarebbero giocati definitivamente ogni possibilità di vittoria. Trump invece è stato l’unico ad avere sufficiente lucidità per capire che quel benedetto Nobel, se non gliel’hanno dato per le otto guerre fermate, se lo può scordare per sempre. E allora perché dovrebbe pensare ancora alla pace

(Qui le storie degli sfidanti: Vladimir Putin, Angelo Scola, il Consiglio di Stato italiano, Aldo Vitale, Simone Pillon).

(*) Secondo gli analisti politici, la lettera fa parte della sua strategia per impadronirsi della Groenlandia – la sua fissazione – con le buone o con le cattive. Gli stessi analisti fanno notare che, se Trump invadesse la Groenlandia, scatterebbe il famoso Articolo 5 della Nato, secondo cui tutti gli altri membri dell’alleanza (compresi gli Stati Uniti) sono vincolati a intervenire per difendere un Paese attaccato. Per colmo del paradosso, al momento sarebbe proprio un generale americano, Doug Perry, a dover guidare le forze armate alleate contro l’invasore.

Paradossi geografici / 4

19 gennaio 2026

Succedono cose strane, in Canada. Per oltre un secolo, tra la fine dell’Ottocento e il 1999, i Territori del Nordovest comprendevano tutta la fascia settentrionale del Canada, tranne il vero e proprio nordovest.

Ma proprio in quel periodo si è sfiorato un caso ancora più paradossale. Nel 1866 un deputato del Massachusetts, Nathaniel Prentice Banks, sottopose alla Camera degli Stati Uniti una proposta per annettere tutta l’America settentrionale britannica, cioè in pratica il Canada (ogni riferimento all’attualità è puramente casuale).

Il progetto prevedeva anche la divisione amministrativa dei nuovi possedimenti. Allora come adesso, il Canada era diviso in province (le aree più abitate) e territori (le più spopolate). In seguito all’annessione, tre grandi territori avrebbero mantenuto il loro status, mentre le province sarebbero confluite in quattro nuovi Stati degli Stati Uniti: New Brunswick, Nuova Scozia (Nova Scotia), Canada Est e Canada Ovest. Solo che i quattro Stati erano limitati alla porzione orientale del Canada, quella più abitata: così anche il cosiddetto “Canada Ovest” rientrava nell’est del Canada.

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Venti di novità

9 gennaio 2026

Il più antico utilizzo umano dell’energia eolica – e forse delle fonti rinnovabili in assoluto – è la navigazione a vela: svariati millenni prima delle imprese di Colombo, Vasco da Gama e Magellano, gli egiziani solcavano il Nilo con le loro imbarcazioni sospinte dal vento.

Suona quindi un po’ incongruo e involontariamente comico il tono trionfalistico con cui è stata salutata di recente la “prima nave a propulsione eolica”. Con tutta l’ammirazione per l’innovazione ingegneristica, non si può non condividere l’arguto commento di Daniele Gewurz: «Avrei detto che navi che si muovono grazie all’energia del vento, intercettata grazie ad alcuni cosi larghi e alti eretti sul ponte, non fossero esattamente l’ultimo grido in campo tecnologico».

Il buio e la luce

22 dicembre 2025

Si chiamava Gautama Siddharta: il termine Buddha, con cui è universalmente conosciuto, indica “colui che ha raggiunto l’illuminazione”. Con una certa approssimazione, è simile il concetto di illuminazione per i sikh e i gianisti: la liberazione dall’eterno ciclo della vita e l’unione con la divinità. Per il taoismo invece l’illuminazione consiste nel seguire l’armonia con la natura e l’ordine naturale del cosmo.

Anche nella tradizione occidentale l’illuminazione consiste essenzialmente nel cogliere la verità. Per le religioni rivelate, questo significa accettare appunto la rivelazione (contenuta in genere nei libri sacri). L’esempio più noto e paradigmatico è quello del Vangelo di Giovanni (3, 19), in cui l’evangelista deplora il mancato riconoscimento della verità: «E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce» («Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι µᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς» nell’originale greco).

Insomma, come sintetizza argutamente il filosofo americano Benjamin Cain, «quello che conta come illuminazione dipende da chi distribuisce le tessere di iscrizione [al club]». E, tipicamente, chi ritiene di vivere nella luce tende a guardare gli altri con un misto di pietà e disprezzo.

Nel Settecento, in Europa, il concetto di “lume” cambia di senso: per la prima volta si riferisce non più all’accettazione di una verità fideistica, ma alla ricerca della verità con l’ausilio – “il lume”, appunto – della sola ragione. Questo principio ha portato a estremi teorici paradossali come pure a derive politiche sanguinarie all’epoca della Rivoluzione Francese, ma è ancora oggi un caposaldo del pensiero laico.

