Fantasmi

28 febbraio 2026

Mangio pizza per depressione; la dieta è la serenità mentale, non la perdita di tempo. L’orario, l’uscita da scuola, la voglia di morire o azzardare, azzerare tutto.
Fantasmi.

In realtà, forse nella mia lontana immaginazione siamo tutti morti nel bagno, durante una ricreazione, di un quinto anno di liceo. E poi abbiamo vissuto, senza sapere cosa esattamente: ci siamo forse laureati in medicina, dopo aver bevuto un sacco di alcol, nei pomeriggi inconsapevoli. E meno male che avevamo i nostri iPod Classic, i nostri MacBook bianchi; meno male che avevamo le nostre Moleskine per scrivere i nostri dubbi e i nostri dolori. Ma alla fine siamo morti, e non lo sapevamo. Siamo morti con tutti i dolori, con tutti i nostri dubbi.

Perdersi ancora, in un treno di ricordi, verso una strada che è la vita, e su questo non ci sono molte parole. Non ci sono molte attitudini, se non quella della disperazione di ricordare e ricordarsi che cosa era, almeno, la prima parte sincera e amorevole di una facoltà di lettere che poteva darti tanto; quel tempo e quella decisione che, in qualche modo, in quelle ore, dovevano farti fare due ore di lingua e due ore di letteratura russa. Sono un tipo solitario, come un blog solitario, come uno che deve partire per un Erasmus: sistema solo gli errori.

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La lotta tra il bene e il male.

31 dicembre 2025

Oltre all’esperienza democratica di questi ultimi mesi del 2025 — forse per nulla, forse dentro un’immensa riflessione quarantennale sul bene e sul male — il “vorrei” è molto più semplice.

Cosa abbiamo lasciato degli anni Duemila, mentre sono seduto con il mio MacBook bianco all’aeroporto di Berlino, nella speranza di prendere l’ultimo e faticoso aereo per Reykjavík, visto quasi come una necessità. È un po’ un misto di appunti scritti su una Moleskine nera, di concorsi, di parole, di qualche Casio silver e di altre necessità: come capire le vite degli altri, affacciato alla finestra della mia stanza di Bagheria, ad aspettare il tempo.

In questo scritto, quasi capitato per caso, in casa, nella cucina che forse non dimenticherò mai — perché è un po’ la fine del mio inizio — c’è uno scritto sugli anni Duemila, sul 2025 che finisce, sull’anno che patisce, sul mio tempo, su ciò che comunque un po’ ho lasciato; sul credere in me, sulla necessità di avere del tempo per me; sui libri che ho letto, su quelli che vorrei leggere e sulle regole che vorrei darmi, che vorrei dare alla mia vita; sul sistemare delle cose e non mollare mai. Non mollare perché voglio farlo per Koba, per la necessità di non arrendersi, culturalmente e politicamente.

In realtà, non ho spesso — o forse mai — creduto davvero nelle possibilità che ognuno di noi ha. E forse certe energie e certi deliri li prendi quando stai cadendo proprio in basso, nel più basso dei bassi, e procrastini nel delirante mondo delle sofferenze atomiche, senza realizzare il nulla più assoluto.

Mi sembra di aver trascorso il 2025 a testare me stesso e le mie energie, senza dubbio, con quella sofferenza e quei dolori abissali che spesso portano a lanciarsi nel vuoto di una canzone come Bliss. Sono stato molto perseguitato dai sogni che generano mostri e da sensi di infelicità, con sempre più frequente l’incubo — o sogno — di ritrovarmi al liceo: cose che non succedevano dai tempi in cui stavo male e sentivo la necessità di riprendere l’università. Spesso penso che ci sia una specie di sistema di protezione di questi pensieri, di queste improvvise escursioni asintomatiche che avvolgono me, me stesso.

C’è tanto da fare nel ’26. Io non so se esattamente ho fatto del bene; di sicuro dovremmo rimettere di nuovo in moto la macchina delle cose da fare: in ordine, in movimento, in attenzione. Dobbiamo esserci. Dovremmo esserci, sempre.

