La colpa collettiva

Image

Ho denunciato sempre come ingiusto e illogico il concetto di colpa collettiva, ma mi è capitato di farlo soprattutto per questioni relative all’antisemitismo.

Il problema però è molto più vasto perché è un modo di ragionare, anzi di NON ragionare, di condannare qualcuno per le colpe di qualcun altro, e se non ritengo giusto che le colpe dei padri ricadano sui figli, figuriamoci le colpe di un estraneo su un altro estraneo, innocente e inconsapevole, che però ha la colpa di essere dello stesso stato, o della stessa religione, o dello stesso colore della pelle, o che so io, arriveremo pure a condannare qualcuno perché ha la stessa altezza, lo stesso numero di scarpe o lo stesso colore degli occhi di qualcuno che ha commesso un crimine, un abuso o insomma, una qualsivoglia azione deprecabile e riprovevole.

Mi trovavo come al solito su un social e la storia, anche se probabilmente inventata, era questa: un padre abbandona madre e figlio perché il figlio è malato e lui non se la sente. La povera madre lasciata sola col figlio malato passa le pene dell’inferno, ma in qualche modo ce la fa, ce la fanno entrambi, madre e figlio. Anni dopo, quando il ragazzo ex malato ha quattordici anni, si ripresenta il padre alla sua porta, chiedendo, prima per favore poi sempre più a brutto muso, insultando e minacciando, una donazione di midollo per il figlio più piccolo, malato di leucemia.

Ora, tutti d’accordo che il padre non meriti nulla, ma mi ha sconvolto la quantità di persone disposte a condannare a morte il bambino di dieci anni per le colpe del padre. A ogni mia obiezione “Ma il bambino che c’entra?” la risposta era “Il padre l’ha abbandonato, il ragazzo ha passato le pene dell’inferno, e lui ora lo dovrebbe aiutare?”. Alla mia obiezione “Ma lui non aiuterebbe lo scellerato padre che, siamo d’accordo, non merita nulla, ma un bambino innocente di dieci anni condannato a morte”.

E niente, a ogni mia obiezione sull’innocenza del bambino mi veniva risposto ribadendo le colpe del padre.

E’ evidente l’uguale metro di valutazione di quando si giustifica un attentato terroristico nel mondo per le eventuali colpe di qualcuno completamente estraneo alle vittime dell’attentato, e per quanto mi sembri assurdo che si ribadiscano le colpe di qualche entità terza piuttosto che l’innocenza delle vittime, questo è.

Mala tempora currunt. Per la verità, sono sempre corsi.

Ma quale Memoria?

Image

Buongiorno a tutti.

Mi è stato chiesto se volevo intervenire a una celebrazione per il 27 Gennaio quando io, nella mia mente, il 27 gennaio l’avevo già accantonato.

Io sono immensamente grata a tutti coloro che si impegnano, con sforzo e dedizione, a portare questa testimonianza per mantenere viva la memoria di quanto accaduto, al fine di evitare che gli errori del passato possano ripetersi, ma alla luce di quanto sta accadendo, e cioè che sembra siamo sul punto di ripeterli quegli errori, mi chiedo se non dovremmo fare qualcosa di più o di diverso.

Ci dicono che è nostro dovere ricordare, testimoniare, già hanno iniziato a negare con i testimoni, sopravvissuti ai campi di sterminio, ancora in vita, figuriamoci come negheranno quando non ci saranno più neanche i testimoni diretti e poi? Non lo so poi, ma quanto il 27 gennaio ha insegnato a fare attenzione ai segnali, quelli che a poco a poco portano verso il baratro della disumanità e dell’infamia?

Chi ci è passato e i loro discendenti, al netto del dovere di testimonianza, vorrebbero solo dimenticare, e gli altri? Gli altri continuano a ignorare, o peggio ancora, a dire che “in fondo lo meritavano”, come se qualcuno al mondo meritasse ciò che è stata la Shoà.