Lo sapeva bene Giacomo Leopardi che, sebbene si dimostrasse spesso e (forse) volentieri romantico nei modi poetici, era fermamente materialista e razionalista di formazione e di convinzioni. Perciò la poesia che più di ogni altra si può considerare il suo testamento spirituale, La ginestra, porta in esergo la citazione del vangelo di Giovanni. Solo che intesa in senso opposto: quello che per l’evangelista era la luce, per Leopardi è il buio, e viceversa. Ancora una volta, tutto dipende da chi dà le carte.

Parole intraducibili in italiano: Privacy

18 dicembre 2025

 

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(Grazie a Giovanni Stegel per la segnalazione)

Senza parole

10 dicembre 2025

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(Grazie a Nico Pisanelli per la segnalazione)

 

Trump alla guerra dei media

3 dicembre 2025

Quando un politico compie un gesto (o rilascia una dichiarazione) imperdonabile, come prima cosa deve scusarsi. In genere però non basta e spesso finisce con il dimettersi. Ma se un leader ogni giorno commette diverse azioni ognuna delle quali in un altro contesto richiederebbe a gran voce le sue dimissioni, allora il principio non è più valido. Anzi, per lui non valgono proprio più le regole stabilite, salta il tavolo da gioco: è quello che si potrebbe chiamare “metodo Trump”, una versione riveduta e aggiornata del padre di tutti i paradossi.

Ed è frutto di un disegno molto chiaro. In un’intervista del 2019 Steve Bannon, allora consigliere più stretto di Trump, rivelava la sua strategia comunicativa: «I Democratici non contano niente. La vera opposizione sono i media. Ma i media sono stupidi e sono pigri, sanno concentrarsi davvero solo su una cosa alla volta […]. Quindi tutto quello che dobbiamo fare è inondarli. Ogni giorno tirare fuori tre cose diverse. Si attaccheranno a una ma faremo le altre due. E andremo avanti ogni giorno così, bang, bang, bang. Non si riprenderanno. Ma dobbiamo iniziare a tutta velocità».

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Vi ricorda niente? L’idea del fascismo era nata in Italia ed era stata poi ripresa tragicamente in gran parte d’Europa e oltre. Ed ecco ora il metodo Berlusconi alla Casa Bianca.

Il rosso e il blu

28 novembre 2025

Anche il sangue dei nobili è rosso (ovviamente): l’espressione “sangue blu” risale al Medioevo, quando i lavoratori passavano molto tempo all’aperto ed erano quindi abbronzati, mentre gli aristocratici avevano la pelle chiara e quindi risaltavano le loro vene azzurre.

Proprio per il rimando al colore del sangue, la bandiera rossa era in origine un simbolo di battaglia: indicava la disponibilità a combattere, il contrario della bandiera bianca. A partire dalla Rivoluzione Francese, e soprattutto dalla Comune di Parigi del 1871, è passata poi a simboleggiare le lotte di classe, fino a diventare il vessillo del socialismo e del comunismo.

Ancora oggi, quando in politica si vogliono assegnare per semplicità i colori ai partiti, il rosso denota quelli di centro-sinistra (come il PD in Italia e la SPD in Germania), mentre per esempio Forza Italia è contrassegnata con il blu.

Negli Stati Uniti invece, dove le lotte di classe (e la sinistra) non hanno mai attecchito più di tanto, il rosso è il colore del partito di destra (Repubblicano), mentre il blu è quello del Partito Democratico.

Se l’abbinamento dei colori rosso e blu con i partiti è in buona misura arbitrario, in altri casi ci sono dati oggettivi, eppure le contraddizioni non spariscono, anzi.

Non è chiaro perché nei rubinetti il rosso indica l’acqua calda e il blu quella fredda (forse in relazione con la lava e i ghiacciai?), ma l’astrofisica afferma il contrario. Le stelle rosse sono le più “fredde” (o meglio meno calde): hanno temperature in superficie di “appena” 2500 gradi, cioè pochissimo rispetto ai 40.000 gradi delle stelle blu. Ma chi per primo ha pensato ai rubinetti di certo non lo sapeva.

