Un po’ di brezza primaverile

E così la primavera ha scelto di arrivare, sulle gambe della gente.

Per fortuna non era solo la mia bolla, ma in giro ci sono molti più anticorpi democratici di quanto potessi sperare.

Il tetro testamento di Berlusconi è stato aperto, letto e rimandato al mittente.

Il governo invincibile non lo è più.

Le alleanze col più forte, la timidezza sulle guerre, i prezzi impazziti non sono passati inosservati come speravano.

Esiste un limite anche alla tracotanza.

E quel limite si chiama Costituzione.

E la mia città ha fatto il suo dovere, nonostante le feste, le lucine, la cartapesta messa come rossetto sbaffato.

Le persone sono uscite di casa e sono andate a votare.

Esistono dunque.

Ci sono.

Non siamo soli su questo pianeta civile che sembrava deserto.

Mettiamoci in cammino, se ci sono occorre trovarle, occorre parlarci e costruire.

Che di macerie civili ne abbiamo viste già abbastanza.

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Caldo e freddo

Sono giorni di marzo pazzo, con il caldo del pomeriggio e il freddo gelato della notte.

Metto le piante dentro e fuori come una pazza, copro e scopro, controllo gemme e fiori e spero ogni notte che non faccia un’ultima gelata.

Di giorno è primavera, di notte è inverno.

Un po’ come questa affluenza, che non so come leggere, e che, per capire devo solo aspettare che il tempo scorra, che la notte finisca e che si capisca se è primavera o ancora inverno profondo.

Un po’ così, sospesi fra paura e speranza, fra l’illusione della bolla e l’idea che forse, magari.

Chi sta andando a votare che prima non andava?

I loro?

I nostri?

I ragazzi?

E se sonno i ragazzi, da che parte stanno?

E perché non lo so?

Di tutte, questa domanda, è quella che mi preoccupa di più.

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Essere di sinistra è più difficile

Gli ultimi anni me lo hanno confermato.

Quelli di destra non hanno mai un dubbio, non si fanno mai domande, reagiscono con la clava e per loro il mondo è semplicissimo.

I sovranisti fanno le guerre?

Sono giuste.

L’ Europa viene strangolata?

Tanto a che serviva?

Gente muore in mare?

Se restavano a casa loro non succedeva.

Una donna viene uccisa?

Chissà che gli avrà detto.

Noi di sinistra me lo ricordo bene quando dovevamo prendere decisioni.

Che diranno i moderati?

Ma così facciamo un favore a Salvini…

E le sensibilità dei cattolici?

Per fare una legge sui diritti degli omosessuali ci sono voluti vent’anni.

Per fare quella sul fine vita… Quella addirittura mai.

Per cambiare il modello di accoglienza… Ah già anche quello mai.

E giù discussioni, riunioni, distinguo, e mi si nota di più se non vengo o se vengo e sto in disparte, e minoranze e maggioranze, e scissioni e mal di pancia e gastrite.

Loro stanno distruggendo un paese a livello nazionale e il mondo a livello globale.

E gli va tutto bene.

Granitici, quando ci parli va sempre tutto bene.

E quando provi a instillare la (sana) complessità nella quale ti hanno cresciuto è come tentare di giocare a scacchi con Bu, prendono e masticano la torre, dandoti poi dell’ intellettualone da strapazzo.

Ma goditi la vita!

Ma quanto sarai pallosa?

Eccola lì…

Per loro va tutto sempre bene.

Mangiano, dormono, respirano.

E va sempre tutto bene.

Con i missili per aria va tutto bene.

Con le città distrutte va tutto bene.

Con la vita sospesa va tutto bene.

Finché c’è aperitivo va sempre tutto bene.

A volte penso che essere di sinistra sia talmente contro natura da essere anti entropico.

Eppure non vedo altra via, per quanto ormai si stia sempre più trasformando in un impervio, semicelato, viottolo di montagna.

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Dal divano

Il piccolo è stato rimandato a casa da scuola perché uscendo dal pronto soccorso non ho fatto fare dal suo pediatra un certificato che gli permettesse di andare con la stecca.

Mea culpa, c’è una circolare della scuola a riguardo che non avevo visto e così me lo sono andata a riprendere.

Poiché avrebbe avuto alcune ore di matematica mi sono messa d’accordo con la maestra su cosa fargli fare.

Ti mando un link con una serie di esercizi in preparazione al rally matematico di domani, fategliene fare qualcuno…

Così dopo pranzo mi ci sono messa prima io e dopo due o tre esercizi ho lasciato il posto al docente di matematica di famiglia.

