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Every grain of sand
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Mi fermo qui. Guarderò anch’io un poco di natura.
L’azzurro luminoso del mare del mattino,
il cielo senza nubi e la costa gialla. Tutto
bello, tutto grande, tutto illuminato.
Mi fermo qui. Illudendomi che siano queste le cose che vedo
(e che in effetti ho visto, per un istante, quando mi sono fermato)
e non le mie fantasie,
i miei ricordi, gli idoli del mio piacere.
– Kostantino Kavafis
Il mare del mattino
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Nel 1937 l’aviazione tedesca e italiana bombardò deliberatamente alcuni centri abitati dei Paesi Baschi. A Guernica e Durango presero forma la guerra moderna e la pratica di colpire le città, un modello di distruzione che ancora oggi risuona nei conflitti contemporanei.
Guernika
Guernica, primo gennaio 2026. Ci arrivo per caso, per via di un viaggio imprevisto. Cercavo un’isola dove fuggire dall’anno vecchio e avevo finito per scegliere i Paesi Baschi, che a modo loro un’isola lo sono, come tutte le terre che ospitano una minoranza linguistica. Qui si parla l’euskera, l’idioma più misterioso d’Europa, una lingua preistorica che non ha parentela con nessun’altra. Nessuno sa da dove venga, con quelle k finali e consonanti spigolose quanto i volti delle persone che incontro. In realtà era tanto tempo che volevo venire fino a qui, per andare a vedere con i miei occhi il luogo del primo bombardamento aereo sui civili della storia umana. Da Bilbao, Guernica (Gernika in basco) è soltanto a un’ora di strada. Alla stazione ferroviaria i treni sono ridotti per via dei giorni di festa. Affitto allora una macchina – ne hanno soltanto con il cambio automatico – e prendo l’autopista.
Bombardare gli innocenti
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PORTISHEAD – DUMMY (1994)
Marzo (Album del mese)
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Oggi voglio scrivere di un libro che ho letto durante le vacanze natalizie, purtroppo unico libro a causa di un necessario risparmio economico visto il periodo ricco di spese. Unico libro ma non per questo non abbastanza utile alla riflessione, ho deciso di andare sul sicuro e per me questo significa leggere Stefano Benni. Nel giro di un anno sto leggendo il più possibile di questo autore, mano a mano che lo conosco mi affascina sempre di più. Dopo aver letto Cari Mostri, dopo aver sentito le mille interviste date per l’anniversario di Bar Sport, dopo avergli sentito dire in queste interviste che pensa che tra le sue migliori opere ci sia Di tutte le ricchezze, non potevo non andare spedita a prendere questo romanzo.
E’ un racconto forse molto più personale degli altri che avevo letto di questo autore, è facile pensare che dietro il protagonista ci sia l’autore e alcune parti di vita di questo. Il protagonista è un vecchio docente che ha smesso di insegnare e si è rifugiato in una campagna vicino ad un piccolo paesino, tutto ruota attorno le sue giornate, le sue opere e il suo amore per un poeta dannato del quale si raccontano tante leggende. Ogni tanto il racconto è interrotto da poesie di questo strano autore, il Catena, che raccontano in breve ciò che il protagonista ha vissuto nelle pagine precedenti, ho gradito tantissimo queste poesie e sono molto interessata alla produzione poetica di Benni, produzione che andrò presto a recuperare. La vita di un vecchio professore può essere noiosa, può essere a tratti anche deprimente a causa della consapevolezza che la vita passa e si invecchia, ritornano alla mente per forza i fatti passati e un mezzo immancabile per questo ritorno al passato è anche il rapporto che un vecchio professore può avere con le nuove tecnologie, quello che lo collega con il mondo e con il suo sport preferito è un vecchio computer, computer che spesso maledice ma che difende da chiunque gli consigli di cambiarlo.