Collezione di ossimori / 15

19 novembre 2025

Un santo ateo (García Márquez), una grave leggerezza (notevole questo!), sordido meraviglioso (Michel Tournier), cultura americana, tirocinio di ricerca (grazie a Monia per la segnalazione), un galleggiante sottomarino, nuovissima tradizione, meravigliosa schiavitù (Stanisław Lem), piacevolmente infestante, spiriti materiali (Leopoldo Lugones), ingegnoso candore, bocce quadrate (esistono!), sicura speranza (grazie a Enzo Romeo per la segnalazione), grazia rustica (detto del primo sestetto di Brahms), Tarocchi per evolvere (titolo di un webinar [!]), zombi vegani (dai Simspon), una tragedia ottimista (detto della decima sinfonia di Šostakovič), un horror solare, dolci tormenti (Santa Caterina da Siena), La verità delle menzogne (libro di Mario Vargas Llosa), fulgore tetro (Pirandello), pallor bruno (ancora Pirandello), una birra chiara torbida (detto della Apostel), fede nella ragione (riferito agli illuministi, è uno dei miei preferiti), sinora irreversibile (detto della Brexit), amaramente divertente, determinismo statistico, sobria ebrietas (Sant’Ambrogio – grazie a Giovanni Stegel per la segnalazione), uno sciopero simpatico, mitissimo urlo (detto del poeta Adelelmo Ruggieri), autentica bufala (parlando di mozzarelle).

Socrate, Platone e l’intelligenza artificiale

7 novembre 2025

Secondo un antico mito egiziano, il dio Thoth ha regalato agli uomini la scrittura. Il saggio re dell’Egitto Thamos, però, non la ritiene una buona idea: secondo lui la possibilità di reperire facilmente le informazioni nei libri rischia di impigrire i lettori, che eviteranno così di fare lo sforzo di impararle.

E in un certo senso è vero: prima che ci fossero i libri la conoscenza era appannaggio di chi sapeva le cose; in seguito, anche un intellettuale come Umberto Eco ha affermato: «Per me l’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone, ma colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve, e in due minuti».

La leggenda di Thoth e Thamos è raccontata nel dialogo di Platone Fedro, esposta dal protagonista (Socrate). Ora, che Socrate si facesse portavoce di questa critica è comprensibile, dato che discorreva di filosofia solo a voce e non ha lasciato niente di scritto. Platone invece i suoi dialoghi li scriveva. Quindi questo suo elogio di Socrate – e indirettamente di Thamos – è a dir poco incongruo.

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A noi moderni, Thoth ha fatto un secondo dono: la possibilità di reperire le informazioni ancora più facilmente sui motori di ricerca e ora con l’intelligenza artificiale. Come scrive il saggista americano Spencer Klavan, «potete immaginare la biblioteca di Alessandria come una versione antica di un cloud server nei dintorni di Palo Alto, che contiene la totalità di tutte le conoscenze scritte, così che l’umanità non deve preoccuparsi di ricordarle».

Oggi, secondo la definizione di Eco, tutti sarebbero colti: per sapere la data di nascita di Napoleone non solo non serve averla memorizzata, ma neanche sapere in quale libro andarla a cercare. Il rischio – direbbe Thamos – è che le nuove tecnologie portino la gente a non voler più fare lo sforzo di leggere. Chi se ne lamenta è un nuovo Socrate, e tutti quelli che lo fanno sul web si prestano allo stesso paradosso di Platone.

Antiserendipità

28 ottobre 2025

Fra tutti gli errori commessi dagli esseri umani in millenni di storia, quello di Cristoforo Colombo è il più famoso e il più importante. Il motivo è ovvio: si è rivelato incredibilmente fruttuoso, tanto da segnare un punto di volta nella storia stessa (e questo è già banalmente un paradosso). È anche l’esempio canonico della serendipità, che consiste nel trovare una cosa imprevista mentre se ne stava cercando un’altra.

Se il suo trionfo per sbaglio è celebrato in tutto il mondo, pochi si soffermano però a pensare all’effetto contrario. Quando Colombo chiese alla regina Isabella di Castiglia i finanziamenti per la sua spedizione, il consiglio dei saggi di Salamanca cercò di impedirlo: non solo sapevano come Colombo che la Terra è sferica, ma sapevano meglio di lui che è troppo grande per consentire alle navi dell’epoca la traversata dall’Europa all’Asia orientale.

Anni prima, Colombo aveva presentato lo stesso progetto al re del Portogallo, ma in quel caso il consiglio reale dei geografi (fra i quali Diogo Ortiz de Vilhegas, José Vizinho e maestro Rodrigo) era riuscito a bloccarlo.

Ora lo sceneggiatore Domenico Matteucci ha immaginato un altro personaggio: Bernardo de Almaviva, il più grande geografo del tempo. Nella sua finzione, raccontata nella pièce Il quarto geografo, è la superiore conoscenza di Bernardo, insieme alla sua sicurezza, a far pendere la bilancia contro l’idea folle di Colombo. Di conseguenza, dopo la “scoperta” dell’America, al trionfo immeritato di Colombo corrisponderà la disgrazia (altrettanto immeritata) di Bernardo, che il sovrano portoghese accuserà prima di arroganza e poi addirittura di alto tradimento, fino a farlo incarcerare e a causare la morte dell’amatissima figlia.

