La sede di 23andMe a Sunnyvale, in California (CC BY-SA 4.0, autore Coolcaesar)
Sinceramente il fallimento di 23andMe un po’ mi dispiace. Dare alle persone la possibilità di conoscere il proprio DNA e aiutarle a restare in salute era una missione nobile, pur con tutti i limiti della genomica personale. Io ho comprato il mio kit nel 2010 e non me ne sono pentito. Il servizio si articolava in due aree: health e ancestry. E la sezione health all’epoca era ricchissima: 23andMe dava informazioni sul metabolismo dei farmaci, ti diceva se eri portatore di malattie genetiche, ti informava circa il tuo rischio di ammalarti di patologie comuni. Ovviamente era proprio qui che si concentravano i problemi: benché la validità analitica fosse buona (cioè il DNA era “letto” correttamente), lo stesso non si poteva dire di validità clinica (quanto è scientificamente solida una certa informazione) e utilità clinica (a che mi serve conoscerla).
I test di farmacogenetica, ad esempio, erano potenzialmente utili in caso di terapie particolari, perché aiutavano a stimare il dosaggio ottimale del farmaco. I test sulle malattie genetiche potevano dare risultati scioccanti, ma almeno avevano un senso in ottica riproduttiva. Nella sezione delle malattie comuni invece si trovava un po’ di tutto: dalle associazioni statistiche debolissime basate su pochi studi (indicate con una stellina come le recensioni online) a quelle ormai consolidate legate a malattie serie – ma purtroppo non prevenibili – come l’Alzheimer. Nel mezzo c’erano un’infinità di malattie multifattoriali più o meno gravi, con basi genetiche variabili e di difficile interpretazione. L’idea era che l’utente potesse intervenire su dieta e stile di vita per prevenire le malattie con un rischio più alto della media: quanti lo avranno fatto? La mole enorme di informazioni sulla salute e la loro qualità variabile, unite al fatto che il servizio fosse offerto senza l’intermediazione di un medico, ha costretto 23andMe a lunghe discussioni con la FDA, e alla fine a ridimensionare molto il pacchetto dei test offerti. C’era poi la parte di ancestry, o genealogia genetica. Anche qui si potevano fare scoperte scioccanti (paternità non confermate, ad esempio), ma era un esercizio utile soprattutto per conoscere le proprie origini e lontani cugini d’America (io stesso sono riuscito a confermarne uno di 3° grado).
23andMe ha tentato di farsi strada in un settore difficile, costellato di ostacoli normativi, statistici, e perfino etici. Si è sforzata per 19 anni di mantenersi in equilibrio tra le esigenze del business, la soddisfazione dei clienti e le normative, e alla fine è caduta. Quello che questa azienda ha cercato di fare, però, è importante. Per poche decine di euro, ha dato a tutti la possibilità di accedere a tecnologie innovative e soprattutto ha permesso di conoscere meglio se stessi. E la strada verso il benessere non può che partire dalla conoscenza, quindi grazie 23andMe.
ps: se siete clienti di 23andMe, vi consiglio di accedere al vostro account e richiedere la cancellazione dei vostri dati (basta andare nella sezione Settings). Nessuno sa che fine faranno i dati genetici raccolti dall’azienda, nel dubbio meglio rimuoverli. Ovviamente, prima di farlo, potete sempre scaricarne una copia.
Da anni i social media fanno parte delle nostre vite. C’è chi preferisce i testi brevi di Threads o di X (un tempo nota come Twitter), chi è affezionato ai post lunghi di Facebook, chi è più per le immagini e i video di Instagram e Tik Tok. Ogni modalità di comunicazione ha trovato il proprio canale social. C’è però una cosa che tutte queste piattaforme hanno in comune: sono tutte piattaforme commerciali e centralizzate, in mano a poche enormi aziende che utilizzano i dati degli utenti per vendere pubblicità e ricavare denaro dalle nostre attività online. Il fatto che siano centralizzate, poi, le rende fragili: quando Elon Musk ha comprato Twitter, ha iniziato a dettare le nuove regole del gioco, e gli utenti scontenti delle novità sono stati costretti ad accettarle comunque, o in alternativa ad abbandonare del tutto la piattaforma. Infine, tutti questi social media utilizzano algoritmi per le proprie timeline, quasi sempre basati su meccanismi oscuri. Ho scoperto quanto possa essere potente e distorsivo un algoritmo quando ho lasciato X e in seguito ho riaperto l’account solo per evitare che qualcun’altro prendesse il mio vecchio nome utente. Senza interazioni di alcun tipo, senza follower né follows, e in assenza di un uso regolare dell’applicazione, l’algoritmo non aveva altre “linee guida” se non quelle imposte dal suo proprietario: conoscendo le idee politiche di Musk, potete immaginare quali contenuti mi venissero proposti. Ma tranquilli, esiste un’alternativa ai social media delle grandi società americane e cinesi. Si chiama Fediverso.
