Mango

L’altro giorno ero in aeroporto, in partenza per New York. In fila al banco del check in per depositare la valigia, sono capitato – a mia insaputa – in mezzo a un gruppo di turisti italiani in partenza per, beati loro, una destinazione esotica asiatica. Cioè, anche se non ho capito bene quale, uno di quei posti in Thailandia o Indonesia dove a fine gennaio il clima è decisamente più mite di quello italiano (e newyorkese, ve lo assicuro).

Davanti a me, nella fila, c’era una famiglia con tre figlie adolescenti, diciamo dai 12 ai 15 anni. Queste ragazze hanno passato i 35 minuti abbondanti in cui abbiamo condiviso lo stesso spazio nel tentativo, continuamente abortito perché mai abbastanza perfetto, di creare un reel da pubblicare sui social e con il quale – naturalmente – sbattere in faccia a compagni e compagne di classe il loro decisamente più fortunato destino.

In 35 minuti, tutto quello che è stato approvato sono stati 3 o 4 secondi in cui una delle tre diceva – mettendo le mani a cuore sotto il mento – “ho tanta voglia di mango” (fatto, questo, che avrebbe dovuto farmi capire che non ero nella fila giusta: chi va a New York a gennaio per del mango? Ma lo avrei scoperto, appunto, solo 35 minuti dopo). Naturalmente detta così sembra facile, ma anche questo primo micro spezzone è stato il frutto di decine e decine di cambi. Prima era la luce sbagliata, poi la sorella che partiva a registrare troppo presto, e ogni volta immancabilmente c’era la necessità di guardarsi e controllarsi nella camera del telefono per verificare che i capelli, la felpa, gli occhiali fossero a posto. Non so come sarebbe dovuto proseguire il reel, so solo che le protagoniste sarebbero diventate le altre due sorelle che, dotate purtroppo, di molta meno maestria cinematografica, non hanno mai soddisfatto la terza protagonista.

Mentre ero lì, naturalmente la cosa mi ha innanzitutto infastidito. Il me ormai vicino ai suoi primi -anta, che ha fatto del brontolio il suo verso di richiamo caratteristico, rimuginava mentalmente i tanti aggettivi diversi – tutti non troppo positivi – con cui descrivere una cosa tanto fatua. Ma poi mi sono fermato un secondo a riflettere, e ho provato a inserire questo momento in un discorso più generale, questo sì di una banalità e una noia mortali, che si ripete tuttavia a ogni generazione.

Ovvero: quanto è facile dire che queste ragazze erano tre sciocchine vuote e fatue, che danno una rilevanza incredibile a quello che la gente penserà del loro video? E quanto è invece più difficile ricordarci che a creare quel dispositivo mobile con integrata la fotocamera, nonché tutte quelle app luccicanti su cui condividere foto e video, sono degli adulti che vogliono deliberatamente assorbire tutto il tempo, le aspirazioni, i sogni di ragazzi e ragazze e farne merce da mostrare e da vendere? Soprattutto, quale tra i due comportamenti è più innocente e quale invece deliberatamente instradato verso un secondo fine?

È davvero facile puntare il dito su questi ragazzi e queste ragazze, e sicuramente hanno le loro responsabilità. Ma da adulti è davvero da vigliacchi pensare che queste situazioni nascano dal e nel nulla e che di colpo tutti i giovani siano diventati cretini (ma poi cretini davvero? Solo perché noi adulti li adeschiamo in questo continuo gioco delle immagini?). Non è esattamente la stessa cosa, ma quanto è allo stesso modo facile e autoassolutorio dire che tutto il male del mondo là fuori è colpa dei “maranza“, senza nemmeno prenderci la briga di capire chi sono questi fantomatici maranza? (Io ringrazio i miei nipoti di 20 e 21 anni che, qualche estate fa, mi hanno saputo spiegare con la giusta dovizia di particolari questo fenomeno).

Non ho figli ma per lavoro sono immerso nei giovani (di un’altra cultura) e credo che sia solamente giusto e onesto guardarsi in faccia e capirsi. Mentre invece mi pare che la soluzione che va per la maggiore sia quella di puntare il dito, sparare accuse da vecchi tromboni e poi amen, tanto ormai chi ci pensa più a inchiodare la gente alla responsabilità di ciò che dice e pubblica (si veda il recente caso dei genitori del femminicida di Anguillara Sabazia). Con buona pace di tre ragazzine che, magari al loro primo viaggio internazionale, hanno scelto il modo a loro più consono e “normale” per dare forma alle loro emozioni.

Mango
Grand Central Station, New York

27

La vita è fatta di tutti quei momenti che ti tengono occupato, cioè concentrato a fare delle cose. Possono essere grandi o piccole, a volte le programmi ma molto più spesso ti capitano addosso. E così può capitare, anche, di dimenticarsi. Scordarsi, non ricordarsi una data, una ricorrenza, un anniversario.

