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Il figlio ritrovato

Il mistero del lago (2017)

Assunta non parlava più con nessuno da anni. Faceva un’eccezione per Alessandro, quando erano soli, perché non voleva che lui serbasse, crescendo, un brutto ricordo della sua nonna. Con gli altri familiari comunicava con monosillabi e con i gesti, lo stretto indispensabile perché la casa funzionasse. Anche Totò, il marito, si era rassegnato al suo pallore inespressivo, a non vederla più sorridere e al suo lutto perenne. Perché il suo dolore non aveva scadenza e il lutto non si poteva calcolare in anni, partendo da una data incisa su una lapide, perché non c’era neanche una tomba sulla quale piangere. Non si era mai rassegnata alla scomparsa del suo primo figlio.

Renato era sparito una mattina d’autunno inoltrato, qualche giorno prima che partisse per la leva obbligatoria, e nessuno l’aveva più rivisto. Aveva lasciato intatte, nella sua camera, tutte le sue cose: i vestiti, la carta d’identità, il portafoglio con pochi soldi e, nella rimessa della cascina, la sua bicicletta. La notte prima era sceso al lago per gettare le lenze, dove era vietato pescare. Uno specchio d’acqua dolce, separato dal mare da una stretta lingua di pineta, che si riversava, per mezzo di un lungo canale con una piccola chiusa, in un più ampio bacino salato, comunicante con il mare. A nulla erano valse le successive ricerche, protratte per settimane, battendo i canneti palmo a palmo, e poi, sulla costa, le spiagge a nord e le scogliere aguzze, le grotte e le calette a sud del paese, quasi verso la fine della terra di Puglia. Persino i fondali di fronte alla marina erano stati perlustrati dai pescatori di ricci, con i loro specchi, fin dove la vista arrivava e il mare sprofondava.

Renato aveva sempre saputo di trasgredire la legge e lo aveva fatto per puro piacere, non certo per la necessità di portare a casa il cibo per il pranzo. Il podere assegnato a suo padre dalla riforma fondiaria, dopo la bonifica della zona paludosa circostante, forniva quasi tutto il necessario per vivere bene e neanche il pesce mancava perchè suo zio Gino, fratello di Totò, aveva una paranza al vecchio molo e quando tirava su le reti, metteva sempre da parte un cesto del pescato per la famiglia.

Il ragazzo ritornava al lago all’alba, facendosi strada fra la nebbia e le canne, e tirava piano le lenze, godendo della battaglia che iniziava con i grossi pesci che avevano abboccato durante la notte alle sue ghiotte esche. Le carpe combattevano fino all’ultimo, tirando il filo che si tendeva e vibrava come una corda di chitarra, facendogli protendere in avanti l’avambraccio con un movimento involontario. E quando, finalmente, riusciva a tirarle fuori dall’acqua, si torcevano repentinamente nell’ultimo tentativo di liberarsi, continuando a boccheggiare e a dibattersi, poi, nel cesto di vimini con cui Renato le portava a casa. E neanche l’espressione di disgusto di sua madre lo scoraggiava. La donna, abituata a pulire i pesci di mare, doveva frenare i conati di vomito nell’eviscerare quei bestioni di lago, che tardavamo a morire e che puzzavano di fango e “de lagnu”.

Ciò nonostante, Assunta cercava di cucinarli come meglio poteva, usando tutte le erbe aromatiche dell’orto e poi abbondando di aglio, cipolla e spezie per aggiustarne il gusto terroso. La guerra era finita da troppo poco tempo e, dopo la fame patita, le sembrava peccato buttare via un alimento, per quanto sgradevole fosse la sua preparazione.

-Perché mi porti questi pesci fetenti – si limitava a ripetere al figlio – Perché non vai a pescare sulla paranza di zio Gino? – aggiungeva sempre, ben sapendo che nulla sarebbe cambiato.

-E cusì u zziu Renatu cchiau a fija de lu rree e iddha e se lu purtau allu castellu! – raccontava ad Alessandro, ormai già troppo grande per ascoltare le favole della nonna. Inventava i suoi cunti usando il suo limitato lessico dialettale, avaro di termini e ricco di superlativi, come sapevano fare le nonne di una volta, quando non esistevano i libri di favole. Per descrivere la gioia, la cattiveria, lo stupore e l’incanto bastavano poche parole e l’espressione del viso, il socchiudere o sbarrare gli occhi, serrare le labbra o aprirle in un sorriso, stringere un pugno o simulare una carezza. Nelle sue storie scriveva sempre un finale bello e sospeso, Renato era un eroe antico, un soldato valoroso, un mago buono, un re magnanimo. Un personaggio che avrebbe girato il mondo e che, un giorno, sarebbe ritornato a casa sua, avrebbe narrato il suo incredibile destino e riabbracciato tutti. Assunta inventava racconti per il nipote ma, in fondo, alimentava la speranza del ritorno del figlio…

Le storie continuarono, con innumerevoli varianti fino a quando, un giorno, Alessandro si stancò delle favole e si sentì abbastanza grande da affrontare il padre.

-Dimmi la verità papà… – disse un pomeriggio a Franco, mentre la nonna era nell’orto a raccogliere delle verdure – Voglio sapere come è morto lo zio, ma dimmelo veramente!-

Franco sapeva che prima o poi sarebbe arrivato il momento di parlare “da adulto”, con suo figlio, di questo zio svanito nel nulla e sapeva anche che non avrebbe potuto fornirgli una risposta certa: non ce l’aveva! Poteva solo cercare di spiegare quello che sapeva, fargli una cronaca plausibile. Gli raccontò della sparizione, della sua partecipazione alle ricerche, anche dopo che i carabinieri, i parenti e la piccola comunità le aveva interrotte. Non c’era stato uno stop ufficiale, ma i tentativi erano andati scemando, le persone che frequentavano la casa per avere notizie avevano diradato le visite, il podere era ritornato ad una apparente tranquillità. Era stato quello il momento esatto dell’inizio della vera disperazione…

-Alessandro, credimi, vorrei sapere anch’io che fine ha fatto mio fratello – gli aveva detto, poi aveva aggiunto – Ne ho sofferto tanto. Renato era più grande di me ed era la persona che io avrei voluto essere: coraggioso, generoso e sempre allegro. La vita era uno spasso quando c’era lui, era una vita rumorosa, piena di cose che accadevano, di scherzi e di sorprese. Quella mattina scese al lago e scomparve nel nulla. Fu visto seduto sul muretto dello “strittu” da un contadino della masseria. Disse che ne stava lì immobile, fissando il canneto di fronte, come se dormisse ad occhi aperti, e non aveva risposto al saluto. La sua scomparsa ha fermato il tempo e da quel momento fatichiamo tutti ad avanzare, come se non avessimo più una direzione precisa e uguale velocità di recupero. Tua nonna da allora non è più la stessa. Tu non l’hai conosciuta com’era prima…-

Franco si alzò e andò a rovistare in fondo a un cassetto, tirando fuori una foto della madre da giovane – Guarda com’era bella! – disse al figlio, indicando la vecchia foto ingiallita – Io me la ricordo ancora così fino a quando c’era Renato, poi è invecchiata prematuramente e si è chiusa in sé stessa. Ma con te, almeno, parla… Tu ormai sei grande, lasciala fare, non le togliere la consolazione di raccontarsi un finale diverso. In realtà, anch’io sono convinto che sia morto per un incidente, forse in mare, e la corrente lo ha portato via e ora riposa su un fondale, fra i coralli e le stelle marine, come mi disse la mia maestra a scuola, per consolarmi –. Franco si voltò, per nascondere una lacrima, e aggiunse – Io so che ascolta le mie preghiere. Sì Alessandro, hai ragione tu, lo zio è morto e non tornerà mai più! Spero che, almeno a te, questo basti… –

Non preoccuparti, papà, – rispose Alessandro – ci penserò io alla nonna!- Ma già meditava di essere abbastanza grande per poter cercare una risposta a tutte le domande che erano rimaste senza soluzione, da troppo tempo, in quella casa. Quella notte chiese il permesso di rimanere a dormire dai nonni e Franco ne fu contento. Era certo che anche Assuntina ne avrebbe giovato.

-Sono contenta che ti sei fermato a dormire qui – disse la nonna al nipote – nel letto di tuo padre…Forse la vecchia rete ha ceduto e il materasso di lana è un po’ duro, vedo che sprofondi un po’, fai finta di essere su un’amaca…-

-Sto bene nonna, buonanotte…-

Alle prime luci dell’alba il sentiero che portava al lago era umido di rugiada. Dall’alto della collinetta lo specchio d’acqua appariva come un luogo fuori dal tempo, con i canneti sfumati dalla bruma e la superficie dell’acqua immobile che si colorava gradualmente dello stesso rosa dell’aurora. I versi degli uccelli che si risvegliavano cominciavano a riecheggiare nella vicina pineta, attraversata dalla brezza che proveniva dal mare e che si caricava degli odori intensi di resina di pino, di ginepro e di mirto.

Alessandro si vestì velocemente, prese una coperta e saltò dalla finestra che dava nell’orto. Era meglio che i nonni non sapessero nulla di questa sua uscita. Raggiunse il lago in pochi minuti, nel punto in cui iniziava il canale denominato “lu strittu” e l’argine in muratura diventava abbastanza ampio da potercisi sedere, il muretto che conteneva la chiusa che separava l’acqua dolce da quella salata. Era lì che avevano visto l’ultima volta lo zio Renato, immobile mentre fissava qualcosa, come ipnotizzato.

