Il mestiere di mia madre – Costanza Ghezzi

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Così recita il retro copertina:

Non tutte le madri sanno amare. Non tutte le figlie sanno odiare.

Difficile trovare una sintesi più efficace per descrivere il rapporto madre-figlia raccontato nel romanzo di esordio dell’autrice e editor grossetana Costanza Ghezzi, “Il mestiere di mia madre”.

Già dal titolo si intuisce qualcosa su Lucetta, una delle due protagoniste, giovane madre scaltra e smisuratamente egocentrica, che dalla Sicilia rurale dell’immediato dopoguerra fugge a gambe levate con due figlie piccole, per seguire a Roma un amante scriteriato, senza soldi e in cerca di avventura. La storia si sviluppa lungo un ampio arco temporale: dall’Isola di allora fino quasi ai giorni nostri, seguendo le disillusioni dei personaggi e soprattutto di Flaminia, una delle figlie maggiori: mite, sensibile, incapace di odiare. Nella seconda parte del libro è lei a prendere la parola, raccontando in prima persona la propria crescita dolorosa all’interno di una famiglia sfilacciata, dominata da quel corpo materno che esercita, con spirito imprenditoriale, il “mestiere più antico del mondo”. Attorno a Lucetta ruotano i figli e i vari compagni di vita. Tutti ben caratterizzati. Del resto, la protagonista divide gli uomini in due categorie: quelli che la fanno lavorare, e quelli che si porta a casa in cerca di una parvenza di normalità. Tutti condividono la stessa spasmodica ricerca di un futuro migliore, che sembra essere sempre in fondo a un tunnel di tossicità. A rendere ancora più cupi i primi anni di vita di Flaminia ci sono le suore arcigne e severe della Congregazione Carmelitana, che sorvegliano l’infanzia dei bambini abbandonati, bisbigliando cattiverie e seminando aridità. Appena arrivate a Roma, la bambina, che non ha mai conosciuto il padre, viene lasciata lì dalla madre. In quel luogo cresce e studia fino alla fine dell’obbligo scolastico, mentre la madre compare di rado, con visite rapide e racconti sempre diversi che servono a tenere a bada le suore, che di lei pensano sia una madre snaturata, per come va vestita e profumata dalla testa ai piedi..

«Che lavoro fa tua madre?» te lo chiedono le compagnie di studio e quelle di gioco, poi le amiche, gli insegnanti, i titoli dei temi che devi svolgere in classe o il dottore quando a scuola compila la tua cartella.

«La casalinga».

«La commessa al supermercato.»

«La maestra

«La casalinga e la dottoressa.»

«Pulisce le scale.»

«La parrucchiera.»

«La parrucchiera e l’estetista.»

Lucetta cambia mestiere ogni volta che qualcuno me lo chiede. Mi incarto, alla fine. Non so più quello che fa, non ci voglio pensare. Di rispondere che fa la puttana proprio non mi viene.

Flaminia cresce, studia, poi lavora. Lo stipendio finisce ogni mese nelle mani di Lucetta, che nel frattempo l’ha riportata a casa per occuparsi degli ultimi nati e di quel caos familiare dove ogni tanto spunta un vagabondo che finge amore in cambio di un tetto e qualche sigaretta. Basta così, o dobbiamo continuare? Capite perché all’inizio ho citato quella frase che colpisce come un pugno in un occhio? Come può una bambina cresciuta nell’abbandono e nella privazione non ammalarsi di rabbia cronica? Come può restare mite? Secondo il vecchio detto ‘si raccoglie ciò che si semina‘, mi sarei aspettata una Flaminia adulta rabbiosa, instabile, piena d’astio. Invece non è così: la rabbia arriverà, ma non nella forma devastante che ci aspettiamo. E il rispetto per quella madre che non le ha dato quasi nulla, se non la vita, non arriverà mai a mancare, nemmeno quando Lucetta ormai vecchia e malandata e con qualche figlio già al Creatore, non interesserà più a nessuno, nemmeno agli altri figli. A nessuno, tranne Flaminia. E succederanno altri fatti che non vi racconto per non rovinare la lettura, ma ciò che più mi ha colpito è il finale possibilista che apre visioni esistenziali meno scontate e mette in discussione certi semplici aforismi sulla vita.

Buona lettura,

Lida

TITOLO: Il mestiere di mia madre – pag. 247

AUTORE: Costanza Ghezzi

EDITORE: Piemme

Prima di noi

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Ho guardato Prima di noi sulla Rai nel mese di gennaio e mi ha lasciata con una sensazione difficile da spiegare: non è stata solo una serie sulla guerra. Paradossalmente, non sono state le scene di guerra a farmi venire le lacrime, sono stati i ragazzi, i loro sentimenti, il modo in cui si sono innamorati, hanno sperato, fatto promesse, avuto paura… mentre intorno a loro il mondo cambiava e si spezzava.

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Mi ha colpito vedere come, anche dentro qualcosa di così tragico, l’amore abbia continuato a esistere. Non si sia fermato, non abbia aspettato tempi migliori: è successo e basta. E questo mi ha sciolta e fatta soffrire insieme. E ancora, altra cosa che mi ha molto toccata, è stato il passaggio delle generazioni – dal primo ’900 fino agli anni ’70/80. Ho visto famiglie trascinarsi dietro segreti, silenzi, errori, cose brutte mai davvero risolte. Ho visto persone portarsi dentro dolori che non riuscivano nemmeno a spiegare. Eppure la vita è andata avanti. Sempre. Anche chi è nato dopo, è figlio di tutto quello che c’è stato prima. Figlio di figli. Figlio di storie che non ha vissuto ma che, in qualche modo, si è portato addosso.