Caro Fabrizio, ti chiedo scusa: quest’anno è andata proprio così. Sono stato preso in un turbine di emozioni e di appuntamenti, tutti molto belli, e solo un post su Instagram mi ha ricordato che oggi è l’anniversario della tua partenza. E quindi insomma, eccomi qui, per il rotto della cuffia, è l’11 gennaio per 14 minuti ancora e ne approfitto.

Caro Fabrizio, un altro anno senza di te è passato: proviamo a fare qualche bilancio, come sarebbe tanto piaciuto a Pavese? Innanzitutto la prima differenza è che stavolta non ti scrivo da un taxi appena sbarcati a New York ma dall’Italia. E poi, appunto, in quest’anno da poco finito ho fatto un piccolo gesto che a cascata sta provocando tutta una serie di bellissime reazioni concatenate. Continuo a leggere tanto, probabilmente troppo, ma non scrivo praticamente più (a meno che siano le “cose di lavoro” che uno dovrebbe invece tenere sempre ben separate dalle “cose di passione” o di “sentimento”).

E quindi ecco, ho ancora 9 minuti ma non penso di usarli tutti. Ti auguro buona fortuna e buon anno nuovo, ovunque tu sia: ci risentiamo, lo sai già quando.

27 anni senza Fabrizio de André

Show

La diversità culturale tra noi e gli americani si manifesta appieno quando questi ultimi sono in imbarazzo. Quando sono in imbarazzo (feeling uncomfortable), infatti, gli americani ridono, e fin qui nessun problema. Il problema è che ridono per situazioni di imbarazzo in cui invece la nostra educazione culturale italiana ci impone il silenzio, la riflessione muta, o in ogni caso di non esternare con alcun suono la nostra partecipazione emotiva.

Capita spessissimo al cinema. Quando si va al cinema, la situazione a volte è al limite del sostenibile: le sale sono vere e proprie aule di discussione e commento. Ma non sottovoce, al proprio vicino o alla propria vicina, al contrario: bisogna farsi ben sentire da tutti, si sa mai che vada perduta una perla di una preziosa individualità e di una singola prospettiva personale. Ma, più che i commenti, sono le risate a disturbare con una frequenza a volte insostenibile la visione di film anche tragici o, in ogni caso, non comici. Come dicevo, l’imbarazzo non si supera tacendo (cioè tenendo per sé la propria uncomfortability) ma con una risatina superficiale.

Termina qui la mia parte (destruens) da vecchio rancoroso che urla alle nuvole per ipotizzarne una più construens, ovvero: mi piace spesso riflettere su questo popolo, in balia del quale mi ritrovo da undici anni a vivere. Agli americani viene infatti concessa la risata come arma assolutamente democratica ma anche totalmente innocua, per sentirsi valorizzati e partecipi nella loro individualità in una società dove però alla fine il singolo non conta. L’ho tagliata col coltello, e quindi serve argomentare. Pensiamoci: gli americani fanno di qualsiasi situazione, avvenimento, oggetto uno show. E più è complicato, stupido, imbarazzante, grottesco più viene apprezzato. E più viene apprezzato, più loro ridono: sguaiatamente, a crepapelle, come se fossero bambini (stupidi, viene da dire al me vecchio brontolone).

Si tratta di una differenza di approccio notevole. Ogni 4 luglio, a Coney Island, il famoso e storico fast food Nathan’s organizza il suo contest per chi riesce a mangiare più hot dog. I record sono assurdi e da un anno all’altro variano in modo notevole, ma nei 10 minuti concessi ogni “campione” e ogni “campionessa” riesce a ingurgitare non meno di 20 wurstel. Non solo: trattandosi di un vero e proprio “evento sportivo”, viene trasmesso in TV (quasi sempre da ESPN) e presumo riesca ad attirare un certo pubblico, il quale reagisce esilarato davanti a imprese che di divertente (o interessante) non dovrebbero avere nulla. Voglio dire: cosa ci dovrebbe essere di straordinario in persone che si sfondano lo stomaco e slogano la mandibola per mangiare più wurstel di altre persone? Nulla, se non proprio il fatto di assistere allo sforzo (doloroso, direttamente o indirettamente, e in ogni caso non salubre) di questi contendenti. Un approccio voyeuristico dai tratti vagamente sadici, a pensarci bene.

Ma l’esempio di Nathan’s è solo un esempio tra i tanti, e anche abbastanza connotato in senso unico. Al di là delle gare (e della gara a chi alla fine è più stupido), è il meccanismo alla base che appare sbagliato: lo show dovrebbe riguardare non tanto solamente ciò che, con termine adatto alla mia maestra delle elementari o a una suora, etichettiamo come edificante, ma quantomeno distinguersi da esibizioni alla berlina che, alla fine, perdono appunto tutta la loro carica rivoluzionaria. Si vede che questo Paese non ha mai avuto il carnevale (possiede solo quella pallida imitazione, ora iper-consumistica, che è Halloween): il carnevale ha sempre fatto paura ai governanti per la sua profonda carica sediziosa. Per questo motivo, era tollerato solo in piccolissime dosi e in ridottissimi momenti dell’anno. Al contrario, negli Stati Uniti tutto viene carnevalizzato, reso spettacolo, con la conseguenza che nulla è più scandaloso o pericoloso. A tutti è concesso ridere o mettere in mostra, tanto si sa che si tratta di una risata e uno show innocui e senza mordente.