Soprattutto in questi ultimi anni ne abbiamo visti altri ancora, poiché al peggio non c’è mai fine, tempestare i social di “aveva ragione baffetto” e augurarsi il ritorno dei treni piombati.

Inutile nascondersi dietro un dito, da qualche tempo è ricominciata la caccia all’ebreo. Da un po’ di tempo, essere ebrei non è più sicuro, meglio nascondere i simboli religiosi, per paura di essere insultati e aggrediti. Meglio non manifestarsi, per paura di essere cacciati da ristoranti e strutture ricettive.

“No”, rispondono, “non siamo antisemiti, siamo antisionisti”. A parte che questo viene detto da chi non ha la minima idea di cosa sia il sionismo, ovvero la legittima aspirazione a una patria, e non è assolutamente sinonimo di colonialismo e prevaricazione, ma perché l’ebreo francese, italiano o altro deve essere aggredito per la politica di uno stato estero, giusta o sbagliata che sia? Per gli scandali della Chiesa, sono forse stati aggrediti i cattolici di tutto il mondo? Sono forse stati obbligati ad esprimere la loro disapprovazione prima di entrare in un ristorante o in un albergo?

Il problema è sempre lo stesso, quando si tratta di noi ebrei è sempre una colpa collettiva, di categoria.

Sui social, in seguito alla strage di Sidney, molti commenti sono stati “Se la sono cercata” e nessuna risposta alla mia domanda “in che modo quei cittadini australiani se la sono cercata?” è stata data. Hanno commentato “Chi semina vento raccoglie tempesta” e nessuna risposta alla mia domanda “che cosa quei cittadini australiani avrebbero seminato?” è stata data.

Anzi sì, è stata data, mi è stato risposto “non fare la finta tonta”, “non far finta di non capire” e sì, stavo facendo la finta tonta e stavo facendo finta di non capire, perché volevo che loro arrivassero a gettare la maschera, perché quelle persone secondo loro se l’erano andata cercando “perché Netanyahu”, e quindi chiaramente il nesso è: “perché sono ebrei”.

E’ inutile, viviamo in un mondo idiota. Idiota e cattivo, ma prima di tutto idiota.

Viviamo in un mondo ignorante, e il 27 gennaio dovrebbe servire proprio a rimuovere un po’ d’ignoranza, a far capire dinamiche e contesti. Eppure non pare che sia servito, visto che ancora nei tempi attuali è giustificata la caccia all’ebreo, ed è giustificata da chi si ritiene un’anima bella, ispirata da nobili principi umanitari: un’ipocrisia da paura.

Io credo che, nelle celebrazioni del 27 gennaio, più che l’elenco delle torture subite e dei crimini feroci cui furono esposti soprattutto gli ebrei, ma anche zingari, oppositori politici e omosessuali, il mondo si dovrebbe fermare un momento a riflettere sul “come” sia potuto succedere, come un mondo di persone apparentemente “normali” (e “normali” lo metto tra virgolette) abbia potuto addirittura ritenere giusto, ma che dico, auspicabile, che degli esseri innocenti subissero un simile orrore.

Io ritengo che la normalità delle persone perseguitate l’abbia espressa efficacemente Benigni nel suo film “La vita è bella”, film che peraltro apprezzo poco per il suo aver banalizzato la durezza e la crudeltà della permanenza nei campi, ma ha comunque avuto il merito di aver mostrato al mondo le vittime predestinate nella loro umana quotidianità.

Come si è giunti a demonizzare gli ebrei? Sicuramente un retaggio culturale, azioni della Chiesa nei secoli passati che quelli successivi non sono riusciti a sradicare del tutto, e tanta, tanta ignoranza, e tanto, tanto pregiudizio,

Scusatemi questo sproloquio, il fatto è che sono arrabbiata, tanto, ma ancora di più amareggiata. Non che io abbia mai pensato che la discriminazione razziale fosse un capitolo chiuso, l’essere umano il razzismo ce l’ha nel Dna, ora tocca a questo ora a quello. Purtroppo, da quando esiste l’uomo, c’è sempre stata una qualche categoria immolata sull’altare del capro espiatorio.

