Miopie dell’Europa

Riportiamo qui di seguito, grazie alla cortese autorizzazione concessaci dall’amministrazione del sito web Liberi di Scrivere, il testo dell’intervista che il nostro collaboratore Gaetano Colonna ha rilasciato lo scorso 28 febbraio, a cura di Nicoletta Iannone.

Grazie professore di averci concesso questa intervista che si ricollega a quella che ci ha concesso nel marzo del 2023. Parleremo sempre di Ucraina, e più nello specifico delle conseguenze di questa guerra per l’Europa e più in generale sui cambiamenti, repentini e per un certo verso imprevisti, sull’Ordine Mondiale. Inizierei con il fare un bilancio su questi ultimi tre anni di guerra, a partire dall’ingresso delle truppe russe in Ucraina nella cosiddetta “operazione militare speciale”.

Dunque nell’ottica di Mosca l’Ucraina come ex repubblica sovietica rientrava a pieno titolo nelle sfere di influenza della Russia. Dal punto di vista russo era dunque più che legittimo intervenire per riportare all’ordine una “repubblica ribelle“, troppo protesa verso l’Occidente?

Non credo si debba parlare di repubblica ribelle. La preoccupazione della Russia è nata dalla ripetutamente minacciata adesione dell’Ucraina alla NATO. Poi dagli accordi economici tra Unione Europea e Ucraina sullo sfruttamento delle risorse minerarie dell’Ucraina: infatti, nel luglio 2021, l’allora vicepresidente della Commissione europea Maroš Šefčovič incontrò a Kiev il primo ministro ucraino Denys Shmyhal, per sottoscrivere il partenariato strategico sulle materie prime ucraine.

Nel novembre 2021, ad esempio, la European Lithium Ltd. di Vienna (società di esplorazione e sfruttamento minerario) creava una joint venture con la Petro Consulting Llc (azienda ucraina basata a Kiev), che dal governo locale aveva ottenuto i permessi per estrarre il litio da due depositi (Shevchenkivske nel Donetsk e Dobra, nella regione di Kirovograd), vincendo la concorrenza della cinese Chengxin.

Uniamo a questo la discriminazione politico-culturale e la durissima repressione poliziesca attuate dall’Ucraina dal 2014 nelle are russofone orientali, che avevano provocato una situazione di conflitto civile, con migliaia di caduti, civili compresi: la Federazione Russa non poteva accettare quest’azione da parte del governo ucraino.

Questi tre elementi, uniti alle avventate affermazioni di Zelensky, alla Munich Security Conference (MSC) nel febbraio 2022, sulla sua volontà di cancellare gli accordi internazionali sulla denuclearizzazione dell’Ucraina, hanno spinto la Federazione Russa ad un’azione di forza che, come ho scritto su clarissa.it, non mirava all’invasione dell’Ucraina ma al rovesciamento di Zelensky ed alla sua sostituzione con un governo favorevole a Mosca: operazione fallita grazie, a mio avviso, ad una contromossa di deception (inganno) secondo me pilotata dai servizi di intelligence britannici – cosa al momento ovviamente non dimostrabile.

Trump, scavalcando l’Europa, e per chiudere al più presto questa guerra ha iniziato un canale diretto con Mosca. Abbiamo visto i colloqui di Riad, il voto congiunto con la Russia all’ONU, la firma di Zelensky sul trattato per la cessione delle terre rare come indennizzo dell’aiuto ricevuto (n.d.r l’accordo non è stato firmato dopo scontri verbali nella Sala Ovale). Tutto sta evolvendo molto rapidamente verso un cessate il fuoco, una tregua e l’inizio dei trattati di pace. Una pace “imposta” dagli Stati Uniti con queste modalità, ha speranza di essere duratura? Che scenari si aprono per il futuro?

Lo scenario è quello che caratterizza la storia europea dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Stati Uniti e Russia hanno di fatto dominato la storia del continente. Il crollo dell’Unione Sovietica ha messo in momentanea crisi la Russia, crisi di cui l’Occidente atlantico ha creduto di poter approfittare, allargandosi fino ai confini della Russia. Trump non sta facendo altro che provare a ricostituire il condominio USA – Russia in Europa, con la speranza di staccare la Russia dalla Cina.

