COMPRARE ARTE CON UN CLICK

8 SOLUZIONI PER CHI VUOLE AVVICINARSI AL MONDO DELL’ARTE ONLINE 

Quante volte hai pensato di arredare casa ma al primo tentativo hai abbandonato il proposito? Quanto è difficile scegliere la giusta opera d’arte? Quante volte hai pensato che il mondo dell’arte è un mondo spesso chiuso e inaccessibile ai più? 

Oggi acquistare opere d’arte non è più così difficile per i non addetti ai lavori, basta un click e avrai subito la tua opera d’arte a casa! Grazie al web il mondo dell’arte è finalmente un mondo accessibile.: le numerose app e i siti di gallerie di ricerca, fino ad arrivare ai colossi del mercato, ci indirizzano alla migliore offerta e rappresentano un vero e proprio accesso al mercato dell’arte!

Molti di questi siti si presentano come dei veri e propri rivenditori d’arte che sfruttano la realtà aumentata per offrire assistenza professionale all’utente, seguendolo nelle scelte estetiche ed economiche. In questo modo il sistema di bidding online è stato reso comodo all’utente.

Le piattaforme che vendono arte online rappresentano delle piccole guide alle realtà più affermate e le opere d’arte diventano profilate e accessibili, consentono in alcuni casi di partecipare alle aste dei diversi operatori del mercato e comprare opere nelle gallerie internazionali. Il fenomeno emergente legato all’online è quello del cross-collecting, ovvero l’acquisto di oggetti di collezionismo che vanno dall’arte antica a alla contemporanea, alle borse di lusso, al design fino agli orologi.

Le persone che finora sono state lasciate fuori dal mercato possono diventare acquirenti: vedono prezzi comparabili. Stiamo dotando i neofiti della conoscenza di un esperto” ha rivelato Magus Resch,  il fondatore di Magnus. 

Basta usare parole chiave come “arte online” o “comprare arte” per rendersi conto della moltitudine di siti che creano una selezione di opere d’arte per il cliente.

Diamo un’occhiata insieme ai principali siti che potrebbero agevolare i nostri acquisti: 

  • Case d’asta – Piattaforme per bidding online

Le piattaforme che registrano più successo non possono essere che quelle legate alle principali case d’asta: Christie’s e Sotheby’s. Christie’s è leader del settore, occupa il primo posto fra le top 25 piattaforme online più usate del 2018 secondo L’Hiscox online art trade report 2018. Le case d’asta sono considerate oggi gli intermediari più attendibili online, sono veri e propri colossi del mercato capaci di offrire opere di alta qualità. Sotheby’s, che occupa comunque un bel terzo posto nella stessa classifica, consente di vedere non solo l’ultimo bid effettuato dagli altri concorrenti, ma anche se l’ultima offerta ha incontrato il prezzo di riserva. Queste informazioni agevolano gli eventuali neofiti.

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Christie’s bidding store online. credit
  • Portali in cui le opere sono messe in vendita direttamente dagli artisti

La Saatchi Art è la galleria online del collezionista Charles Saatchi. Si tratta probabilmente del sito con la più ampia offerta di arte di tutto il web. Il portale consente di comprare direttamente da artisti non rappresentati da gallerie e offre anche la possibilità di affidarsi a un art curator che suggerisce una selezione di lavori secondo il gusto e le esigenze. Il sito offre un motore di ricerca con filtri per genere, formato e colore. Più di 500.000 dipinti, disegni, sculture e fotografie originali di migliaia di artisti emergenti di tutto il mondo, da visualizzare per tipologia, dimensione, prezzo, artista o per selezioni curate. È  disponibile la funzione “view in room”, che trasforma il risultato in una fotografia.

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Saatchi Art Gallery. credit

Other Criteria è la casa editrice e produttrice di oggetti d’arte fondata dall’artista Damien Hirst, già diventata principale store online di opere d’arte. Il punto vendita si trova al 458 di Broome Street nel quartiere di SoHo a New York, ma l’artista, da sempre grande visionario, punta sulla vendita online, una modalità che, come dice lo stesso artista e fondatore «Non dovrebbe intimidire nessuno, quello che ci siamo proposti di fare infatti era rendere l’arte moderna più accessibile e attraente».

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Other Criteria credit
  • Canali che danno la possibilità di comprare opere dalle gallerie

Artsy , piattaforma americana nata nel 2009, oggi è il canale leader per le vendite online che avvengono attraverso le gallerie. È collegata con le grandi fiere di arte contemporanea internazionali, di cui propone una selezione di opere in vendita in anteprima.

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Featured Work: Donald Baechler, Coney Island, 1994. credit

Artnet, piattaforma che, nata nel 1989, ha costituito il primo database di informazioni sull’arte contemporanea, e canale di contatto con le gallerie per l’acquisto online
Artspace è un sito che mette online una selezione di lavori di artisti scelti in una rete di gallerie, fondazioni e musei cercando di offrire lavori accessibili per ogni livello di collezionista, sia con emergenti che firme affermate, in questo modo arredare casa con opere d’arte è possibile con qualsiasi budget (per vedere i prezzi bisogna essere registrati al sito). ll modello Artspace, grazie alle collaborazioni con alcune delle più importanti istituzioni del settore come Metropolitan Museum of Art, Solomon R. Guggenheim Museum e Whitney Museum, permette di trovare opere di artisti di primissimo livello.

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  Artspace’s home page credit

Infine segnaliamo un sito italiano, nato nel 2017, Lot-Art. L’ex bocconiamo Francesco Gibbi ha creato un portale che aspira ad essere un contenitore di arte, una piattaforma che sfrutta la realtà aumentata per visualizzare i quadri e fornire informazioni complete sull’opera. Il sito permette di seguire i lotti degli artisti inseriti nei cataloghi delle aste in programma nel mondo, ma anche di essere aggiornati in tempo reale su quelli nuovi che, via via, compaiono sul mercato. L’offerta è ampia e varia da oggetti dell’arte moderna e contemporanea, agli orologi, alle automobili, al design fino ai vini pregiati e alla numismatica, tutti rigorosamente made in Italy. Il portale vuole offrire la possibilità di monitorare tutto il ciclo di vita di un oggetto, permettendo di vedere le aste future e quelle passate, ma soprattutto la lista degli invenduti after sale.

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Immagine 6. Francesco Gibbi, fondatore di Lot-Art credit

Immagine di copertina. Credit https://www.saatchiart.com/

DOMUS: RESIDENZA ARTISTICA 2020, NEL SUD DEL SUD DEI SANTI E DEL BAROCCO

Di Mariacristina Lattarulo

Tempo di lettura: 2 minuti

Nel ‘Sud del sud dei Santi’, dove il barocco è donna, delirio e preghiera, profondo è il sentimento mediterraneo di Romina de Novellis, artista perfomer, e Mauro Bordin, pittore e fotografo, fondatori di DOMUS e da anni insediati a Parigi.

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Romina de Novellis e Mauro Bordin, fondatori di DOMUS. Credit.

