
Ciascuno di noi, come te,
ha posato il cuore sul crinale del tempo,
là dove le foglie – trame di carta stanca –
giravano danzando un valzer spezzato.
Siamo morti mille volte,
non d’un colpo, no,
ma in quelle screpolature minuscole,
d’inverni troppo lunghi,
di sole troppo feroce.
Abbiamo visto rami tremare di freddo,
farsi fiaccole d’ambra in un teatro senza spettatori,
scaglie d’oro ingoiate dalla notte,
saldature fragili cucite da astri distratti.
E quando, su sentieri che raccontano più di noi,
abbiamo incontrato il folto bosco dei “già saputi”,
le foglie luccicavano vanitose al sole d’inverno,
così intensamente che i fiori – poveri sciocchi –
sembravano più spenti di candele consumate.
Dopotutto, non c’è niente di nuovo,
moriamo ancora al primo sussurro d’ombra,
solo per rinascere al prossimo innesto di luce.
Ecco la beffa strana dell’eterno ritorno:
persino il nulla
ha imparato a rifiorire meglio di noi
@Maria Allo





