Ringraziamento

Sì, ringrazio tutti per i commenti bellissimi ma stasera, giornata infernale, riesco solo a lasciare un sorridente, flebile

grazie!

Conserveremo delegazioni di sorrisi…

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(foto di poetella)

Conserveremo delegazioni di sorrisi
e ricordi
ecco. In archivio.
Ne abbiamo collezionati/accatastati tanti
giorno più giorno meno
quando s’abitava la gioia

prima di questo tunnel di granito
senza vie di fuga
non visibili per lo meno
non chiaramente segnalate
a rigor di legge. Secondo  normativa.

A rigor di legge dovremmo noi segnalare
agli addetti alla sicurezza, ASPP si chiamano, no?
questa manchevolezza
questa soppressione di speranza
questa botte di dolore che imprigiona
col coperchio inchiodato.

Ma che potrebbero mai fare
poveretti
oltre che tirare un nastro arancione di plastica e
– zona messa in sicurezza.
Non avvicinarsi – dire.

E fatto.



(by poetella)

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E buona domenica…

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Che ci vuole proprio…

la musica della sera…

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s’è capito che adoro Glass? Beh, adesso mi sa di sì!

e buona serata da poetella

quando ancora fumavo…

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(foto di poetella)

scrivevo questo… un vecchio post ritrovato, ma ancora attuale!

Il distacco. ‘n accidenti proprio. Imparare il distacco. Andare verso il distacco. Guadagnare il distacco (s’accende una sigaretta. Aspira fondo, la testa un po’ indietro, poi butta fuori tutto il fumo).  Quale cacchio di distacco? Siamo umani, no? Bipedi (guarda sua sorella, che tace). Camminiamo. Vogliamo il duro sotto i piedi. Ci serve.

Altro che distacco. Visto mai uno che cammina per aria? Come gli amanti o le mucche di Chagall? Visto mai? (sua sorella non parla. La guarda. Non fuma)

Io mi sarei proprio scocciata di tutte queste stronzate sul distacco. Sul lascia che sia. Sul vivi l’adesso. Ma sì, cavolo, sì che lo vivo l’adesso. Come no? Mica mi serve che me lo ricordino. Che me lo consiglino. L’adesso si vive sempre. Finché si vive(la guarda. Quella, zitta. La guarda, fuma e parla). C’è qualcuno che non lo vive, l’adesso? Ti risulta?

È che vogliamo sapere. Vogliamo controllare. Vogliamo qualche drittina su quanto durerà quest’adesso. Sia che si voglia che finisca, sia che continui, ‘sto cavolo di adesso.

(e la sorella zitta, buona, beve il tè e guarda una farfalletta che svolacchia sui gerani)

Ma sì, sì, sì, sì! Certo che si vivrebbe meglio. Meglio, a non avere bisogno di programmare, pronosticare, o magari solo prevedere, con un piccolissimo margine di dubbio.  Senza andare a cercare conferme da tutte le parti. Meglio, si vivrebbe. Senza cercare nei fondi del caffè o nei rametti di millefoglie.

Ma come fai? Come cazzo fai? Balle, il distacco. Balle.

Vaglielo a dire a  quelli che gli è crollata la casa, la vita addosso. Vaglielo a dire a loro, il distacco.

O vienimene a parlare tra un po’.

Quando sarò vecchia. E lui non ci sarà più.

Sai che risate.

(by poetella)

stanchini? Un po’ di musica per ricarica!

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e buona serata da poetella…

A  volte, picchi intollerabili di nostalgia…

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(Ophelia, by John Everett Millais)

A  volte, picchi intollerabili di nostalgia.

Raccapriccianti. 

Di continuo poi, come un basso accordato, malinconia. Una specie di formicolio di corpo addormentato.

Una dolenzia. Un mancamento. Quasi deliquio.

Quegli occhi! Quegli occhi! Quelli, soprattutto. Sebbene, anche le labbra e quei piccoli denti e le minuscole orecchie. Da mordere.

Ma no, dai! Mai dato morsi.