Nel cuore di Galatina, fino agli anni ’60 epicentro delle donne ‘Tarantate’, prostrate con cadenza annuale alla grazia di San Paolo per scongiurare identificazione e liberazione dal morso del ragno, ha sede DOMUS: ambiziosa residenza artistica, la cui prima edizione ha visto la partecipazione di curatori, artisti, giornalisti, intellettuali locali ed internazionali, riuniti in una dimensione differentemente domestica, consacrata alla ricerca e discussione sulle ‘confluenze mediterranee’.

Dal 15 Luglio al 3 Agosto 2020 DOMUS accoglierà un’edizione ridimensionata, in nome di una cultura e di un’estetica la cui fruizione deve volutamente non esserne compromessa e approssimata.

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DOMUS, ed. 2019. Credit.

Conseguentemente alla recente condizione d’emergenza causa Covid-19, l’originario programma previsto per la seconda edizione di DOMUS, con il progetto ‘The Last Supper’ e l’arrivo di numerosi ospiti internazionali, subiranno uno slittamento durante la prossima stagione autunnale.

Negli ambienti di una tipica casa a corte abitata, in collaborazione con LO.FT e avvalendosi della curatela scientifica di Angelo Maria Monaco, DOMUS diventa un dispositivo museologico ipertestuale, accostandosi alla metafora dell’iconografia antica dell’Asàrotos òikos (la camera non spazzata).

Un eterogeneo corpus di contributi appartenenti a 30 personalità internazionali dell’attuale e della precedente edizione, comporranno gli spazi della residenza.

In una visione reinterpretata della geometria domestica, sede intima e riparo indiscusso durante questo complesso periodo di emergenza sanitaria, DOMUS, attraverso numerose testimonianze, intende celebrare la memoria e l’assenza, permanenti e transitorie al tempo stesso, in una sorta di ‘ritorno alle fonti’, di ogni singolo soggetto partecipante come del visitatore stesso.

In tale dimensione, sarà possibile immergersi non solo consultando testi, video, pubblicazioni ed installazioni sonore ma anche prendendo parte fisicamente e/o virtualmente ai tre appuntamenti talk ‘Dialoghi sul Mediterraneo / Violenza e territorio’, dedicati alle tematiche: genere, ambiente, dinamiche del territorio.

L’intenzione è quella di innescare un dialogo internazionale, capace di introdurre una riflessione orizzontale, rivolta a macro temi, indagati da un’ampia e privilegiata prospettiva orientata al bacino del Mediterraneo.

Nel totale rispetto delle norme sanitarie e in un clima di critica devozione al Sud e alla contemporaneità, ricordiamo che la totalità delle attività svolte nella DOMUS, saranno documentate e rese accessibili on-line (esposizioni, talk, live, eventi, Zoom meeting, broadcast), sulle differenti piattaforme digitali della Residenza Artistica.

Le 30 personalità internazionali di DOMUS 2020:

Rikke JǾRGENSEN / Curatrice

Myriam MINDOU / Artista

Mouna JEMAL / Artista

Valentina Gio LEVI / Curatrice

Svitlana LEVCHENKO / Artista

Daria PASHCHENKO / Curatrice

Elena SALZA / Storica dell’arte

Marina SAGONA / Artista

Riccardo VENTURI / Storico e critico d’arte

Tatiana FERRAZ / Giornalista

Angelo Maria MONACO / Storico dell’arte

Alberto DAMBRUOSO / Storico dell’arte

Chiara MAMBRO / Violetta BARBARO / designer

Lorenzo MADARO / Curatore

Carmelo CIPRIANI / Critico d’arte

Paolo VALERIO / Psicologo

Silvia GIAMBRONE / Artista

Fabien CALVO / Oncologo

Paola UGOLINI / Curatrice

Liliane VANA / Specialista in diritto ebraico

Daniela FESTA / Ricercatrice

Pierre DUTERTE / Psicoterapeuta

Margherita CIERVO / Prof.ssa in geografia economica

Pascale LABORIER / Prof. In scienze politiche

Barbara FORMIS / Filosofa

Susan DABBOUS / Giornalista italo – siriana

Cécile MENIOUX, Psichiatra

Nadine MICHKOU / Prof.ssa in scienze politiche

Séverine KODJO-GRANDVAUX / Filosofa e redattrice

Catherine VINCENT / Giornalista

Fabienne BRUGERE / Filosofa

Guillaume LE BLANC / Filosofo

Scott SELL / Cinematografo

Alexis IAMMARINO / Cinematografo

Violetta BARBA / Designer

DOMUS

via Arco Cadura, 15/16 73013 Galatina

15 Luglio – 3 agosto 2020

Info: DOMUS Artist Recidency

In copertina: “Nostre Signore dei turchi”, Centro storico di Galatina, 2020. Foto di Mariacristina Lattarulo.

CAMILLE CLAUDEL: UNA VITA ALL’OMBRA DI RODIN

Di Valeria Mileti Nardo 

Tempo di lettura: 6 minuti

“Le ho mostrato l’oro, ma l’oro che trova è tutto suo”.

  • Auguste Rodin


Queste parole di Auguste Rodin ci permettono di comprendere quanto lo scultore stimasse la giovane Camille Claudel, artista dal talento precoce e personalissimo.

Ma dalle stesse parole capiamo anche che Rodin, nei confronti di Camille, si attribuisce il ruolo superiore di vate, maestro e guida. Ma siamo sicuri che la Claudel fosse soltanto la musa di uno dei più celebrati artisti di Francia? Grazie ai recenti studi, il ruolo di Camille Claudel nella scultura a cavallo tra Otto e Novecento è stato finalmente studiato e messo sotto la giusta luce. Per molto tempo, tuttavia, la sua arte è stata sottovalutata e messa in ombra dalla forte personalità di Auguste Rodin.

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Auguste Rodin, La pensée [Ritratto di Camille Claudel], marmo, Parigi, Musée d’Orsay (deposito del Musée Rodin), 1895 circa

Camille nasce a Fère-en-Tardenois, a nord-est di Parigi, l’8 dicembre 1864 da una famiglia benestante.

Lei e Paul, il fratello minore, sono inseparabili e trascorrono un’infanzia felice e spensierata: Paul si diletta di poesia mentre Camille inizia ad appassionarsi alla scultura a soli sei anni quando modella la terra morbida e umida di una collina vicino casa.

Il padre di Camille si rende subito conto della predisposizione della figlia per la scultura e, a soli tredici anni, decide di affiancarle un precettore privato, nonostante la moglie fosse contraria alla passione della figlia per un’arte così manuale e dunque prerogativa degli uomini. Camille continua il suo apprendistato e giunge a Parigi dove, nel 1881, entra nell’Académie Colarossi che, come l’Académie Julian, era un istituto privato – altro rispetto alle scuole ufficiali – che inoltre accettava artisti stranieri e soprattutto le donne che potevano così studiare il nudo maschile come i colleghi uomini.

Camille si dedica pienamente alla scultura, seguita dal maestro Alfred Boucher, e prende in affitto uno studio in rue Notre-Dame-des-Champs 117 insieme ad altre artiste per lo più inglesi.