Il Fediverso è un universo di applicazioni basate su un protocollo chiamato ActivityPub. Per ogni social commerciale esiste un’applicazione corrispondente nel Fediverso: tanto per fare qualche esempio, per Instagram c’è Pixelfed, per Facebook c’è Friendica, mentre Mastodon è l’equivalente di X (o Threads). Il fatto che tutti questi strumenti utilizzino lo stesso protocollo permette loro di restare collegati e comunicare tra loro, dando la possibilità a un utente di Mastodon, per esempio, di seguire un utente di Pixelfed. Non solo: ognuna di queste applicazioni è a sua volta decentralizzata, dal momento che chiunque con le necessarie competenze tecniche può installare il software su un server e accettare le iscrizioni di nuovi utenti. In gergo tecnico questi server si chiamano istanze, ma potete immaginarle come tanti villaggi (alcuni enormi, altri piccolissimi), collegati tra loro grazie alle strade tracciate dal protocollo ActivityPub. Potete prendere casa in un villaggio aprendovi un account, e restare comunque collegati con tutti gli altri. Le applicazioni del Fediverso non hanno un proprietario, non sono a scopo di lucro e sono senza pubblicità: gli sviluppatori del software e gli amministratori delle istanze si limitano ad accettare piccole donazioni da parte degli iscritti. E se l’Elon Musk di turno decidesse di prendere possesso di una di queste istanze per farci propaganda politica, gli utenti potrebbero semplicemente trasferirsi su un’altra istanza, senza perdere i propri follower e continuando a seguire gli stessi utenti che seguivano prima. Se poi la situazione al villaggio di Musk diventasse davvero critica, tutti gli altri amministratori potrebbero arrivare alla decisione drastica di tagliare ogni collegamento con quell’istanza, di fatto isolandola e vanificando ogni tentativo di prendere possesso della community. È il bello della decentralizzazione!
Ebbene, ho pensato di creare anche io la mia istanza Mastodon (qui i passaggi tecnici per i più nerd tra voi che volessero cimentarsi in una simile impresa). Si chiama sayansi.social ed è dedicata in particolar modo a chi vuole discutere di scienza, ambiente e tecnologia. Pur essendo un’istanza tematica, però, è comunque parte del Fediverso, e i miei iscritti potranno ovviamente seguire chiunque su qualsiasi altra istanza. Al momento siamo pochissimi, ma con pazienza spero che la comunità possa crescere e diventare un punto di riferimento per tutti gli amanti della scienza che sono alla ricerca di uno spazio di discussione libero da interessi commerciali. Se volete provare, non vi resta che registrarvi. Basterà fornire un indirizzo email, necessario per confermare la vostra iscrizione. Nessun altro dato personale vi verrà richiesto, e potrete sempre decidere di eliminare il vostro account in qualunque momento. Mastodon ti lascia il pieno controllo dei tuoi dati, non è bellissimo?
Ma come funziona Mastodon, in concreto? Una volta registrati, potrete iniziare a seguire altre persone: vedrete i loro post nella vostra Home, in puro e semplice ordine cronologico e senza alcun misterioso algoritmo che dà priorità a certi contenuti piuttosto che altri. Oppure potete andare nella sezione “Feed dal vivo”: lì avrete la possibilità di leggere, sempre in ordine cronologico, i post di altri utenti dell’istanza sayansi.social (tab “Questo server”), o quelli degli utenti di altre istanze che hanno interagito con qualche membro di sayansi.social (tab “Altri server”). I feed dal vivo sono utilissimi per scoprire persone interessanti da seguire!
Ora è il momento di scrivere il vostro post. Avete 500 caratteri a disposizione, sbizzarritevi! Ma fate attenzione alla visibilità del post: se scegliete Pubblico, tutti su Mastodon avranno la possibilità di leggervi e il vostro post apparirà nelle timeline federate (i feed dal vivo di cui sopra); con Pubblico Silenzioso, il vostro post sarà visibile a tutti, ma solo andando direttamente sul vostro profilo; la visibilità Follower si spiega da sé; infine, Persone Specifiche permette di leggere il post solo alle persone menzionate. Quest’ultima è la modalità che tutti usano per inviare messaggi diretti ad altri utenti, ma occhio: anche con questa impostazione, l’amministratore dell’istanza potrà leggere comunque i vostri messaggi. Infine, è buona pratica inserire sempre un Alt Text (descrizione per ipovedenti) ogni volta che condividete un’immagine: non è obbligatorio, ma sappiate che se non lo fate siete delle brutte persone.