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Però si è innamorato, ha fatto figli, e quei figli si sono innamorati ancora, la catena non si è interrotta. È stato quasi impressionante vedere quanto la vita continui a scegliere di andare avanti anche quando non è leggera, anche quando è piena di ombre. Ci sono state frasi che mi hanno emozionato, altre che mi hanno fatto male. Frasi semplici, ma con dentro intere generazioni. ‘Prima di noi’ è una serie che non urla, non impone cosa pensare: fa riflettere piano. Siamo negli anni ’70. La figlia chiede alla madre come mai è stata così gelida con lei, ma anche come moglie, e lei risponde che ‘aspetta’, e che ha sempre aspettato qualcosa che in quel momento non era per lei. Una risposta che mi è rimasta addosso perché non è una giustificazione facile, ma il riconoscere che a volte si vive aspettando qualcosa che non arriva quando dovrebbe. Che alcune scelte, alcuni silenzi, alcune freddezze nascono da un tempo sbagliato.

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Questa serie non mi ha consolata. Non mi ha detto che tutto si aggiusta però mi ha mostrato che tutto continua, e che la vita, anche se segnata da segreti e ferite, trova comunque il modo per andare avanti. Forse è questo che mi ha fatto commuovere di più: riconoscere che siamo tutti parte di una storia iniziata prima di noi, e che, nonostante tutto, continuiamo a vivere.

La serie è ispirata al romanzo Prima di noi di Giorgio Fontana, pubblicato nel 2020 da Sellerio. Il libro attraversa quattro generazioni, dal 1917 fino al 2012, in quasi novecento pagine di storia, silenzi, amori e conseguenze. Se non lo avete ancora letto, se avete visto solo la serie, questo è sicuramente un romanzo da recuperare. Sul blog c’è già una recensione del libro di Giorgio Fontana, questo il link per recuperarla: Prima di noi – Giorgio Fontana – Libriamoci913

Citazione dalla serie tv:

“Vuoi saper qual è la verità? La verità è che le persone quando muoiono ammazzate smettono di sembrare umane. Sembran stupide come delle pietre o delle bestie! E io una roba così non la voglio più vedere nella mia vita! Io l’unica cosa che cercavo di fare era dirmi, Maurizio, Maurizio… stai concentrato! Stai qui, stai qui, sei vivo! Non sei morto come gli altri!”

Rebe

Regia: Daniele Lucchetti, Valia Santella

Episodi: 10

Dove si può trovare: Raiplay

Attori/attrici: Linda Caridi, Matteo Martari, Maurizio Lastrico, Benedetta Cimatti 

Gigi – Colette

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Ho chiuso Gigi con una parola che mi batteva dentro: taci.

All’inizio non è una parola violenta. È una parola elegante. Sta nei salotti, nei consigli sussurrati dalle zie, nei pomeriggi in cui una ragazza impara a stare seduta composta, a ridere al momento giusto, a non arrossire troppo e a non desiderare troppo poco. Gigi cresce in un mondo lucidissimo, raffinato, quasi brillante.

Un mondo in cui l’amore non è amore ma strategia, in cui il futuro di una ragazza viene preparato come un debutto a teatro. Le insegnano come muoversi, come rispondere, come diventare desiderabile. Non le chiedono cosa sogna. Eppure lei, all’inizio, è disarmante. Ride, risponde male, è spontanea. Non è ancora addomesticata. Forse è questo che mi ha tenuta dentro la storia: quella leggerezza viva che resiste. Ma più andavo avanti, più sentivo il peso di ciò che le viene cucito addosso. Il finale mi ha intristita. Non è drammatico. È composto. Ed è proprio questo che mi ha fatto male.

C’è quel movimento sottile del “non voglio… ma lo faccio per gli altri”.

Per non deludere. Per non rompere l’equilibrio. Perché forse è la scelta più semplice, o l’unica possibile. Eppure c’è un dettaglio che non posso ignorare.

Gigi non diventa una “cocotte”, ma moglie. In quel contesto storico è una rottura. E allora mi pongo una domanda: quanto resta intatta quella leggerezza viva?

Rimasta sola, la signora Alvarez si asciuga la fronte e andò a riaprire la camera di Gilberte: «Stavi origliando, Gigi».

«No, nonna.»

«Si, origliavi. Non bisogna mai origliare. Si finisce per fraintendere e mal interpretare ciò che viene detto. Il signor Lachaille se n’è andato.»

«Lo vedo» disse Gilberte.

«Pulisci le patate novelle con lo straccio, poi quando torno le metto a cuocere.»

«Stai uscendo, nonna?»

«Vado da Alicia»

«Di nuovo?»

«Non sta certo a te giudicare la cosa» ribatté severamente la signora Alvarez. «Faresti meglio a sciacquarti gli occhi con l’acqua fredda, visto che sei stata così stupida da piangere.»

« Nonna…»

«Cosa c’è?»

«Che fastidio ti dava se uscivo con zio Gaston nel mio abito nuovo?»