L’incontro tra Rodin e la Claudel avviene nel 1883 quando Boucher, in procinto di trasferirsi a Roma, chiede al collega Auguste di sostituirlo nelle sue lezioni all’Académie Colarossi. Rodin riconosce subito in Camille una giovane dal grande talento e dalla passione smisurata per la scultura che coltiva con determinazione. Di lei, Rodin scrive: “Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio”.

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Camille Claudel, Auguste Rodin, bronzo, Mexico City, Museo Somaya, 1888-1889

Nel 1884, quando Camille ha vent’anni e Auguste quarantaquattro, la giovane artista si trasferisce in veste di collaboratrice nell’atelier di Rodin in rue de l’Université 182. Nonostante lo scultore sia sposato e abbia ventiquattro anni più di lei, i due si innamorano e iniziano una relazione travolgente e, come vedremo, tragica. Rodin vede in lei una musa: è la sua modella ma anche la sua allieva più talentuosa, determinata e appassionata.

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Camille Claudel, Le psaume (La prière), bronzo, Abberville, Musée Boucher-de-Perthes, 1889


Camille riconosce nel suo amante un maestro e una guida da cui apprendere il mestiere complesso della scultura. Tra il 1889 e il 1892, l’artista concepisce e modella uno dei suoi lavori più importanti: La valse, un’opera raffinata, dinamica, di piena ispirazione rodiniana, dove l’amore è come una danza che la scultura ha reso eterna, sconfiggendo la morte.

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Camille Claudel, La valse, bronzo, seconda versione, Nogent-sur-Seine, Musée Camille Claudel, concepito nel 1889 e fuso nel 1905

L’opera, dal forte senso simbolico attribuito alla musica, testimonia la liaison che Camille ha avuto con il coetaneo Claude Debussy tra il 1888 e il 1889.

Tra i due nasce una forte amicizia dettata anche da una profonda stima reciproca. Debussy ammira molto l’arte sensibile di Camille e anche la sua determinazione nella scelta di intagliare il marmo da sé, senza alcun tipo di aiuto.

Rodin è geloso del legame della sua amante con il musicista, sebbene abbia a lungo trascurato la Claudel per i suoi impegni in importanti esposizioni. Rodin la rivuole per sé e Camille, succube delle attenzioni del suo maestro, tronca ogni rapporto con Debussy. Ma l’idillio dura poco: il loro rapporto entra in crisi, Rodin ha una personalità molto autoritaria e non ha intenzione di lasciare la moglie per la giovane Camille che, quando realizza l’impossibilità di un futuro per la loro relazione, entra in un periodo di profondo sconforto che si rispecchia anche nelle sue opere. In L’age mûr (L’età matura), infatti,Camille rappresenta molto chiaramente la sua difficile relazione con il maestro: un uomo maturo incede verso una donna in età avanzata che quasi lo ammanta, mentre una giovane, in cui si può leggere Camille stessa, implora l’uomo di restare con lei. 

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Camille Claudel, L’age mûr, gruppo in bronzo composto da tre elementi, Parigi, Musée d’Orsay, 1902 circa

Anno dopo anno, Camille è sempre più esasperata dalla relazione con Auguste. Alcune fonti parlano anche di una gravidanza interrotta che deve aver afflitto profondamente l’artista. Scrive la Claudel: “[Rodin] non aveva che un’ossessione: che una volta morto, io spiccassi il volo come artista e diventassi più di lui; occorreva che egli riuscisse a tenermi nelle sue grinfie dopo la sua morte come in vita. Occorreva che io fossi infelice lui morto come lui vivo. È riuscito in tutti i punti perché per essere infelice, io lo sono”. Ma Camille è un’artista e lavora senza sosta e con il massimo della determinazione: modella il gesso, l’argilla e il marmo con maestria e nella materia esprime le sue emozioni. Talvolta, in preda alla disperazione, distrugge le sue opere.

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Camille Claudel, Femme accroupie, gesso patinato, Nogent-sur-Seine, Musée Camille Claudel, 1884-1885
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Camille Claudel, L’homme penché, gesso, collezione privata, 1886 circa

Il fatto che la Claudel non fosse sposata, anzi, che si fosse legata a un uomo impegnato – il suo maestro ben più grande di lei – era un grande scandalo. Anche il suo mestiere, la scultura, era per una donna uno scandalo e la sua sofferenza e il suo disagio così liberamente espressi, erano per la famiglia uno stigma sociale. Soltanto il padre ha sempre sostenuto la figlia nella sua passione per l’arte e, a una settimana dalla sua morte nel 1913, la Claudel viene tradita dalla sua stessa famiglia che, non tollerando la sua vita libera e anticonformista, la fa internare nel manicomio di Montfavet, nonostante i dubbi dei medici che non riconoscevano in Camille particolari disagi psichici. 

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Camille Claudel, Vetumne et Pomone, marmo, Parigi, Musée Rodin, 1905
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Camille Claudel, La joueuse de flûte (La sirène), bronzo, Nogent-sur-Seine, Musée Camille Claudel, 1905 circa

È bene dar voce a Camille stessa per comprendere il suo stato d’animo. Il 25 febbraio 1917 scrive dal manicomio al medico e amico Paul Michaux: 

“Signor dottore,

forse voi non vi ricorderete della vostra ex-paziente e vicina, M.lle Claudel, che fu portata via da casa sua il 13 marzo 1913 e condotta in manicomio da dove forse non uscirà mai più. Sono cinque anni, tra poco sei, che subisco questo terribile martirio. […] Vi prego dunque di prendervi cura del mio caso […] e riflettere su cosa potete fare per me. Per quanto riguarda la mia famiglia non c’è niente da fare: sotto l’influenza di persone malvagie, mia madre, mio fratello e mia sorella non ascoltano che le calunnie da cui sono stata investita. Mi si rimprovera (crimine orribile!) di aver vissuto da sola, di avere dei gatti in casa, di soffrire di manie di persecuzione! È sulla base di queste accuse che sono incarcerata da cinque anni e mezzo come una criminale, privata della libertà, privata del cibo, del fuoco e dei più elementari conforti. […] Forse voi potreste, come dottore in medicina, usare la vostra influenza a mio favore. In ogni in caso, se non si vuole concedermi la libertà subito, preferirei essere trasferita […] all’ospedale ordinario, dove voi potreste venire a visitarmi per rendervi conto della mia salute. Qui per me vengono pagati 150 franchi al mese, e dovreste vedere come vengo trattata; la mia famiglia non si occupa di me e non risponde alle mie proteste che con il mutismo più assoluto, così vien fatto di me quel che si vuole. È orribile essere abbandonata in questo modo, non posso impedirmi di essere sopraffatta dal dolore. […] Mia madre e mia sorella hanno dato ordine di tenermi isolata nel modo più completo, alcune delle mie lettere non partono e alcune visite non arrivano. Oltretutto mia sorella si è impossessata della mia eredità e ci tiene molto al fatto che io non esca mai di prigione. Vi prego di non scrivermi qui e di non dire che vi ho scritto, perché vi sto scrivendo in segreto contro i regolamenti dello stabilimento e se si venisse a sapere mi troverei nei guai […]”.

