La vera trasgressione? La fedeltà

In costante, precario, equilibrio tra le vette della civiltà e gli abissi della barbarie leggo Edoardo Lombardi Vallauri, professore ordinario di Linguistica Generale all’università Roma Tre, specializzato in comunicazione persuasiva, linguaggio e cervello ed autore di diversi volumi.

Fra questi: La linguistica in pratica, Capire la mente cattolica, Onomatopea e fonosimbolismo, La lingua disonesta e, in particolare, Ancora bigotti, edito da Einaudi nel 2020.Vi ritroviamo interessanti cenni su patriarcato e religione, e conseguentemente sulla responsabilità delle religioni nei femminicidi, ma soprattutto Ancora bigotti tratta di morale sessuale.

La tesi dell’autore promana da una constatazione quasi lapalissiana: la morale sessuale, dall’antichità ad oggi, non solo ha compiuto progressi minimi ma, per diversi aspetti, è addirittura regredita.

E bisogna che ci intendiamo sul concetto di regressione: le riflessioni dell’autore su sessualità ed erotismo spiccano per lucidità, nitore e, a tratti, brutalità, rendendo la lettura un pugno nello stomaco che, letteralmente, frantuma il modo considerato unico, socialmente accettato, giusto, etico.

Però … però c’è un però, almeno a mio avviso: va tutto bene, fino a quando non ami davvero.

Perché quando, riamato, ami veramente, provi una profondità, un’apertura che tende all’infinito e la coppia basta a se stessa, non ha bisogno di dissonanze dicadiche viste come alibi, non ha bisogno di poliamori, poligamie o poliandrie, coppie aperte nel convincimento che la coppia o la famiglia tradizionali costituiscano un’imposizione finalizzata al controllo sociale.

Dell’opera, divisa in quattro capitoli, spicca il secondo: “Perché c’è la morale sessuale”, che si inerpica lungo l’erto sentiero di ogni forma di controllo, possesso, dipendenza, diventando persino noioso e fastidioso allorché compie un’analisi lessicale dei termini quali fellatio, eiaculazione, copula definendoli ingessati e grotteschi rispetto a quelli che, senza inibizioni le persone dovrebbero usare: pompino, a pecora, inculare, scopare e via enumerando in un’anamnesi da tredicenne arrapato.

E poi, dovrebbe? Dovrebbe chi? Dovrebbe cosa? E chi lo stabilisce?

Se a me e alla mia donna: moglie, compagna, fidanzata, piace dire testicoli o vagina piuttosto che penetrare, saranno … peni nostri!

È vero: gli istinti esistono, funzionali alla sopravvivenza della specie ma, pur avendo una profonda ragion d’essere, pienamente giustificata, non possono far sì che sia disconosciuta la componente emozionale e del sentimento unita a valori fondamentali, e tra questi la fedeltà.

La fedeltà non è imposizione, per chi ama veramente, è la condizione naturale.

Se poi vogliamo fare di tutto per devastare, disgregare, annientare la coppia in nome di presunti valori sostitutivi, basta dirlo: e ciascuno si regola come gli pare, con buona pace dell’intellettuale di sinistra che ti dice cosa devi fare e come farlo.

La vera trasgressione, oggi, è stare bene in coppia, amarsi, desiderarsi ed essersi reciprocamente fedeli.

Scrisse Albert Einstein,durante il suo soggiorno orvietano: “Conosco ormai l’incostanza di tutti i rapporti umani ed ho imparato a isolarmi dal freddo e dal caldo in modo da garantirmi comunque un buon equilibrio termico.”

È pur vero che, anche nelle relazioni umane, tutto muta, come conclamato da uno dei fondamentali principi alchemici, ed uno dei principali intenti è il ritorno all’Uno originario.

E infatti … in ragione degli ineluttabili corsi e ricorsi della Storia, scanditi da “casuali”  momenti di riflessione, progressi e ritorni, il verificarsi di determinati accadimenti ci induce a considerare la congiunzione tra i princìpi opposti, che un provetto alchimista dovrà subito dissolvere facendo subire alla materia morte e putrefazione, indispensabili perché essa divenga fertile e possa generare un nuovo essere, il filium philosophorum, o bambino filosofico.

Il re e la regina alchemici, identificabili anche come guerriero e dea, una volta terminata la fase della congiunzione, trovano la loro fine nel bagno acquatico amniotico o nel talamo sul quale si sono uniti: devono infatti morire e corrompersi perché la nuova vita possa nascere.