«Taci! Visto che non capisci mai niente, almeno lascia ragionare le persone capaci di farlo. E mettiti i miei guanti di gomma per pulire le patate»”

Quanto di quella ragazza che rideva senza misura sopravvive dentro la scelta giusta, composta, socialmente accettabile? Non riesco a leggerlo come un vero lieto fine. Lo sento più come un sorriso fatto bene, ma con una rinuncia nascosta sotto il pizzo. E allora quel taci ritorna. Non è stato poi così sottile. Buona lettura,

Rebe

Titolo: Gigi – pag 108

Autore: Colette

Editore: L’orma

L’immensa distrazione – Marcello Fois

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Fois torna al grande romanzo familiare ambientato stavolta non nella sua Sardegna ma in Emilia, nella concreta e industriosa terra fatta di campi, allevamenti e fabbriche, con la famiglia Manfredini come protagonista indiscussa e in particolare Ettore, il capostipite che a suo tempo seppe trasformare un semplice mattatoio in un impero.

L’incipit è accattivante, invoglia a divorare le pagine successive: è appena morto un uomo, Ettore Manfredini, e fin da subito si percepisce che c’è molto da sapere sulla sua lunga e ambiziosa vita. È il 21 febbraio del 2017, e dal limbo nel quale si trova da pochi attimi (mi torna in mente l’opera di George Saunders di qualche anno fa, ‘Lincoln nel bardo’, e il racconto del momento di passaggio, di quando la coscienza è sospesa tra la morte e la prossima vita), il defunto Ettore rivede tutta la sua esistenza e ripercorre assieme a noi i momenti decisivi, le gioie e i dolori, sia i suoi personali che quelli dell’intera stirpe, riuscendo finalmente – proprio perché ormai è anima – a ‘leggere’ e a capire chi sono stati davvero i suoi familiari.

‘L’immensa distrazione’ sono quasi trecento pagine di finzione narrativa nelle quali l’autore ci mostra i dilemmi, i conflitti e le rappacificazioni di una laboriosa e spietata famiglia, e lo fa attraverso con grande maestria e tramite numerosi spaccati retrospettivi, nei quali, tra l’altro, chi legge ritroverà buona parte del secolo scorso, il Novecento.

Com’è noto, la famiglia è il nucleo fondamentale di tutte le contese. E questo è un romanzo sontuoso e magnetico che attraversa la storia d’Italia parlando di numerose svariate fragilità dell’essere umano e delle famiglie.

Ettore Manfredini strizzò gli occhi fino a sentire come un mancamento partire dalle tempie. Poi li spalancò, constatando che tutto intorno a lui era diventato liquido, quasi lo guardasse da una boccia di vetro. Nulla dai pioppi, nulla dagli argini, nulla dal mattatoio Manfredini. Che era suo. E che aveva ampliato nel terreno prospiciente alla sua casa proprio perché potesse contemplarlo dalle finestre del lato nord, dove c’erano le camere da letto. E questo anche dopo che Marida, moglie buonanima, morta presto poveretta, aveva insistito perché piantassero una siepe tra la casa e il mattatoio, dal quale diceva non a torto, arrivavano rumori e odori indescrivibili.”

Al solito, la scrittura di Marcello Fois non delude; lo stile narrativo è chiaro e scorrevole, nonostante i frequenti salti temporali, a tratti arricchito di termini non troppo comuni nel linguaggio parlato e di tutti i giorni (scotomizzare, palinodia, aruspide), a ogni modo quel tanto che basta per imparare nuove parole senza che il testo ne risulti appesantito. D’altronde, i libri a cosa servono, se non ad arricchirci in qualcosa, che sia uno spunto per una riflessione, un pensiero illuminante o un lessico più forbito?

Buona lettura,

Lida

TITOLO: L’immensa distrazione – pag. 280

AUTORE: Marcello Fois

EDITORE: Einaudi

Quello che possiamo sapere – Ian McEwan

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Quello che possiamo sapere‘ di Ian McEwan è un romanzo intenso e complesso, strutturato in due parti distinte, che esplorano amore, memoria, intellettualismo e la vita nelle sue sfumature più profonde.

Struttura e punti di vista: La prima parte alterna il presente e il passato. Nel 2119, uno studioso (Tom) analizza la vita di persone vissute circa cento anni prima. Attraverso i suoi studi e i flashback, il lettore scopre la vita di Vivien e Francis/Blundy, le loro relazioni complesse e le vicende personali, tra amori, passioni e tragedie. Si evidenziano anche le vite di altri personaggi come Percy e Harry, con i loro legami con Vivien e le dinamiche emotive complesse. La seconda parte porta un colpo di scena: le vicende vengono raccontate dal punto di vista di Vivien, permettendo di entrare direttamente nei suoi pensieri e sentimenti più intimi. Questo cambio di prospettiva rende la narrazione più intensa e personale, mostrando come le scelte, i rimpianti e le passioni di Vivien abbiano plasmato la sua vita. ”La Corona“ e il manoscritto. L’ultimo colpo di scena riguarda il manoscritto, chiamato “la Corona”. Scopriamo che il manoscritto che leggiamo noi è quello curato da Tom e Rose, il diario che Vivien aveva seppellito nel 2020, in un luogo remoto. Il diario, seppur di poche pagine, contiene la confessione completa della sua vita, comprese esperienze dolorose e segreti che la logoravano da tempo, come il fatto che Francis aveva ucciso Percy. In questo modo, McEwan trasforma il manoscritto in simbolo di memoria, emozione e verità personale, che collega passato e presente, e illumina la complessità dei personaggi e delle loro relazioni.