Gli ebrei però sembrano essere l’obiettivo prediletto, e non c’è bene che possano fare per rimuovere questo pregiudizio. Si mischiano le carte in tavole, vengono accusati di azioni di cui sono vittime, di compiere atti disumani che invece subiscono, e tanti anni di 27 gennaio non hanno smosso le coscienze e soprattutto i cervelli di una virgola.

È anche per questo che oggi non sono qui. Il 7 ottobre ci ha insegnato che siamo soli, che il nostro dolore, la vita e le minacce che siamo costretti a vivere li capiamo noi soli – o quasi. La vergogna delle femministe mute davanti allo scempio delle donne israeliane stuprate con una ferocia inaudita (non stupri e basta, ma con vilipendio delle vittime, cui sono stati trovati chiodi e schegge di vetro nella vagina, i cui seni sono stati tagliati e con cui i carnefici hanno giocato a palla). Non una parola, semmai un qualche “però Israele…”, “però Netanyahu…”, come se ci fosse qualcosa al mondo che possa giustificare uno scempio simile. Donne incinte sventrate, bambini infilati nei forni sotto gli occhi dei genitori, e anime pie occidentali che osano commentare con un qualche “però”.

No, non commemorerò il 27 gennaio, lo porterò nel cuore come il giorno della liberazione, il giorno in cui i cancelli dei campi di sterminio si sono finalmente aperti e il mondo non ha più potuto chiudere gli occhi, ma anni di commemorazione non sono serviti a far capire al civile mondo occidentale che gli ebrei sono esseri umani, che come tali devono essere considerati e rispettati, superando ogni ignobile pregiudizio, ogni infondata condanna, ogni collettivizzazione di colpe vere o presunte.

Dire che gli ebrei (badate bene, non “Israele” ma “gli ebrei”) stanno facendo ai palestinesi ciò che i nazisti fecero loro, significa non conoscere il nazismo, non conoscere Israele, e non conoscere gli ebrei.

Significa non conoscere le minacce cui Israele è sottoposto ogni giorno dalla sua nascita, significa non sapere dei tentativi di pace, sempre pagati a caro prezzo e tanto cari quanto inutili, e significa anche ignorare il supporto che Israele dà a tutto il mondo, non solo in termini di progresso medico e scientifico, ma anche di aiuto umanitario ovunque ci sia bisogno.

Significa non conoscere la vita che gli israeliani sono costretti a condurre, sia in termini economici sia di perdita di vite umane e d’integrità fisica e mentale.

Significa non conoscere che nell’esercito israeliano militano anche cittadini di fede musulmana, orgogliosi di difendere la propria nazione, in cui vivono liberi e rispettati.

Oggi mi chiedono di parlare del mio bisnonno, che conosco solo attraverso i racconti di mia nonna. Il mio bisnonno, che aveva non so quanti figli, 11 o 12 credo, e mi viene descritto come un padre affettuoso, dedito alla famiglia, che amava i suoi figli. Mi raccontava che aveva insegnato a ognuno dei figli a suonare un qualche strumento – mio nonna suonava chitarra e mandolino -, e la sera si radunava intorno al fuoco tutta la famiglia, padre, madre e la nidiata di figli, e suonavano e cantavano tutti insieme. Questa era la famiglia il cui padre hanno deportato.

Ad Auschwitz arrivò insieme a mio nonno, suo genero. Mi hanno raccontato che mio nonno fu ucciso perché non aveva voluto lasciare il suocero. Il vecchio suocero era stato destinato subito alle camere a gas, forse il giovane genero sarebbe andato nei campi di lavoro, ma si rifiutò di lasciarlo, e alla sua frase “dove va lui vado io” fu risposto destinandolo alla stessa fine.