L’Unione Europea sta dimostrando di essere quello che è sempre stata: un’entità nata ad opera di un gruppo di tecnocrati e finanzieri, che hanno concepito un progetto di natura economica, privo di una forza ideale condivisa dai popoli. Per questo è ridicolo, ad esempio, parlare di una difesa europea: per difendere cosa? La BCE? L’euro? La Commissione europea mai eletta democraticamente?

La conferma viene dal fatto che il Paese che in questo momento sembra avere assunto la guida della “opposizione” a Trump è la Gran Bretagna, che difficilmente arriverà ad un scontro con gli Stati Uniti d’America… Né FranciaGermania, a mio parere, hanno al momento classi dirigenti in grado di smarcarsi dagli Usa. Non a caso, quando si parla di difesa europea, si finisce poi nella NATO: una realtà che senza gli Usa non avrebbe alcuna consistenza sul piano militare, anche perché fin dal 2003 l’Unione Europea le ha delegato la propria difesa.

Dunque verranno progressivamente tolte le sanzioni, riaperte regolari relazioni diplomatiche, riaperte relazioni economiche stabili, revocati i mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di Vladimir Putin per crimini di guerra in Ucraina? Cioè con un colpo di spugna tutto verrà azzerato come se non fosse mai successo? Non le sembra piuttosto surreale? L’Europa è pronta ad accettare tutto questo? E soprattutto la popolazione ucraina?

Gli Stati Uniti non si sono mai fatti problemi del genere. Trump poi aveva mantenuto relazioni tanto strette con la Russia da rischiare un procedimento giudiziario a suo carico, nelle precedenti elezioni.

Gli Stati Uniti hanno spesso abbandonato alleati, che si erano spesi in termini di uomini e di sangue: Vietnam del Sud, Iraq, Afghanistan ce lo raccontano. Ho spesso detto ad interlocutori ucraini di stare attenti agli Usa, e loro ne hanno sempre convenuto con me. Ora, per Trump come per qualsiasi altro presidente statunitense, non sarà certo un problema imporre all’Ucraina condizioni giugulatorie per chiudere la partita.

Il problema semmai sarà per quei Paesi dell’Unione Europea, Italia in prima fila, che, forse ignorando la storia degli ultimi due secoli, si sono sbracciati in difesa dell’Ucraina: una difesa, non ci dimentichiamo, consistita in tante parole, tanti soldi e tante armi, ma nessuna seria iniziativa diplomatica per arrivare ad un accordo russo-ucraino – pur consapevoli che Donbass e Crimea sono storicamente e culturalmente russi.

Eppure gli Europei avrebbero dovuto pensare all’importanza di mantenere buoni rapporti con una Russia che, almeno dal mio punto di vista, è un Paese europeo prima che asiatico. Un corretto rapporto con la Russia non è quindi solo questione di risparmiare sui costi energetici, ma di realizzare una vera identità europea: una identità che storicamente accomuna genti neolatine, germaniche e slave. Perché allora dovremmo tenere fuori la Russia, considerarla il nemico, come si è predicato negli ultimi decenni?

La Germania, motore dell’Europa, è in recessione, alla luce delle ultime elezioni che scenari si aprono per la tenuta dell’Unione europea? Prevarranno gli interessi nazionali di ogni singolo stato con l’avvento di governi sempre più sovranisti? Il sogno europeo è definitivamente tramontato? Cooperazione, progresso comune, crescita condivisa sono concetti sempre meno popolari?

Il sogno europeo rimane tale fintantoché viene concepito non in relazione ai popoli ma viene evocato dalle classi dirigenti di obbedienza atlantista; quelle che hanno costruito una istituzione non democratica, verticistica e burocratica, che ha cercato di regolamentare tutto senza tuttavia essere mai riuscita nemmeno a varare una propria costituzione – un aspetto di cui ci si dimentica spesso.

Io mi auguro che, dalla scossa che l’elezione di Trump sta provocando, con la sua impostazione rozzamente mercantile, possa maturare una presa di coscienza dell’Europa: ma tale presa di coscienza presuppone la formazione di nuove classi dirigenti nei nostri Paesi, ispirate da ideali diversi da quelli del capitalismo finanziario occidentale, che ha impoverito famiglie e disseccato coscienze in tutto il mondo. Non vedo ancora all’orizzonte traccia di simili classi dirigenti di ricambio. Esse vanno costruite da zero.