Per di più, il re decreterà per il sapiente geografo la damnatio memoriae: sarebbe questo – nell’opera di Matteucci – il motivo per cui nessuno lo ha mai sentito nominare. Solo un contadino, pochi anni fa, avrebbe scoperto per caso in un campo una cassetta con dei fogli risalenti all’inizio del Cinquecento, con la triste vicenda di Bernardo de Almaviva scritta dal suo segretario personale: un esempio perfetto di antiserendipità, di infelicità e rovina causate dalla sfortuna di essere nel giusto.

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Le campane si sono dovute far venire dall’Italia

10 ottobre 2025

Il bue che dà del cornuto all’asino è un caso da manuale per i collezionisti di paradossi, e questo blog non fa eccezione: uno degli esempi recenti più fulgidi è dovuto a Giorgia Meloni. In generale è in politica che se ne trovano a bizzeffe, ma qualche perla affiora più nobilmente anche in ambito musicale.

Un caso eclatante riguarda i due più famosi registi teatrali italiani: in occasione di un allestimento della Traviata alla Scala nel 1955, Franco Zeffirelli non si è vergognato di commentare: «Luchino ne fece uno spettacolo eccessivamente e pesantemente decorativo».

Prima ancora, la dialettica del bue e dell’asino aveva coinvolto addirittura due fra i più importanti compositori dell’inizio del Novecento. Gustav Mahler era (ed è) famoso per l’uso massiccio di percussioni anche metalliche nelle sue opere sinfoniche: è frequentissima la presenza in organico di triangolo, piatti, sonagli, Glockenspiel, eccetera, e ancora più significativo è il loro ruolo. Già nella Seconda Sinfonia, poi, fanno la loro apparizione tre campane gravi, seguite, nella Terza, da quattro (o sei) campane accordate o tubolari. Una new entry arriva con la Sesta: alle due campane si affianca addirittura un campanaccio, che ricompare – insieme alle campane tubolari – nella Settima. Nell’Ottava e nella Nona infine si torna alle “normali” campane.

Ora, non c’è dubbio che Mahler fosse un compositore più raffinato di Puccini, ma stupisce l’accanimento con cui, in una lettera alla moglie, sottolineava ripetutamente (e ingenerosamente) una trovata di cattivo gusto nella Tosca: «Nel primo atto, solenne processione con un continuo scampanio (le campane si sono dovute far venire dall’Italia). Nel secondo atto un tale viene torturato tra urli orrendi e un altro pugnalato con un acuminato coltello da pane. Nel terzo atto di nuovo immenso scampanio su una veduta di tutta Roma dall’alto di una cittadella – di nuovo un’altra diversa serie di campane – e un tale viene fucilato da un plotone di soldati».

(I grassetti sono miei; la lettera di Mahler alla moglie è del 1903, quindi proprio il periodo in cui stava cominciando a comporre la Sesta).

(Grazie a Giovanni Stegel per la segnalazione)

Casa, dolce trasferta

2 ottobre 2025

Girava un tempo una battuta: «Qual è il colmo per un calciatore che gioca in casa? Giocare in pantofole».
Non è propriamente esilarante, ma farebbe ridere i giocatori del Football Club Kuressaare, squadra della località estone di Kuressaare, capoluogo dell’isola di Saaremaa.

La squadra è composta da semiprofessionisti, molti dei quali, per studio o lavoro, vivono nella capitale Tallinn (a circa 200 chilometri da Kuressaare). Per comodità, quindi, gli appartenenti a questo sottogruppo si allenano regolarmente a Tallinn, per ricongiungersi ai compagni di squadra in occasione delle partite di campionato (questo comporterà – immagino – notevoli problemi per la tattica, ma vabbe’, non sono professionisti, magari giocano tutti palla lunga e pedalare).

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In occasione delle partite casalinghe, quindi, questi giocatori devono sobbarcarsi una trasferta in traghetto (e anche piuttosto lunga, su scala estone). Viceversa, spesso sono loro a giocare “in casa”: su dieci squadre del campionato nazionale, cinque sono dell’area metropolitana della capitale. In sintesi, i giocatori del Kuressaare residenti a Tallinn giocano in trasferta le nove gare “casalinghe”, ma in compenso restano in pantofole per cinque trasferte su nove.

(Grazie a Francesco Pagani per la segnalazione)

Parlare di scienza

25 settembre 2025

«È curioso che chi basa tutto sul consenso e sul principio della dittatura della maggioranza, quando si parla di scienza decida invece di affidarsi a studi improbabili condotti da quattro signori che contestano l’intera comunità della ricerca».

«Utilizzano tutti i giorni tecnologie derivanti dalle missioni spaziali per dire che non siamo mai andati sulla Luna, che non abbiamo mai esplorato il cosmo…».

(Complimenti a Federico Ferrazza per la prima parte e a Rodolfo Baroni per la seconda. Solo il titolo è mio)


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