Dopo trent’anni di reclusione, a settantotto anni, il 19 ottobre 1943, Camille Claudel muore per un colpo apoplettico causato con tutta probabilità dalla malnutrizione, molto comune negli istituiti psichiatrici del tempo. Venne sepolta nel cimitero del manicomio con una cerimonia a cui non partecipò nessuno dei suoi familiari, nemmeno il fratello Paul. I suoi resti, mai reclamati dai parenti, vennero poi trasferiti in una fossa comune.

In copertina: Auguste Rodin, L’adieu, gesso, Parigi, Musée Rodin, 1898 circa

L’ESTATE DELLE GALLERIE D’ITALIA DI MILANO

Le Gallerie d’Italia riaprono i battenti con un nuovo allestimento: Cantiere del ‘900. Le opere scelte dalla collezione conservata nel caveau di Banca Intesa costituiscono il cuore della nuova mostra che si compone di oltre 3.000 opere.

Il Cantiere si concentra soprattutto sulle nuove forme di espressione, pittorica e non solo, che si sviluppano in particolare dal secondo dopoguerra in poi.

È un’occasione unica per godere in serenità di opere che raramente vengono esposte al pubblico al prezzo irrisorio di 3 euro. Se siete ancora a Milano e dintorni è sicuramente una delle tappe più interessanti di quest’estate anomala. 

Gallerie d’Italia – Milano

Ingresso da via Manzoni 10

fino al 30 agosto da martedì a domenica dalle 11:00 alle 19:00. 

In copertina: Cantiere del ‘900. Credit.

COVERART #8: LA RIVOLUZIONE DELLA COVERART DI STORM THORGERSON E DEI PINK FLOYD

Di Luca Panelli

Tempo di lettura: 4 minuti.

This man designes half of your record collection”. Così recitava la locandina della mostra personale di Storm Torgherson alla Babylon Arts gallery di Ely nel Cambridgeshire. Se apprezzate la musica nella sua totalità avrete visto, e probabilmente ascoltato, almeno una volta un disco con una cover ideata da questo artista.

Thorgerson era un fotografo e designer inglese che faceva parte dello studio, specializzato nella creazione di copertine per dischi, chiamato Hipgnosis. Con lui, facevano parte di questo collettivo anche Aubrey “Po” Powell e successivamente Peter Christopherson. Questo gruppo di artisti è stato responsabile di almeno duecento tra le più iconiche copertine della storia del rock fino al loro scioglimento nel 1983. Il loro stile era prevalentemente fondato sulla fotografia a tema evocativo-surreale e sull’alterazione delle composizioni e la manipolazione delle pellicole, rendendoli dei pionieri del contemporaneo photoshopping.

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Storm Thorgerson nel suo studio. Credits.

Nell’elenco delle loro creazioni spiccano dischi di band impareggiabili come Led Zeppelin, T. Rex, Black Sabbath, Bad Company, AC/DC, Paul McCartney & Wings, Genesis e Electric Light Orchestra e soprattutto l’intera discografia dei Pink Floyd. Il loro apporto artistico all’industria musicale ha permesso il passaggio, dalla metà degli anni Sessanta in poi, dalle copertine con solo la foto dell’artista e il titolo del disco alle rappresentazioni più libere e creative a cui tutti siamo abituati.

Dopo lo scioglimento del gruppo, Storm Thorgerson continuò a creare copertine fino alla sua morte, nel 2013, avvicinandosi anche a band più contemporanee, i cui membri erano cresciuti ispirandosi e ascoltando quegli stessi dischi degli anni Settanta su cui lui aveva lavorato. Tra queste band ci sono Muse, The Mars Volta, Audioslave e Biffy Clyro. La lista di tutti i suoi lavori è lunghissima e vi consiglio di andare a sbirciare l’elenco intero per venire sorpresi dalla quantità di classici presenti.

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Alcune delle copertine realizzate da Storm Thorgerson. Credits.

Il nome dell’artista inglese è però legato indissolubilmente alla band connazionale dei Pink Floyd. Egli iniziò a collaborare con il gruppo nel 1968 a partire dal loro secondo album: A Sourceful of Secrets, l’album di transizione tra la Barret e Gilmour. Thorgerson era, infatti, amico di infanzia di David Gilmour, l’allora nuovo membro del gruppo. È proprio grazie a questa conoscenza e fiducia che venne permesso all’allora duo Hipgnosis di creare quella copertina e di distanziarsi, per la seconda volta nella storia (primi i Beatles), dalle scelte creative forzate dalla casa discografica rispetto al concept di una cover.

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Thorgerson con David Gilmour e Roger Waters. Credits.

Da allora la collaborazione non si è mai fermata, album dopo album, decennio dopo decennio. Due dischi, a mio parere, sono le opere di Thorgerson e i dischi dei Pink Floyd che rappresentano di più l’iconicità di entrambe le anime creative, musicale e visuale, di questi artisti.

Il primo LP è The Dark Side of the Moon, la cui cover è forse uno dei simboli più rappresentativi della musica rock nella cultura popolare mondiale. È un concept album che esplora i temi esistenziali di tempo, morte, conflitto personale e follia. La sua profondità dei testi va di pari passo con lo stile delle composizioni che è spesso etereo e psichedelico come nei brani Time e Us and Them, ma rimane sempre accattivante e mai banale come ci ricorda la famosissima Money. The Dark Side of the Moon, non ha sicuramente bisogno di altre descrizioni in quanto è un disco che finisce sempre nelle vette delle classifiche dei migliori album di sempre, con indiscutibile merito grazie alla sua coesione e grandiosità a livello musicale.

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Storm Thorgerson, copertina per The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd (1973). Credits.

La memorabilità della sua copertina che raffigura con estrema sintesi il fenomeno della rifrazione della luce attraverso un prisma su un semplice sfondo nero è, dunque, solo la ciliegina sulla torta. Se non lo avete mai ascoltato per intero è un vostro “dovere” porre rimedio a questa lacuna.

Il secondo disco che ritengo essenziale per rappresentare questa unione tra artisti è Wish You Were Here. Nono album del gruppo, il successivo al sopracitato, è anch’esso un album che racchiude temi complessi tra cui l’alienazione, la critica all’avidità del business musicale veicolandoli in alcuni dei loro singoli più di successo quali Wish you were here, Have a Cigar e Shine on you crazy diamond. Anche questo progetto è passato alla storia come uno dei dischi più osannati della discografia della band londinese, venendo acclamato prima dal pubblico e con gli anni anche dalla critica.

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Storm Thorgerson, copertina per Wish You Were Here dei Pink Floyd (1975). Credits.

La sua copertina rappresenta due uomini che si stringono la mano in mezzo a una strada del complesso dei Warner Bros. Studios in Burbank, mentre uno di loro sta però sta andando a fuoco. Questa immagine rappresenta sia l’idea che le persone tendono a nascondere i propri reali sentimenti, per paura di rimanere “scottati” che il concetto di “getting burned”, un modo di dire di uso comune nell’ambito della discografia, spesso utilizzato per artisti che avevano ottenuto grossi fallimenti. Inoltre il simbolismo della gestualità vuota della stretta di mano viene ripreso nel packaging originale del vinile, in quanto veniva venduto impacchettato in un imballaggio nero opaco con sopra un adesivo di una stretta di mano tra due appendici robotiche.