Morte e disfacimento dei corpi costituiscono il presupposto fondamentale perché lo spirito si elevi verso l’alto.

La materia viene sottoposta a lavaggi e purificazioni (ciascun operatore ha un proprio metodo) per estrarne lo spirito volatile distaccandolo dalle scorie della putrefazione e, successivamente, fissarlo al corpo purificato e reso incorruttibile.

La dualità spirito-corpo torna più volte nei testi alchemici come opposizione tra il fisso, assimilato al corpo, e il volatile, caratteristica attribuita allo spirito.

Se l’esito del combattimento è quello sperato, lo spirito viene fissato dal corpo e il corpo sublimato e purificato dallo spirito.

È su questa nuova materia, sintesi dei contrari che si sono uniti, che l’alchimista dovrà lavorare per poi moltiplicarla e proiettarla su qualsiasi cosa egli voglia guarire, purificare o rendere perfetta e incorrutibile.

Tutto questo non prescinde, anzi conduce, al legame costituito dal matrimonio sacro: l’intermediario con il divino che dura fino alla fine di tutti gli esseri e partecipa di volta in volta ai loro estremi.

E qui torniamo all’inizio di queste riflessioni: solo una coppia unita e consolidata può definirsi alchemica, non certamente una occasionale o promiscua.

Le fasi dell’opus alchemica vengono riferite in modo diverso, con nomi e simboli differenti da svariati autori, ma tutte in riferimento al fatto che ogni fase ha inizio con una congiunzione, che può esteriorizzarsi in modo diverso a seconda del cronista ma è comunque caratterizzata dal processo morte – putrefazione – trasformazione – fissazione o rinascita che ha termine solo quando questi quattro momenti siano stati attraversati.

Secondo molti autori le fasi principali dell’opus sono tre, ciascuna preceduta da una congiunzione: eros e thanatos, nozze jerogamiche e morte.

Il riferimento è ai princìpi opposti, maschile e femminile, che l’uomo deve armonizzare dentro e fuori di sé: zolfo e mercurio e i due mercuri e i due zolfi, alto e basso, bene e male, fisso e volatile, luce e oscurità, sole e luna e via enumerando.

Una volta realizzata la congiunzione tra i princìpi opposti, l’alchimista deve subito dissolverli e far subire alla materia una morte e una putrefazione, indispensabili perché essa divenga fertile e possa generare il nuovo essere.

Nella vastissima letteratura alchemica, che consultò per la stesura del Misterium Coniunctionis e di Psicologia e Alchimia, Jung individuò tre diversi gradi della congiunzione degli opposti perseguita dagli alchimisti, premessa all’’inizio delle tre opere: Nigredo, Albedo e Rubedo.

Il terzo, perfetto ed ultimo grado della congiunzione consiste nel cosiddetto Unus Mundus, vale a dire nell’unione del microcosmo della soggettività dell’individuo con la molteplicità dell’intero universo, riconoscendo che queste due sfere di esistenza, il Microcosmo e il Macrocosmo, dipendono l’una dall’altra e sono segretamente unite tra loro.

La materia su cui si opera deve quindi subire una triplice morte separandosi dalla parte indegna di redenzione, detta dagli alchimisti terra dannata, per diventare immortale nel terzo grado della congiunzione.

Nessun grado della congiunzione può tuttavia realizzarsi senza l’intervento di un terzo elemento: il Mercurio filosofale, mediatore tra gli opposti che viene spesso dedotto nell’unione sessuale alchemica, come duplice seme o mestruo, contemporaneamente maschile e femminile, le cui due nature devono amalgamarsi affinché la procreazione divenga possibile.

Nel matrimonio è il paraninfo che fa incontrare gli sposi, la fonte d’acqua di vita nella quale sole e luna si immergono per celebrare le nozze mistiche.

Questo per dire che accostarsi alle pratiche alchemiche senza la dovuta preparazione può essere molto pericoloso: si può anche morire o impazzire.

L’incapacità di affrontare i propri lati oscuri, non integrati con il resto della personalità cosciente, conduce a introiettare la figura della Mater Terribilis che, annidata nell’inconscio, opera in modo occulto manifestando la propria forma distruttiva come rifiuto del sé, impossibilità di scorgere vie di uscita, passività, depressione, tendenze suicide.

ACS