Concludo ricordando che oltre a essere accessibile via browser, Mastodon ha moltissimi client e app per smartphone Android e iOS. C’è l’app ufficiale, ma vi invito a provarne anche altre: Tusky (la mia preferita), Fedilab e Moshidon sono tra le più usate. Le funzionalità principali sono le stesse, ma l’interfaccia e alcune funzioni aggiuntive potrebbero cambiare, quindi fate i vostri test. Sono sicuro che presto troverete l’app giusta per voi, e inizierete ad apprezzare come me Mastodon e il Fediverso. Vi aspetto su sayansi.social!
Rhinolophus malayanus è un piccolo pipistrello del Sud-est asiatico. Vive all’interno di grotte calcaree, si nutre di insetti e vanta un triste primato: in un esemplare di questa specie è stato infatti trovato quello che fino ad ora è il virus con il genoma più simile a quello di SARS-CoV-2. Si tratta del coronavirus BANAL-20-52, campionato a luglio 2020 nel Laos settentrionale. Non solo il suo genoma ha una identità del 96,8% rispetto a quello del virus pandemico, ma anche la regione chiave della proteina spike (il dominio RBD) è praticamente identica alla versione di SARS-CoV-2. È talmente simile che, proprio come il suo parente più famoso, anche BANAL-20-52 è in grado di legarsi con alta affinità al recettore umano ACE2.
Il virus scoperto in Laos è, in realtà, soltanto un rappresentante di quella che si sta rivelando una famiglia piuttosto numerosa. Ci sono altri virus laotiani, alcuni dei quali sono ancora più simili a SARS-CoV-2 in certe regioni del genoma. Ci sono poi quelli trovati nei pipistrelli in Vietnam, Cambogia e Thailandia. Ci sono i virus dei pangolini, unici outsider in questa lista dominata dai pipistrelli. E ci sono ovviamente i parenti individuati in Cina, nello Yunnan, tra i quali il più conosciuto è certamente RaTG13. Proprio su quest’ultimo virus si sono concentrate per molto tempo le attenzioni del mondo, essendo stato raccolto dai ricercatori dell’Istituto di Virologia di Wuhan, città dove la pandemia ebbe inizio, e avendo vantato fino alla scoperta di BANAL-20-52 il primato di parente più prossimo di SARS-CoV-2. Il dubbio ci ha tormentato a lungo: è stata tutta colpa dei ricercatori di Wuhan? Oggi i riflettori su quel laboratorio e sulla virologa Shi Zhengli si stanno un po’ spegnendo, proprio perché da un lato l’hotspot di questa famiglia di virus sembra essere il Laos e in generale il Sud-est asiatico, allontanando quindi i sospetti da RaTG13, e dall’altro perché altri indizi puntano decisamente in un’altra direzione: il commercio di animali selvatici.
Le analisi di Michael Worobey e colleghi hanno infatti rivelato un collegamento geografico abbastanza netto tra i primi casi di COVID e il mercato del pesce di Huanan, non solo considerando i casi che avevano dichiarato contatti con il mercato (e questo non stupisce), ma anche tra coloro che con il mercato non avevano avuto niente a che fare (e questo invece è più sorprendente). Il fatto che i primi casi tendano a concentrarsi in quell’area è una forte indicazione che l’epidemia sia partita da lì. Per molto tempo si è ipotizzato che il mercato non fosse l’origine, ma soltanto uno snodo cruciale dell’epidemia, un evento di superdiffusione che avrebbe favorito i contagi e amplificato il numero di infezioni. Anche qui, però, l’analisi dei dati (in questo caso dati di geolocalizzazione da social media), ha evidenziato come nella città di Wuhan esistano innumerevoli altri luoghi che, per numero di visitatori, avrebbero potuto svolgere il ruolo di superdiffusori: centri commerciali, luoghi di culto, ospedali, case di riposo. Oggettivamente, sarebbe una notevole coincidenza se il primo evento di superdiffusione di una nuova epidemia si fosse verificato in un luogo come il mercato di Huanan, relativamente meno frequentato di altri, ma con una caratteristica storicamente associata alle zoonosi, come la prossimità e il contatto prolungato tra animali selvatici e uomo. A onor del vero, è stata fatta anche un’altra ipotesi che coinvolgerebbe il Centro per il Controllo delle Malattie di Wuhan (WCDC), il quale proprio in quelle settimane stava traslocando nella nuova sede a poche centinaia di metri dal mercato. Poiché la nuova sede non era ancora a pieno regime e non si conducevano esperimenti, è difficile immaginare che SARS-CoV-2 sia partito da lì. Ancora meno probabile è che sia uscito dal laboratorio di Shi Zhengli, che si trovava a oltre 30 km di distanza: pare poco realistico pensare che un ricercatore infetto abbia potuto innescare un’epidemia in quel punto della città senza lasciare dietro di sé altri focolai di infezioni.