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Design delle mani robotiche ispirate alle canzoni Wellcome to the Machine e Have a Cigar. Credits.

Entrambi gli album esemplificano come la capacità di scrittura dei due principali autori, Gilmour e Waters, abbiano rappresentato un punto di svolta per la musica rock e autoriale in genere influenzando tutte le generazioni di musicisti e ascoltatori dalla metà degli anni Settanta in poi. Allo stesso modo si può affermare che il lavoro di studio e ricerca artistica a livello fotografico di Storm Thorgerson e dello studio Hipgnosis siano stati anch’essi la chiave di svolta per l’espressione artistica e visuale mediante l’uso delle copertine dei dischi, uno degli oggetti di cultura di massa più diffusi e comuni.

In copertina: Storm Thorgerson, copertina per The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd (1973). Credits.; Storm Thorgerson, copertina per Wish You Were Here dei Pink Floyd (1975). Credits.

FACCIA A FACCIA CON LA GIOCONDA: RIAPRE IL LOUVRE DOPO 4 MESI

Di Chiara Sandonato

Tempo di lettura: 2 minuti

Un segnale importante arriva oggi da Parigi: la riapertura del museo più visitato al mondo, il Louvre, che era stato anche il primo a chiudere i battenti il 1° marzo scorso, anticipando il confinamento nazionale che di lì a poco sarebbe stato annunciato dal governo.

«Sono davvero felice di tornare ad accogliere i visitatori, un museo è fatto per questo», dice il direttore del Louvre, Jean-Luc Martinez. «Abbiamo consacrato la nostra vita all’arte e il nostro obiettivo è condividere questa passione. Finalmente possiamo tornare a farlo».

Ma la normalità è ancora lontana: gli accessi sono stati contingentati, la prenotazione online è obbligatoria, come anche la mascherina, e al posto della solita folla, nelle sale risuona un inedito silenzio. «Oggi hanno prenotato 7000 persone, di solito ne riceviamo 30 mila al giorno». 

La chiusura dovuta al Covid-19 ha fatto perdere al Louvre ricavi per 40 milioni di euro.

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Photo by THOMAS SAMSON/AFP via Getty Images

I visitatori sono entrati nella Piramide attraverso un percorso su tre file studiato per garantire il distanziamento sociale. Il 75% dei visitatori abituali provengono dall’estero, molti americani e asiatici che finora sono assenti. Per adesso stanno tornando i francesi e gli europei. 

Il Louvre è riaperto al 70%, comprese le sale più popolari come quella della Gioconda. Si possono vedere le opere più celebri, come la Vittoria di Samotracia, la Zattera della Medusa, o i reperti dell’Antico Egitto, e in condizioni diverse dal solito: con la mascherina, certo, ma anche meno affollamento.

Se prima bisognava sgomitare tra la folla per riuscire ad avvicinarsi di qualche cm in più alle opere d’arte più famose, adesso si potrà fare l’esperienza di ritrovarsi da soli davanti alla Gioconda o alla Venere di Milo, una cosa che prima era impensabile!

In copertina: Museo del Louvre, credit

Il BAZAAR ONLINE DI OLIVIERO TOSCANI: FOTOGRAFIE FIRMATE E A PREZZI ACCESSIBILI

Di Laura Marasà

Tempo di lettura; 1 minuto

Apre lo shop online che raccoglie 100 delle fotografie più segnanti realizzate da Oliviero Toscani in circa 60 anni di carriera. I I costi sono accessibili!

Un prete e una suora che si scambiano un bacio, un cimitero di guerra, due mani in manette, tre organi cardiaci, una donna nera che allatta un bambino bianco, una ragazza anoressica, un agnello nero e un lupo bianco, Andy Warhol che fotografa se stesso, un gruppo di ragazzi di etnie diverse senza veli: sono solo alcune delle fotografie in vendita nel Bazaar Online di Oliviero Toscani. Uno shop virtuale che accoglie 100 scatti realizzati dal fotografo nell’arco di quasi 60 anni di carriera.

Il progetto Oliviero Toscani Bazaar, sviluppato da Ozium e curato da Nicolas Ballario, mette insieme alcuni tra gli scatti più celebri di Oliviero Toscani, uno dei fotografi pubblicitari che più ha fatto discutere per i suoi linguaggi provocatori dal forte impatto emotivo e soprattutto per i temi da lui affrontati, come il razzismo, la pena di morte, l’AIDS e la guerra.

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Oliviero Toscani infatti, figlio del primo fotoreporter del Corriera della Sera, è famoso in particolar modo per le campagne pubblicitarie della casa di moda Benetton, ma anche per essersi attivamente impegnato con il Ministero della Salute e la Fondazione Umberto Veronesi in campagne dedicate all’anoressia e alla violenza contro le donne.

Nello shop online i pezzi in vendita hanno costi accessibili e sono suddivisi in quattro fasce di prezzo che vanno dai 250 ai 550 euro, strano a credersi, considerato che si sta parlando di fotografie d’autore firmate! I costi sono differenziati in base ai quattro formati diversi: 13×18; 18×24; 24×30; 30×40 cm con la possibilità di richiedere anche formati di dimensioni più grandi.

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Homepage del Bazaar Online, credit

Nel sito si precisa come per Oliviero Toscani sia fondamentale che la fotografia, così come l’arte in generale, rappresenti un servizio pubblico e sociale, accessibile a tutti, con lo scopo di informare, rendere cosciente la società e documentare la condizione umana. Ciò spiega il motivo per cui le fotografie all’interno dello shop non risultino numerate.

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https://www.olivierotoscanibazaar.com/bazaar/

Una scelta commerciale e democratica allo stesso tempo, ma soprattutto un modo semplice per acquistare fotografie d’autore con un solo click.

Le foto a disposizione verranno aggiornate periodicamente, quindi al momento ecco le prime 100!

In copertina: Donna con bambino © Oliviero Toscani, Credit

Link utlili: www.olivierotoscanibazaar.com

SETTE SITI UNESCO IN SICILIA ATTRAVERSO L’OBIETTIVO DI MARIA ALOISI

Di Chiara Sandonato

Tempo di lettura: 3 minuti

Ho conosciuto Maria Aloisi a Siracusa, in occasione di un meraviglioso progetto che ci ha visto collaborare insieme per una buona causa: raccontare i sette siti Unesco siciliani per il progetto #SmartEducationUnescoSicilia, curato da Giada Cantamessa e Guido Meli.

Maria ha raccontato questi luoghi meravigliosi attraverso lo strumento a lei più caro, un mezzo d’espressione infallibile: la sua macchina fotografica. “Le” sue macchine fotografiche, per l’esattezza.