Temi principali.

Amore e libertà. Vivien sceglie di non farsi vincolare da Percy, mentre l’amore con Francis è totale e travolgente. Tempo e memoria. Pssato e futuro si intrecciano, il manoscritto diventa traccia tangibile delle vite e dei sentimenti. Relazioni complesse. Amicizia, matrimonio, amanti, scelte difficili e conseguenze irreversibili. Crescita personale e intellettuale. Tom e Rose, così come Vivien, imparano e riflettono sulle vite altrui, sulla moralità e sulla fragilità umana.

Commento personale: la lettura richiede attenzione, i capitoli fitti e le informazioni dense spingono a riflettere, ma restituiscono un quadro potente della vita umana nella sua complessità. McEwan mostra che l’amore, la memoria e le scelte personali lasciano tracce profonde, anche nel “non detto”. La Corona, il diario di Vivian, diventa simbolo di tutto ciò che sopravvive nel tempo: esperienze, emozioni, ricordi e verità che rimangono preziose, anche quando le vite dei protagonisti cambiano radicalmente.

Cit. “Il lutto è una condizione onirica. I segnali indicatori del tempo consueto e delle quotidiane incombenze vengono divelti. Ogni legame significativo conduce al passato recente, a un’improvvisa assenza e a un conflitto con ciò che avrebbe potuto o dovuto essere.

Conclusione: nonostante la complessità e la densità del testo, consiglio vivamente questo romanzo a chi apprezza le storie che invitano a riflettere sulla vita, sull’amore e sulla memoria, e a chi cerca romanzi densi e intellettuali che mescolano riflessione filosofica, introspezione psicologica e colpi di scena narrativi. È una lettura che richiede impegno ma che ripaga con una narrazione ricca e con dei personaggi indimenticabili.

Rebe

Titolo: Quello che possiamo sapere – pag. 376  

Autore: Ian McEwan

Editore: Einaudi 

Con gli occhi chiusi – Federigo Tozzi

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Con gli occhi chiusi è un romanzo che consiglierei a chi è incuriosito non tanto dagli eventi in sé, ma da ciò che si muove dentro i personaggi: gli stati d’animo, le delusioni, l’incertezza sul futuro, l’ingenuità, l’incomunicabilità nei rapporti umani. È un libro fatto di pagine struggenti, intense e appassionate, che non cercano di spiegare o rassicurare, ma di restituire la complessità del sentire. La Toscana che Tozzi racconta è una terra viva, attraversata da dinamiche di potere, controllo e violenza. Siena non è una cartolina: è piena di terra, di fatica, di persone che lavorano e si spaccano la schiena. È un mondo duro, in cui la gerarchia sociale e familiare pesa sui corpi e sulle coscienze. Il padre di Pietro incarna questo dominio: esercita un controllo assoluto sulla vita del figlio e sui campi, e vede in lui una distanza e una diversità che non tollera. Pietro è fragile, creativo, ingenuo. Vive in una realtà che lo opprime e non sa abitare, e allora sta con gli occhi chiusi: abbassa la vista, volta lo sguardo altrove. Non è rifiuto della realtà ma una forma di difesa, l’unico spazio in cui riesce ancora a respirare. Accanto a lui c’è Ghisola, una figura complessa e potente. È analfabeta, sensuale, scaltra, segnata dalla povertà e dallo sfruttamento. Gli anni passano e i due crescono; la vita li allontana, ma Pietro continua a cercarla, come se in lei fosse racchiuso l’unico appiglio possibile. Per Ghisola, le uniche possibilità di riscatto passano dalla bellezza e dal desiderio di sottrarsi alla miseria. Il loro legame non si interrompe mai del tutto, ma resta sospeso, ambiguo e doloroso. Pietro arriva persino a desiderare il matrimonio: nel suo sogno, Ghisola è pura, intatta, degna di essere portata all’altare. Ma questa immagine non coincide con la realtà. Solo alla fine, con l’arrivo di una lettera, quegli occhi si riaprono definitivamente. Pietro perde il suo punto di riferimento: capisce che l’amore vissuto era fatto di illusioni, e che il frutto del suo desiderio era una via percorribile nel sogno e, appunto, nel desiderio, perché quando la realtà disobbedisce alle illusioni, lo spazio rimane aperto solo ai coraggiosi che sanno davvero abitarlo.

Come dico sempre, non è la trama del libro che mi interessa, ma cosa mi lasciano i personaggi.

“Aveva trovato un modo di resistere, subendo tutto senza mai fiatare. E la scuola allora gli parve più che altro un pretesto, per star lontano dalla trattoria . Trovando negli occhi del padre un’ostilità ironica, non si provava nemmeno a chiedergli un poco d’affetto. Ma come avrebbe potuto sottrarsi a lui? Bastava uno sguardo meno impaurito, perché gli mettesse un pugno su la faccia, un pugno capace di alzare un barile.”

Concludo dicendo che anche oggi il mondo può essere uguale. Io sono la prima che per anni mi sono sentita schiacciata da tutto e da tutti, e mi sono sentita fuori luogo. È arrivato un giorno in cui ho deciso di essere libera sotto un aspetto, ma adesso che lo sono mi sento più persa di prima. C’è stato un luogo dove, anche se è il classico luogo da cartolina, mi sono sentita in pace con me stessa, con chi avevo accanto e con il mondo. È durato un’ora, ma mi è bastato per farmi forza e prendere delle decisioni importanti quasi due mesi dopo. Per cui sì, credo di avere molte cose in comune con Tozzi: certi meccanismi che avevo e che adesso non ho più. E, curiosamente, nel libro c’è anche una donna che si chiama come me… un piccolo dettaglio che mi ha fatto riflettere mentre leggevo.

