Da chiosa nasce chiosa – 1.160.

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Oggi stiamo sul leggero, abbandonando atmosfere di contaminazione e sperimentazione, per parlare di un gruppo americano, i Doobie Brothers, che riscosse grande successo, negli anni settanta, con il suo rock blues di facile ascolto, ma non banale. Inanellarono un bel po’ di hit con il loro stile, che ricorda un po’ quello degli Eagles, fino alla svolta soul, con il disco Takin’ It to the Streets, del 1976, dopo il quale, personalmente, ho perso le tracce della band.

Il primo album di grande successo fu The Captain and Me, del 1973, sostenuto da una buona energia e da ottime performance live. La vera chiave del successo, però, fu il brano Long Train Running, che trainò il disco nei piani alti delle classifiche di vendita.

Long Train Running è facilmente riconoscibile per il riff di chitarra, i cori, l’armonica e il ritmo trascinante. Un brano storico degli anni ’70, nato come riempitivo strumentale nei concerti e divenuto, con un testo appropriato e arrangiamenti azzeccati, un pezzo immortale. Il treno che corre rappresenta l’esistenza, nel corso della quale si susseguono dolori e, poche, gioie. L’unica forma di resistenza è l’amore. Infatti, il ritornello ripete: “Without love, where would you be now, without love” (Dove saresti ora senza amore?).

Niente di nuovo, niente di sofisticato, ma, comunque, un classico del rock.

Long Train Running – The Captain and Me – Doobie Brothers

Inter – Atalanta  1 – 1

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Un’Inter non al meglio, ma comunque complessivamente superiore per cifra di gioco e occasioni create, viene presa a manganellate dagli arbitri di campo e dal var e vede sfumare una vittoria sofferta, ma legittima. Dopo il rigore non concesso nel derby, altri episodi arbitrali “sfortunati” costano dei punti ai nerazzurri milanesi e fanno riaffiorare i fantasmi della scorsa stagione, quando alcuni errori furono determinanti per la mancata conquista dello scudetto. L’Inter, non da oggi, sembra stanca, continua a sprecare palle gol, ma ha avuto una leggera supremazia territoriale e un maggior numero di occasioni, per cui la vittoria non sarebbe stata immeritata e solo le scellerate decisioni dell’arbitro Manganiello hanno impedito ai ragazzi di Chivu di portare a casa i tre punti. Il regolamento non prevede che partite non giocate benissimo non si possano vincere e, se ciò non è avvenuto, la responsabilità è del gruppo arbitrale, che ha convalidato il pari atalantino, all’82°, viziato da un fallo su Dumfries, e non ha rilevato un evidente rigore, su Frattesi, cinque minuti dopo.

Chivu parte senza i lungodegenti Lautaro e Calhanoglu e deve rinunciare anche a Bastoni, per l’infortunio patito nel derby. Il tecnico nerazzurro schiera Sommer tra i pali; Bisseck, Akanji e Carlos Augusto in difesa; il rientrante Dumfries e Dimarco sugli esterni; Barella, Zielinski e Sucic a centrocampo; Esposito e Thuram in attacco. Il primo tempo vede l’Inter prevalere, nel gioco e nel punteggio, grazie al gol di Pio Esposito, al 24°, che trafigge un non ineccepibile Carnesecchi, con un diagonale da sinistra. I nerazzurri milanesi non riescono a concretizzare l’evidente predominio.

Nella ripresa, l’Atalanta si fa più intraprendente e attacca, alla ricerca del pari, ma sono dell’Inter le occasioni più nitide, sprecate per un nulla. Quando la partita sembrava incanalata verso una vittoria interista, arriva il pari atalantino: Sulemana spinge Dumfries, che era in vantaggio, riconquista il pallone e tira. Sommer respinge, ma sui piedi di Krstovic, che segna a porta vuota. L’Inter si butta in avanti, alla ricerca del gol, che non trova, anche per il rigore non concesso da Manganiello. L’Atalanta strappa un punto al Meazza e l’Inter proclama il silenzio stampa.

Le pagelle: Sommer 6; Bisseck 6,5; Akanji 6; Carlos Augusto 7; Dumfries 6,5; Barella 6; Zielinski 6,5; Sucic 6; Dimarco 5,5; Pio Esposito 6,5; Thuram 5,5. Tra i subentrati: Mkhitaryan 6; Luis Henrique 6; Bonny 6; Frattesi 6; De Vrij 5,5. Alcuni cambi di Chivu non li ho capiti.