Si sedette, si avvolse nella coperta e si mise a osservare il corso dell’acqua che defluiva lenta fra le canne, creando piccoli gorghi e facendo ondeggiare delle alghe lunghe e ricciolute. Non sapeva cosa cercare ma qualcosa gli diceva che doveva attendere lì. Piano piano, confortato dal calore della coperta e inebriato dall’aria fresca, sentì il sonno che gli toglieva le forze, e non volle resistere…

Uno sciacquio cadenzato lo fece svegliare e gli rivelò che qualcuno stava attraversando il canale. Tenendo ancora gli occhi socchiusi vide una figura di donna che, a piedi nudi, si dirigeva verso la chiusa, senza curarsi di bagnare la sua veste bianca che, alle sue spalle, aderiva all’acqua come un piccolo strascico. Gli passò vicino senza degnarlo di uno sguardo. Alessandro notò la sua carnagione bianca e i lunghissimi capelli scuri dai riflessi verdastri. Il ragazzo pensò che fosse una forestiera in vena di stranezze.

-Chi sei? – le chiese. La ragazza si fermò un attimo, si voltò e sembrò accorgersi di lui solo in quel momento.
-Chi sono io? Tu chi sei! – Gli rispose, quasi con rabbia. – sei in casa mia a chiedermi chi io sia? -.

-Mi chiamo Alessandro – rispose il ragazzo – e non sono mai entrato in casa tua. Qui al lago ci può stare chi vuole e senza chiedere il permesso a nessuno…-

-E invece ti sbagli, Qui sei in casa mia, il lago è casa mia, è la casa di mio padre. Noi abitiamo da sempre in questo luogo. Tu, invece, cosa fai qui a quest’ora? Non hai una casa dove andare a dormire?-.

-Sono qui per cercare una risposta – disse allora il ragazzo – se questa è la tua casa, tu e tuo padre potete aiutarmi. Molti anni fa, in questo posto, scomparve una persona della mia famiglia, si chiamava Renato, e da quel momento la vita di tante persone è stata stravolta. Devo sapere cosa gli è successo…-. -So di chi parli. Renato lo conoscevo bene. Veniva spesso a trovarmi, forse era innamorato di me, o del lago, o di entrambi. E anche a me piaceva, ma non capiva che il suo era un amore impossibile perché le nostre nature erano diverse. Mio padre, poi, non avrebbe mai acconsentito.

-Ma com’è possibile? – escamò Alessandro – Tu sei ancora così giovane e lui è scomparso da tanti anni! –

-Non ti meravigliare – rispose la donna – il mio tempo scorre diversamente dal tuo e, comunque, io non ho null’altro da dirti. Non ho risposte alle tue domande. Non sei abbastanza grande e forte da affrontare i segreti di questo lago. Ti conviene non conoscerli anche perché, poi, nessuno potrebbe garantirti il ritorno a una vita normale, alla tua vita. Vattene via e farò finta di non averti mai incontrato…-

-Non mi muoverò da qui – concluse il ragazzo – e aspetterò tuo padre, se sarà necessario, perché mi dia le informazioni che mi occorrono e, se avete fatto qualcosa allo zio, ve la farò pagare!-.

-Il piccolo uomo è coraggioso – disse la ragazza dai lunghi capelli verdi, con tono canzonatorio – Se lo sei veramente, oltrepassa la chiusa e aspettami nel canneto, ed è lì che ti metterò alla prova, ma è anche lì che potresti morire e rimanere per sempre in fondo al lago. Il vostro “amore”, i vostri ridicoli sentimenti, piccolo uomo, implicano sempre delle conseguenze che cambiano e sconvolgono la vita e, a volte, ve la tolgono. Alessandro era al centro del canneto, la ragazza lo prese per mano – Immergiti con me – gli disse – trattieni il respiro più che puoi – ti porterò da mio padre ma sappi già da ora non è qui che ritroverai Renato -.

Alessandro si lasciò andare mentre i capelli verdi della fanciulla lo circondavano e lo stringevano in una morsa dalla quale era impossibile liberarsi. Sentì un forte dolore alla testa mentre l’acqua salmastra gli risaliva le narici e gli invadeva la gola. Istintivamente gridò – Nonna! Nonna… e gli sembrò di vedere per un attimo il viso di Assunta. Poi sopraggiunse il buio e pensò che era forse così che si moriva.

-Si sta riprendendo… ma dovrò ricucirgli questa brutta lacerazione sulla nuca – disse il dottore – ma com’è successo signora Assunta? -.

-L’ho trovato giù allo strittu, era scivolato sulle pietre umide e aveva battuto la testa. Poco prima mi ero affacciata nella camera dove dormiva e, non avendolo trovato, ho preso lo scialle e sono uscita di casa a cercarlo. Non so chi mi abbia guidata fin lì, anzi ora credo di saperlo… Poi l’ho visto, disteso fra i sassi e privo di sensi. Inizialmente ho creduto che fosse morto e ho gridato a Dio tutta la mia disperazione. Gli ho chiesto di non togliermi anche lui! Me lo doveva lasciare. Aveva già Renato con sé, cosa voleva ancora ancora da me che non gli avessi già dato? Poi vidi che Alessandro si muoveva. E respirava! Dio..Dio… l’ho ringraziato! L’ho ringraziato per avermi riportata alla vita. Ho realizzato in quel momento che Renato non c’era più ma che mi era rimasto Alessandro, e non solo lui. Avevo mio marito Totò e l’altro mio figlio, Franco, che hanno vissuto tutti questi anni con il fantasma di me stessa, senza avermelo mai fatto pesare…-.

-Forse era il momento giusto per la rassegnazione, signora Assunta – rispose il dottore, mentre medicava la testa di Alessandro – perché non tutti affrontiamo il dolore allo stesso modo. Le persone sensibili come te, poi, tendono a sentirsi responsabili delle disgrazie che accadono ai propri cari, anche se sono inevitabili. Renato, non tornerà mai più, è vero. Prima non volevi sentirtelo dire. Ora lo hai ritrovato, dove è sempre stato: nel tuo cuore!-.

Alessandro guarì presto ma non si spiegò mai cosa fosse successo quella mattina presto, al lago. Forse per salvare la nonna dalla sua prigione di malinconia si era reso necessario che lui entrasse, anche se in sogno (ma era stato solo un sogno?), in una delle innumerevoli storie che lei gli aveva raccontato nel corso degli anni, quella della fata del lago, che faceva innamorare gli uomini per poi imprigionarli.

Come concludere questa storia se non con l’invito a visitare, al mattino presto, quel lago narrato e a sedervi sull’argine dellu strittu, a godere della sua magia. Se osserverete attentamente, sotto il pelo dell’acqua vedrete ondeggiare i lunghi capelli verdi della Naiade, la figlia del Lago, che fa da sentinella alla chiusa perché l’acqua salata, proveniente dal mare, non si mischi mai con quella dolce.

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Riti e rituali estivi salentini

Ricordo un rito che si svolgeva in questi giorni, durante la mia infanzia, nella mia sfera di vicinato. Era legato alla processione del Corpus Domini che sfilava nelle vie della città fra le calate delle coperte buone di broccato rosso e giallo oro, esposte dai balconi delle case. Era un rito religioso, naturalmente, dove la magia non era ammessa. Straordinaria, in verità, era l’autorizzazione – che si otteneva solo quella volta nel corso dell’anno –  di cogliere ogni tipo di fiore dai giardini privati e dai balconi. Quel giorno anche le mamme e le vicine di casa più fissate con le loro piante, quelle che requisivano le palline da tennis accidentalmente finite nella loro proprietà  e che tagliavano in due i palloni “Super Tele” calciati dai ragazzini, se solo sfioravano un giglio profumato o una comune lantana, aprivano le porte delle loro giardini e delle loro terrazze a tutti i bambini del vicinato. Si potevano cogliere tutte le  rose già sbocciate, i gerani, le margherite, le zinnie e le dalie precoci e i  gelsomini. Questi fiori venivano poi ridotti in in petali profumati e sistemati in cestini di vimini, pronti da gettare dalle terrazze più alte al passaggio della processione e del  baldacchino che proteggeva l’arciprete con l’ostensorio, preceduto dai
nuovi comunicati dell’anno, autorizzati a sfilare con l’abito della prima comunione, velocemente ripulito in tintoria dalle macchie di cioccolato e di spumone del rinfresco successivo alla cerimonia.

Oggi si riscoprono altri riti: la preparazione nottetempo di acque beneauguranti, infusi, nocini. Andar per fratte a raccogliere erbe officinali (e zecche). Riti pagani, perciò “neutri” che si fanno anche negli asili, come laboratorio didattico, con buona pace di coloro che non tollerano attività ispirate dalla religione (ovviamente la Cattolica). Manca la lettura dei fondi di caffè, l’individuazione del malocchio dalla forma dell’olio stillato nel piatto colmo d’acqua e, per non farci mancare nulla, il potere predittivo dei lombrichi tagliati. Anche queste pratiche facevano parte della vita dei nostri avi, in un tempo abbastanza remoto e oscuro dove la miseria e l’ignoranza la facevano da padrone. E non c’erano davvero le nobili e romantiche intenzioni dell’attuale ripescaggio in salsa new age.

Notti magiche dove tanti aspiranti maghi e sedicenti fattucchiere pasticciano nei bacili, giusto per darsi una mossa e aver qualcosa da raccontare e, possibilmente, da istagrammare. Notti che nascono per ricongiungere l’uomo e il litio delle batterie degli smartphone con l’anima della natura e che finiscono nella squallida normalità del fracasso dei mezzi della raccolta differenziata e nella puzza di bruciato delle stoppie (nella migliore delle ipotesi). Più avanti arriveranno i riti veri e concreti, quelli che richiedono forza fisica e cervicale salda. Quelli della preparazione delle conserve di pomodoro, delle marmellate, dei concentrati di peperoni rossi. Dei fichi da seccare, da esporre al sole al mattino e da ritirare alla sera, prima che cada l’umidità notturna. Dimenticavo che oggi i fichi costano un occhio della testa e per organizzare un paio di cannizzi pieni ci vorrebbe un piccolo capitale. Lì il gioco si farà duro e solo i duri scenderanno in campo. Tutti gli altri saranno al mare.