Gli indizi, in ogni caso, non finiscono qui. Subito dopo la chiusura del mercato, squadre di esperti hanno raccolto centinaia di campioni dalle superfici, dai canali di scolo e dalle carcasse degli animali. E benché questi ultimi campioni fossero negativi al SARS-CoV-2, quelli raccolti nelle vicinanze dei commercianti di animali selvatici erano particolarmente ricchi di campioni positivi. Così come le analisi spaziali all’esterno puntavano verso il mercato, quelle condotte all’interno indicano con decisione l’area dove si vendevano gli animali selvatici. Le specie in vendita erano diverse: volpi, visoni, ermellini, marmotte dell’Himalaya, tassi naso di porco, ratti del bambù, ricci dell’Amur, istrici della Malesia, fino alla famosa civetta delle palme mascherata (da cui ebbe origine la SARS) e ai cani procione, suscettibili all’infezione da SARS-CoV-2. Non ci sono prove che questi animali siano stati il vettore di contagio, ma sappiamo che alcuni di questi soffrivano di qualche malattia, come riportato da Angela Rasmussen a una recente conferenza tenutasi in Giappone: nei campioni raccolti ci sono infatti tracce di un’infezione in corso, testimoniata dall’attivazione di geni coinvolti nella risposta immunitaria. A queste osservazioni bisogna aggiungere il fatto che nel mercato di Huanan erano presenti entrambi i lignaggi del virus (A e B), una coincidenza abbastanza improbabile se si fosse trattato di un evento di superdiffusione.
E il laboratorio di Shi Zhengli, dunque, non c’entra nulla? Difficile dare una risposta definitiva, dal momento che ancora non si conosce l’animale che per primo trasmise il COVID, e che forse non lo conosceremo mai. È innegabile, però, che tutti i dati disponibili vadano in una direzione, e questa direzione non porta all’Istituto di Virologia di Wuhan. Shi Zhengli ha attirato dubbi e sospetti per molto tempo, per via della collocazione del suo istituto e della sua storia di esperimenti con i coronavirus dei pipistrelli. Le opacità iniziali e la poca trasparenza da parte cinese non hanno aiutato, così come il misterioso sito di taglio della furina, che ha reso SARS-CoV-2 così efficiente. Di fronte ai dati e alle evidenze, però, bisognerebbe saper cambiare idea. Lo hanno fatto molto presto Kristian Andersen ed Edward Holmes, che nel giro di pochi giorni passarono dal sospetto che il virus fosse stato ingegnerizzato allo scrivere sulle pagine di Nature Medicine che qualsiasi scenario con il coinvolgimento di un laboratorio fosse implausibile. Anche Michael Worobey inizialmente non era totalmente convinto dell’origine naturale, tanto da firmare su Science un appello per proseguire le ricerche, ma è stata proprio una sua successiva pubblicazione a convincermi che il commercio di animali selvatici fosse la soluzione più semplice all’enigma delle origini del COVID.
Rispetto a quattro anni fa, quando scrissi il mio primo articolo su questo argomento, abbiamo oggi molte più informazioni. Soprattutto, abbiamo scoperto che SARS-CoV-2 è meno speciale di quanto sembrasse all’inizio. I pipistrelli del Sud-est asiatico sono un serbatoio di virus molto simili: potrebbero bastare poche mutazioni e le giuste condizioni, affinché si verifichi il salto di specie. In altre parole, non è necessario evocare complessi e rischiosi esperimenti di ingegneria genetica; la natura ha già tutto quel che serve per scatenare una pandemia. Sta a noi esseri umani fare tesoro di questa esperienza, e impedire che tutto ciò accada di nuovo.