E questo vale per tutto: dalla fila ridicola di clienti al supermercato (sto parlando di te, Trader Joe’s della 72esima strada), che basterebbe un minimo di cervello per rendere meno inutilmente lunga, alla politica, all’educazione, alla società. Ma chissà, forse è solo rendendo tutto a buon mercato che gli Stati Uniti hanno pensato di realizzare una società democratica e libera.

Show
Uno show non si nega a nessuno

26

Caro Fabrizio, eccoci di nuovo a questo nostro appuntamento annuale. L’11 gennaio del ’99 hai infatti avuto la brillante idea di mollarci qui, tutti noi, sulla Terra, e di sgattaiolartene via. Ma sei stato generoso, ci hai lasciato la tua voce e le tue canzoni, e non è per nulla poco o scontato.

Oggi ti saluto da New York, sono appena atterrato e – come ogni volta che volo a Ovest – vivrò una giornata di 30 ore.

Il cielo è grigio, fa freddo, ti cerco dal finestrino sul tetto di una Tesla, l’auto più tecnologica del mondo pensata e brevettata da uno degli uomini peggiori della Storia. Almeno queste belinate te le sei risparmiate.

Ciao, ci risentiamo tra un anno.

26
Il cielo di New York da una Tesla

Agganciarsi

Studiare letteratura vuol dire essere appassionati di storie. E le storie – ci viene spiegato, a noi che studiamo la letteratura, dai professori – hanno due caratteristiche fondamentali: sono uno dei fattori che costituiscono la specie umana e hanno un valore conoscitivo. In altre parole, da quando l’uomo ha imparato a articolare il linguaggio ha inventato, raccontato e tramandato storie che erano il modo con cui si spiegava il senso della vita.

Da un punto di vista più tecnico, le storie – e la letteratura – devono dunque agganciarsi alla realtà. Tante volte mi sono interrogato sul senso della letteratura nei confronti della realtà. La letteratura copia la realtà? No, altrimenti che senso avrebbe dato che basterebbe la realtà originaria. La letteratura inventa una realtà alternativa? Forse, o quantomeno cerca di dare un senso alla realtà di ogni giorno affiancandole una realtà vera e allo stesso tempo fasulla. Perché mentre mi dibattevo tra queste domande realizzavo anche che la letteratura vive di paradossi: dà senso alla realtà vera grazie a una realtà inventata, creata, e dunque appunto non vera.

Senonché, per millenni ciò non è stato un grande problema. Nella storia dell’umanità siamo passati dalla totale sovrapposizione della realtà inventata su quella reale, con totale e cieca fiducia nella prima delle due (i miti delle civiltà antiche per spiegarsi l’origine dell’universo, ma anche chi crede alle manifestazioni del divino), a una situazione in cui la realtà inventata convive con quella reale su due piani paralleli. Che non si intersecano e, soprattutto, che si danno senso a vicenda.

Quello che noto invece sempre più, nella nostra civiltà digitale del presente e del futuro, è uno scollamento sempre più evidente tra le due realtà. In altre parole, mi sembra che nessuno sia più disposto a concedere fiducia a una realtà che non può più toccare, esperire “con mano”. Una storia è tale perché nessuno si mette a farle la tara col bilancino, valutandone la veridicità: se ne accetta – Coleridge docet – la verosimiglianza. E va bene così. E non parlo solo di miti o narrazioni epiche, ma anche dei resoconti delle nostre vite. Il piacere di raccontare storie sta anche nell’abbandonarsi passivamente alla voce narrante per attivare la nostra immaginazione immedesimandoci nelle vicende che ci vengono narrate.

Noto invece che la nostra dipendenza sempre più forte dalla tecnologia digitale sta cancellando questa relazione. È come se non ci fidassimo più di ciò che – da contemporanei san Tommaso – non possiamo toccare con mano. Avete notato che, quando parliamo con qualcuno, sentiamo continuamente il bisogno di portare prove materiali di ciò che diciamo? Non basta più descrivere un posto, una persona, un’esperienza: sentiamo il bisogno di tirare fuori il nostro cellulare e mostrare foto (nostre o trovate su internet) di quello di cui stiamo parlando.

Forse tutto ciò è banale, e le mie sono solo riflessioni basate sulla vita che mi circonda, ma credo che un cambiamento così all’apparenza superficiale nasconda invece una profonda rivoluzione dell’ontologia delle storie e della narrazione. Che, lo ricordiamo, nascono come sintesi a posteriori di un avvenimento e non come la sua analisi, e in base a questo dovrebbero continuare a essere considerate.

Agganciarsi
Giorgio Morandi, Natura morta