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l’Arco dell’Amore

I nuovi nascituri dovranno accontentarsi di vederlo nei filmati e nelle foto, o di ascoltare i racconti su quella che era la sua aspra e ardita bellezza, se qualcuno gliene vorrà mai parlare, ma, probabilmente, non proveranno alcun interesse e, meno che meno, emozione, perché è l’esperienza che trasforma l’informazione in emozione, mentre per noi ritornare sul posto e ricordare com’era sarà una fitta al cuore.
È crollato l’Arco dei Faraglioni di Sant’Andrea, una delle maggiori attrazioni naturali del Salento, se non della Puglia. A memoria non ricordo nulla del nostro paesaggio che sia scomparso da un giorno all’altro, se mai ho visto aggiungere qualcosa ad opera dell’uomo, con risultati spesso discutibili. Il disastro è avvenuto in pieno inverno e il forte maltempo di queste ultime settimane ha contribuito sicuramente ad accelerare il processo di deterioramento della roccia friabile, già irrimediabilmente danneggiata. Fortunatamente non c’era nessuno né sul “ponte” né sotto, come accadeva in estate quando i bagnanti erano spesso sotto quell’arco con maschera, pinne e materassini gonfiabili, mentre le coppie più temerarie si scambiavano sul ponte naturale anelli e promesse di eterno amore.
Con perdite umane a zero si può partire direttamente con la polemica, anche se il senso della perdita c’è tutto. Si poteva evitare? Questa è la domanda che si pongono in molti. Sarebbe stato giusto evitarlo con opere di consolidamento, visto l’alto valore simbolico e il più spicciolo interesse commerciale e turistico, oppure bisogna lasciar fare alla natura, così com’è accaduto, alla quale spetta il diritto di ridefinire i confini fra gli elementi? Probabilmente non si poteva intervenire perché è l’intera costa che è soggetta a un fenomeno di erosione irreversibile e a continui distacchi di frammenti di falesia, benché non così eclatanti. Ma se fosse stato a Capri, o in qualsiasi altro posto turistico di fama internazionale, si sarebbe arrivati al crollo definitivo di un monumento naturale senza tentare (negli anni precedenti, beninteso) di preservarlo?
In realtà sappiamo che anche su un tipo di roccia friabile e sedimentata ci sono interventi possibili, come quelli che sono in corso a Castro a protezione dell’area portuale, ma io non sono un tecnico e giro la domanda a chi è competente a dare una risposta attendibile.

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Vending Machines

Vending Machines

Chiudono i negozi e le vetrine si impolverano, a volte rimane per qualche tempo un vecchio manifesto pubblicitario di un “fuori tutto”, che ti fa rendere conto che l’ultima era realmente una liquidazione totale e non uno slogan per concludere i saldi della stagione. A volte rimane un numero telefonico scritto a penna su un foglio, un “ci siamo trasferiti” o il cartello di un’agenzia immobiliare. Abbiamo visto persino falsi rimandi del tipo: “Ci stiamo riorganizzando, ci rivediamo in autunno con la nuova collezione”. È arrivato l’autunno, poi l’inverno e la primavera successiva… Poi si dà il via ai lavori e inizia la curiosità. Si smontano le vecchie vetrine, si incastrano le armadiature nel cartongesso e si imbianca. Ha aperto un distributore automatico. Ci è andata bene, pensiamo, meglio di un negozio di cianfrusaglie cinesi.

Puoi prendere il caffè, una bibita, la merendina e un gelato industriale. Puoi comprare anche un tramezzino che sa di alcool e un piatto di pasta precotta. A tutte le ore del giorno e della notte. Cibo standard per persone standard, con uguali esigenze e preferenze, disintermediato da ogni intervento umano. Nessuno ti chiede se il caffè è buono o se la pasta è scotta, perché anche la tua soddisfazione è regolata a un livello piuttosto basso. Nessuno ti chiede se, per favore, hai gli spiccioli giusti. L’allegra caciara, la battuta giornaliera, la tazza bollente con il manico che ti viene rivolto nel senso giusto, perché il barista ricorda anche se sei mancino, sono tutte le cose a cui consapevolmente rinunci perché ti sono state ripagate (se mai fosse una contropartita quantificabile in denaro) dal costo più basso della “consumazione”. È una strisciante diseducazione al servizio di qualità, che non è più previsto quale parte inscindibile dell’anima del commercio, ma che sarà, sempre di più, un costoso optional per chi potrà permetterselo.

Tutto è iniziato con il low cost. Sembrava un sistema simpatico, tarato sul target degli studenti, per viaggiare pagando poco e senza servizi, poi sono arrivati i discount, un modo alternativo di fare la spesa approfittando dei prodotti non di marca. Poi, ancora, le catene che vendono abbigliamento, accessori e trucchi di pessima qualità on line. L’idea ci è piaciuta e ci siamo incamminati in quella direzione quasi per divertimento, perché il minimalismo era di moda e la parsimonia era ed è una virtù, poi è diventato utile e infine, per molti, la scelta obbligata. In realtà erano fasi dell’adattamento dell’economia allo smantellamento antropologico e al livellamento verso il basso della classe media, verso impieghi precari e bassi salari.

Credevo che i distributori automatici fossero un posto per ragazzini, ma ora è più facile trovarci anche intere famigliole in passeggiata domenicale. Forse così è tutto più facile per chi deve valorizzare ogni singolo euro.

A me davano un senso di disagio che non sapevo spiegarmi, poi ho realizzato che mi richiamano un obitorio. Per il fatto che sono bianchi e che sono frigoriferi ma forse, e soprattutto, perché dentro non c’è vita.
L.

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Un posto al sole

In queste tarde mattinate di febbraio il sole basso cela le panchine della piazzetta nell’ombra lunga delle palazzine popolari. Meno una, esposta a Ovest, la più ambita perché è l’unica ad asciugarsi presto dalla rugiada notturna e a beneficiare del piacevole tepore dei raggi che allevia gli acciacchi e scioglie le giunture. In quel pezzetto di marciapiede orlato di aiuole incolte, ritagli di terra nel cemento destinati a improbabili alberi mai attecchiti, fra mazzi di ortiche e di acetosella si è dato convegno il solito gruppetto di anziani. Da quando è iniziata la stagione fredda hanno trasferito il loro punto d’incontro su quel lato della piazzetta e, poiché la panchina al sole non li contiene tutti, per sedersi fanno a turno, privilegiando le signore. Ma la galanteria è solo un gentile pretesto perché è evidente che siano loro le più acciaccate e bisognose di posare le membra. Sono uomini e donne che al lavoro, alla casa e alla famiglia hanno già dato e oggi, più o meno sollevati da una parte delle incombenze dell’età adulta, sono alla ricerca di effimeri momenti di svago e di vitamina “D”. Più vicini alla terza che alla mezza età, sono così caratterizzati da sembrare la selezione di personaggi reclutati dal casting di una sit comedy.

Gli uomini, di tanto in tanto, simulano una marcetta sul posto per riscaldare le gambe intorpidite, piccolo tributo reso alla tramontana, stringendosi nei piumini adolescenziali troppo colorati e voluminosi, probabilmente dismessi dai figli molti anni prima. Le signore, invece, hanno aggiunto scialli pesanti ai cappottini e i fuseaux di felpa alle calze doppie. Indispensabili, poi, le scarpe morbide a pantofola, quelle che si indossano quando i piedi sono doloranti e la comodità diventa necessaria.

Anche la nonnina più anziana, quella che ormai si stanca a fare le scale, si affaccia dalla sua finestra al primo piano completamente avvolta in un plaid stampa leopardo, già visto nelle offerte di una catena di casalinghi. Lei è rimasta sul lato in ombra perché là è il davanzale della sua cucina, e un po’ ne soffre di questa situazione di isolamento, di non poter partecipare ai discorsi delle sue amiche, giacché nessuna donna della sua generazione ammetterebbe di avere anche amici uomini. Si definiscono conoscenti, vicini di casa, figli di un’antica comare, fratello di… o cognato di…

Questa mattina la loro attenzione sembra focalizzarsi su un signore con il cane al guinzaglio che ha sconfinato dal suo isolato borghese, distante qualche centinaio di metri dalla piazzetta. Neanche lui è un personaggio nuovo lungo il mio tragitto. L’interessato, anziano anche lui e basso di statura, cammina con un certo sussiego oppure, più semplicemente, tiene alto il mento come a guadagnare idealmente qualche centimetro in altezza. Il cane, di taglia troppo grande per lui, tanto che ogni tanto mi sono chiesto se davvero lo saprebbe contenere in caso di necessità, in realtà sembra mansueto e consapevole del suo compito di essere lui, in realtà, a portare fuori casa il suo “umano”. Il guinzaglio “molle”, mai teso, confermerebbe la missione dell’animale.
Il caso ha voluto che il cagnone, nelle sue prerogative di scegliere il luogo più opportuno e confacente al suo fiuto e sensibilità individuale, abbia disdegnato l’ampia aiuola che ha incontrato strada facendo, prima di entrare in piazza, e che stia manifestando un’esigenza impellente proprio nei pressi della panchina dei miei anziani.
Il gruppo si zittisce, gli sguardi rivolti all’ospite diventano severi. Sono pronti a redarguirlo qualora non dovesse ottemperare ai suoi doveri civici. Invece l’uomo, con un colpo di scena ormai insperato, tira fuori dalla tasca la bustina e recupera prontamente quanto il suo cane ha appena deposto. Poi si dirige verso il cestino dei rifiuti risollevando il mento, ritornando su quella posa che gli conferisce un certo sussiego, ovvero quel centimetro in più…
I volti si rasserenano. -Dove eravamo rimasti?…

(Un posto al sole 02/2026)

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Otranto last minute

Otranto last Minute – febbraio 2020
(La calma, un attimo prima della tempesta pandemica)

Stamani gatte grasse e pigre, cuccioli di razza imbragati alla prima uscita, principessine di tulle celeste, vistosamente imbellettate, e piccoli Spiderman. Da un altoparlante di un bar “Amore e Capoeira” impasta ancora l’aria di duemiladiciannove. Non esistono più, da quarant’anni, i quarantacinque giri nel juke box del Central Bar eppure, in questo largo che chiude il Corso, non sono ancora arrivati, benché viaggino sulla fibra ottica, i successi del Sanremo appena concluso e i reggaeton già pronti per l’estate a venire.