Mi sono messa sul divano e ho avuto in diretta l’esatta percezione di come si possano sentire le sue maestre.

Il piccolo è infatti dotato di un buon intuito ma manca completamente di metodo matematico.

Ti dice la soluzione ma di preciso come ha fatto a trovarla a volte non lo sa neanche lui.

HDC ci si dispera, ci prova, annaspa, fatica.

Non capisco come hai ragionato… Non capisco come ragioni…

Non è un genio incompreso.

È un cervello fatto diverso, con picchi di genio e buche chilometriche.

Lavorare con lui è come andare sulle montagne russe, o un campo minato, non sai mai se pesti qualcosa che lo farà esplodere in lacrime o che gli farà capire la relatività generale mentre tu gli stai cercando di fare entrare in testa le tabelline.

Però è anche un enorme esercizio didattico.

Quale diavolo sarà la strada che segue?

Come faccio a farmi portare dove va lui?

E come mostrargli in modo efficace la strada corretta?

Perché lui ne percorre tante, ma molte di queste si perdono nel bosco delle sue ramificazioni mentali e poi non ne esce.

Però a volte (spesso, Indeed…), dal bosco dei suoi pensieri arrivano animali meravigliosi, fiori colorati, piante cariche di frutti dolci e buoni, e quando mi ci perdo con lui non torno mai indietro la stessa di prima.

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Tuttapposto, non s’è fatto niente!

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Passare il pomeriggio al pronto soccorso per un ditino che sembrava rotto e alla fine aveva solo avuto una botta più forte di quanto poteva sopportare.

Lo abbiamo fatto, non senza annoiarsi, non senza giocare un po’, non senza inventare storie per distrarsi perché passavano persone con problemi ben più gravi di un ditino.

Ci siamo inventati di tutto.

Gare di mimo, misurazione del corridoio in piedi quadrati, storie fantastiche sulla “serissima repubblica a righe”, un posto tutto righe dove non si deve mai ridere, settimana enigmistica, barzellette e molto altro.

Mentre intorno a noi uomini e donne non smettevano mai di occuparsi di altre persone, vecchi, altri bambini, gente in barella, persone fragili o rese tali da un momento di difficoltà.

Non hanno mai fatto mancare il sorriso.

Hanno sempre avuto una parola gentile.

A loro va ancora una volta il mio grazie.

Non deve essere per nulla facile lavorare sempre con persone che hanno bisogno di aiuto in emergenza.

E ogni volta che sono capitata al pronto soccorso ho sempre trovato una grandissima umanità, sfinita ma mai davvero stanca di esserci.

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Ciabatte da vecchia

La bella stagione si avvicina.

E io, dopo decenni di infradito piatte, quest’anno ho bisogno di ciabatte rialzate.

Sì, il mezzo tacco della mi’ nonna, quello che si porta con la fiorita, i bigodini e i gambaletti.

Le sto guardando ovunque e ovunque mi ricordano le vecchie degli anni ottanta, con la differenza che adesso la vecchia sono io.

Non c’è verso.

Non c’è modello, colore, forma che tengano.

Le ciabatte rialzate sono l’ inizio della fine.

Fra poco mi metterò a girare col cibo per cani e gatti nella tasca della vestaglia, discorrerò coi gerani (con le piante ci discorro già, ma non ho i gerani) e rammenderò calzini (anche questo in effetti è già da tempo un mio grande cavallo di battaglia).

La fascite non perdona.

La fascite ordina.

E io, con le mie ossa stanche e i capelli grigi, non posso fare altro che obbedire.

Se mi vedrete con le ciabatte da nonna non dite nulla, lo so già da me…

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Nelle mani di pazzi

I soldi.

Gli affari.

“stiamo facendo un sacco di soldi”.

Commenta il presidente americano mentre bombarda un paese che aveva bisogno di ben altro.

È stato chiaro.

Per tutti coloro che pensavano (o che dicevano, perché che lo pensassero davvero non riesco a crederlo) che fosse per liberare le donne dall’oppressione maschilista o per salvare i ragazzi delle manifestazioni fermate col sangue.

Figuriamoci.

A casa sua le donne sono carne da consumare e le manifestazioni per strada occasioni per sparare.

A ben guardare non è diverso da chi bombarda.

No.

Lui vuole fare soldi.

Lui e quell’altro seminatore di morte.

I soldi.

Soldi personali, soldi per gli amici.