Non può esistere infatti cooperazione fra i popoli e le nazioni dove solidarietà, equità e libertà di spirito sono soffocate.

L’Ordine Mondiale sta cambiando a una velocità vertiginosa, i conservatori stanno mietendo successi, l’ultradestra avanza, le sinistre sono in affanno. Come valuta questa congiuntura nell’ottica di una convivenza pacifica tra popoli e stati?

Francamente non credo che ci sia da preoccuparsi della politica, coi suoi schieramenti oramai intercambiabili. Abbiamo visto che le destre, i centri e le sinistre lasciano il tempo che trovano; i partiti non sono portatori né di idee né di ideali, ma al massimo di interessi.

Credo che si debba ripensare il cambiamento: questo non può venire dalla politica come oggi intesa, ma da una rivoluzione culturale, che presuppone la spinta di impulsi interiori nelle persone. È questa la sola speranza per avere una pace fondata sulla giustizia – non quella retoricamente predicata da decenni, mentre infuriavano i più brutali conflitti della storia: basti vedere cosa è successo in Palestina…

Da storico come valuta questo momento storico? Stiamo assistendo a un tramonto dell’Occidente, paventato da alcuni, in favore di economie e stati emergenti in un mondo multipolare sempre più frammentato?

L’Occidente del capitalismo finanziario è ancora egemone; domina il mondo, come se non più di prima. È riuscito a cancellare non solo il proletariato ma anche la borghesia (povero Marx!): lo sfruttamento oggi è talmente generalizzato e introiettato che vi partecipiamo attivamente, offrendoci spontaneamente al marketing globale che signoreggia incontrollato – basta pensare ai social, o allo spamming telefonico che ci bombarda quotidianamente.

Certo, emergono forze, per altro non nuove alla storia, come India e Cina, che, non lo dimentichiamo, ancora nel mondo del XVIII secolo erano le aree tecnologicamente ed economicamente all’avanguardia. Ma, per quanto siano in crescita, sono legate a doppio filo alle grandi forze finanziarie del capitalismo occidentale. Per cui andrei molto cauto nel parlare di multipolarità, in una globalizzazione economica controllata da una ristrettissima oligarchia di operatori mondiali, che non a caso chiamano se stessi master of the universe, cioè i padroni del mondo. Effettivamente lo sono.

La vera novità, mi sento di dire, è il livello di coscienza che tutti noi dovremmo conquistarci, per vivere ogni giorno consapevolmente nel mondo che ci circonda, ed agire per il cambiamento: un livello di coscienza che per esempio lo studio della storia potrebbe aiutare ad acquisire.

Invece tecnologia, sistemi educativi, media fanno sempre più solo puro intrattenimento: per farci dimenticare noi stessi, i problemi individuali e quelli collettivi. Posso ripetere anche qui allora quello che sono andato dicendo ai miei studenti: studiate la storia, siate consapevoli. Ma la consapevolezza raramente è divertente: e oggi sembra che l’unico diritto-dovere rimasto alle persone sia quello di divertirsi.

La NATO e noi

Ho concluso i corsi di storia contemporanea, due gruppi di studio molto stimolanti e molto diversi fra loro, che mi hanno confermato il crescente interesse sulla storia come strumento per capire il presente, e non solo per ricostruire il passato. Unico neo (ma significativo), la scarsa presenza di giovani: sicuramente perché la scuola non interessa alla storia; ma anche perché fa parte della poca consapevolezza del presente il non preoccuparsi di capire cosa c’è intorno a noi…

Nell’articolo pubblicato oggi su clarissa.it, al quale rimando gli affezionati che seguono questa mia pagina di appunti diciamo così più personali, ho documentato la gravità delle decisioni prese nei giorni scorsi al summit tenutosi a Washington dall’Alleanza dell’Atlantico del Nord (NATO/OTAN), che da 75 anni domina la scena europea e italiana: non sto qui a riassumere quel che ho già scritto lì, e dove potrete trovare anche la traduzione integrale del documento finale rilasciato dal Patto Atlantico.