Tutto indugia nel passato prossimo. Oscillano sui gomiti, proprio come pendoli, i sacchetti di cartone lucido del saldi, rigonfi di scarpe da jogging, bluse e pantaloni a buon mercato. Non siamo ancora atterrati con entrambi i piedi nel duemilaventi, siamo sospesi a metà del salto. Infatti molti ristoranti, bar e pasticcerie sono chiusi. Un commerciante non ha ancora rimosso dalla vetrina l’oggettistica natalizia: le clessidre di sabbia rossa, mai più capovolte dopo la vigilia, i carillons a forma di giostra con i martelletti fermi sull’ultima nota battuta, la palla trasparente con il Babbo Natale e le renne che attendono invano la prossima scrollata. Un altro esercente ha dimenticato di spegnere le lucine colorate. La loro intermittenza è l’unica cosa che sembra scandire questo tempo sospeso, dove tutto è possibile, da un momento all’altro, e nulla appare davvero fuori tempo e fuori posto.

Siamo a metà, nello spazio neutro fra un’estate e un’altra, nel pieno del last minute più straordinario che il Salento possa offrire, perché il nostro mare fuori stagione è una splendida, interminabile, occasione. Si offre, a basso costo, con le sue tempeste e con le sue bonacce e, fra le une e le altre, c’è quel moto irrequieto che si volge incessantemente a scirocco e a tramontana, cambiando verso e colori, come certe stoffe pregiate sembrano mutare aspetto e consistenza solo cambiando la luce o il punto d’osservazione. Pronto a sciogliere e ad assorbire le tensioni di chi si fermi a osservarlo, affascinante e consolatorio sempre. Beati noi e chi, da fuori, l’ha capito: una coppia di anziani dai tratti nordeuropei, hanno degli zainetti sulle spalle e scarponcini da trekking. Si siedono su una panchina del lungomare e allungano il collo per godersi il sole caldo che questa mattina segue la prima, vera, gelata dell’inverno.

Sui pochi tavolini, gli aperitivi vengono serviti insieme ai cappuccini. Il cappuccino a tutte le ore e l’aperitivo che sostituisce il pranzo o la cena, anche questo lo abbiamo imparato dai turisti. È un tributo alle abitudini del vivere metropolitano che forse qui non ha senso. Ma ci si adegua, l’ansia di apparire comunque contemporanei intimamente sovrasta l’orgogliosa, ma solo teorica, riaffermazione delle antiche radici.

RImango per qualche minuto da solo sul lungomare. Una ragazza nigeriana con i capelli vistosamente ossigenati si avvicina per tentare la sua vendita. Ha una mano piena di accendini e l’altra ricolma di braccialetti. Mani lunghe e scure che trattengono pezzi di plastica di colori sgargianti: un’immagine buona per una pubblicità anni 80.

Ho fatto più di una foto al panorama, dall’affaccio del Cannulo. Ma, per quanto cercassi l’inquadratura giusta, quel bucato c’era sempre di mezzo. Allora ho tenuto il bucato e ho tagliato il resto.

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A Castro

Giù alla marina, nelle belle e asciutte giornate d’inverno, i pescatori riverniciano le barche tirate a secco, mentre il Pizzo Mucurune sbarra il passo alla tramontana. Grasse pennellate di tutte le tonalità d’azzurro, senza risparmio, e, sulla chiglia, mani e mani di antivegetativo rosso cupo. Anche sui balconi, sugli usci delle case e nei magazzini si restaurano gli infissi provati dall’umidità e dalla salsedine. L’odore acre delle vernici e della trementina si espande, ti raggiunge, ti invade le narici per pochi attimi e poi si dissolve, diluito negli invisibili vortici ascensionali che risucchiano l’aria fin sulle torri. Non disturba perché è ormai sedimentato nella memoria atavica, come quello delle reti umide, dei sughi che sobbollono a lungo nelle cucine e delle alghe che affiorano con la bassa marea. Fa quasi parte delle percezioni sensoriali legate al paesaggio di questo periodo, insieme al calore gentile del sole, al luccichio quasi accecante sull’increspatura del mare, alle poche voci nella piazzetta e allo sciabordio della risacca fra i massi.
A Castro.

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Ordinario compleanno

Stamattina mi sono alzato con la consapevolezza che era il giorno del mio compleanno, convinto però che sarebbe stata una giornata perfettamente allineata alle altre e per nulla intenzionato a celebrare alcunché. Come ogni giorno, il primo gesto è stato quello di preparate il caffè e, subito dopo, sono andato ad aprire le tapparelle, seguendo l’ordine del minor fastidio acustico possibile da arrecare a chi ancora dormisse.
A proposito del caffè, mi sono convinto da tempo che la moka autentica è quella da sei tazze, quella più equilibrata e che fa il caffè migliore. Quello che avanza serve per il latte o da sorseggiare, amaro, durante la mattina. Mi chiedo, pertanto, perché io continui a utilizzare quella delle bambole, da 3 tazze e mezza…

Certe albe, qui a Maglie, sembrano tramonti e oggi era proprio una di quelle, con nuvole lattiginose e colorate, lunghe e sottili, che stratificano il cielo, sovrapponendosi quasi e lasciando ampie strisce d’azzurro trasparente, dove si può intuire un luccichio residuale.

Qualcuno mi ha detto che non dovrei rallegrarmi più di tanto quando vedo il cielo colorarsi di tinte quasi innaturali, perché, se non sono a una latitudine da aurora boreale, gli effetti speciali possono essere determinati da particelle inquinanti sospese nell’aria. Se fosse così, pazienza, almeno per oggi mi sono goduto questo lato positivo dell’inquinamento.

Non c’è voluto molto perché entrasse il primo raggio di sole in casa, passando come uno scanner sulle mie cose: un paesaggio dipinto con tinte neutre e perlate, tanto che, secondo il momento del giorno, acquisisce dalla luce esterna i colori dell’alba, del mezzogiorno o del tramonto; una statuina di ceramica della buonanima di Mesciu Vitu De Donatis da Cutrofiano; un pupo di cartapesta che rappresenta un pescatore con le reti aggrovigliate su una spalla. È più alto degli altri pastori e non entra fra una mensola e l’altra dello stipo dove sono allineati e visibili, per tutto l’anno, i personaggi del mio presepe. Alla fine il sole ha raggiunto la libreria. Non sono gli stessi libri di quando ero ragazzo, quelli che ho letto di nascosto, durante il riposo pomeridiano obbligatorio, dietro alla tapparella, alla luce che passava attraverso i buchi. Ho salvato solo Ivanhoe di Walter Scott e pochi altri. Quei libri, andati perduti durante traslochi e ristrutturazioni di casa dei miei, rimangono ancora, per me, il più potente mezzo di locomozione e la più efficace macchina del tempo di cui abbia disposto.

In quel preciso momento, quando tutto nella stanza sembrava prendere forma e consistenza, è riaffiorato nella mente il buongiorno che mi dava mia madre mentre apriva la tapparella della mia camera. Il ricordo del viso di una mamma che non è invecchiata, e non invecchierà mai, è una piccola e crudele consolazione riservata agli orfani. Non diceva mai “Alzati, che è tardi” ma ripeteva, tutte le mattine: – Ecco la luce del Signore! -. Lei aveva dalla sua una fede a prova di bomba, cosa che non ho io, e, come tutte le persone che avevano vissuto in tenera età i disagi della guerra, sapeva quale grande dono fosse poter vivere semplicemente e senza pretese di ricchezze e agi. Essere contenti di vivere non è un brevetto ad uso di chi è religioso, però. Sono convinto che le persone per bene si incontrino sempre, c’è un luogo di convergenza dove confluiscono tutti i “buoni”, qualsiasi sia il punto di partenza e la storia di ognuno.

L’alba di oggi è stata proprio del tutto normale e, per questo, più che speciale. Perché ogni mattina non è per nulla banale svegliarsi, fare il caffè con la moka delle bambole, gioire di avere intorno le persone che ami, salutare la gente che incontri, fare “quello che devi” secondo i tempi e l’evoluzione della tua vita, ma sempre con onestà e rispetto degli altri.

Piuttosto che ringraziarVi uno per uno, come meritereste, ho deciso di fare a modo mio (e pazienza per chi dice che mi dilungo oltre gli accettabili tempi standard di lettura di un post di facebook) mettendo giù un po’ di riflessioni e anticipandovi cosa farò.

Andrò a Otranto, come sempre. Non per pranzare a base di pesce, ma solo per camminare a passo lento sul Corso. Poi un salto in Cattedrale, a calpestare , con tutta la leggerezza che mi sarà possibile, le figure che Pantaleone ha imprigionato nelle tessere del mosaico, mentre la luce del sole – in questi giorni di gennaio – ha l’angolazione perfetta ed è così forte che attraversa il rosone e le vetrate. Entra pure dal lato che dovrebbe essere in ombra, però non c’è nessun mistero da racconto gotico da svelare: è la luce riflessa dal campanile e dalle facciate di pietra chiara dei palazzi tutt’intorno. E’ la luce bianca di Otranto, quella della quale scrivono gli autori ispirati e la stessa che rimpiangono i viaggiatori, una volta ritornati nelle loro terre.

Ringrazio di nuovo anche Voi, per il calore dei vostri auguri.