Rebe

Titolo: Con gli occhi chiusi  – Pag 147

Autore : Federigo Tozzi 

Editore: Foschi (Santarcangelo)

La salita dei giganti – la saga dei Menabrea – Francesco Casolo

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Per una come me, che ama le saghe familiari, la birra, e i libri che narrano di montagne e di personaggi realmente vissuti, trovare nel Prologo lo schema dell’albero genealogico raffigurante sino a quattro generazioni indietro di una laboriosa famiglia di imprenditori birrai, è senza dubbio manna piovuta dal cielo!

Francesco Casolo è docente di Storia del Cinema e scrittore appassionato di viaggi e natura, e in questo romanzo del 2022 ci racconta la storia dei Menabrea, quelli della famosa birra tutt’oggi prodotta a Biella, città piemontese ai piedi delle Alpi rinomata pure per la corposa tradizione tessile di alta qualità.

Aprendo la prima pagina del libro ci si trova catapultati nel lontano 1882, ai tempi in cui la fabbrica di birra era capitanata da Carlo Menabrea, uno dei figli di Giuseppe, capostipite del marchio da lui creato nel 1846. Subito a inizio narrazione la figura di Carlo risulta essere uno dei personaggi chiave. Carlo è un giovane uomo dal carattere gioviale, brillante e volenteroso, marito e padre innamorato nonché Cavaliere del Regno d’Italia per meriti lavorativi, ma purtroppo morirà giovane, nemmeno quarantenne, lasciando una moglie e tre figlie piccole, la mezzana delle quali, Genia, più avanti lo succederà alla guida dell’impresa. Sin dai primi capitoli si evince che è proprio lei la prescelta, Genia, e non la figlia maggiore Albertina peraltro di salute cagionevole, né tanto meno la piccola Maria, la cocca di casa. In un’epoca ostica e sfavorevole alle donne in affari, l’erede designata a portare avanti la tradizione birraia di famiglia è senza dubbio quella figlia dal carattere deciso e propositivo già all’età di sei anni, nel 1882 appunto; Genia ha in dote un’incredibile voglia di imparare, di ascoltare e di approcciarsi con curiosità alla vita, per questo è sempre un passo avanti alle sorelle.

«Avevo dodici o tredici anni quando ho scalato per la prima volta il ghiacciaio come il nonno. Partivano più o meno tutti insieme alla fine di settembre. Era come una festa. Ma una festa un po’ amara.»

«Perchè?»

«Perché si andava via da casa. Ad ogni modo, i parenti e gli amici accompagnavano quelli che partivano fino al Colle Ranzola, sopra Saint-Jean. Si passava di lì, e poi da lì la Valle D’Ayas, il Teodulo… Non è cambiato nulla da allora, i ragazzi partono oggi come partivo io, anni fa. Ci andiamo assieme quest’anno, se vuoi.»

L’autore costruisce un romanzo dalla trama corposa ma scorrevole e avvincente raccontando tre decenni di vita familiare e di cambiamenti storici, in un misto di finzione narrativa, di fatti concreti desunti dalla consultazione dell’Archivio Menabrea conservato in sede a Biella, e di suggestive descrizioni dei panorami alpini attorno al Monte Rosa, vetta che fa da sfondo a quasi tutti i capitoli del libro. D’altronde, quei giganti nel titolo, come per ammissione dello stesso autore, non si riferisce solo ai protagonisti dell’impresa storica ma anche alle montagne ai piedi delle quali i Menabrea sono cresciuti, cime che nel corso degli anni molti di loro hanno attraversato per commerciare con la Svizzera.

Sulla mulattiera, nei pressi di Gressoney-Saint Jean, cavalcando a dorso di mulo verso casa, si imbatterono in una serie di facce nuove. Uomini in abiti eleganti e con i cappelli a tuba accanto ad altri vestiti da lavoro con caschi da cantiere giravano su e giù per i pendii. Si diceva fossero lì per studiare dove far passare la strada che era stata l’ultimo sogno, purtroppo non realizzato, di Carlo Menabrea. Se la novità era grande – una strada che dopo secoli di promesse sembrava farsi improvvisamente realtà – c’era qualcosa di ancora più grande a eccitare gli animi. Un’altra novità o sorpresa o sogno impronunciabile. Fu la prima cosa che disse la nonna vedendole arrivare: una cosa inverosimile, ma se era vera…

«Viene la Regina.» disse la nonna, come se avesse staccato la sicura a una bomba.

La Regina Margherita di Savoia salì a Gressoney e vi soggiornò a lungo, scegliendola come residenza estiva prediletta, dove fece costruire il fiabesco Castel Savoia. Inoltre, nell’agosto del 1893 inaugurò sulla punta Gnifetti del Monte Rosa il rifugio più alto d’Europa, la nota Capanna Regina Margherita. E questa è storia.

Conclusione: consiglio questa lettura agli appassionati di saghe familiari e di imprese leggendarie compiute da soggetti realmente esistiti; a chi adora la montagna e la natura in senso lato; a chi desidera approfondire la tematica della situazione femminile a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento; a chi ama ripercorrere un tratto di storia del nostro Paese in forma romanzata.