La genesi di questa organizzazione politico-militare risale in realtà al 9 agosto 1941, quando Franklin D. Roosevelt, presidente Usa, e Winston Churchill, primo ministro britannico, si incontrarono nella base navale di Argentia, Newfoundland, e lì sottoscrissero la Carta Atlantica, il documento politico-militare contenente le linee strategiche alleate per la conduzione del conflitto: nel quale, è il caso di ricordare, ancora formalmente gli Stati Uniti d’America, a causa della fortissima resistenza dell’opinione pubblica, non erano ancora entrati. Questo il fondamento dell’attuale NATO.

Possiamo quindi dire che l’Alleanza Atlantica, istituzione che sancisce l’egemonia anglo-sassone dalla seconda metà del XX secolo fino ai giorni nostri, è nata in guerra e per la guerra. Non mi sorprende quindi il fatto che non si sia accontentato, il mondo cosiddetto atlantico, di avere vinto due guerre mondiali, nonché la Guerra Fredda. Né che cerchi ora la vittoria definitiva sull’ultima entità politico-culturale che si è sottratta in Europa al predominio anglo-sassone: la Federazione Russa.

Il problema è che il prezzo di questa volontà di potenza lo stanno pagando gli Ucraini. Speriamo solo di non doverlo pagare, ancora una volta, anche noi: col sangue degli innocenti che, nei decenni della Guerra Fredda, le organizzazioni sostenute dalla NATO in Italia hanno provocato nel nostro Paese con la cosiddetta strategia della tensione. Ma questa è un’altra storia: che tuttavia è necessario non dimenticare.

 

Sono davvero tutti sonnanbuli?

Il lungo silenzio che forse i lettori avranno notato (spero con rammarico) è dovuto al fatto che gli avvenimenti di questi ultimi tre mesi hanno seguito una sorta di copione, ben noto, almeno a chi, come chi scrive, hanno da tempo sotto gli occhi gli sviluppi sia della situazione della guerra in corso fra Ucraina e Russia, sia contro i Palestinesi in Medio Oriente.

Capisco che questo atteggiamento possa apparire supponente: ma è anche vero che siamo bombardati da milioni di parole inutili, per cui non mi sembrava importante aggiungerne altre.

Ho preferito dire la mia in una serie di incontri con persone interessate, in cui si è parlato di storia italiana, di storia europea, di storia della NATO.

Quest’oggi però ho deciso di rompere il silenzio, davanti all’insistenza con cui i media ci parlano del coro unanime di sonnambuli (li ho chiamati gli stolti di Stoltenberg) i quali stanno parlando di autorizzare l’Ucraina a colpire la Federazione Russa con le armi da essi inviategli, come se si trattasse di esercitarsi al tiro a segno.

Dire stolti è dire poco; dire irresponsabili è ancora dire poco.

Mi auguro solo che a queste elezioni europee milioni di noi disertino le urne, in attesa che si formi un movimento in Europa capace di costruire una politica di pace e di unificazione integrale del continente.

Dov’è finito infatti quel movimento pacifista che tanta retorica ha sparso per le vie d’Europa nei decenni passati, quando Stoltenberg iniziava la sua carriera facendo marce della pace contro la guerra in Vietnam al seguito della sorella marxista-leninista… Ce lo ritroveremo al governo della banca nazionale della Norvegia!

Le marce della pace non servono più a nulla: occorre dotarsi di strumenti di studio, analisi e diffusione capillare di idee, formazione di quadri, sensibilizzazione dei più govani.

È quindi il momento di ricostruire un movimento per una pace giusta, in Europa e nel Medio Oriente, fondata sulla creazione di nuove istituzioni; capace di affrontare la questione est-europea e mediorientale sulla base di una visione diversa della nazione; capace di affrontare con strumenti nuovi la questione sociale che ancora si aggira non come spettro ma come realtà per il mondo contemporaneo; capace di attivare nuove forze culturali libere dai condizionamenti del denaro e dei partiti.

Un compito immenso, ma indispensabile.