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Fermate

Fermate
11/2024

Un signore anziano, alto e stempiato, è fermo davanti al muro delle affissioni mortuarie. Indossa un largo cappotto grigio, ben abbottonato, e con rapidi movimenti delle dita si ricompone, senza posa, i radi capelli, scompigliati dallo scirocco umido. Ogni tanto si sposta, un passo di lato alla volta, per controllare altri manifesti e, nel farlo, schiaccia sotto le scarpe le ghiande cadute dalle fronde dei lecci.
Passa un omino in sella a una bicicletta troppo grande per lui; riesce a malapena a completare la pedalata spingendo alternativamente con le punte delle scarpe. Dà, pure lui, un’occhiata ai manifesti e frena lentamente, nonostante lo stridore acuto dei gommini cristallizzati sui cerchi delle ruote. Prima che la bici sia completamente ferma è costretto a balzare dalla sella, per non perdere l’equilibrio. Sollievo per i timpani. Si assicura di reggere saldamente il telaio fra le gambe e stacca finalmente le mani dal manubrio. Si avvicina ricompondosi, tirando sui fianchi l’orlo del suo giubbotto trapuntato che il vento a favore gli ha sollevato sulla schiena.

-Bruttu periudu! – gli dice, in dialetto, il signore con il cappotto, distogliendo un attimo lo sguardo dalla lettura – Il mese scorso c’erano solo vecchi manifesti, qualcuno dell’estate scorsa e, in meno di quindici giorni, si è riempito il muro intero…-.
-Si vede che questo è periodo! – conferma il piccoletto – Me lu dicia puru la mamma mia, ca quannu trase intra a na casa, a na strada, e intra a nu paese, se porta cinca s’ave purtare e, giacché, puru quiddri ca stannu a ddrai a ddrai…
-E cce putimu fare? Cosa ti diceva di fare la mamma toa? – riprende quello alto. E’ chiaro che nessuno dei due voglia nominare l’innominabile.
-Nienzi, tocca stamu citti e queti e spettamu cu se ne vascia… –Risponde l’altro con un tono rassegnato. Poi, indicando un manifesto ancora lucido di colla, commenta: -Quista ete puru nobil donna, nà!-. Va più avanti: -E sti doi suntu de fore paese. Ci sape… Forse tenene fiji o niputi a Maje. Nu li canuscu… Puru stu giovane, chiù vagnone de nui! Malatia, malatia… dice “serenamente”…-.

Non so se si conoscano o meno. Davanti ai manifesti funebri scatta la solidarietà dei sopravvissuti, una confidenza e un’empatia immediata che consente di chiedere esplicitamente – a chi condivide la fermata – notizie sui trapassati, sulle malattie fatali, sui parenti e di fare riflessioni sull’età (si scopre, fra l’altro, che il concetto di età è soggettivo e che si è “vagnoni” fino alla soglia del secolo, fino a quando c’è uno con un giorno più di te). A volte si riesce a sapere tutto, l’intera biografia e genealogia del defunto, altre volte le domande rimangono senza risposta.

Finita la carrellata, uno si alza il collo del cappotto, l’altro risale con destrezza sulla sella della sua bicicletta. Riprendono il loro percorso lungo il viale, ma in direzioni opposte. Uno con il vento a favore, l’altro contro.

Nonostante il vento e la cappa di umidità, sembra che si riesca a respirare, godendo dell’aria che entra nei polmoni e pensando che nulla è scontato e nulla ci è dovuto. Si potrebbe benedire persino la grandinata di ghiande che si staccano dai lecci e che piove addosso ai passanti a ogni rinforzo di scirocco.

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La Luna dei Borboni

La Luna dei Borboni ( 07/2024)

Alle 23 mi sono affacciato al balcone. Un fulmine ha illuminato il cielo a Nord Ovest. Appena il bagliore del lampo si è smorzato, dalla stessa direzione, come se si fosse aperta una finestra spazio-temporale, mi è arrivata la musica di un’orchestra che suonava inequivocabilmente l’Inno al Re del Regno delle Due Sicilie.

“Iddio conservi il Re per lunga e lunga età
come nel cor ci sta
viva Fernando il Re…”

Improbabile che nei paraggi si tenesse un raduno organizzato di nostalgici borbonici.

Che dire? La musica dei Borboni è bella e solenne, richiama l’inno della Corona inglese ma il testo è quello che è perché, all’epoca, occorrevano testi elementari e celebrativi dei reali. In ogni caso ci vuol poco a fare meglio di quello che fece Mameli, molti anni dopo, con il suo “elmo di Scipio” e, fra le cose che sono andate perse con l’unificazione dell’Italia, noi meridionali sicuramente abbiamo lasciato un vero inno per prendere una sorta di marcetta che, diciamolo, ci costringe anche all’imbarazzo del “paraponziponzipò”, specie
in sede internazionale.
Poi, mentre le ultime note dell’Inno al Re si smorzavano, mi è giunta l’eco di un lungo applauso. Gli spettatori dell’opera teatrale che si era appena conclusa nella vicina Villa Tamborino avevano apprezzato.

Non mi rimaneva altro che dare un’occhiata alla clamorosa Luna Blu che illumina il cielo di queste strane notti tropicali, con il temporale a fare da sfondo. Non l’ho fotografata. Lo lascio fare ai tanti che lo faranno fino alla prossima alba, meglio di come lo farei io e con tanta, tanta, motivazione in più.

(Il titolo l’ho indegnamente rubato a Bodini)

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Otranto, 18 gennaio 2026

Capita, inutile negarlo, che a volte ci si possa trovare casualmente in un posto nel momento in cui sta accadendo qualcosa di straordinario e, allora, non pare vero poterci mettere la propria firma con il classico “Io c’ero!”. Non è stato questo il caso. La partecipazione al Concerto “InCanto di Pace”, a Otranto, era stata programmata, ma devo riconoscere che, per esserci puntualmente, ieri è stato necessario imporre un’accelerazione improvvisa a un pomeriggio che aveva preso una piega lenta e sonnecchiante (l’età, ormai, richiederebbe la necessità di tenere un’agenda, fisica o virtuale che sia). L’inaspettato traffico in andata, sulla statale 16, mi ha fatto capire che trovare un posto a sedere sarebbe stata un’ardua impresa, ma – si sa – le vie del Signore sono infinite, come infinite sembrano essere le sedie impilate sotto le canne dell’organo monumentale della Cattedrale. Basta saperlo.

Se vi dicessi, già dai primi di gennaio, di aver assistito all’evento più bello del nuovo anno (No che non parlo del film di Checco Zalone, che lascio commentare al resto del mondo, e neanche di quello di Sorrentino) potrebbe sembrare un’esagerazione detta per mettere in evidenza non l’evento in sé, il suo valore culturale, artistico e spirituale, ma la circostanza che io fossi là, proprio come alcune recensioni di eventi raffinati e di nicchia servono più al prestigio e al carnet del recensore che a rendere un reale servizio al luogo, all’evento e a chi, dopo di lui, volesse ripercorrere i suoi passi.
Dopo i primi tre (meravigliosi) brani, qualcuno vicino a me, che aveva portato con sé dei bambini molto piccoli, è andato via con rammarico, facendo spallucce perché i piccoli non avrebbero resistito oltre senza farsi sentire. Dopo i primi tre brani anch’io mi sono domandato se avrei (o sarei?) potuto resistere per l’intero concerto al battito accelerato e alla pelle d’oca. Poi mi sono immerso nel canto e del suono, li ho fatti miei quasi estraniandomi dal contesto, mi sono calmato ed è subentrata una piacevole sensazione di benessere. Mi capita che in circostanze di particolare “beatitudine”, indotte da musiche e canti, incensi e ritualità, con la spicciola volgarità di chi antepone il proprio basso tornaconto a tutto il resto, io chieda a Dio, se mai avesse in programma di farmi morire da lì a poco, di portarmi via in quell’istante, magari scomponendomi in atomi, come Margherita Hack ipotizzava fosse la vita eterna, il ritorno a far parte diversamente dell’Universo, cosi da soddisfare anche il mio lato laico e – come dire? – materialistico. Quale miglior modo per non creare disturbo al pubblico e problemi logistici ai parenti? E niente, sembra che un “the end” da film neanche questa volta…

InCanto di Pace – Concerto Spirituale per la Pace
Coro della Diocesi di Otranto
Orchestra Sinfonica di Lecce e del Salento
diretti dal Maestro don Biagio Mandorino.

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Al supermercato

Mi fa quasi tenerezza la parsimonia dignitosa di una giovanissima coppia che seleziona, parlando piano, i tortellini più economici per la cena di capodanno e mi irrita l’arroganza e la taccagneria delle persone che ostentano tenori di vita elevati e che si danno una “ripulita” alla verdura per farla pesare di meno. Poi, cambiando reparto, massacrano i banconisti con pretese assurde, li incalzano sui prezzi, ci ripensano più volte sulla scelta e poi protestano se si sforano di pochi grammi i cinquanta di bresaola richiesti. Se no, salta la dieta…
I nostri vecchi, a una persona che avesse fatto consapevolmente una brutta figura pur di non sborsare qualche lira in più, gli avrebbero detto: “Va’ minate nu parite susu” (Fatti seppellire dalla vergogna). Ma questa gente ha tanta opinione di sé, e tanto poco rispetto per il tempo e il lavoro degli altri, che quello che accade all’esterno della loro bolla di egoismo e narcisismo, e che non procuri loro un qualsiasi vantaggio, vale meno che zero.

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Ultima Domenica di Avvento

Ultima domenica di avvento.