Ma che senso ha parlarne oggi in Italia a chi è sceso in piazza a urlare “Dal fiume al mare”, cioè a reclamare a gran voce la cancellazione di Israele dalla carta geografica? Mio nonno e il mio bisnonno sono morti quando Israele non esisteva, e quindi non sono stati uccisi “perché Netanyahu”, “perché i coloni” o “perché la Cisgiordania”.

Mio nonno e il mio bisnonno sono stati uccisi perché ebrei e oggi, oggi 27 gennaio 2026, sembra a volte respirarsi la stessa aria mefitica del 1938, lo stesso pregiudizio e lo stesso odio.

Il mio invito oggi è solo di accorgervi che siamo come tutti gli altri, e di applicare anche a noi il principio di fratellanza, condivisione, rispetto umano ed empatia.

Il mio invito oggi è a documentarvi davvero, non seguendo un solo canale, e capire cosa ha sempre vissuto il popolo ebraico e come ha reagito – o non reagito – e come vive oggi Israele, e si vive in Israele.

Il mio invito oggi, dopo aver fatto tutto questo, è chiudere gli occhi un attimo e immedesimarvi in noi, e poi dirci, in coscienza, cos’altro avreste fatto, cos’altro fareste.

Grazie.

Essere palestinesi, essere israeliani, essere ebrei

Image

Essere palestinesi, essere israeliani, essere ebrei.

È da un po’ che mi frulla per la testa questa domanda, cosa significhi, cosa comporti, cosa si provi, a che si sia sottoposti.

Io penso che i palestinesi, con tutti i distinguo del caso (preciso subito che sono una convintissima sostenitrice dello stato di Israele), siano tra i popoli più sfortunati della terra.

I propal si riempiono tanto la bocca dei “poveri bambini palestinesi”, e io veramente desidero che quei poveri bambini possano avere una vita diversa, ma ritengo che la loro vita attuale sia così dura per motivi ben diversi da quelli che si vuole far credere.

Se è vero che…

Ecco, se è vero che. Mi sento in dovere di fare una premessa: in questa lunga drammatica storia che si perde nella notte dei tempi, probabilmente la più grande dispersa è la verità. Ho un’amica, una carissima amica, che invece si schiera tendenzialmente con l’altro fronte, ma che riconosce che ci sono mille verità, ognuno ha la sua, e di fronte a qualsiasi argomentazione c’è sempre un prima, giustificato però da un prima del prima, che a sua volta trova spiegazione in un altro fatto, un’altra azione, avvenuta prima ancora del prima del prima del prima.

Per quanto riguarda la guerra a Gaza, se avessimo dei fatti oggettivi universalmente riconosciuti, potremmo basare su questi le nostre considerazioni, ma questi fatti universalmente riconosciuti, per lo più, e principalmente riguardo al numero delle vittime, non ci sono.

Si parla di 70.000, 80.000 morti, di cui circa un quarto bambini, ma qualcuno sostiene che potrebbero essere più del doppio. Sull’altro fronte non solo si sostiene che siano cifre inventate sparate da Hamas, ma che sono entrati a Gaza organismi internazionali e queste salme non sono state trovate da nessuna parte, né all’aperto, né sotto le macerie, né in fosse comuni.

Ora capirete che, se dobbiamo giudicare in base al numero delle vittime, ogni giudizio è basato su una premessa non dimostrata.

Ma mi sono fatta prendere la mano, il discorso che volevo fare è un altro, e mettetelo tutto sotto la cappella “se è vero che”.

Se è vero che i bambini palestinesi vengono indottrinati all’odio, non stiamo parlando forse di infanzie rubate? Se è vero che vengono indottrinati a desiderare il martirio, non sono vite rubate? Se gli viene inculcata l’immagine di un nemico crudele, da sopprimere, e di un dio che vuole che lo sopprimano a costo della propria vita, che scempio si sta facendo di questi bambini? Se studiano su libri ad hoc una storia e una geografia alterate, non si sta manipolando la loro mente e le loro scelte? Se tua madre vuole che tu ti faccia esplodere, sia per fanatismo religioso sia per una più abietta questione economica, visti gli emolumenti elargiti alle famiglie dei martiri, e pure il governo del tuo paese mira al tuo sacrificio, che vita ti si prospetta? E non dovrebbe muoversi il mondo intero per venirti a salvare?