Occidente israeliano

Proseguendo la proficua collaborazione con il blog di Giacomo Gabellini, Il Contesto, ho avuto modo di dialogare con questo brillante analista sulla questione della misura in cui l’Occidente sta lasciando mano libera totale allo Stato di Israele in Palestina, in spregio della retorica umanitaria, della celebrazione degli accordi Oslo, del mantram ripetuto ogni giorno da nostri governanti sulla “soluzione a Due Stati”, che in realtà si sta allontanando ogni giorno di più, et pour cause.

Trovate nella conversazione che collego qui di seguito uno scambio di idee che credo possa risultare al tempo stesso interessante e assai più serena e realistica di quanto il bombardamento mediatico delle grandi reti italiane e internazionali possa fornire.

Buon ascolto.

La guerra di Israele: una “scommessa” sul nostro futuro?

Il 2023 si è concluso, a mio avviso in modo interessante, con una bella conversazione che mi è stata consentita da Giacomo Gabellini, da lui cortesemente pubblica sul suo autorevole blog Il Contesto: potete ascoltarla e seguirla qui:

Ovviamente, lasciamo agli ascoltatori formarsi una propria opinione.

L’impressione è che il 2024 possa rappresentare uno spartiacque per la storia del Medio Oriente: l’evidente fallimento di Israele e dell’Occidente nel dare una soluzione militare alla questione palestinese potrebbe costituire il punto di partenza per una revisione completa della politica sionista e statunitense in quell’area; oppure potrebbe dare origine ad un allargamento del conflitto, i cui esiti sono al momento imprevedibili, ma certamente gravi.

Le implicazioni per noi Europei, e quindi anche per noi Italiani, sono fin d’ora importanti: l’incapacità di definire una strategia alternativa a quella dell’uso della forza in Medio Oriente, vale a dire il punto zero raggiunto dall’Europa come entità politica autonoma, la sua incapacità nell’elaborare una possibile soluzione diplomatica diversa dalla linea sionista-statunitense, imperniata sulla potenza militare tecnologica e mediatica, dimostra come il nocciolo del problema stia nelle nostre classi dirigenti, formate alla scuola atlantica, costruite da decenni in questo unico ambito.

Si impone ai popoli europei un compito che richiede decenni di assiduo lavoro: la formazione non di partiti e movimenti, che si propongono come alternativi, per rientrare poi, una volta al potere, nei binari imposti dalla NATO e dall’egemone nordamericano.

Per raggiungere questo obiettivo, occorre prima di tutto una consapevolezza basata sulla coscienza storica: non il culto della memoria rivolto a rinnovellare odii e divisioni, come quello che ci viene istituzionalmente imposta dalle varie “giornate della memoria”.

Occorre comprendere come si è arrivati all’attuale condizione di guerra perpetua, quale risultato dei rapporti sociali, economico-finanziari e delle relazioni internazionali instaurati nel mondo contemporaneo, che ci hanno guidato per mano fino al bordo del baratro in cui sostiamo ora, per lo più come sonnambuli in attesa di chi e dove ci farà fare il prossimo passo.

La “compiacenza istituzionale” di Israele

Mi permetto di segnalare ai miei lettori l’interessante analisi di Alfa Tau su clarissa.it.

L’Autore ipotizza infatti che il presunto insuccesso dell’intelligence israeliana nel prevedere l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso non sia affatto dovuto ad un fallimento dei metodi delle agenzie israeliane, ma a quella che un alto esponente dell’intelligence britannica ha definito alla BBC una compiacenza istituzionale da parte dei vertici israeliani.

Si tratta di una tesi che ovviamente potrà scandalizzare le persone maggiormente condizionate dalla martellante propaganda israeliana, che ha invaso i media occidentali, tra i più servili dei quali troviamo senza dubbio i grandi mezzi di informazione italiani.

In realtà Alfa Tau documenta come si tratti di un’ipotesi che ben poco ha a che fare con presunti complottismi o guerroccultismi – trovando precedenti storici oramai consolidati, anche nella storia politico-militare dello Stato di Israele: ad esempio quanto avvenuto ai massimi livelli del governo israeliano alla vigilia della guerra dello Yom Kippur del 1973.

Non vogliamo anticipare a chi legge i contenuti dell’articolo, che è davvero utile per la battaglia per la verità che sarà sempre più importante nelle prossime settimane.