Parte 1

Dopo una serie interminabile di rotonde, da attraversare imboccando immancabilmente sempre la terza uscita, siamo arrivati, con l’indispensabile anticipo che connota lo stereotipo del meridionale ansioso, nella piazza principale della città. Fa freddissimo e il sole basso di questo periodo, schermato dalla facciata del duomo, illumina e riscalda solo uno spicchio residuale della piazza. In quell’angolo si è stretto un gruppetto di anziani, beandosi di quel tepore, forse utilizzando al contrario la stessa geometria con la quale seguono l’ombra d’estate. Gli anziani di oggi non disdegnano il piumino, come quelli invecchiati nel Novecento, ma, quando fa freddo davvero, se si sta fermi sulle proprie gambe non c’è imbottitura economica che possa fronteggiarlo a lungo, specie se alla bassa temperatura si aggiunge il nostro jentu salentino. Mentre ci guardiamo in giro, giusto per familiarizzare con il luogo, apprezziamo l’architettura della piazza, dove la cupola della chiesa e alcune palme resistenti al punteruolo rosso rendono il paesaggio ormai insolito e vagamente orientaleggiante. La lunga fiancata del duomo cinge quasi un lato intero della piazza e si contrappone a un palazzo che si erige sul lato opposto, una sorta di vecchio maniero rimaneggiato nel corso dei secoli, dall’aspetto drammaticamente austero. A un tratto il portone del castello si apre lentamente, tanto lentamente che rimango inchiodato in attesa di veder uscire chissà chi. Sul portale imponente campeggia un grande stemma araldico, della stessa pietra della chiesa, un carparo dal caldo color biscotto. Sembra messo là per intimorire chi si voglia avventurare in una sorta di largo viale che conduce al palazzo, insieme a vistosi cartelli e ai dissuasori in cemento che ne indicano la proprietà privata. Appena il portone si spalanca, una vettura sportiva ne scivola fuori, marciando con un filo di gas e con una certa classe – bisogna riconoscerlo al conducente – giacché a quell’auto basterebbe davvero una minima pressione sull’acceleratore per turbare la pace del centro storico. Per un attimo il mormorio allegro degli anziani si zittisce, per riprendere dopo che l’auto scompare definitivamente dietro a un angolo. Viene facile ipotizzare che il personaggio appena transitato offra spunti di conversazione a ogni sua apparizione…

Parte 2

Entriamo in chiesa con un anticipo di venti minuti buoni, anche per non intorpidirci per il freddo. I banchi sono ancora tutti vuoti ma c’è un certo fermento e un viavai di persone lungo le navate. E’ una messa speciale? No, è la messa domenicale delle 10,30 della Quarta Domenica di Avvento, al termine della quale, quindi a messa finita, ci sarà un piccolo rito familiare al quale siamo invitati. Ci sediamo a uno dei primi banchi di noce chiaro. Immediatamente una donna si avvicina e ci informa che il primo banco è riservato e che lo sono anche quelli immediatamente successivi, senza specificare quali siano, perché verranno occupati dai bambini più piccoli. Questo vale anche per la signora novantenne che è con noi e che avrebbe gradito rimanere davanti per seguire meglio la messa. Arretriamo di diverse posizioni. Altre due signore si avvicinano e ci avvertono che stiamo occupando un banco destinato ai ragazzi, forse quelli delle scuole medie. Scaliamo ancora di alcune posizioni (siamo quasi vicino al portale di uscita) ma qualcuno, sempre gentilmente ma con fermezza, ci informa che quelli sono i banchi dei boy scout e, infatti, arrivano presto i capi scout in bermuda di velluto blu e ginocchia (ovviamente) a vista. Troviamo posto, infine, nella terzultima fila e, finalmente, becchiamo un banco non riservato perché nessuno ci dice nulla.
Dopo pochi minuti la chiesa si riempie totalmente di persone di tutte le età. Come ci era stato detto, arrivano i bambini delle elementari, poi quelli delle medie e, infine, i giovani e i boy scout, già citati. Gli adulti, compresi gli anziani, prendono posto dietro, i più fortunati seduti e il resto in piedi, nelle navate laterali e in una cappella secondaria, protetta da un cancello di ferro battuto, che si apre nella navata di destra; là dentro i banchi sono rivolti in altra direzione rispetto all’altare maggiore ma molti scelgono di sistemarsi in quella zona, accontentandosi di ascoltare soltanto. Ai fedeli rimasti in piedi e dietro alle colonne, dove non c’è visibilità, l’organizzazione perfetta della chiesa offre, però, un un impianto audio potente e degli schermi a led. Nulla potrà sfuggire di quello che accadrà sull’altare. Ciò non toglie che qualche personaggio mmutatu e mpellucciatu, arrivi all’ultimo momento, pretendendo di sedersi in buona posizione con la classica scusa del: “Se ci stringiamo un attimino ci stiamo tutti!”.
Da ultra sessantenne ho diritto alle riduzioni al cinema, nei musei (ma non in quelli esteri, dove la qualifica di turista annulla le prerogative riservate all’anzianità) e del martedì del pensionato alla CONAD, per cui occupo a pieno titolo il mio posto a sedere e non mi faccio impietosire da nessuno, specie se ha atteso l’ultimo minuto per andare in chiesa. Un meridionale ansioso trova odiosi i meridionali ritardatari, – Eccu, è riatu iddru, ca…. ca…. E pretende puru cu se ssetta!-.

Da quella posizione mi rendo conto che la situazione generale presenta una certa anomalia, ma in positivo. Non ho mai visto tanti giovani a messa, e pazienza se non i bambini, ma almeno i giovani e gli scout in particolare, non cedono il posto – come creanza vorrebbe – agli anziani, che rimangono appoggiati con la schiena lungo i muri e sulle colonne. Ma il perché dei posti riservati è presto detto, e anche perché gli anziani prediligano quella messa nonostante l’affollamento. Il sacerdote è giovane e microfonato. All’omelia, invece di fare una predica classica, scende fra i banchi, interroga i ragazzi, ascolta le loro riflessioni (alcune già evidentemente preparate in anticipo), fa domande aperte e aspetta le loro risposte. Li invita ripetutamente a non chiudersi in casa durante le vacanze di Natale, a uscire e a cercare contatti con le persone più introverse e distanti. A fare pace e dirimere piccole e grandi questioni non risolte. Chiede volontari per il presepe vivente, per sostituire i figuranti titolari influenzati. Nel sollecitare i ragazzi, le “manda a dire” evidentemente anche agli adulti presenti, ma tutto risulta estremamente naturale e convincente, nulla che possa sembrare pre confezionato. Infine invita tutti, ma proprio tutti, a non rimanere a casa dopo la cena della vigilia: -Cosa rimanete a fare in casa, dopo aver cenato? – Mangiate, scambiatevi i regali e poi correte qui in chiesa a fare la veglia di Natale, la faremo tutti insieme!

Un sacerdote dotato di un grande carisma, indubbiamente, un comunicatore che sa governare la sua parrocchia con empatia e con l’entusiasmo della gioventù. In poche parole, quello che dovrebbe essere prima di tutto un sacerdote: un pastore!

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Supercazzole di San Silvestro


Sto guardando, così, per sfizio, i menù dei cenoni di San Silvestro e li sto trovando quasi tutti molto divertenti. Indubbiamente non c’è nulla da ridere ma, magari, c’è da rallegrarsi nel leggere quelli delle associazioni benefiche a favore dei senza tetto, quelli dei circoli degli anziani e delle parrocchie. Questi menù sono essenziali, con poche ma significative portate della tradizione. Si tratta di lasagne, tortellini, cosce di pollo arrosto con patate, cotechino con lenticchie, verdura e frutta di stagione. Immancabile, infine, il panettone accompagnato dallo spumante, per festeggiare il nuovo anno. È il cibo che scalda anche l’anima.
Molte delle pietanze proposte dai ristoranti e pub, invece, sembrano concepite per stordire il potenziale cliente, più o meno con il sistema della supercazzola. I titoli, infatti, rimandano quasi alla magia, agli ingredienti di pozioni e di formule, a qualcosa che va immaginato e che non c’è, sulla falsariga dell’agnello scappato dalle patate al forno. Ecco che appare la “polvere di porcini”, che a me fa pensare immediatamente a uno starnuto, “l’odor di tartufo” che rimanda all’aringa affumicata che, durante la guerra, si appendeva per la coda in cucina per aromatizzare, per sfregamento, le fette di pane. C’è la “briciola di frisella alla polvere di agrumi”, “il velo di patè de fois”, “le vele di parmigiano”, “l’impalpabile di olive baresane”, “la catalana di frutta”, “la stregata”, che sottintende un qualcosa che è stato irrorato di liquore. Ma poi c’è anche qualcosa di più concreto, tipo il risotto invecchiato 18 mesi in botte di rovere, i “petali” di anatra e di seppia (anche questa definizione, rubata alla botanica, è per scoraggiare le proteste dei commensali sulla scarsezza della porzione…). In alcuni posti, poi, la povera l’anatra, che – ahiessa! – va molto di moda, viene sostituita dal “germano reale”. Basta l’aggettivo a nobilitare il menù. Dovremmo iniziare a non mangiare gli animali belli. Io un germano reale non lo mangerei mai. Lo so che è discriminatorio ma sarebbe già qualcosa.
Il crumble di taralli (taralli stumpati), poi, suggerisce il riutilizzo dei frammenti che rimangono nella busta dopo aver mangiato tutti i taralli interi, quel misto di briciole e di pezzetti che i nostri nonni davano generosamente alle galline.Tutti gli ingredienti del cenone arrivano, poi, da una precisa località ed è giusto che si sappia. I capperi e l’uvetta direttamente da Pantelleria, i limoni da Sorrento, le alici dal Cantabrico, le burrate da Andria, il capocollo da Martina Franca. Solo le paste fresche sono fatte in casa – ma sarà vero? – perché quello è un indice di genuinità, anche se scrivere “in casa” su un menù non è chic e si preferisce indicare “homemade”.
Potrei continuare all’infinito ma mi fermo con “I caldi dello chef”, che saranno pure ottimi antipasti ma il termine lascia pensare a qualcosa di caldo e strettamente personale dello chef.

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Viaggio di ritorno

Ogni volta che inizio un viaggio di ritorno, appena poso il piede sul mezzo che mi porterà a casa, penso che sarei rimasto volentieri ancora qualche giorno a godere dei panorami montani, fluviali e lacustri del Nord. Penso di non essere l’unico ad avere di questi pensieri, ma sicuramente sono stato l’unico ad avere riletto più volte “Nelle vene quell’acqua d’argento”, il primo romanzo di Dario Franceschini (sì, proprio lui), ambientato sulle rive del Po. Sarei rimasto ancora non solo nei luoghi ameni, ma anche della confusione delle città, fra il Medioevo e il Rinascimento, senza snobbare il Liberty e l’Art Deco, nella cordiale antipatia delle persone e nell’apparente asetticità e perfezione di alcuni posti, dove si accede quasi per invito e non arriva l’odore acre della povertà e dell’emarginazione perché, probabilmente, viene tenuta a debita distanza dalla discriminante economica in primis e dalla security in tutti gli altri casi.