Buona lettura,

Lida

TITOLO: La salita dei giganti (la saga dei Menabrea) – pag. 406

AUTORE: Francesco Casolo

EDITORE: Feltrinelli

L’ultima cosa bella sulla faccia della Terra – Michael Bible

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L’ultima cosa bella sulla faccia della Terra‘ è un romanzo corale e frammentato che esplora le vite di giovani e adulti in una piccola comunità, Harmony, dopo un evento tragico che segna per sempre le loro esistenze.

Struttura e trama: Bible costruisce la narrazione alternando diverse voci: Iggy (il cuore emotivo della storia), Farber il bibliotecario (voce osservativa), e Nuvola (simbolo di resilienza). Questa struttura permette di vedere come ogni personaggio viva e percepisca il trauma.

Nel 2018, Iggy dà fuoco alla chiesa causando morti e feriti. Le conseguenze sono devastanti: Paul muore per overdose, schiacciato dalle pressioni familiari e sociali; Cleo fugge dalla città; Iggy finisce in carcere. La comunità rimane segnata dal dolore e dal bigottismo.

I personaggi: Iggy racconta dall’interno il gesto tragico e la sua amicizia intensa con Cleo e Paul. Vicino alla morte, vive il peso del senso di colpa e del ruolo che la comunità gli ha imposto. Cleo si allontana da Harmony, affrontando un matrimonio violento e comunità religiose oppressive. Alla fine torna con sua figlia, trovando sicurezza grazie a Farber. Farber, arrivato dopo la tragedia, rappresenta la parte umana della comunità: ascolta e accoglie senza giudicare, a differenza della maggioranza. Nuvola è fragile ma resiliente, mostrando che è possibile reagire alla pressione sociale senza crollare.

Temi e messaggio: Bible esplora il giudizio sociale che soffoca i giovani, la fragilità dell’identità, la forza dei legami emotivi e la possibilità di trovare bellezza anche dopo la tragedia. Il finale lascia speranza: Iggy muore chiudendo simbolicamente il capitolo del dolore, mentre Cleo e Nuvola rappresentano la possibilità di un futuro diverso. Il messaggio è chiaro: nonostante tutto, ognuno può cercare la propria “ultima cosa bella sulla faccia della Terra”.

“Eravamo innocenti. Convinti di essere speciali. Sbronzi tutti i weekend al centro commerciale. Il mondo era nelle nostre mani. Non ci importava del tempo. L’amore era una cosa scontata. La morte aveva paura di noi. Adesso abbiamo il grigio nella barba. Il cielo è un livido viola. Il centro commerciale è morto. Siamo i vecchi che avevamo giurato di non diventare mai. Passiamo le giornate al tavolo d’angolo dello Starlight Diner a discutere i capricci della vita. La nostra Harmony è una cittadina come tante. Tale e quale alla vostra. Piena di santi e peccatori, indistinguibili”

Conclusione: un romanzo intenso che alterna dolore e speranza, mettendo in luce la crudeltà delle comunità chiuse ma anche la forza dell’amicizia e la possibilità di trovare umanità nei luoghi più feriti. Una lettura potente che rimane dentro grazie ai personaggi ben delineati e alla loro ricerca di senso.

Rebe

Titolo: L’ultima cosa bella sulla faccia della Terra – pag. 135

Autore: Michael Bible 

Editore: Adelphi 

Caro Tonino – Manlio Cancogni

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Manlio Cancogni nacque nel 1916 a Bologna da genitori toscani della Versilia. Nella prima parte della vita studiò e visse a Roma, poi a Firenze, successivamente a Milano, ma tornò spesso in visita anche per lunghi periodi nella sua amatissima Versilia. Cancogni è stato un giornalista del Novecento piuttosto attivo e in vista. Lavorò per importanti testate e riviste nazionali a partire dal Corriere della Sera, La Stampa, Il Popolo, L’Espresso, e conobbe una moltitudine di personaggi, da Carlo Cassola, di cui fu grande amico fino alla morte di quest’ultimo, a Eugenio Montale, Carlo Levi, Luciano Bianciardi, e altri ancora. Sul finire degli Anni Sessanta il giornalista-scrittore iniziò a fare la spola tra il Massachussets negli Stati Uniti, ove insegnava letteratura italiana in un prestigioso college, e Marina di Pietrasanta, ove passava lunghi periodi di riposo e scrittura. Fu proprio a partire dai fine anni Settanta il momento dei grandi successi letterari, opere sviluppate con una tecnica narrativa particolarmente attenta alla dimensione quotidiana della vita, ai motivi psicologici e al continuo riproporsi di spaccati autobiografici.

Caro Tonino‘ è un romanzo breve uscito nel ’97, neanche un centinaio di pagine che si leggono in un giorno o due, scritte in forma epistolare e indirizzate all’amico Antonio Cederna, fondatore di Italia Nostra e fratello di Camilla, anch’essa giornalista e scrittrice molto nota nel secolo scorso. In questa breve opera letteraria, Cancogni ci racconta i sentimenti e gli stati d’animo provati tornando in visita nelle zone dell’Alta Versilia dopo la tragica alluvione del giugno ’96, quando uno strano e localizzato fenomeno temporalesco di enorme portata scatenò l’inferno e una piena furibonda travolse i paesi del Cardoso più una parte di Seravezza e di Ripa (frazione di pianura alle spalle della nota località balneare Forte dei Marmi) inghiottendo una quindicina di vite umane e seminando danni e panico tra le genti sopravvissute, mentre, a solo una manciata di chilometri più avanti, sulla spiaggia del Forte appunto, regnava il sole e la consueta svagatezza estiva.