Con addosso custodie, obiettivi, treppiedi e diverse fotocamere al collo, l’ho osservata immortalare la storia della Sicilia dalle prospettive più improbabili: in piedi sopra i tavolini dei bar in piazza Duomo a Siracusa, nascosta tra rami e rovi nella natura selvaggia della Riserva di Pantalica, accovacciata per terra per catturare l’alluce di un telamone all’ingresso di un antico altare greco o sull’orlo di un precipizio di fronte a una necropoli preistorica. L’arte non conosce confini né barriere, esattamente come la Storia.

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Maria Aloisi, Tempio della Concordia, Agrigento

Ciao Maria, ti va di raccontarci come nasce la tua passione per la fotografia? Qual è stato il tuo percorso in questo settore artistico? 

Si certo, molto volentieri. Sin da quando ero bambina sono stata affascinata da questa scatola magica – dice maneggiando la sua Reflex – al punto da supplicare spesso mia madre di darmi il permesso per utilizzare la sua macchina fotografica, una Kodak degli anni ’70. Avrò avuto 12 anni e mi divertivo a scattare fotografie e immortalare soggetti particolari e stravaganti; adoravo i palazzoni delle grandi città e andavo sempre alla ricerca della prospettiva.

Tra gli anni ’80 e ’90 ho frequentato l’Istituto d’Arte di Catania nelle sezioni grafica e fotografia e qui ho avuto l’opportunità di essere seguita da ottimi insegnanti, tra questi il mio professore di fotografia Giuseppe Casaburi, fotografo eccezionale che mi ha formata professionalmente e umanamente,

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Maria Aloisi, Villa Romana del Casale, Piazza Armerina

Alla fine degli anni ’90 infatti, dopo aver concluso gli studi all‘Accademia di Belle Arti di Catania, ho iniziato a lavorare come assistente fotografa nel suo studio fotografico. Da quel momento non mi sono più fermata. 

Da siciliana a siciliana, questa terra dove sei nata e cresciuta, con la sua luce e i suoi colori, ha influenzato la tua visione del mondo e la tua ricerca del bello? 

Sicuramente e, forse, fino a un certo momento inconsapevolmente!

Una volta un mio amico olandese mi disse: “Voi siciliani siete fortunati perché la vostra terra è illuminata da una luce speciale”. Inizialmente non badai a questa frase, ma con il tempo ho riflettuto e ho cominciato a guardare il luogo in cui vivevo con occhi diversi. Ho provato a immedesimarmi in lui, abituato alle giornate grigie e nebbiose dei Paesi Bassi, per la prima volta faccia a faccia con lo splendore della mia terra. Mi sono sforzata di vedere con i suoi occhi e ho realizzato che la Sicilia doveva sembrargli un vero paradiso.

Non mi stanco mai di immortalare i colori di questa terra. Da tempo ho creato un profilo instagram @mariaaloisi che curo personalmente, un foto-diario che racconta alcuni dei luoghi che ho visitato per lavoro o per altro, più belli e suggestivi della Sicilia. 

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Maria Aloisi, Cattedrale di Palermo

Che rapporto hai con la tua terra? Hai mai pensato di vivere altrove? 

Il rapporto che ho con la Sicilia è fatto di amore e odio. La amo per le sue bellezze naturali, artistiche e per la sua storia ricca e variegata. La odio perché non è valorizzata ne dai chi la amministra, ne da chi la abita, cittadini molto spesso irrispettosi delle regole e del buon vivere civile. Nonostante tutto però non ho mai pensato di lasciarla: per me sarebbe come un tradimento. Rispetto la scelta di chi ha avuto il coraggio di andare via. Io, invece, ho avuto il coraggio di restare per combattere, anche nel mio piccolo, per un futuro migliore. Alla fine, sono fiduciosa e credo nella forza del cambiamento delle nuove generazioni. 

Qual è il genere fotografico in cui più ti rispecchi? 

Amo molto lo still life e cioè la fotografia delle nature morte, una tecnica fotografica che consistente nel disporre oggetti inanimati su sfondi artificiali o superfici naturali in modo da creare giochi di forme e luci.

Ultimamente però mi sto cimentando con la fotografia paesaggistica, forse perché il mio ultimo impegno lavorativo mi ha portato a sperimentarla e apprezzarla. In generale, mi occupo anche di reportage, ritrattistica e foto d’interni, generi fotografici che amo e che mi danno tante soddisfazioni. 

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Maria Aloisi, Copertina della rivista “Country Life”

Negli ultimi mesi hai curato un progetto fotografico in collaborazione con l’UNESCO. Di cosa si tratta? Cosa ha significato per te creare un racconto visivo dei siti UNESCO siciliani tessendo i fili di una storia ricchissima di dominazioni e tradizioni che hanno generato il volto multiforme di questa regione italiana? Raccontaci questa esperienza tra la natura e la storia sicule. 

Come ti accennavo prima, mi sono avvicinata alla fotografia paesaggistica grazie a questo nuovo e interessantissimo lavoro in collaborazione con l’UNESCO, che coinvolge diversi enti tra cui la Regione Siciliana con l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, il Parco Archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, il MiBac e naturalmente l’UNESCO, con la World Heritage Convetion.

Si tratta di un progetto ambizioso che si prefigge di creare 14 percorsi culturali universalmente accessibili, due per ogni sito unesco Siciliano. Tra i vari servizi inclusi nel progetto, a me è stata affidata la realizzazione di sette reportage fotografici e video a corredo dei percorsi didattici.

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Maria Aloisi, Duomo di Siracusa, 2019

Ho trovato molto stimolante la realizzazione dei filmati: durante le riprese ho passato ore e ore letteralmente immersa nella natura e nel patrimonio storico-artistico siciliano. Ho ripercorso la storia dei siculi, dei sicani, degli elimi, dei greci, dei romani – fino ad arrivare ai giorni nostri – attraverso le tracce fisiche che questi popoli hanno lasciato, che mi hanno trasmesso sensazioni indescrivibili. Ho avuto anche la fortuna di osservare tanta bellezza da posizioni privilegiate, ottenendo l’accesso in via del tutto eccezionale presso siti che non sono generalmente aperti al pubblico, come il Tempio della Concordia ad Agrigento. Sono felice di aver partecipato a questo progetto perché mi ha permesso di dare il mio piccolo contribuito alla divulgazione della storia di questa meravigliosa terra e questo per me significa molto. 

C’è una città che rientra nel progetto di questi percorsi didattici che ti è particolarmente cara per tue vicende personali? 

Si, certo: Modica, una delle cittadine ragusane inserite nel percorso del Val di Noto, ha un posto speciale nel mio cuore, non solo perché mio marito ha origini modicane e lì ho passato dei momenti speciali con la mia famiglia, ma anche perché la trovo semplicemente splendida. Ricchissimo il suo barocco, i paesaggi, le spiagge, le architetture, la storia e… dulcis in fundo, la sua strepitosa cioccolata!

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Maria Aloisi, Modica, Chiesa di S. Pietro

Quali sono i tuoi progetti futuri e i tuoi sogni nel cassetto? 