Lo stimolo nell’organizzare la vita, la necessità di fare questo, una frase che dice: “Dimmi dove, dimmi cosa sei, dai su, dimmelo”. Palestre cosmiche e debiti non scolastici; il silenzio del mondo così lontano, silenzi, voci, cose di un certo tipo. Fuga. Il non mollare come ulteriore stress dell’esserci, il “dobbiamo esserci per forza”.

Nel passato — che forse è la cosa più terribile che ricordo e che ho — si puntava sul livello dei famosi buoni propositi, che sono tutti falliti. Io quest’anno non avevo buoni propositi, ma in qualche modo, qualcosa l’ho seminato; qualcosa l’ho violato e inviolato. Qualcosa, diciamo, lo troveremo.

Inutile dirvi: buon anno.

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Villa

4 novembre 2025

Mi rendo conto, che il modo di raccontare le cose, il modo di scrivere le cose, semplicemente, cambia nel tempo, il semplice modo di ragionare e raccontare le cose. Umilmente non possiamo farci nulla, ma va bene così, potrà essere qualche nozionismo giustificato e cambiato, qualche momento necessario. Cambia il rapporto e il racconto delle cose. Cambiano le rate, il succo di frutta. Non si raccontano più certe cose. Sì è così, no non è così.

I fronti

1 novembre 2025

Assurdi, a volte, scrivere.
Ci sono momenti in cui uno si ritrova in un ostello a Bristol, magari in una tipica mattinata grigia, senza ansia, con una tazza di tè, disconnesso e connesso solo tramite le email di amici, vicini e lontani — forse più lontani che vicini — in una solitudine quasi piacevole, da diario, da professoressa che ti consegna un compito il giorno prima del tuo esame di Stato. I gelati, i compagni.
La disconnessione e la riconnessione delle cose più semplici della vita, del “nessuno scrive, nessuno fa”, del “nessuno ha un certo tipo di senso”.

Trovo dei riferimenti, come viaggi abbastanza complicati, come cose — cose come scrivere —, cose come i “fronti” che sono abbastanza complicati: come il nord, come il sud, come le cose che dovrei in qualche modo risolvere e non risolvo. Credo davvero che questa sia una delle battaglie più difficili della mia vita, proprio per le condizioni dei fronti: avanti, dietro, nella parte laterale.
Non sono abbastanza lucido per capire cosa realmente io stia facendo, cosa realmente stia trovando: l’attività del cosa, del dove, del come mai. La guerra nella fascia laterale.

Ti lascio le chiavi di casa, nella cosa più strana e complicata della mia — o della nostra — esistenza, forse in qualche quarto anno ripetuto di un liceo di provincia. Così, quando torni a casa, studi, ti fai i compiti, e magari dopo esci.

Mi lasciarono le chiavi di casa in un’ultima ora, mentre c’era il professore di storia e filosofia che, tra l’altro, proprio quel giorno non aveva voglia di fare nulla. E noi, un po’ disperati, un po’ disparati, attendendo l’inverno del 2002 che cavalcava il 2003, eravamo lì a ripetere ciò che non avevamo capito del quarto anno di un liceo scientifico.

Eppure quello era un piccolo fronte di guerra della mia vita che, in qualche modo, tra destini incrociati e incomprensioni, abbiamo saltato. Quell’anno mi ritrovai con una sottospecie di compagno di classe; perse di nuovo l’anno, ma il resto della storia è così complicato che vorrei evitare di raccontarlo.

Diciamo che, a quarantun anni, e a distanza di tutti questi anni, queste battaglie — queste memorabili battaglie — sono davvero uniche e incredibili. I fronti nella mia vita sono sempre stati tanti, ma adesso sono troppi.
Per non morire e per non soffocare, in qualche modo si deve cantare.

Cantare nelle sabbie mobili.

Adoro gli aeroporti di mattina. Cerco sempre voli del mattino e, bevendo un tè, aspetto il mio volo che da Londra mi porta a Reykjavík. Posso in qualche modo comodamente dormire in aereo, magari ascoltando un album dei Sigur Rós che ho messo in una SD e che, in qualche modo, un vecchio BlackBerry riesce a riprodurre.