Cosa fa cambiare tutto questa tranquillità? L’arrivo di una coppia, una coppia di artisti, giovani artisti di città, anche loro in crisi perché l’arte forse non porta soldi (o non quanti ne vorrebbero) e manca ispirazione. Scorrendo le pagine verranno a galla poi i reali motivi di queste crisi e i segreti. Al centro di tutta l’opera ci sono i segreti, i segreti del passato, le cose non dette, sembra quasi che però i segreti di tutti poi si vadano a rifugiare dal vecchio professore, che magari ne farebbe anche a meno di avere sulle spalle i segreti degli altri, ma continua a dare una mano per quanto gli sia possibile. Cosa davvero lo cambierà? Lo cambierà il ritorno al passato, a determinate sensazioni, a determinate emozioni che forse ha messo da parte per troppo tempo e che l’hanno portato a quella solitudine. Il mezzo di trasporto di questi ricordi è una donna, il ricordo di un sentimento amoroso, l’amore e il ricordo della giovinezza. Avendo vent’anni mi viene difficile immedesimarmi del tutto nella storia di un uomo che ha già vissuto la maggior parte della propria vita, nonostante questa difficoltà anagrafica che mai realmente mi farà capire, questo romanzo mi ha lasciato una bella emozione, ho sempre avuto un senso di tenerezza nei confronti degli anziani, forse lasciandomi vincere dal fatto che li vedessi come persone indifese, senza ragionare su quanto abbiano vissuto.
Mi è piaciuta la narrazione da parte di una persona di una certa età, una narrazione che però spesso ha messo da parte l’età anagrafica e ha riportato quello che il personaggio era da giovane; quando il professore si trova con questa giovane donna, una giovane ballerina, perde il peso degli anni e ritorna a quello che era. Tutto lo sfondo, la casa, il paese, il bosco rendono la location un cerchio magico fermo nel tempo,dove però le cose si ripetono, tornano le giovani donne che scappano da un destino che non amano, tornano gli animali ogni sera in forma diversa e ognuno trasformerà la propria natura di animale in qualche immagine per ispirare gli esseri umani, in particolare il protagonista, torna tutto e la fine ti riporta alla tenerezza, quella che si prova inizialmente quando il professore si presenta come persona sola, ritorna perché il cerchio si chiuderà davvero, e stavolta il professore si lascerà vincere dalla sua età e ci chiederà solo di non dimenticarlo.
Da qualche parte nell’etere, 14 gennaio 2017
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Filosofa e romanziera brillante; cofondatrice della rivista Les temps modernes; instancabile paladina di cause progressiste, dalla legalizzazione dell’aborto all’indipendenza algerina; detentrice per decenni, grazie al legame con Sartre, del ruolo di “first lady” nella cultura francese: tutto questo fu Simone de Beauvoir. Ma la sua fama internazionale è dovuta in primo luogo a Il secondo sesso, pubblicato nel 1949, un libro destinato a diventare una sorta di bibbia del femminismo stimolando generazioni di ragazze a coltivare per il proprio avvenire speranze e ambizioni ben diverse da quelle di “fare la velina” che pare vada per la maggiore tra le adolescenti di oggi. […]
Cosa c’è di più ovvio, ormai, dell’affermazione che il destino della donna non deve obbligatoriamente ridursi a quello di moglie e di madre? O che le sue capacità in ambito intellettuale e professionale non sono inferiori a quelle dell’uomo? E se la cruda analisi della corporeità e sessualità femminile poteva suscitare scandalo nel 1949, oggi appare così risaputa da risultare persino stucchevole. […]
L’idea della donna come “l’Altro”, l’essere che l’uomo, nel riservarsi il rango esclusivo di soggetto, definisce a partire da sé stesso in termini puramente negativi; una definizione così cogente, nella sua validità millenaria, da imporsi persino all’autocoscienza della donna. In questo senso la de Beauvoir può affermare che “donna non si nasce, ma si diventa”: la cosiddetta femminilità non è un dato di natura, ma un prodotto della storia e della civiltà, e come tale non appartiene alla sfera dei “progetti” che l’individuo, secondo i dettami dell’etica esistenzialista, si assume liberamente, bensì a quella greve e brutale della “situazione” con cui si trova suo malgrado a fare i conti, e che è chiamato a trascendere per attuare le proprie possibilità personali. L’individuo, appunto: perché di questo si tratta. Non di sostituire a quella “inautentica” imposta dalla tradizione una pretesa autenticità femminile, che risulterebbe altrettanto generica e fuorviante, ma nell’affermare l’assoluta unicità e libertà di ogni individuo, nel cui progetto, nella cui definizione di sé, l’identità sessuale non assume necessariamente quel ruolo primario che il pensiero femminista si ostina ad accordarle.