Non divaghiamo, comunque.

Si diceva:  a  volte, picchi intollerabili dì nostalgia. Fortunatamente, pietosamente, qualche tregua.

Magari ascoltando la Pavane, Opus 50 di Faurè o semmai Gould, ecco sì, Gould. Quello cura. Placa. Guarisce.

No, guarire non se ne parla.

Ce ne stiamo come in attesa che finisca il bruciore, la ferita si chiuda, ma niente si chiude di quello che vorremmo.

E vorremmo quasi  nevicasse. Sì che è tra poco aprile. Che poi una volta ha nevicato ad aprile ma… altri tempi.

E starcene sdraiati come l’Ophelia di Sir John Everett Millais in attesa che la neve ci copra tutta

come fossi tu

(by poetella)

Anche Gigi Proietti…

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E se lo dice lui…

quando ho bisogno di rilassarmi…

ascolto questo brano di Arvo Pärt

funziona sempre… buona giornata e buon ascolto

Oggi, camminando, credo d’aver…

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(foto di poetella)

Oggi, camminando, credo d’aver, così, senza apparente motivo,

apparente ovvio,

[il motivo c’è sempre]

abbozzato l’ombra di un sorriso. Malinconico, certo, ma

il sole era alto e forte dietro le nuvole, dunque…

E le ombre altrettanto forti. Stagliate contro i pensieri

come l’immagine del ricordo che s’era affacciato, i pensieri altri.

Mento.

Erano esattamente gli stessi, i pensieri, dal giorno prima.

O forse dal mese prima. O dall’anno prima.

O dal decennio prima.

Ma quel ricordo m’ha fatto sorridere piano piano. Ugualmente.

Conservare ricordi che fanno sorridere, mi sono detta.

Continuando a camminare.

(by poetella)

Del ’65…

Bello eh?

Musica per la buona notte…

Come se, ascoltando…

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Henryk Wieniawski (1835 - 31 marzo 1880): Concerto n. 1 in fa diesis minore per violino e orchestra op. 14 (1852: composto a 17 anni)

Come se, ascoltando

uno struggente concerto per violino di Wieniawski, potessi togliermi di dosso tutta questa polvere di notizie sgangherate dal mondo, potessi spruzzarmi addosso profumo di lavanda (ah, la lavanda, i campi di lavanda della Provenza, i campi di lavanda dei quadri degli impressionisti francesi, i quadri con i prati fioriti lilla e rossi e verdi di Van Gogh!)

Come se, ascoltando

quest’accorato cinguettio in balcone, un passero? Un pappagallino’ no, quelli hanno voce diversa, un  gabbiano? Ma che gabbiano! Magari una tortora, una cincia, un cardellino… magari potessi pensare invece che fossi tu, tu che lontano, lontano come dall’altra parte del mondo, magari tu, ti ricordassi di me

 Come se, ascoltando

il mio cuore che batte regolare come l’orologio antico in soggiorno, come lui noncurante del tempo che passa e chissà a che servirà che passi, come se ascoltando quel ticchettio sapessi che non esiste tempo, non esiste spazio che questo mio amore possa attraversare per arrivare all’oblio.

(by poetella)

L’oro del mattino…

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( foto by poetella)

L’oro del mattino
non è questa luce sbriciolata
potenza della nebbia tra i disegni del pizzo
L’oro del mattino
è questo silenzio che sale
dalla mia tazza di tè alla vaniglia
gironzola, galleggia, m’accarezza le spalle
mi dice Respira!

Ecco, adesso, il richiamo di una tortora

(by poetella)

Non voglio ascoltare…

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(foto di poetella)

Non voglio ascoltare

‘sto silenzio vociante di orchi di nani e serpi a sonagli

Raduno strisciante gracchiante a cerchio

in petto

[vienimi dentro luce di misericordia

vienimi in fronte-in testa

mano che benedice]

Non ho uno scapolare che salvi né immaginetta

ma in fondo alla tasca spero ancora una caramella,

per quando la fame per quando l’amaro

per quando passata da troppo quell’ora del pranzo

e niente.