Spesso non ci siamo resi conto che la non-semplicità ci ha totalmente ucciso.
Avevamo una specie di rincorsa verso tutto quello che, a un certo punto, abbiamo ritenuto non necessario. Ci siamo abbracciati per vent’anni di tutto quello che non era necessario, e lo abbiamo fatto nostro.

Dovremmo anche chiederci perché, ma adesso non importa. Dovevamo in qualche modo prenderci cura di altri interessi, ma abbiamo vissuto una grande illusione: non avevamo idea di fare o voler fare sacrifici. Non credevamo tanto nelle nostre capacità culturali e politiche. Eravamo la rana dentro l’acqua tiepida di Piero Angela — la pentola di Piero Angela.

Ed ora continuiamo, in qualche modo, queste battaglie da diversi fronti, e speriamo almeno di riuscire a sistemare un po’ di cose. La vita è una battaglia, e noi non ci possiamo fare nulla.
La vita è una continua battaglia. Io non so se, a un certo punto, sentirò o respirerò l’aria di pace, di cose suppergiù sistemate.

Spesso si parla di qualche riferimento, nel passato. “Dimmi: quando stavi bene?”
Dimmelo? Cosa ti devo rispondere? Era un tempo così lontano… ma così lontano.
L’alternativa è la tipica frase: “Vedi ciò che ti circonda.”

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«Sì, ti presto il portatile.»

28 agosto 2025

Appunti secchi e tesi

In ferie da cosa, direbbe qualcuno maldestro. Una cosa all’antica: tenere un MacBook bianco sulle gambe mentre si ascolta iTunes, brani scaricati da almeno vent’anni, da una vita fa. La fine dell’estate o la fine di agosto è un po’ come il compleanno o la fine dell’anno: quello stacco che contiene tutti i buoni propositi, proposti. E non contiene nient’altro. Poi non conteniamo niente.

Più che buoni propositi, magari una lista. Una delle tante di questa inutile vita, valida solo per migliorare qualcosa, per qualche appunto. Poi niente più. Seguiamo questa lista solo per qualche appunto, secco e teso, che riguarda schermi organizzativi, perché organizzarsi è molto importante.

E sì, chiediamocelo: qual è la nostra età? Eternamente vivere nella speranza che le cose si sistemino, che arrivino una sorta di miracoli. Mentre aspetto il weekend, mentre non accelero nei progressi, mentre rimango dal finestrino ad osservare il tempo che passa, il tempo che suona qualcosa.

Certe cose mi fanno bene. Certe cose fanno bene.

Un tempo, ormai pian piano lontano, si stava anche meno al pc. Non tutti avevano un portatile, in realtà non molti avevano un tablet. Si stava meglio o si stava… questo non mi è dato saperlo. Però anche lì non c’era questa frenesia di stare per forza online.

Dovremmo limitarci di più a qualche crescita emotiva, culturale, intellettuale. Dovremmo noi, tutti. Può darsi, o può essere, sforzarci di rimanere disconnessi. Io penso che la maggior parte dei leader, o la maggior parte di un certo mondo, abbia — ahimè — la fortuna, non in maniera obbligatoria, di connettersi e disconnettersi.

Viaggiatori del passato, zaino e provenienza dalla Francia, più sguardi verso le cose. Telefono senza social, sinceri sms anche difficili. Portatiloni grandi e grassi, con qualche volta Skype. Chiedere favori per usare il portatile, perché ogni tanto si legge qualche email. Email non urgenti. Tempo dilatato. Oppure si scrive qualche email. Ma non c’era fretta, tra il 2009 e il 2010.

«Sì, d’accordo, usa il mio portatile per richiedere online un visto per entrare in Australia.»

Non dobbiamo stare per forza su Facebook. Possiamo stare su MSN. Possiamo stare su qualche trillo. Possiamo sapere che la sera, dopo cena, dopo un certo orario, possiamo chattare. Ma chattare significava stare seduti alla scrivania, con il pc o il portatile aperto, e poi dire, o scrivere, buona notte. Perché materialmente si spegneva la tecnologia.