Non pensiate che le immagini di guerra trasmesse dalla tv non mi spezzino il cuore, non pensiate che vedere quella povera gente che vaga a destra e a manca trasportando le proprie povere cose non mi faccia chiedere il perché di tanto dolore.

Ma gli israeliani, gli israeliani, che cosa possono fare? Di chi è quella terra, chi c’era prima, prima del prima e prima del prima del prima? E dopo, e dopo il dopo, a chi spetta? Così non se ne esce.

Ci siamo messi nei panni dei bambini palestinesi, mettiamoci nei panni degli israeliani. Uno nasce in Israele e metabolizza subito di essere circondato – e spesso avere in casa – gente che lo vuole uccidere. Tu nasci là, non hai scelto di farlo, ma qualcuno ha deciso che sei un abusivo e te ne devi andare. Dall’altra parte ti dicono che quella è la tua terra – non ne hai un’altra – e la devi difendere.

Non sei sicuro in nessun luogo, “loro”, quelli che sono stati convinti che tu lì non ci debba stare e che sia giusto ucciderti, possono far esplodere l’autobus che ti porta a scuola, o accoltellarti nel sonno passando attraverso i cosiddetti tunnel della morte, o mentre sei raccolto in preghiera, o in discoteca, o alla fermata di un mezzo pubblico, ovunque. Le sirene d’allarme in Israele suonano quasi senza sosta, razzi e missili sparati da Gaza arrivano in continuazione, la vita lì è fatta di corse nei rifugi, nelle camere di sicurezza che, come ci insegna il 7 ottobre, non sempre bastano.

E poi ci sono gli ebrei di tutto il mondo, che possono provare senso di appartenenza oppure no, possono sentirsi legati spiritualmente allo stato d’Israele oppure no, possono condividere le scelte del governo israeliano oppure no, o ancora fregargliene più o meno come quelle del Ghana o della Nuova Zelanda, ovvero zero.

Gente che vive da mille, duemila anni altrove, completamente integrata nella propria patria (Europa, America o Australia che sia), che però un giorno qualcuno decide di ammazzare perché sì, perché i Gazawi soffrono tanto, e allora si va in giro per il mondo a sterminare qualsiasi cosa abbia un vago sentore di ebraico e, quello che è peggio, con parte del mondo che giustifica questa azioni scellerate “perché a Gaza”.

Lo chiamano “antisionismo”, ma considerare gli ebrei di tutto il mondo una massa unica,  tutti complessivamente colpevoli di qualsiasi cosa ognuno di loro faccia, non è “antisionismo”, è il banale sempiterno antisemitismo.

Qui, se non interviene qualcuno – o qualcosa – non se ne esce.

Io credo che non ci sia altra scelta che fare un punto e a capo, perché se si vanno a cercare le ragioni e i torti (*), questa storia – drammatica – continuerà a essere infinita.

E comunque, più leggo gli interventi sui social, più penso “Dio ci salvi dalla stupidità umana, soprattutto da quella stupidità che si trasforma in crudeltà, che giustifica la crudeltà, e che vuole mascherare tale insensata crudeltà da sentimento umanitario e senso di giustizia”.

 

(*) delle popolazioni del medioriente intendo, perché voglio ben sperare che la maggior parte dell’umanità sia d’accordo sul fatto che gli ebrei della diaspora, sparsi nel resto del mondo, che abbiano perso o conservato la propria identità religiosa, con la politica del medioriente non ci azzecchino proprio.

