Lascio di nuovo la parola a mia madre Angela, che legge molto più di me, per recensire un romanzo di Georges Simenon uscito nella collana dedicata all’autore francese, targata “la Repubblica” e “La Stampa”.
Il sorcio
Dispiace quando un libro di un autore, che tanto amo, non è all’altezza della sua bravura. Il libro è stata una delusione: anche se si legge speditamente e non ci sono momenti di stanchezza, perché l’autore mantiene sempre desta la curiosità, non ci sono emozioni.
Un testo drammatico riesce sempre a destare emozioni, perché quei sentimenti scavalcano gli anni e possono emozionarti anche dopo cinquant’anni dalla sua stesura. Il problema nasce quando l’autore vuole scrivere un testo umoristico: l’umorismo cambia con gli anni, con il background culturale, è profondamente influenzato dai costumi e dal contesto sociale. Come può un testo umoristico scritto nel 1937 mantenere la freschezza e la briosità dopo decenni? Infatti non la mantiene, sebbene si sente che la bravura nella scrittura è rimasta intatta e la stima verso l’autore è sempre viva.
Non regge, non fa ridere, non si capisce nemmeno il finale volutamente trasgressivo. L’ironia, la satira, come si può coglierla quando non si conosce bene il contesto della società del 1937?
La trama verte su un barbone che trova un portafoglio pieno di soldi, ma anche un cadavere. Come smarcarsi dal cadavere e non perdere i soldi? Se vedessero il Sorcio, come viene soprannominato questo clochard, con tanti soldi, si capirebbe subito che è successo qualcosa.
L’espediente del Sorcio è buono: denunciare di avere trovato una busta piena di soldi, nascondendo il portafoglio, visto che la legge prevede che, dopo un anno ed un giorno che questa busta non viene reclamata, chi l’ha trovata ne diventa il legittimo proprietario. Il valore dei soldi trovati corrisponde a nove milioni di euro odierni, ed il Sorcio si vorrebbe comprare una canonica abbandonata al suo paese natale, ma tanti soldi richiamano tante persone che li cercano. Se poi c’è un cadavere, ci sono anche tante persone che lo cercano, sia vivo che morto.
Da queste premesse, ci sono una serie infinita di avventure che vedono come protagonisti il Sorcio, l’ispettore di polizia che lo segue, i finanzieri che cercano i soldi, gli assassini che cercano sia i soldi che chi può avere visto il cadavere. C’è movimento, c’è satira ed ironia, ma di un tipo che non può superare i tempi in cui è stato scritto il libro.
Leggerlo o meno? Leggerlo, sempre, perché Simenon è bravissimo nella scrittura, ma non aspettarsi il capolavoro a cui ci ha abituati: l’autore si deve essere molto divertito scrivendolo e sicuramente i suoi contemporanei si sono divertiti a leggerlo. Io molto meno, ma Simenon non me lo potete toccare, mi regala sempre tante emozioni, che posso perdonargli un libro che non mi è piaciuto.
Angela
L.
– Ultime recensioni:
- Simenon 20 – Il sorcio (2026) guest post
- Simenon 19 – La scala di ferro (2026) guest post
- Simenon 18 – Le campane di Bicêtre (2026) guest post
- Simenon 17 – Il fondo della bottiglia (2026) guest post
- Simenon 15 – Il pensionante (2026) guest post
- Simenon – L’uomo di Londra (2025) guest post
- Simenon 10-11 – Antologie (2025) guest post
- Simenon 8-9 – Antologie (2025) guest post
- Gli sconosciuti in casa (1951) guest post
- Il testamento Donadieu (2025) guest post


Valuta il comportamento del padre, degli amici, dei conoscenti, del personale, di chi conosce e di chi non conosce: tutto rapportato alla sua situazione attuale, che gli consente di valutare la vita ed il comportamento degli altri con un metro diverso, partendo da presupposti diversi. Le sue priorità erano la carriera, la sopraffazione, la corsa a primeggiare, la ricerca di ogni mezzo lecito e non per raggiungere non si sa quale vetta, o meglio, una vetta che diventa sempre più alta e irraggiungibile.



«I due protagonisti del romanzo sono entrambi in una fase della vita in cui si rendono conto che il destino non cambierà da un momento all’altro, e non presenterà grandi occasioni di mutamento; la loro esistenza pare destinata a compiersi in una consueta modestia di orizzonti, di mezzi, contando il centesimo, valutando ogni spesa, ogni azzardo, ripetendo gli stessi gesti ogni giorno e accettando lavori che non sono certo la risposta a un desiderio, al massimo bisogno alle necessità più impellenti.





Bellissimo romanzo di 294 pagine, cosa inusuale per Simenon, dove si arriva al finale senza accorgersene, senza un attimo di stanchezza, senza una parola di troppo, dove ogni pagina, ogni capoverso, ogni riga è indispensabile per immergersi nell’atmosfera della famiglia Donadieu. Una delle più ricche famiglie di La Rochelle, a sud-ovest della Francia, dove il capostipite ha creato una ditta ed i vari eredi l’hanno ampliata fino a divenire una istituzione cittadina. Alla morte dell’attuale patriarca, noi diremmo Padre-Padrone, si attende con ansia l’apertura del testamento, per sapere quale sarà la successione, sia dei beni mobili ed immobili, sia dello scettro del Clan.