Attualmente sto collaborando con il comune di Noto e l’Accademia di Belle Arti di Siracusa per un progetto che coinvolge ancora i siti UNESCO siciliani. Non nego che mi piacerebbe molto continuare a muovermi in questo contesto, grazie al quale ho imparato che la Sicilia è un esempio di integrazione culturale unico al mondo. Magari un sogno nel cassetto potrebbe essere proprio quello di realizzare una storia da raccontare alle nuove generazioni, soprattutto in questo momento storico. Un racconto fatto di immagini che parli di integrazione, di solidarietà, di diversità culturale, partendo proprio dalla Sicilia e dalla sua antica storia fatta di scambi e convivenza pacifica con altri popoli e culture.

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Maria Aloisi, Sunset, Madrid

BERTHE MORISOT, PITTRICE IMPRESSIONISTA “SENZA PROFESSIONE”

Di Valeria Mileti Nardo 

Tempo di lettura: 5 minuti

Noi troviamo che il nome e il talento di Mlle Morisot facciano troppo al caso nostro per poterne fare a meno”.

Così scriveva Edgar Degas alla madre di Berthe Morisot per convincerla a far partecipare la figlia alla prima mostra degli Impressionisti nel 1874. E In effetti, Berthe prese parte a quella mostra esponendo ben quattro opere insieme a quelle dei suoi colleghi uomini.  

Ma facciamo un passo indietro…

Berthe nasce a Bourges il 14 gennaio 1841 da una famiglia piuttosto benestante. Ha due sorelle maggiori, Edma e Yves, e un fratello minore. Le tre ragazze seguono l’educazione tipica delle fanciulle delle famiglie altolocate, prendendo lezioni di danza e musica. Nel 1857, quando Berthe ha sedici anni, la pittura si inserisce nella loro formazione per volere della madre. Per Berthe ed Edma queste prime lezioni sono una vera rivelazione: amano la pittura e la studiano con costanza e passione ed espongono al Salon del 1864. In quanto donne, si formano fuori dai percorsi ufficiali: vengono escluse dall’École des Beaux-Arts e prendono lezioni private dal pittore Joseph Guichard, allievo di Ingres, che le porta al Louvre per studiare e copiare i grandi maestri. Proprio Guichard scrisse alla madre della due giovani:

“[Berthe ed Edma] diventeranno delle pittrici. […] Siete del tutto sicura di non maledire mai il giorno in cui l’arte […] sarà sola padrona del destino di due delle vostre figlie?”.

Le due sorelle sono inseparabili nella vita e nell’arte: iniziano a dipingere en plein air con Corot e conoscono i pittori Puvis de Chavannes, Daubigny e Daumier. 

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Berthe Morisot, Autoritratto, olio su tela, Parigi, Musée Marmottan Monet, 1885

Il 1869 è un anno triste per le sorelle Morisot: Edma si sposa e non dipinge più per volere del marito. Berthe avrà invece un destino diverso: un giorno del 1868, mentre era al Louvre con un’amica a copiare Rubens, incontra Édouard Manet. Contrariamente a quanto tramandato da Zola e Huysmans, Manet non è mai stato il maestro di Berthe, piuttosto un mentore e una guida. Manet la ritrae ben dodici volte: l’opera più famosa in cui fa da modella è Il balcone dove viene ritratta seduta e con lo sguardo malinconico verso l’orizzonte. Manet sembra essere affascinato dallo sguardo penetrante di Berthe tanto che Paul Valéry, nipote della pittrice, scrive nel catalogo della mostra alla Galleria Duret (1926): “[…] E proprio ai suoi occhi volevo arrivare: fin troppo grandi e tanto intensamente scuri che Manet, nei vari ritratti che di lei fece, li dipinse neri anziché grigio-verdi com’erano, per catturarne tutta l’energia magnetica e tenebrosa […]”.

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Édouard Manet, Il balcone, olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay, 1868-1869

Berthe smette di posare per Manet quando si fidanza e poi sposa Eugène Manet, fratello del pittore e questo la dice lunga su come venissero considerate le modelle alla fine dell’Ottocento. In realtà il matrimonio di Berthe è stato felice e sereno anche perché, al contrario della sorella, continuò a dipingere con il benestare del marito, convinto probabilmente dal fratello Édouard. 

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Berthe Morisot, Eugène Manet all’Isola di Wight, olio su tela, Parigi, Musée Marmottan Monet, 1875

Berthe dipinge il mondo intorno a lei: la natura lussureggiante ricca di luce, il marito e la figlia Julie – nata nel 1878 –  che vediamo crescere nelle opere della madre. Ritrae spesso anche la sorella Edma, colta nel tedio della sua nuova vita coniugale senza pittura: la vediamo infelice, annoiata, cupa e del tutto sacrificata ai doveri matrimoniali. Edma posa anche per La culla, un’opera apparentemente tenera e serena dove però si coglie la malinconia nell’atteggiamento del corpo e nello sguardo della giovane madre.

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Berthe Morisot, Ritratto di Mme Pontillon (La sorella dell’artista), pastello su carta, Parigi, Musée d’Orsay, 1871
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Berthe Morisot, La culla, olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay, 1872

Berthe è una pittrice instancabile: partecipa a tutte le mostre degli Impressionisti ad eccezione di quella del 1879 per nascita della figlia. In occasione di queste esposizioni vende pochissimo: più della metà delle sue 423 opere ad olio catalogate erano ancora nella collezione della figlia dopo la morte della madre. Sono stati soprattutto gli altri Impressionisti ad apprezzare e comprare le sue tele per sostenere il suo lavoro.

La pittura di Berthe è voluttuosa, costruita con un colore pieno, vivace e corposo. Le parole del nipote Paul Valéry definiscono con grande sensibilità il suo talento: “Ha coltivato senza sosta i nobili intenti dell’arte più altera e squisita […] fino a raggiungere l’aspetto prodigioso di una creazione estemporanea, perfetta al primo colpo”.

La sua pittura ricorda le vivacità cromatiche dei grandi maestri francesi del Settecento come Jean-Honoré Fragonard di cui effettivamente era bisnipote da parte di madre. Berthe sperimenta anche con l’acquerello e il pastello, tanto da essere paragonata alla grande Rosalba Carriera

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Berthe Morisot, Bambina nel giardino (Sedia di vimini), olio su tela, Houston, Museum of Fine Arts, 1885

Berthe muore a Parigi il 2 marzo 1895 a cinquantaquattro anni. La sua famiglia, nel compilare il certificato di morte, la definisce “senza professione”. In quanto donna, la pittura era alla stregua di un qualsiasi passatempo ma per lei era un mestiere, una passione, una ragione di vita così come per i suoi colleghi uomini.

La fortuna critica di Berthe si deve all’impegno dei suoi amici come Degas, Monet, Renoir, Mallarmé e della figlia Julie che organizzarono nel 1896 un’esposizione postuma alla galleria Durand-Ruel. La figlia Julie e il marito hanno donato molte opere di Berthe ai musei, come al Marmottan Monet che conserva il nucleo più grande di opere della Morisot: ben 85 quadri. Un altro personaggio cruciale per la fortuna critica della pittrice è stato il nipote Paul Valéry che aveva organizzato due mostre della zia: una nel 1926 e una nel 1941 al Musée de l’Orangerie.