 

Lo sdoganamento della violenza

Image

Il telegiornale oramai è un bollettino di guerra e quasi non passa giorno senza la notizia dell’ennesimo femminicidio. Dell’ultimo, quello di Martina Carbonaro, mi ha colpito non solo la violenza di un ragazzo peraltro così giovane, perché questa è presente ovviamente in tutti gli altri femminicidi, ma la freddezza, la crudeltà della sepoltura della ragazza a quanto pare ancora viva, fino alla partecipazione alla ricerca della ragazza con l’espressione affranta di circostanza.

Viviamo in un mondo violento. Cioè, la violenza è sempre esistita, ma quello che mi sgomenta è la sua diffusione, pare non conoscere confini né anagrafici, né sociali, né culturali, sembra che qualcosa l’abbia sdoganata e, francamente, non capisco cosa.

Abbiamo sentito come Filippo Turetta abbia inferocito sul corpo della povera Giulia Cecchettin – anche se poi non gli è stata accollata l’aggravante della crudeltà.

A parte l’assurdità del “chiedere scusa” da parte degli assassini, come se potesse avere un senso, a parte l’inaccettabile richiesta di perdono ai familiari della vittima, mi pare proprio che, in un’epoca in cui si alza il livello di coscienza nei confronti degli animali (v. il diffondersi del veganismo e il tramonto delle pellicce), la soppressione di una vita umana sia sdoganata.

Un’anziana signora vede in internet il demonio colpevole del degrado morale, io non sono d’accordo, ma in questo mondo del tutto possibile e del tutto reversibile, non si sarà persa un po’ la consapevolezza della portata delle nostre azioni?

Io pensavo ieri alle immagini prodotte dall’IA, in un mondo in cui già i giovani tendono a pensare che i pomodori crescono nei barattoli, non si perderà ancora di più il senso della realtà, del possibile, dell’impossibile e dell’irreversibile?

Io, contraria all’aborto, ho sempre contestato la frase “non voglio un figlio” pronunciata da persone incinte: tu la decisione di non avere un figlio sei padronissima di prenderla prima di crearlo questo figlio, ma quando oramai c’è la decisione che prendi non è di non averlo, ma di sopprimerlo, eppure è legale, eppure vengono contestati gli obiettori di coscienza, più che i padri che fuggono lasciando la donna da sola ad affrontare una gravidanza indesiderata.

Io vedo proprio una confusione di valori insostenibile. In questo periodo, con la guerra in medio oriente che ha risvegliato un antisemitismo mai debellato nell’animo dei più, leggo post raccapriccianti che inneggiano a “baffetto”, si rammaricano che non abbia terminato il lavoro e auspicano il ritorno dei treni piombati, ma la cosa assurda è che questi “desideri” vengano espressi in nome della compassione umana!

Altro che mondo al contrario, qui la follia è dilagante e il buon senso disperso: anche l’idea sbagliatissima di lottare contro la discriminazione attraverso la censura dei termini, quando poi si sdogana nei fatti, a parte il fatto che poi la censura delle parole viene portata avanti in maniera pressoché idiota: mi raccontano di un tizio, tale Professor Negri, cui veniva in continuazione censurato il suo nome, come viene censurata la bevanda Negroni, mentre “baffetto” viene lasciato là perché “baffetto” è un termine neutro e innocente. Su un post di pulizie di casa una lamentava che la suocera le aveva fatto venire in sua assenza una domestica che aveva messo le mani ovunque, e io avevo commentato “potrei uccidere per questo”, che significava chiaramente “mi arrabbierei moltissimo” e non che avrei effettivamente soppresso qualcuno!

Ovviamente, agli automatismi manca la contestualizzazione (ma a volte anche agli umani…) e davvero, il buon senso, questo sconosciuto! Mi torna in mente quando anni fa una mia amica mi portò un vassoio di un tipo di dolci che desideravo tanto ma che da me non si trovano, e io vedendo tutto quel ben di dio esclamai “Voglio morire!” e lei mi rispose “Stasera ci riuscirai!”. Ovviamente, nessuno pensava al suicidio, ma solo a una grande libidinosa abbuffata!