Pur narrando l’immane tragedia che all’epoca scosse la Versilia e i suoi dintorni, la lettura di ‘Caro Tonino‘ non risulta affatto pesante: il Cancogni fu superbo nel raccontare l’evento non facendone una semplice cronistoria bensì una narrazione a tratti persino piacevolmente gioiosa, accompagnando il prima e il dopo con frequenti e gustosi inserti autobiografici. Mi ha colpito, ad esempio, il racconto di quando lui, bambino undicenne (a conti fatti si parla del 1927, ovvero quasi un secolo fa…) percorse per la prima volta la galleria del Cipollaio, quella che sulla strada d’Arni mette in comunicazione la Valle del Giardino alla Valle della Turrite, che è già Garfagnana.

La prima volta che ci entrai avevo undici anni. Io e mio padre avevamo camminato tutto il giorno, eravamo accaldati e polverosi. Tieni conto che allora la strada non era ancora asfaltata. Entrammo nel buco, e di colpo il freddo mi calò sul viso. Il buio era completo. Il terreno scivoloso; intorno e sulla testa sentivamo sgocciolare. Mio padre mi prese per mano. Avanzammo per un pezzo nel buio accompagnati dallo spiaccichio dei nostri passi sul fondo melmoso e dallo stillicidio dell’acqua dalla volta e dalle pareti. In fondo si annunciò un albore. L’albore crebbe finché la tenebra fu bucata da un lontano foro bianco. C’erano due figurette nere in quel tondo, oscillanti; forse ci precedevano, forse ci venivano incontro. Mi venne di pensare a Pinocchio nel ventre della balena, quando in fondo al lungo cunicolo buio, umido e appiccicoso, scorge un alone tremulo e iridato:la candela di Geppetto, l’ultima, piantata sul povero desco a rischiarare l’ultimo pasto.”

In un altro capitolo si parla delle cave di marmo, che nel 1996 – quando Cancogni scrive – avevano già abbondantemente devastato il panorama apuano.

Delle cave, caro Tonino, ci sarebbe molto da dire. Non basterebbe una giornata. Non vorrei annoiarti. Però ascolta ancora un poco. Le cave hanno alterato il paesaggio delle Apuane e in certi tratti l’hanno persino stravolto. Vedi le Cervaiole, vedi il Corchia. Solo la valle del Vezza, la più profonda delle tre che formano l’Alta Versilia, quella che abbiamo percorso fin qui, era rimasta quasi intatta. Fino al diluvio del 19 giungo intendo. Come un’oasi, un giardino protetto. L’Eden. C’era chi sognava di mantenerla così, per sempre, senza toccare nulla, fino alla fine dei tempi. Altrove, poco oltre il confine, le cave hanno non solo ferito i fianchi delle montagne ed eroso le sue cime. Con i ravaneti (così chiamano da noi le colate di detriti) con le lizze e poi con le strade, hanno ridisegnato il paesaggio. Spariti i boschi, sono emerse rocce inframezzate di magri pascoli, rade boscaglie. Dal grigio compatto delle grotte è scaturito il bianco del marmo, col rosso sangue della terra. Lunghe e multicolori venature hanno striato opache pareti coperte da una peluria erbosa. Pali, antenne, verghe, carrelli, aggeggi vari hanno tracciato sui profili e sulle creste una ragnatela di segni enigmatici. Solo la valle del Vezza si conservava immune dallo scempio della vita.”

Altro punto affascinante per chi – come me – adora i libri che parlano delle proprie zone native o residenziali, è quando l’autore racconta del Monte Procinto, vetta non troppo alta (mt. 1177 s.l.m.) della catena montuosa delle Alpi Apuane ma particolarmente incantevole e memorabile per la sua sagoma a ‘panettone’, sì proprio quella del tradizionale dolce natalizio, che infatti è il nomignolo con cui la cima viene volgarmente rammentata dalla popolazione alto-versiliese. (Altre notizie sul M.te Procinto: 1 – la sua ferrata è la più antica d’Italia, risale al 1893 e in seguito è stata ristrutturata più volte; 2 – delle sue sinistre e inconfondibili pareti rocciose già ne narrava nel 1525 il celebre Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso).