Adesso la tecnologia è a letto con noi. E si perde tanta, ma tanta magia.

«Sì, ti presto il portatile.»

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Photo by Andrew Neel on Pexels.com

Morire, forse, disperati

14 luglio 2025

Vorrei, o vorremmo, avere un BlackBerry Passport per scrivere delle cose, per postarle poi da un balcone disperato, in una finestra di fronte, e dirci che, in realtà, non vorremmo mollare, e vorremmo crederci.
E poi, e poi vorremmo tutte le cose più belle di questo mondo.
Di questa confusione antica che non ci lascia mai.
Nell’immensità dei segreti di Stato, nell’immensità di tutte quelle cose che uno scrive, che uno dice, che uno pensa.
E poi, e poi l’unica speranza che mi lascio è quella di non necessariamente mollare, per morire disperati.
Un’infinita discesa, e l’ansia travolge e ci travolge, ed a quel punto si sente quasi l’esigenza di non morire necessariamente disperati, di non sentire necessariamente la voglia di volare per poi perdersi.
Avremmo la necessità di sentire, qualche volta, dei risvolti positivi in alcune cose.
Attendere almeno una mano d’aiuto.
Attendere il nero più fradicio di questo mondo.
Ci siamo quindi, spesso, scritti.

Non si muore per la gioia, perché ci si deve comunque credere che si possa trovare una strada.
Ma si pensa spesso che, non proprio la morte, ma la tragedia, possano trovare spesso spiegazioni.
Ci si trova spesso, quasi, davanti a qualche situazione finale.
Qualche situazione dove si deve, per forza di cose, morire.
O morire disperati.
O disperati, o alla ricerca di soluzioni finali.

Le cose forse potevano essere più semplici, ma si sono rivelate molto più confuse, molto più confusionarie.
Non so, in realtà, quale potrebbe essere quella che spesso definiamo soluzione, organizzativa o meno.
Una volta, o spesso meno di una volta, dovremmo reagire.
Lo stiamo facendo.
Per un senso di pietà, almeno per adesso, per non morire. Mai.

I problemi cambiano come i vestiti, come i corpi, come le soluzioni che non troviamo.
Oppure che troviamo.

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Il caffè, sotto il sole, intorno al 2011.

11 Maggio 2025


L’interminabile MacBook bianco, che in qualche modo ti fa compagnia, un caffè quasi pensando allo Sve, a quando prendevi un caffè con Charlotte, a quando in qualche modo il sole ti baciava.
La domanda di un quarantenne, delle volte, dovrebbe essere diversa. Dovrebbe includere la frase: che fare?
E adesso dove dovremmo andare? Io non so se esattamente ho fallito, se ho commesso degli errori, degli orrori, delle responsabilità inimmaginabili. Io non so, e sarò onesto — come quella tendenza a: cerca di non morire disperato.
Il caffè che ti sveglia, altre cose che fingiamo di non accorgerci: il dandysmo, l’alcool, la paura — necessariamente — di usare stupefacenti, i problemi dei lacci delle Converse viola, racconti, podcast, situazioni balenanti.
La cosa più bella del mondo la devo cucire, procrastinare, divulgare, trovare ruspe, soluzioni.
Cosa ti fa non svegliare al mattino?
Cosa ti motiva a svegliarti al mattino?
Quale soluzione ancestrale, sotto forma di imbuto critico? Quale abbraccio? Quale sentirmi e sentirsi male?
Quale arrendersi? Quale perplessità?
Quale momento di chiudere, quale rosario britannico, quale isolamento perverso.

Il caffè, sotto il sole, intorno al 2011.


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Dentro dei lettori Cd

31 marzo 2025

E che alla fine, a me la solitudine piace.
Il silenzio, le cose da fare e da non fare.
La trovo quasi piacevole.
Perché alla fine, con la solitudine ci ho vissuto.
Rimasto ad ascoltare solo un lettore CD,
un Nokia 3330 che non squillava mai.

Ero al centro di un’attenzione non riconosciuta,
al centro di un universo — ma ero solo,
forse l’uomo più solo del mondo.
Da tempi così lontani.
Da tempi ancora più lontani.