Ho scritto altre volte di questa forte attrazione e l’ho attribuita al fatto che da bambino, subito dopo aver imparato a leggere, sono precipitato senza paracadute nella consapevolezza dell’esistenza di un resto del mondo infinitamente più spettacolare e complesso del paese natio che racchiudeva tutto il microcosmo della mia giovane esistenza. Le letture sono state una forma di imprinting e gli articoli e i romanzi condensati di Selezione del Reader’s Digest un ideale trampolino di lancio verso viaggi ideali, dove la fantasia ha compensato l’inesperienza.

Rientrare nel Salento, dove tutto sembra rimanere immoto, mi pesa ogni volta, quindi, perché anche a vivere nella cartolina turistica più ambita ci si stanca e si finisce per replicare se stessi, come le immagini dei passanti fissate per sempre in una foto d’epoca, in un tempo che da ragazzo mi sembrava infinito ma che, improvvisamente, è diventato breve e impellente.

Poi, però, immancabilmente accade qualcosa che mi fa ritornare più volentieri sui miei passi. A volte è un incontro, altre volte una scoperta inattesa dove tutto sembrava acquisito e scontato. Questa volta la sorpresa è stata quella di entrare nel territorio salentino e di trovare, da Brindisi in giù, una spettacolare infiorata di calendula e acetosella. Ettari ed ettari di prato, ma anche di uliveti, dove il giallo limone dell’acetosella si alterna con l’arancione vivo della calendula. Poi, di tanto in tanto, sprazzi di macchia mediterranea punteggiata di bacche rosse. Il Salento tutto profuma di miele e di limone, come se i campi fossero stati seminati dell’una o dell’altra essenza. Se non è questo un “bentornato” ditemi voi cos’è.

NB. Prima che intervenga un guastatore ricordandomi, a ragione, dell’inquinamento, del triangolo dei tumori e di quant’altro di nefasto accade, qui da noi, nel frattempo… Ne parleremo un’altra volta!

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Il guanto marrone

Il guanto marrone.

Quando riparti per tornare a casa è d’uso dire e scrivere che nel posto in cui sei stato hai lasciato qualcosa di tuo. Diciamolo pure, noi privilegiati che abbiamo potuto scegliere il viaggio come unico “vizio” della vita, che questa è una frase fatta, scioccamente fatua e vanitosa, che nasconde anche un pizzico di snobismo e l’ostentazione di presunte e cosmopolite sensibilità personali. Questa volta ho lasciato in Germania, invece, un bel guanto di pelle marrone e, essendo questo un oggetto che ha generato un fatto concreto, mi ha impedito quel godimento tutto “intellettuale” della partenza, riportandomi a riflessioni molto più pratiche. Infatti ho realizzato che, in qualche modo, è un sollievo averlo perso, quel guanto, finalmente e definitivamente. I guanti si perdono uno alla volta ma, come accade per le cose che si comprano e si usano in coppia, quello che si perde vale per due, giacché l’altro diventa inutilizzabile nonostante rimanga ancora perfettamente efficiente. Se ripenso ai miei guanti durate i viaggi invernali, non mi focalizzo – infatti – sulle mani calde ma ricordo un pacchetto regalo di tanti (ma tanti) anni fa e poi rivedo alcune scene che riaffiorano, accompagnate dall’eco di alcune frasi ricorrenti: “Ho preso i guanti? Dove li ho messi? Nelle tasche del giubbotto… Non ci sono!”; “Hai visto i miei guanti? Speravo li avessi presi tu. Sì, lo so che non li prendi mai ma era giusto per escludere anche le possibilità improbabili”; “Eppure erano sulla mensola della camera, quella sotto lo specchio!”; “Ah! Li ho messi nel borsello! Neanche qui…”; “Forse nello zaino?”; “Fermi tutti! Ho dimenticato i guanti in albergo! Risalgo in camera… Anzi no, li ho in tasca al giaccone!”. Oppure a raccogliere uno di quei guanti da terra, caduto accidentalmente mentre estraevo dallo zaino o dalla tasca un altro oggetto, era stato uno sconosciuto che mi aveva rincorso in una piazza affollata per restituirmelo. E così via, anno dopo anno, inverno dopo inverno.
Non bisognerebbe affezionarsi mai agli oggetti e, men che meno, agli indumenti perché la loro cura – a volte – impegna più dei vantaggi che si ottengono nel loro uso effettivo, anche se con essi ci hai girato il mondo. E’ un retaggio della nostra educazione del Novecento post bellico, un’era durante la quale il “pile” non esisteva, quella che prevedeva i vestiti per la settimana e quelli della domenica (e la cura di tutti, indistintamente, per farli durare a lungo).
Quando riparti per tornare a casa è anche d’uso dire e scrivere che porti con te alcune cose del luogo che hai visitato. Io porto a casa le foto, i ricordi dei bei momenti e i magneti per il frigo. Questa volta mi riporto a casa, non so ancora perché, anche il guanto che mi è rimasto!

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Non si può dire bravo a un maestro

(Non si può dire bravo a un maestro…)
Un odore che ho apprezzato con gli anni e che prima, da ragazzino, mi sembrava estremamente sgradevole è il profumo di cattedrale, un insieme complesso di aria ferma e fredda che sembra risalire dalle cripte, di legni antichi, d’incenso liturgico e di ceri accesi.
Sono stato tre giorni in montagna ma nulla, neanche l’aria gelida del ritorno in albergo a tarda sera, superando il ponte su un canale semi ghiacciato, mi ha scatenato i brividi quanto un profumo di cattedrale che ho sentito questa mattina, nella penombra di una chiesa gotica mentre un coro minimo di due persone cantava i normali canti della messa che a me risuonavano come inni gioiosi. Erano una suora e un bambino, quest’ ultimo non avrà avuto più di undici o dodici anni; lei con un viso che non nascondeva le imperfezioni del tempo ma che non aveva ancora perso i tratti della gioventù e il bambino che sembrava uscito dal Novecento e da un film del realismo italiano, vestito da adulto e con i capelli cortissimi, quasi una rasatura militare, come si usava fare un tempo ai piccoli collegiali. Insieme accompagnavano la funzione in onore di San Siro, del quale oggi è la ricorrenza. La suora cantava e, nel mentre, suonava l’organo con maestria: girava le pagine dello spartito, cambiava i registri, accendeva pulsanti luminosi e, intanto, spingeva le leve della pedana con i piedi che calzavamo semplici scarpe di pelle nera, scarpe essenziali senza nulla di femminile, da suora, appunto.
Alla fine del rito alcuni fedeli si sono avvicinati all’organo. Qualcuno si complimentava, la suora ringraziava con un cenno della testa e poi abbassava gli occhi, quasi imbarazzata. Qualche signora ha anche accarezzato la testa rasata del bambino, mi è sembrato un gesto d’altri tempi. Lui accennava un sorrisetto e ritornava serio, con gli occhi tristi sempre rivolti alla suora. Avrei voluto anch’io avvicinarmi e fare loro i miei complimenti, ma avevo ancora la pelle d’oca e quei due mi sembravano così preziosi e delicati, quasi fragili, che ho temuto che potessi dire qualcosa di inappropriato. Per fare i complimenti a persone che sono su un altro piano bisognerebbe uscire dall’autocompiacimento di fare un gesto forse più utile a chi lo fa, ed essere ugualmente umili e degni. Non si dovrebbe mai dire “bravo!” a un maestro. Si può ringraziare sempre, però, e apprezzare la bellezza della sua opera. Ho preso quello che ho potuto, quindi, riempiendomi i polmoni di profumo di cattedrale, e mi porto, con gratitudine, tutto a casa.

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Fior di biancospino

FIOR DI BIANCOSPINO

Ho sentito delle voci, minuscole e lontane, parlare fitto fitto. Mi sono guardato intorno ma c’era davvero un forte vento e quel vocio insistente arrivava a tratti e scompariva, trasportato dalle folate più vigorose che non smuovevano certo i tronchi massicci dei cipressi ma erano sufficienti a farne ondeggiare vistosamente le cime. Poi, finalmente, sono apparse due anziane con i capelli bianchissimi e scompigliati; sono sbucate da dietro a una vecchia tomba coperta di licheni, procedendo con piccoli passi attutiti dalle suole di gomma e dal muschio spesso di uno stretto passaggio esposto alla tramontana. Erano davvero così minute che non superavano, in altezza, gli steli di avena fatua che spuntava lungo il muro di cinta; entrambe molto simili, forse sorelle, solo una delle due portava occhiali spessi, così spessi che i suoi occhi sembravano precipitati nei cerchi infiniti delle lenti. Erano piccolissime, ma questo penso di averlo già detto, come le loro voci sottili che, se non avessero avuto quel tono acuto, quasi ruvido, e il fiato un po’ corto della vecchiaia, avrebbero potuto ricordare quelle di due bambine, sorprese dai grandi mentre si raccontano i loro segreti e s’incalzano vicendevolmente.

Una delle due camminava davanti, con un vasetto di vetro vuoto in una mano, facendo strada all’altra, che sembrava annaspare un po’ perché portava fra le braccia un enorme mazzo di steli di biancospino che le coprivano parzialmente il viso e le ricadevano sulle spalle, come un grande bouquet davvero mal confezionato e sbilanciato nei volumi. Solo quando mi sono passate vicino ho notato che, in realtà, i rami fioriti erano stati già legati con lo spago e selezionati per lunghezza: corti, medi e lunghissimi. Non ho potuto fare a meno di seguirle con gli occhi finchè non sono sparite dietro a una siepe. Anche loro mi hanno osservato, forse con sospetto. Neanche a loro, probabilmente, accade di incontrare un individuo che fa da palo alla porta di una cappella, reggendo panni per spolverare e un grosso cilindro di carta da cucina.