I soldi di chi?

Guardate il prezzo dei carburanti e lo scoprirete.

Guardate a chi mette dazi e lo vedrete.

Il disegno è strangolare l’Europa, noi.

Sono i nostri soldi che vuole.

E se li sta prendendo.

Mentre il nostro governo sorride e non sa neanche che dire e che fare.

Una roba imbarazzante.

Finiremo nel tritacarne.

Ma col tailleurino bianco e la messa in piega d’ordinanza.

Mandiamo a casa sta gente prima possibile.

Iniziamo votando no il prossimo fine settimana.

E continuiamo lavorando per un fronte alternativo forte e di alto livello.

Che qui fra ministri incompetenti e presidenti del consiglio balbettanti facciamo una brutta fine.

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Altro posto, altri cani

Lucca, centro storico, un bar dove prendere un caffè nell’ora di buco.

Accanto a me una coppia di ragazzi.

Entra un signore con un cagnolino tipo cocker, piccolo, molto carino.

La ragazza della coppia impazzisce.

Molla il fidanzato, va dal cane, riempie il cane di coccole e il padrone di domande.

Come si chiama, quanti mesi ha, DA QUALE ALLEVAMENTO VIENE, come gestisce le orecchie quando beve, e credo pure se va a scuola e se fa regolarmente la cacca.

Prende il cellulare e fa foto al cane.

Poi spiega.

Anche noi ne abbiamo uno.

Io lo chiamo “il mio bambino”.

E io mi sono messa a ripensare alle mattine con Bu, la cagnola con la fionda in tasca, arrivata di notte con una staffetta, che ha conquistato un posto in famiglia non come figlia, ma come cane, e che non c’è nulla di brutto a essere un cane, un cane fatto a cane, (lo era anche l’incolpevole cockerino, molto, molto dolce e carino), col quale perfino discorrere la mattina col caffè, col quale andare per campi, al quale lanciare i giochi nel campo di Meo.

Ho un cane e un figlio.

Non chiamerei il cane figlio esattamente come non chiamerei il figlio cane, semplicemente perché ognuno di loro è altro, come detto resto me.

I cani non sono figli, i figli non sono cani.

Anche se a volte ti può venire il sospetto quando apri lo zaino di scuola.

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La mattina presto con Bu

Mi sveglio piuttosto presto la mattina.

Mi piace, è un momento di calma e solitudine nel quale scrivo, leggo, bevo lentamente un pitale di caffellatte.

Non mi alzo subito, resto un pochino a letto, ma se Bu sente che sono sveglia si mette in fondo alle scale (che le sono vietate, a lei il piano terra, alla gatta il primo piano) e fa un piccolissimo guaio, che sento solo io.

Allora scendo di sotto, la coccolo un po’, la faccio uscire e la mia mattina da sola diventa la mattina con Bu.

Mi segue dappertutto, io le parlo (io parlo col cane. Ebbene sì. Ma parlo anche col ficus beniamino e il gelso, sono quindi proprio tutta scema), le spiego che per i croccantini è decisamente troppo presto, e piano piano si rassegna.

E questa dimensione canosa del mattino mi piace.

È una piccola rincorsa serena prima della giornata affannata, un momento di cervello spento e di coccole puzzolenti alla pancia liscia e caldina, una strapazzatura di orecchie che mi fa ridere, un guardarsi negli occhi e capirsi.

Bu cresce bene, sta diventando saggia, o per lo meno un pochino meno pazza, è molto dolce e affettuosa.

È un bravocane.

E la mattina presto la primavera è tutta nostra.

Qualcuno vuole un caffè e un po’ di cane?

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Evasione

Piano piano le piante stanno uscendo di casa per affrontare la nuova stagione.

Con prudenza e timore, che le gelate tardive sono sempre in agguato.

Ma con la pioggia di stanotte è uscito Beniamino, la strelitzia aveva tentato la cosa da tempo e anche il baobab è a godersi l’aria della primavera.

Come quando un bimbo cresce e vuole fare da solo, anche per le piante che hanno passato in casa l’inverno si lascia che sia primavera, pur guardando con ansia il cielo per capire che tempo farà.

E anche il bimbo si vede che ha voglia di sperimentare il fuori, di capire l’aria, di annusare il vento.

Con un cane, o con un caro amico.

Passeggiando senza meta.

Chiacchierando senza sosta.

So ist das Leben.

Ogni anno un po’ di coraggio in più.

Che per vedere i fiori occorre rischiare il cielo.

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