Spesso qualcuno, o qualcosa,
non ha bisogno di tanto,
ma solo di molto poco.

La solitudine di Fabrizio De André.
La solitudine di Franco Battiato.
La solitudine di Edoardo Sanguineti.
La solitudine di Molotov.
La solitudine di Gianni Minà.

La mia solitudine,
per anni scritta nelle Moleskine,
per anni ascoltata nei lettori CD,
nelle memorie dei telefoni,
mentre mi addormentavo,
solo per far passare il tempo.

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Il non sbagliare.

31 marzo 2025

L’importante è fermarsi. Nella lentezza, magari, di alcune giornate no.
E spiegarsi perché uno sta così male. Sempre pronti a ripartire,
perché c’è bisogno di una pausa per ripartire: cantare e riconsiderare,
oltre che ballare scoordinato.

A certe cose ci arrivo dopo, come gli anni che ho atteso per un MacBook bianco,
per una BlackBerry Bold.
“Dovrebbe mancarti solo l’idea”, direbbe Grignani.

Si sta in silenzio, come quelle volte chiusi nella propria stanza,
ad aspettare.
Aspettare cosa? Qualcosa da sbloccare, o da sboccare.

Mentre… mentre non c’è nulla.
Eterno o antipatico, senza uscita,
senza solitudine,
senza voglia di fare assolutamente nulla,
senza dividere il cuore.

Fermarsi per ripartire.
Per azzerare una stanchezza che mi porto dietro
senza aria né acqua,
con una fame nervosa,
e la paura di dimenticare.
Dimenticare questi legami che ho con il lontano.


L’OROLOGIO DEL 1998

17 marzo 2025

Porto al polso un orologio che ha smesso di vivere nel 1998. Non è solo un cimelio: è una macchina del tempo ferma a un bivio, un simbolo di anni che non siamo mai riusciti a lasciarci davvero alle spalle. Penso a chi rimanda i viaggi, a chi vorrebbe mollare tutto ma non sa più cosa sta trattenendo. Siamo la “generazione del weekend”, dicono: viviamo sospesi tra un lunedì che temiamo e un sabato che non sappiamo più come riempire. Cosa inseguivamo, allora, in quei weekend del ’98?

Qualche giorno fa ho cambiato la batteria. L’orologio si è svegliato di colpo, come se avesse fretta di recuperare il tempo perduto. Lui sa cosa fare: ticchettare, segnare i minuti, avanzare. Noi invece siamo come automobili ferme al semaforo: motore acceso, ma nessuna destinazione in mente. Abbiamo imboccato stradine laterali piene di fango: discussioni che girano a vuoto, promesse che si sciolgono al primo sole, domande a cui rispondiamo con altre domande.

Eppure, Lenin aveva ragione: «Ci sono decenni in cui non accade nulla, e settimane in cui accadono decenni». Forse questo orologio, congelato nel ’98, custodisce un segreto: il tempo non è una linea retta, ma un’arma. I bolscevichi non aspettavano il weekend: strappavano gli orologi dal muro per dimostrare che la storia può essere forzata, accelerata. Noi? Siamo troppo educati. Lasciamo che il tempo ristagni intorno a noi, come acqua putrida. Troppo scettici per credere alle rivoluzioni, troppo orgogliosi per fingere di accontentarci.

Lenin diceva anche: «Rimandare è morire». Ma l’orologio, dopo 25 anni di silenzio, ha ripreso a ticchettare. Testardo come una sirena d’allarme in una fabbrica abbandonata. Forse non siamo fatti per aspettare in eterno. Forse la dignità, come il proletariato di un tempo, ha bisogno solo di una scintilla: un motivo per riaccendere i motori spenti e trasformarli in passi.

Non siamo rotti.
L’orologio lo dimostra: basta una pila nuova per farlo resuscitare. Ma non siamo neppure di cartapesta: non sorridiamo finti pur di andare avanti. Preferiamo restare in panne, ma con le ruote pulite. L’orologio corre. Noi aspetteremo, ma non come statue. Come polvere da sparo: asciutta, silenziosa, in attesa che qualcuno accenda la miccia.

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