Nella mezz’ora successiva le piccole signore si sono fatte sentire più di una volta, segno che avevano continuato ad accudire diverse tombe, là intorno, e a riempire i vasi dei loro defunti con i cespi di biancospino. Poi sono ritornate nella zona dov’ero io, con gli ultimi rametti rimasti, quelli più corti, e con il vasetto di vetro ricolmo d’acqua. Si sono fermate nei pressi del piccolo rettangolo di terra dove riposano i bimbi nati senza vita. Quanti pietosi eufemismi c’inventiamo per evitare dolorose parole di morte! La terra non è lieve mai a nessuno e il riposo non s’addice a chi non l’ha mai calpestata o l’ha appena sfiorata. Pace, forse solo la parola “pace” può essere tollerabile, ma solo perché è vaga e astratta e ha il profumo del desiderio irrealizzato.

Una delle due è entrata nella terra e ha versato l’acqua in un vaso di ceramica legato a una minuscola croce di marmo nascosta dall’erba. Poi ha atteso che l’altra le confermasse che il biancospino era ben sistemato. Finita l’operazione, hanno convenuto che avrebbero anticipato di qualche giorno la visita successiva perché il biancospino è delicato e, sotto il sole, sarebbe durato poco; sono rimaste qualche istante in silenzio, una di fianco all’altra, forse il tempo dedicato a una preghiera.

Poi hanno ripreso a conversare fitto fitto. Indicavano un angolo preciso di quel campo dove cresce una pianta di rosa, già carica di nuovi germogli e circondata da un anello di pratoline, che viene amorevolmente curata tutti i giorni. Si ripetevano, forse, la storia di quella rosa.

Aprile 2021

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Profumi

Non tutti i giorni nascono uguali. Non tutte le notti portano un sonno ristoratore. Certe notti non dormo. Non tutti miei pensieri sono sereni e belli, come quelli che seleziono per poi scriverli in un post. Certe volte sono grigi, indefiniti come le larve che si rigirano su se stesse quando sollevi una pietra. Preferiresti non aver toccato quella pietra e non aver sconvolto quel piccolo mondo sotterraneo. Certi pensieri nascono come larve sottoterra e si manifestano nonostante la mia stessa censura pesi come quella pietra. Trovano percorsi segreti per sfuggire al mio controllo. Posso provare a fare due passi, o a canticchiare una canzone, per sciogliere la tensione, ma sono certo che quella canzone sarà comunque un motivo del passato che riaffiora dai meandri della mia memoria e sarà del tutto inadeguata a combattere, pur con tutta la sua carica evocativa, contro i mostri di questo mondo moderno. Non mi serve mangiare, neanche bere. Non mi servirebbe neanche dare un pugno al muro o rompere un suppellettile, sfoghi che non mi appartengono. Cerco, allora, dei pensieri positivi. Gli stessi che sollecitano gli anestesisti a chi si deve addormentare per subire un’operazione. Quelli belli, quelli buoni, che non mi mancano perché sono quelli che piacciono anche agli altri e ne ho sempre una buona scorta…

Certe mattine tace anche la televisione. Ci sarebbe un’infinità di canali da cambiare, tanto da rendere impossibile una decisione definitiva. Non c’è nulla di più alienante della ricerca affannosa del programma giusto. Potrei andare direttamente su un canale preciso, che già conosco, ma evito di farlo perché, in fondo in fondo, non rinnego un giro nel tossico bestiario del trash televisivo. Certe mattine non ascolto neanche la mia musica preferita perché lo stereo è in un’altra stanza e poi non so uscire da quella ristretta rosa di cantanti e gruppi che mi piacciono; penso che non sia proprio il caso di contaminare la bella musica con una pessima mattinata.

Quando tante piccole cose della quotidianità sembra che mi remino contro, subentrano i falsi presentimenti, quelli innocui, ma che è difficile ignorare. Finisci per pensare che forse è così che si manifesta l’arrivo di qualcosa di inesorabile, quell’avvenimento che mi può cambiare definitivamente la vita. Qualunque cosa sia, meglio che non mi trovi supino, e già disponibile al peggio. Meglio la posizione fetale, con le membra contratte ma già pronte a uno slancio, al colpo di reni…

Un profumo improvviso di fiori: di rosa antica, di lavanda, gelsomino, forse anche di zagara… Si fonde, dapprima, con l’aroma dolciastro del caffè rimasto nell’aria. Annuso e rimango perplesso, sul divano, con le membra contratte. Non sono più certo di avere l’energia per scattare, né per il colpo di reni. Ricordo il racconto di un prozio: mi disse che, quella volta, in un santuario aveva sentito l’odore delle rose che manifestava la presenza del Santo. “Il profumo di fiori annuncia sempre i Santi – mi disse – così come quello dello zolfo segnala una forza demoniaca”. Qualunque cosa mi debba accadere, almeno sarò bene accompagnato…

Poi il profumo diventa più forte, riempie quasi la stanza. Il mio naso allenato, però, è perplesso da nuove sfumature artificiali di quell’odore intenso. Mi alzo dal divano e ne seguo la scia che proviene dall’ingresso di casa. Apro la porta all’improvviso e mi appare, sul pianerottolo, avvolto dalla luce, l’addetto alle pulizie delle scale. E’ un uomo alto, dai tratti nordici, che parla un buon italiano (utile per quando deve difendersi dalle accuse di non pulire sempre a regola d’arte) con un forte accento slavo. Non faccio in tempo a parlare che lui, indicandomi un prodotto sul suo carrello, mi dice: – Buon profumo, eh?

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Probabili Super Eroi

Non farò i casi di cronaca specifici, voglio mantenermi sul generale. Si parla di fatti che sconvolgono le famiglie e che trovano una vasta eco nell’opinione pubblica.

Il mio parere è che da quando siamo incapaci di difendere ed esercitare il buon senso del buon padre (e/o della buona madre) di famiglia, tutto è diventato politicamente scorretto, quindi retrogrado, quindi mortificante delle aspirazioni delle nuove generazioni. Nel principio di responsabilizzazione dei figli, che dovrebbe essere diverso dal consentire loro di fare tutto quello che vogliono, si è quasi insinuato l’effetto della deresponsabilizzazione dei genitori.

Nella sacrosanta difesa dei principi universali che ci guidano come la stella polare, siamo, però, ormai privi di “strumenti” perché quelli di cui siamo dotati sono ritenuti retaggio dell’ignoranza dei nostri avi, quali le punizioni in generale, scappellotto compreso, che sarebbero atteggiamenti rozzi e inadeguati al raggiungimento del risultato di educare i figli con metodi eticamente accettabili. Purtroppo, però, non siamo psicologi, educatori patentati e motivatori tanto convincenti da riuscire a fare presa sulle nuove generazioni solo con i ragionamenti. Inoltre siamo tutti invitati a uscire dalla miopia di chi ci ha preceduto, a mettere da parte la prudenza e a puntare l’obiettivo a futuri siderali, a mondi ideali senza barriere e a barriere coralline senza squali. A crescere persone senza lacci e lacciuoli, cosmopolite, che abbiano il mondo come prospettiva e non la provincia sonnecchiante. Insomma, dei probabili super eroi. Ci siamo tolti gli occhiali da vicino, proprio come i presbiti che sembrano guardar lontano solo perché hanno perso la facoltà di distinguere i dettagli di quello che è a portata di mano e che può fare del male nell’immediato in quella piccola, spietata, a volte micidiale, realtà spicciola che ci circonda.

E allora, se il buon senso non vale più, se “amministrare” una famiglia, un’azienda o una comunità è ritenuta un’azione solo economica, mentre diventa mortificante per chi voglia rispettare e far rispettare delle regole, appellarsi ai grandi sistemi, guardare alla Stella Polare è solo una forma di manifestare incapacità o, peggio, vigliaccheria.

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Pensieri di fine estate

C’è chi in estate ama la spiaggia, c’è chi preferisce lo scoglio. Il mare d’inverno ora piace quasi a tutti, mentre fino a pochi decenni fa era una preferenza degli stranieri e degli intellettuali intristiti, quelli che si arrovellano il cervello con i problemi esistenziali e che portano sulle spalle il peso dei mali del mondo (o almeno così credono). Il mare che riesci a raggiungere è sempre quello giusto; con il suo moto incessante e i suoi continui cambi d’umore scatena emozioni diverse e spesso sono proprio quelle che ti occorrono. Puoi trarre serenità, sedendoti su uno scoglio e ascoltando lo sciabordio della risacca fra i sassi, ma anche una forma di esaltazione, ammirando la forza delle onde di una burrasca. Il mare più suggestivo ed evocativo, a mio parere personale, è quello che si scorge da lontano. Ho sempre atteso quell’attimo nel quale appare all’orizzonte, alla fine della terra rossa e dei filari degli ulivi. Quella striscia d’azzurro che si scorge da un’altura e che, secondo il tempo e l’ora, può virare dal celeste chiaro, quasi argento, al cobalto. Mi ricorda i viaggi in Seicento quando, conquistata la sommità della collinetta di Montevergine di Palmariggi, a rischio di portare in ebollizione l’acqua del radiatore (perché la meccanica dell’utilitaria era inadeguata al peso dei passeggeri, sempre in sovrannumero), iniziava la lunga discesa che ci avrebbe spinto, con la marcia in folle, quasi fino alla “casa rossa”. Era quello il momento più bello. Da lassù si potevano vedere le navi in transito nel Canale e, dal colore del mare, si poteva già capire se, una volta arrivati in spiaggia, avremmo trovato la biancata o i cavalloni. Tanto ci saremmo divertiti lo stesso.

©️Fotomia #alimini #otranto