L’Inter non appare nel suo momento migliore, i risultati non arrivano e il vantaggio in classifica, verosimilmente, si assottiglierà. È il momento di stringere i denti e recuperare condizione e infortunati. Speriamo si interrompa la striscia di errori arbitrali, che dà la sensazione che vogliano far pagare all’Inter l’episodio favorevole dell’espulsione di Kalulu. Il vantaggio in classifica è ancora rassicurante (do per scontato che il Milan vinca a Roma, contro la Lazio), ma i margini di errore sono ormai ridotti e occorre riprendere al più presto a marciare a regime.

Da chiosa nasce chiosa –  1.159.

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Quando si criticano le sue azioni criminali, l’obiezione dei filosionisti è che Israele è una democrazia (a parte apartheid, detenzioni senza capo di imputazione, espropri illegittimi, limiti alla circolazione, vessazioni contro arabi e cristiani). Quando è venuta fuori la storia, documentata da video inoppugnabili, dello stupro di gruppo, da parte di alcuni soldati dell’Idf, ai danni di un prigioniero palestinese (costole rotte e perforazione del retto, dopo che lo avevano deflorato con un manico di scopa) ed era stata aperta un’inchiesta, qualcuno aveva detto: “Visto? Israele è una democrazia e, se c’è un reato, fanno le inchieste per accertarlo e punire i colpevoli”.

Due giorni fa, l’avvocato generale militare israeliano ha archiviato tutte le accuse, con la motivazione che i filmati e i referti non sono sufficienti a provare gli abusi e a giustificare una condanna e che la vittima è tornata a Gaza, dove subisce i bombardamenti, nonostante la “tregua”, e non può testimoniare. I militari, autori delle sevizie, ricevono le congratulazioni di Netanyahu e il ministro della difesa, Katz, dice che giustizia è stata fatta e dà il benvenuto alla decisione del procuratore militare, che ha protetto e salvaguardato i soldati dell’Idf, che agiscono con eroismo (a colpi di stupri collettivi) contro i mostri crudeli.

Ma c’è di più: il ministro delle finanze, Smotrich chiede il processo per la procuratrice che aveva consentito la pubblicazione del video che documentava gli abusi. Un processo per aver permesso che fossero diffuse le prove. I soldati israeliani possono stuprare, purché le vittime siano palestinesi.

I militari sono stati accolti con fragorosi applausi in tribunale, durante la comparizione, e gli sono stati tributati grandi onori e festeggiamenti pubblici, dopo l’archiviazione. Il presidente della corte aveva dovuto sospendere l’udienza, dopo che erano volati grida e insulti contro i magistrati che dovevano giudicare i militari. Chi tortura e sevizia un essere umano (organizzazioni umanitarie internazionali denunciano da tempo queste pratiche, che avvengono con criminale frequenza) viene considerato un eroe, da assolvere e portare in trionfo.

Capisco che il concetto di democrazia è sempre più svalutato, ma attribuire lo status di paese democratico a Israele è, sempre più, una palese falsificazione. Per di più, tra qualche tempo, questa affermazione potrebbe configurare un reato, per i provvedimenti dei democratici Del Rio e soci.

Da chiosa nasce chiosa – 1.158.

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Non ci si capisce più niente. Prima un intervento, al Senato, moscetto e inconcludente, ma abbastanza istituzionale, poi l’escalation, alla Camera, in stile comiziaccio, infine le telefonate ai leader dell’opposizione, per aggiornarli sull’evoluzione della guerra in Iran.

Un appello all’unità delle forze politiche sulla crisi iraniana, dopo aver sparato a zero sulle opposizioni, Meloni lo aveva fatto, incontrando, però, lo scetticismo delle formazioni progressiste, che avevano ancora presenti i fallimentari confronti su salario minimo e consenso delle donne. La risposta della premier conteneva l’ormai solito vittimismo: “Ho fatto un appello, sincero e pubblico, al quale l’opposizione ha risposto con accuse, ironie e perfino insulti personali”. Peccato che, poche ore prima, il capogruppo Pd al Senato, avesse manifestato disponibilità al confronto e all’agire comune.

Come si può chiedere l’unità, su questioni particolari e cruciali, alle opposizioni,  continuando ad agitare la clava (cit. Schlein)? In ogni caso, credo che il confronto e l’unità, su aspetti fondamentali per il Paese, siano positivi e vadano ricercati. Bisognerebbe, però, essere chiari su quanto si dovrebbe andare a sostenere. Non si può ignorare la grave violazione del diritto internazionale, da parte dell’asse Usa-Israele, affermare un flebile “non entreremo in guerra” e non essere chiari sulle concessioni delle basi e dello spazio aereo, non individuare, incentivandole, alternative all’acquisto del sempre più caro gnl americano (mentre altri paesi ottengono il 65% dell’energia da fonti rinnovabili e hanno una bolletta energetica dimezzata, rispetto alla nostra) e chiedere unità su queste basi.