Se tu avessi voglia di salire in cima al Procinto si potrebbe farlo facilmente. T’indico la via. Il Procinto, lo vedi bene, è diviso in due parti; la torre più spiccata, poggia su uno zoccolo. Fra zoccolo e torre c’è una cintura verdeggiante che fa tutto il giro, partendo dal ponticello. Partendo dal ponticello verso sinistra il sentiero, dopo un centinaio di passi (mi segui?) sale un poco, e lì, sopra i ciuffi di vegetazione vedi una lapide bianca, un’altra, e accanto qualcosa di rosso. È la scala di ferro fissa che porta all’attacco della ferrata. Prima c’era una scala di legno mobile, legata a una catena nel cavo di una roccia. Per usarla bisognava avere la chiave. La chiave la tenevano i Gherardi alla Grotta. Si pagavano due lire. Da quando i Gherardi non ci sono più e la Grotta è diventata un rifugio del Club Alpino, al posto della scala mobile ne han messo una fissa, verniciata di rosso. La ferrata comincia lì. Se fai attenzione, ne vedi i gradini fra i cespugli che spuntano qua e là sulla roccia. Quei buchi neri? Sì, quelli. È una scala incisa nella parete; sul lato destro l’accompagna una catena, fissata a paletti di ferro; sul lato sinistro ci sono altri paletti, per tenersi. È una salita molto esposta, con le spalle al vuoto. […] Fatti i primi cinquanta metri verticali, si arriva su una cengia, una specie di terrazzino fiorito. Quanti fiori, quanti arbusti su quel torrione. E api, bombi, farfalle, uccellini. Sul terrazzo c’è spazio per sedersi. Poi la scala riprende, a sinistra, intagliata nella roccia, fra ciuffi d’erba (si chiama palèo d queste parti), arbusti, alberelli, fiori, su su, un po’ a chiocciola, fino a una spaccatura, una specie di antro, folta di verde. Nel fondo c’è una polla col suo piccolo specchio d’acqua, sempre in ombra, diaccia. Si beve raccogliendola nel cavo della mano, piano, per non smuovere il fondo. La cima è poco sopra. Per la gran varietà di piante sempre giovani e fresche, anche in estate, si chiama Il Giardino. Per la vicinanza delle altre cime, Nona, Bimbi, Matanna, tutte verticali, sembra di essere su un grattacielo di Manhattan. Un roof-garden come si dice fra la gente bene.”

Consiglio questo ‘libricino’ a chi desidera una lettura veloce ma profonda e suggestiva; a chi ama leggere pagine che raccontano di cose e di terre familiari descritte anche in epoche passate, quelle di cui non si ha memoria, attraverso intense ed evocative analessi; a chi è in cerca di opere scritte dai grandi personaggi del Novecento italiano della letteratura; a chi vuol saperne di più riguardo all’evento drammatico del ’96 avvenuto nei paesi dell’Alta Versilia ma soprattutto, direi, a chi adora la splendida natura offerta dalle Alpi Apuane, perché attraverso le poetiche descrizioni dei castagneti, dei ruscelli, delle cime, delle foci, delle lizze, dei ravaneti, delle pendici marmoree e delle pietre muscose, l’autore è come se ci portasse a camminare con lui su per sentieri fino alle adorate vette della sua infanzia.

Buona lettura,

Lida

TITOLO: Caro Tonino – pag. 94

AUTORE: Manlio Cancogni

EDITORE: Pegaso Editore (1997)

Le nostre anime di notte – Kent Haruf

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Le nostre anime di notte è un libro che procede piano, quasi in punta di piedi. È delicato perché si svela per gradi, senza fretta, proprio come accade in ogni relazione umana. Non c’è nulla di improvviso, nulla di forzato: solo due persone che imparano a riconoscersi.

All’inizio Addie e Louis non si conoscono davvero; si salutano da vicini, e le loro vite scorrono parallele. Poi arriva quella proposta che potrebbe sembrare indecente: «Ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte? Solo per parlare. Per non essere soli.» Dentro questa richiesta c’è timore, ma anche coraggio. C’è la consapevolezza che la solitudine, soprattutto la notte, pesa in modo diverso.

Quando Louis accetta, non nasce subito l’amore: nasce l’intimità. Prima poche parole.Poi confidenze. Poi l’uno entra nell’abitudine dell’altro. Finché diventano amici — o più che amici — quelli che nella notte si parlano delle cose che contano. È una vicinanza fatta di piccole azioni e cura silenziosa: occuparsi del nipote, offrirsi presenza, ascoltare senza giudicare. La loro relazione non ha un nome preciso, è una forma d’amore che non chiede definizioni, ma costanza e tempo.

“All’improvviso fuori dalla stanza buia il vento si alzò e si infilò con forza nella finestra aperta, facendo muovere le tende avanti e indietro con la violenza di una frusta. Poi cominciò a piovere.

È meglio se chiudo.

Non del tutto. Non è un buon profumo? È delizioso, adesso.

Davvero.

Louis si alzò, socchiuse la finestra e tornò a letto. Erano sdraiati uno accanto all’altra e ascoltavano la pioggia. E così la vita non è andata bene per nessuno dei due, quantomeno non come ce la aspettavamo, disse Louis.

Anche se adesso, in questo momento,mi sta piacendo molto.

A me sta piacendo più di quanto io pensi di meritare, disse lui.

Oh ma tu meriti di essere felice. Non credi?”

Quello che ferisce è lo sguardo degli altri. Il giudizio della figlia, della comunità, di chi crede che alla loro età certe cose non si devono fare.Come se invecchiare o essere vedovi significasse smettere di provare qualcosa: desideri, paure, bisogno di essere visti. Ma questo romanzo dice il contrario: abbiamo bisogno di compagnia, tenerezza, qualcuno che si prenda cura di noi — a qualsiasi età. E anche quando vengono separati, il filo non si spezza. Qualcosa rimane. Una traccia. Un possibile ritorno.

Ho chiuso il libro con la sensazione che la vita non finisce quando invecchiamo, ma quando smettiamo di credere di non poter provare più nulla.

Rebe

TITOLO: Le nostre anime di notte – pag. 224

AUTORE: Kent Haruf

EDITORE: NNE