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Quasi scompare, non vedi? Nella tua.

Questa manina che d’uomo non diresti

dove l’anello sobbalza e spezza il sonno

se poco più del cielo si posa sulle nocche.

Qui dove l’erba mi fece tagli a sangue

ho i segni delle tante ferite, ora composte

serrate come labbra d’adolescente, pure.

Tu le sorreggi e non sai che mi ricordi

il tempo dei miei vecchi in tragitto verso casa.

Ancora sento tutto il calore, un pio rifugio

mentre faceva la neve il passo incerto

e gelo il fiato presto veniva. Tieni, cara.

LA MANO BUONA

Pensava solamente alle carte: un dente solo

mischiato al buio pesto, perenne, della bocca.

Teneva il suo bastone di lato, era uno schioppo

da fare risuonare sul tavolo al bisogno

ad ogni mala mossa del socio, o alla sfortuna.

Per tutti quel sorriso ruffiano di chi vince

con una mano miracolosa, la migliore.

Ricordo invece nonna tremare come un giunco:

la testa, poi le dita, qualcosa incontrollato.

Talvolta, anche se scuro, teneva tutto spento

diceva che cessava il suo pendolo interiore

così come le fabbriche, il traffico, i rumori.

Non era mica vero, ma l’assecondavamo.

Mio padre la teneva mentre la salutava.

STAGIONI

Degli alberi in campagna

sceglievo i ceppi buoni

quelli più adatti alla fionda, i più robusti.

L’ora migliore era a pranzo, a sole alto

tutta la luce capace e la mia mira.

Tiravo ai frutti marci caduti per incuria

e nei rimbalzi giusti la pietra risuonava.

Adesso non ne vedo di adatti, oppure

è il fatto, che non mi va più tanto

di fare il prepotente. E guardo l’ingiallire

alle foglie d’occhi santi. E ai frutti

al marciapiede raccolti da nessuno

non ci cammino sopra, perché gli farei male.

IL RACCOLTO

Per generosità io sto bene, e sacrificio

per il boccone meglio salvato e l’acqua pura.

Per quei comandamenti non scritti dell’umano

che cura con rispetto la terra ed il braciere.

Per la grandezza mare ed oceano della donna

che dentro sé ha la fauna e la flora, le meduse

l’origine di tutto il creato. Io sto bene

e accolgo con pazienza le pene a me serbate

la meraviglia pura chiamata sentimento;

l’orgoglio, la paura, le gioie dell’amore.

Io sono il frutto pronto per la tua bocca amata

in me tu trovi il filo che cuce e poi la vanga

le luci della fabbrica e il sapore nudo, il grano.

La sete mai placata della tua fonte prima.

Poesie in città

ciao a tutti, rinnovo l’invito a tutti gli amici, autori, lettori; affinché

partecipino con un proprio testo all’evento del 21 marzo, giornata

mondiale della poesia. Il testo verrà letto da me o da un collega del gruppo

“Leggi che ti passa” nel corso della serata, anche in forma anonima se desiderato.

Sarebbe per me un vero piacere portare un poco del nostro mondo blog

all’interno di questa serata giunta alla terza edizione.

Ovviamente, chiunque lo desideri sarà il benvenuto o la benvenuta, in presenza.

Il tutto si svolgerà nei locali dell’Infopoint, gentilmente offerti dal comune di Rho.

Potete inviare i testi con diverse modalità: qui nei commenti, al mio indirizzo mail:

fbotturi@gmail.com, o a quello ufficiale: poesieincitta@gmail.com

unica regola, ricordo, la paternità dell’opera. Grazie a tutti.

LA LEGGEREZZA

Mia madre pesa come un uccello

non fa impronte, o meglio, tanto lievi

che un alito le annulla.

Ricordo un giorno bianco di neve

lei al cancello; i piedi galleggiare

come due foglie d’acqua.

Lasciavano fossette poi subito riempite

che al più l’avresti detta una lepre

un cardellino, qualcosa di selvatico

e furtivo là passato. Al mare

è stata solo una volta, continuava

che non avere terra davanti la inquietava

le dava le vertigini, la testa come vuota.

Seduta sulla sabbia sembrava una conchiglia

sul dorso, poi diritta, lo decideva il vento.

PROMEMORIA

Oggi c’è molto da fare, e il fare niente

mangiare margherite con gli occhi, stare fermi

non spaventare l’acqua che riempie le grondaie.

C’è pensarti, e poi c’è l’ascoltare, soffiare

il filo d’erba e dopo ringraziare, per tutti questi anni

di frutta e pomodori, di alberi cresciuti e passati.

C’è da fare, portarti su qualcosa che umetti

le tue labbra, le faccia ricordare i lunghissimi

sorrisi. E ancora c’è capire il portento della vita

la regola che insiste a svegliare il tulipano

e l’ape, la placenta, la forma della bocca.

C’è il dare forma e corpo alla danza dell’amore

lasciare un po’ di pelle ogni volta, dei capelli

qualche parola in forma di rosa. C’è stupirsi

nuotare dentro il sonno cercando voci andate.

E poi non c’è nient’altro che esistere, provare.

21 marzo Poesia

ciao a tutti, si rinnova l’iniziativa di Leggi che ti passa per la serata del 21 marzo

in occasione della giornata mondiale della Poesia. Di seguito la locandina

con le informazioni dell’evento. Ricordo che è possibile partecipare anche

non in presenza, inviando un testo da far leggere a me, o ad un altro volontario del gruppo.

Unica regola: dev’essere un inedito proprio.

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PRIMA CHE TU VADA VIA

Prima che tu vada via, lasciati dire:

che il sonno del lombrico io sento

le radici; le frane millimetriche

degli alberi da frutto. Da quando t’amo

cento ne ho occhi. E orecchie

tese ai morti, ai bisbigli della pioggia.

E dita come ceri di vespro, benedette.

Lasciati dire la sillaba d’uccelli

le foglie a notte chiuse scottate dalla luna;

quel male più profondo di un taglio

quando cadi, e torna questa casa

più vuota di un gheriglio, di un alito

di vento che non incontra niente.

Da quando t’amo ho imparato a stare solo

perché ho mangiato te, la ragazza della scuola

la donna dei cortei, delle emorragie, dei lutti.

Prima che tu vada via, lasciati dire:

che sai di latte, e di miele. E sai di ossa

di cenere e deserto profondo, e questo amo.

Da “La terra silenziosa” ChiareVoci edizioni 2025

LE OCCASIONI

Il primo mio lavoro pagato era in paese

nel tempo della pausa restavo con mio padre

le volte che passava da casa. Solo un’ora

sovente del formaggio col pane, poco altro.

Così, senza parlare, ma adesso son pentito.

Avrei potuto dirgli che, si, era faticoso:

spostavo merci in un magazzino. Invece

niente, stavamo solo attenti a non fare sporco

e dopo, lavavo anche i due piatti, le briciole

al balcone. S’andava ognuno per la sua strada

solo un ciao. Adesso, quando mangio da solo

un po’ lo vedo; è come un’ombra molle

tra sedia e muraglione. Mi pare di sentire

la bocca fare schiocchi, sui tocchi dello zola

poi bere un po’ di vino.

Oggi sono 5 anni, ciao papà

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