Probabilmente, al governo si rendono conto che la situazione è grave e che il solito cerchiobottismo non può funzionare. Non sanno che pesci prendere e, allora, cercano di coinvolgere tutti. Ma senza scelte coraggiose,  nell’interesse degli italiani e nel rispetto delle regole, potranno, al massimo, trovare supporto in Calenda e Renzi. Se vogliono continuare a “strisciare per non inciampare” (cit.), lo facciano da soli. Quando hanno progettato la riforma costituzionale della magistratura, per asservirla all’esecutivo, realizzando i piani di Gelli e Berlusconi, non hanno ricercato intese e mediazioni.

Da chiosa nasce chiosa – 1.157.

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Ieri, al Senato, la Presidente del Consiglio ha riferito sulla linea del governo sulla crisi in Medio Oriente, dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran. Nessuna sorpresa: solito discorso cerchiobottista, infarcito di letture di comodo della storia, dimenticanze sulle responsabilità di una situazione che creerà grossi problemi all’Europa (e al nostro Paese, in particolare), ambiguità sulla concessione dell’uso delle basi americane e del nostro spazio aereo, oltre che dei soliti attacchi ai giudici (che applicano le leggi europee per gli immigrati che chiedono asilo e che non possono essere rimpatriati se si trovano nei canili albanesi) e della usuale e stantia demagogia (tasseremo di più chi specula su gas e petrolio, cosa irrealizzabile).

D’altra parte, la cosa non fa più notizia e non c’era da aspettarsi niente di diverso. Anzi, è già tanto che abbia parlato di violazione del diritto internazionale per l’attacco all’Iran e condannato il bombardamento della scuola, nel quale sono state uccise oltre 150 bambine, pur guardandosi bene dal nominare gli autori del massacro.

Il fatto più eclatante ha visto il presidente del Senato dare del coglione a un senatore del Pd (tralasciamo il “porca pu…na”), reo di aver mostrato troppa animosità nel corso del dibattito. Già prima del fattaccio, lo stesso La Russa aveva definito, in senso sprezzantemente ironico “un interventone” il discorso del capogruppo del M5S.

Un comportamento gravissimo, che squalifica le istituzioni e fa sorgere gravi dubbi sull’adeguatezza al ruolo di seconda carica dello Stato del senatore La Russa. Se già il suo passato di orgoglioso militante neofascista (chissà se ha spostato, in un luogo più discreto, il busto di Mussolini) era in contrasto con la natura democratica e antifascista della nostra Repubblica, questa “performance” offende la dignità delle nostre istituzioni ed esprime una cafoneria mai mostrata prima da alcuna carica dello Stato. La giustificazione biascicata dal presidente del Senato è una toppa peggiore del buco: “si trattava di un borbottio rivolto a me stesso” (si è dato del co…ne da solo. Contento lui…).

Oltre all’inadeguatezza, anche la cafoneria è la cifra di questa maggioranza, in linea con il padrone di oltreoceano, che parla di baci sul deretano (anche se è sempre meglio del divertimento che prova a vedere annegare i marinai di una nave affondata). Che La Russa fosse poco adatto al ruolo lo sapevamo già. La cosa avrebbe dovuto essere nota ai diciotto senatori dell’opposizione (si fa per dire) che hanno permesso la sua elezione.

Da chiosa nasce chiosa – 1.156.

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Il due di picche lo ha preso Tommaso Cerno, all’esordio della sua omonima striscia (propagandistica) pomeridiana su Rai 2. La prima puntata, ha ottenuto uno share ridicolo, abbassando la quota media della rete e facendo registrare un dato molto inusuale: lo share è salito durante la pausa pubblicitaria, come se il pubblico preferisse gli spot, rispetto al programma. Non sono così masochista da stare a sentire Cerno e non posso giudicare,  anche se un’idea ce l’ho, ma i dati sono un esempio lampante della mala gestione del servizio pubblico televisivo sotto il governo Meloni.

Come testimoniano la giubilazione di professionisti del video, considerati scomodi, ma che portavano ascolti e inserzioni pubblicitarie, e i bastoni tra le ruote messi continuamente agli ultimi moicani, come Ranucci, l’occupazione del servizio pubblico è schiacciante e privilegia la fedeltà alla narrazione governativa, anche a scapito degli ascolti e della conseguente resa economica.

Per il governo, si tratta di un’operazione win-win, con la quale si mettono a tacere i non allineati e si fa propaganda (pur con bassi ascolti) e, contemporaneamente, si spostano telespettatori verso altre emittenti, tra le quali quelle della galassia berlusconiana, organiche alla maggioranza. L’unico a perderci è il contribuente, che paga il canone e ottiene un servizio pessimo.