La vera consacrazione di Berthe come pittrice tra i grandi dell’Impressionismo è avvenuta soltanto in tempi recenti: risale infatti al 2018-2019 la retrospettiva al Musée d’Orsay di Parigi, mostra che ha poi girato in altri musei del mondo. 

Berthe era consapevole del suo talento e anche del fatto che, in quanto donna, non avrebbe avuto la stessa fama dei pittori uomini. Risale al 1890, alla fine della sua carriera, questo sfogo che leggiamo nei suoi Carnets: “Non credo ci sia mai stato un uomo che abbia trattato una donna come suo pari, ed è tutto quello che ho sempre chiesto. Io so di valere quanto loro”.

In copertina: Berthe Morisot, Donna alla toilette, olio su tela, Chicago Art Institute, 1875-1880

STREET ART: OPPORTUNITÀ E CONTRADDIZIONI DI UN MOVIMENTO TUTTO DA (RI)DEFINIRE

Di Nicola Albergo

Tempo di lettura: 4 minuti

È notizia di questi giorni che la regione Puglia ha approvato un importante piano di risorse finanziarie per avviare un progetto di riqualificazione e valorizzazione delle periferie delle proprie città. L’iniziativa, che prevede lo stanziamento di 3 milioni e 640 mila euro, fa seguito ad una prima campagna di finanziamenti, approvata nel 2019, con lo stanziamento di 450 mila euro in tre anni da destinare a tutti quegli interventi territoriali volti a promuovere la Street Art.

Furono invitate tutte le amministrazioni pubbliche del territorio, affinché presentassero uno o più progetti e degli spazi idonei per ospitare l’attività degli street artist. Alla chiamata risposero ben 91 amministrazioni pubbliche, tra comuni, scuole e università, a cui fece seguito l’individuazione di 11 progetti immediatamente cantierabili e successivamente realizzati, attingendo alle risorse del bilancio autonomo regionale.

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Chekos’Art, Giuditta, Cassano delle Murge (Bari), 2019. Iniziativa Arte Urbana Mutamenti promossa dall’amministrazione comunale. (foto dell’autore).

L’obiettivo, ha dichiarato l’Assessore all’Industria Turistica e Culturale, Loredana Capone, è quello di

«coinvolgere artisti e cittadini, insieme ai comuni, per rendere più belle e attraenti le nostre città, soprattutto nelle loro periferie che proprio attraverso l’arte possono diventare più inclusive e vivibili. La dimensione artistica infatti può dare cuore e anima a un quartiere, suscitare emozioni e coinvolgere in esperienze; insomma riteniamo che al fianco dei comuni con il nostro aiuto, la misura potrà generare un grande impatto culturale, artistico, urbano, sociale e anche turistico nei territori pugliesi».

Si tratta, a conti fatti, di una misura che non conosce precedenti, soprattutto sul territorio nazionale, e che colloca, di diritto, la Regione Puglia in una posizione d’avanguardia per quanto riguarda la Street Art.

È indubbio che negli ultimi anni la Street Art abbia assunto in tutta Italia, e in misura ancora più evidente al Sud, una dimensione particolarmente estesa e partecipata, con le amministrazioni spesso in prima linea nel finanziare progetti di riqualificazione urbana.

E che siano degli anni importanti per tutto il movimento culturale lo dimostra anche – e aggiungerei, soprattutto! – l’istituzione, nel 2019, presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, del primo ed unico Centro Studi Italiano sulla Creatività Urbana, “Inopinatum”, frutto dell’intesa tra l’Università ed Inward – Osservatorio Nazionale sulla Creatività Urbana, urban design e tutti i linguaggi della creatività urbana emergente.

Bari, via Giulio Petroni. dettagli dell’opera di Elias Tano, 2018.
(foto dell’autore).

Il Centro di Ricerca ha come obiettivo quello di “rispondere a specifiche esigenze di ricerca, formazione, divulgazione, sviluppo, sperimentazione, edizione, informazione, comunicazione ed ogni altra attività, nell’ambito vario della creatività urbana, fornendo supporto e consulenza specializzata ad enti, organizzazioni, aziende e altri soggetti che richiedano l’attivazione delle competenze del Centro Studi”.

La direzione sembra dunque ben impostata. La domanda tuttavia è: per andare dove? Intendiamoci, ben vengano i progetti di riqualificazione e di valorizzazione delle nostre città – anzi, l’auspicio è che presto anche le altre Regioni possano seguire l’esempio della Puglia – e ben venga la promozione di un movimento, come quello della Street Art, ancora poco conosciuto e, spesso, men che meno compreso e accettato.

Le iniziative a cui, in maniera consapevole o meno, stiamo assistendo in questi ultimi anni dimostrano come qualcosa effettivamente stia cambiando, ma è altrettanto chiaro come, assieme ai presupposti sociali e culturali, a cui è inevitabilmente e storicamente legata, anche la Street Art stia subendo delle importanti trasformazioni.

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CoCo 144 nel 1974. Credit.

Certo, non siamo più difronte a quel movimento che negli anni ’70 finì col diffondersi tra i vicoli e i muri del Bronx, o sui vagoni della metropolitana di New York: le premesse, le atmosfere sono diametralmente e profondamente differenti. L’economia, le condizioni politiche e sociali, la droga, il razzismo, i diritti umani e il sistema educativo sono tutti temi che contribuirono a formare le personalità e le percezioni dei writer, dando il via alla rivoluzione della bomboletta e alla cultura dell’Aerosol.

La storia […] è stata partorita a New York da giovani delle inner cities, naturalmente, era un urlo, un grido che saliva dalle sue strade. Nel fare questa cosa, ci trovammo a fare delle affermazioni. Era un modo per dire, “Hey sono CoCo; ecco da dove vengo ed ecco quello che faccio”. Era qualcosa che doveva succedere, i treni finirono per risultare il supporto che utilizzammo.

COCO 144

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Muro di una metropolitana americana, 1972. Credit.

Per questo motivo il rinnovato interesse verso la Street Art, testimoniato dalle iniziative degli ultimi anni, non basta né può bastare.

È altresì necessario domandarsi cos’è, oggi, la Street Art, da quali premesse e verso quali propositi muove, da chi è composto il movimento e quali bisogni essi esprimono con la loro arte. Chiedersi ancora quale sia il rapporto tra la società e la Street Art, insistere sul rapporto tra legalità e illegalità, evidenziarne le contraddizioni, la storia, i mutamenti. Parlarne, discuterne, e non accettarne, semplicemente e passivamente, le sorti.

Da questo punto di vista l’attività del Centro Studi di Napoli sarà fondamentale. Si lavori affinché a queste iniziative segua, di pari passo, un lavoro di ricerca e di condivisione serio e strutturato. Altrimenti il movimento rischierebbe un appiattimento critico, oltre che artistico, destinato presto a dissolversi.

Per quanto ci riguarda, possiamo solo riprometterci di seguire da vicino l’evolversi della situazione, nella speranza che queste preziose opportunità non vadano sprecate.

In copertina: dettaglio dell’opera di Chekos’Art. (foto dell’autore).