Simone non incita le donne a lottare per il potere, e soprattutto non ritiene che il potere in sé le migliorerà: nel Secondo sesso parla apertamente dell’insufficienza dell’emancipazione e non esita a sostenere che i diritti da soli non producono un vero cambiamento, semmai sono i doveri che le donne si danno a cambiarle. […]
Guai alla donne che si lasciano irretire dalle lusinghe della naturalità, della contiguità con la vita o della difesa della specie: la comunità umana non è una specie, ma è storia vissuta ed agita. Guai alle donne che credono nella libertà senza coscienza: l’individuo deve realizzarsi come “coscienza e libertà”, deve emergere dall’immanenza della sua creaturalità e completarsi come responsabilità soggettiva. Questo il suo senso, qualsiasi sia il suo sesso.
Simone de Beauvoir
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Playlist contro-sanremese
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Penny In The Lake
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Ph. Tom Gill
Spettacolare scultura di ghiaccio creata dal vento e dalle onde. Il fotografo Tom Gill ha immortalato con qualche scatto il fenomeno. Questa “scultura” è incredibile perché sembra che il ghiaccio segua la corrente ed il vento mentre il realtà è solido. E’ come se il ghiaccio fosse leggero come piume che ondeggiano al vento, dando senso di movimento al faro immobile.
Da qualche parte nell’etere, 29 febbraio 2024
Faro ghiacciato
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Poiché credo che la conoscenza sia prettamente strumento della mente, oggetto, contenuto del pensiero, cui esso, comunque, si riferisce per esistere, ma che le conoscenze in sé stesse, se considerate esclusivamente come fine, slegate dal ragionamento o dall’idea, da un pensiero, siano inconsistenti, l’intento di questo scritto non è trasmettere conoscenze, ma proporre un motivo di riflessione.
È bene anzitutto chiarire cosa si considera in questa sede per vanagloria, e chi è il vanaglorioso. Parlando di vanagloria mi riferisco a due diversi livelli, complementari, quello del sentimento e quello del comportamento: il sentimento di autocompiacimento per doti o meriti in realtà inesistenti o per nulla eccezionali, e, dall’altra parte, il comportamento per cui l’uomo, gloriandosi di fronte alla comunità, al gruppo, alla singola persona, aspira alla lode senza aver merito o avendo merito inadeguato. È necessario avere lo scrupolo di precisare che il sentire del vanaglorioso si distingue dal vizio della superbia – da cui però al contempo deriva –, che può muoversi da doti o meriti effettivamente esistenti.
A queste definizioni ne devo aggiungere una meno neutra, più inerente alla dottrina cristiana, per cui il vanaglorioso è colui che ricerca, appunto, la gloria vana, fugace, effimera, il potere umano, terreno, vano in quanto tale. Si concorderà che, qualsiasi prospettiva si voglia assumere, la vanagloria, come sentimento e come comportamento, viene considerata una qualità negativa dell’essere umano.
Ora, se vogliamo guardare al vizio della vanagloria, e osservare un pezzo dell’animo umano, poiché l’uomo è un animale sociale, sarebbe inappropriato considerarlo come una scatola chiusa, separata, scissa dal suo contesto, con il quale è, in realtà, in continua interazione. In quest’ottica, tenendo presente la natura sociale dell’uomo, qual è il fondamento della vanagloria? Qual è il motivo per cui il vanaglorioso perpetua il suo essere tale? Forse che le risposte che derivano dal suo ambiente agiscono da fattori di mantenimento? Forse l’ambiente sociale rinforza, coscientemente o meno, i comportamenti del vanaglorioso? Forse sì, esistono dei fattori sociali che agiscono da mantenimento per il sentire e l’agire del vanaglorioso, poiché altrimenti questi cesserebbe di essere tale.
In questo caso, la responsabilità dell’atto di vanagloria non sarebbe esclusivamente del vanaglorioso, ma dell’intera collettività che ha a che fare con lui. E se fosse così, non si potrebbe forse dire che allora tutte le qualità negative dell’animo umano possono inserirsi in questo banale scomodo quadro? E in questo caso, chi sarebbe il più vizioso, il vanaglorioso, o chi mantiene la vanagloria?
In questo modo, il vizio non è qualità individuale, ma responsabilità condivisa, per cui nessuno può puntare il dito se non lo fa anche verso se stesso; un vizioso non è mai solo, perché chi sta accanto a lui non impedisce la messa in atto del suo vizio, e attraverso un consenso che può essere anche silenzioso, ne favorisce la continuazione, la proliferazione. E nessuno è escluso, nessuno si salva. Un peccatore non è mai solo, e accanto all’uomo corrotto ce n’è un altro che tace, corrotto dal silenzio.
Vanagloria
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