Tornando a bomba, tutta questa censura, questa assurda follia del politically correct, tutta questa guerra alle innocenti parole anziché ai pensieri e alle mentalità malati, sicuramente non hanno messo un freno né alla discriminazione né alla violenza.

Io credo che ci voglia un forte richiamo alla realtà, un richiamo all’umanità attraverso l’insegnamento del rispetto, all’acquisizione della consapevolezza, e bisogna pure che impariamo tutti a convivere con l’insuccesso, il rifiuto, il fallimento, perché fanno parte della vita, e della vita di tutti. L’amore non si estorce, né quello fisico né il sentimento, le proprietà non si estorcono, le vite non si estorcono.

La vita è bella, anche se il fatto che questi assassini la passeranno in galera non mi turba affatto però… però vorrei tanto avessero capito prima che, oltre alla vita della vittima, hanno soppresso anche la propria, vittime a loro volta di un mondo malato che in qualche modo gli ha fatto credere che tutto gli fosse permesso e tutto gli fosse dovuto.

 

Genitori

Image

La storia di Saman Abbas credo ci abbia colpiti un po’ tutti, perché oltretutto è avvenuta in casa nostra, in Italia (e diciamo per colpa nostra che importiamo e consentiamo culture medievali).

In breve la ragazza è stata uccisa dai familiari perché ha disobbedito alla famiglia rifiutando di sposare un cugino pakistano per lei scelto dai genitori. O forse perché ne frequentava un altro. O perché, insomma, voleva vivere una vita “occidentale”, e quindi “disonorevole”, e naturalmente per certe “culture” è più onorevole ammazzare un figlio piuttosto che fargli frequentare chi vuole e vivere le propria vita secondo le proprie inclinazioni e aspirazioni, ovviamente senza far male a nessuno.

Ok, da noi magari non si arriva a quei livelli, ma quanti figli sono stati rovinati dai genitori “per il loro bene”? Ragazze incinte costrette ad abortire, o cacciate di casa e finite male, figli costretti, per le ambizioni dei genitori, a corsi di studio che non erano nelle loro corde, o ad abbandonare la scuola (questo generalmente nel caso di figlie femmine) nonostante la loro attitudine agli studi e il loro desiderio di andare avanti.

Figli gay costretti a cure psichiatriche, o comunque a vivere di nascosto, etc. etc. etc., la lista si fa lunga.

Mia madre è stata la mia peggior nemica, sia per sua mentalità, sia per svolgere zelantemente il ruolo di braccio destro di mio padre, per il quale i figli dovevano scegliere la strada decisa da lui, per studi, lavoro, sentimenti, scelte politiche, etc. etc. etc.

Si sono scontrati con me, che sono il tipo “Mi spezzo ma non mi piego”, e abbiamo perso entrambi: mio padre mi definiva l’unica guerra che aveva perso, e quello che ho perso io è stata la voglia di vivere.

Quando parlo con mia figlia, che ho cresciuto come persona libera e non mi pare di avere avuto risultati negativi, è una persona in gamba e immensamente etica, per libera scelta e senza alcuna costrizione. Lei è diversissima da me, ma essere diversi dai genitori non significa essere sbagliati, anzi, spesso è proprio il contrario.

I tempi sono cambiati (a parte le sottoculture importate), ma non necessariamente migliorati. Dai figli controllati a vista siamo passati ai figli abbandonati a se stessi perché i genitori “devono vivere”, troppo occupati a farsi gli affari propri, genitori che per mettere la coscienza a posto allargano i cordoni della borsa e giustificano l’ingiustificabile, perché il loro pargolo ha sempre ragione, pure se picchia un compagno e sputa in faccia all’insegnante.

Siamo in attesa che si diffonda la cultura del figlio seguito, curato e rispettato.