Non piange mai questa

[stupitevi ancora]

Non piange mai neanche se, [diceva papà]

No. Vedrete. Non piango

(by poetella)

No… no… no!

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Ci hai lasciato…

Grandissimo dolore.

Per me nessuno come te.

Si leggiucchia…

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(foto di poetella)

Che poi mica lo so chi me l’ha fatto scoprire…

ho letto un post in qualche blog che mi ha incuriosito… e, ecco qua.

Arrivato e iniziato ieri.

Poi vi dirò…

buona giornata da poetella

ancora loro…

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questo brano suscita in me un’immensità di ricordi…

E’ stato davvero un periodo d’oro quello, per me….

sogni, speranze, trepidazioni…

porca miseria, quant’è bella giovinezza…

Beh, buon ascolto! (il brano merita!) e per chi ne volesse sapere di più, c’è Wiki

A Salty Dog

E si continua con la musica…

Qui riporto il testo e una probabile traduzione (difficilissima soprattutto come interpretazione dei testi dei Procol Harum)

All hands on deck, we’ve run afloat!’ I heard the captain cry
‘Explore the ship, replace the cook: let no one leave alive!’
Across the straits, around the Horn: how far can sailors fly?
A twisted path, our tortured course, and no one left alive

We sailed for parts unknown to man, where ships come home to die
No lofty peak, nor fortress bold, could match our captain’s eye
Upon the seventh seasick day we made our port of call
A sand so white, and sea so blue, no mortal place at all

We fired the gun, and burnt the mast, and rowed from ship to shore
The captain cried, we sailors wept: our tears were tears of joy
Now many moons and many Junes have passed since we made land
A salty dog, this seaman’s log: your witness my own hand

“Tutti in coperta, ci siamo disincagliati!” sentii gridare il capitano
“Esplorate la nave, sostituite il cuoco: che nessuno sopravviva!”
Attraverso gli stretti, intorno a Capo Horn: fin dove possono fuggire i marinai?
Un sentiero difficile, una strada tormentata, e nessun sopravvissuto

Partimmo per luoghi sconosciuti all’uomo, dove le navi vanno a morire
Nessuna vetta elevata, nessuna fortezza poteva eguagliare l’occhio del nostro capitano
Al settimo giorno di mal di mare trovammo l’approdo
Una sabbia così bianca, un’acqua così azzurra, un posto tutt’altro che mortale

Scaricammo il cannone, bruciammo gli alberi della nave e raggiungemmo la spiaggia a remi
Il capitano gridava, noi marinai piangevamo: le nostre erano lacrime di gioia
Molte lune e molte estati sono trascorse da quando siamo approdati
Un lupo di mare, questo marinaio: la mia mano ti è testimone

Mi ti metti in mezzo…

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(foto di poetella)

Mi ti metti in mezzo

ai pensieri, traverso, e ai passi

alla conta dei questo e dei quello

al mio tempo

nostro, quando è stato nostro

poco, tanto?

Mettilo sulla bilancia e vedi dove va giù

Che dire? Che potrei mai dire

non lo so, sai?

Non sono di quelli che sanno tutto, io

Non lo so se fosse ogni ora ogni giorno che fa il sole e la luna

ogni tegame di pietanza preferita

cassetto/concetto da dividere, lampadina da sostituire

tra le convinzioni e i dubbi.

Se fosse ogni sonno. Ogni risveglio

sulle federe bianche con lo stesso macramè

Chi può dire che!

Amato, amato mio! Facile abitudine la felicità

[ci si lavora contro con diligenza scardinando appigli]

Mi ti metti in mezzo, traverso

come intoppo, a volte

ficcato giù come il trave a Polifemo

tapis roulant verso il mio centro

come la gloria del ricordo, vetrata illuminata

tazza bollente di cioccolata amara

serie infinita binaria senza lo zero

riflesso di fiamma di camino sul filo di perle vere

dei miei giorni

quelle nostre ore rare. Rare e benedette. Sudo, al pensiero.

(by poetella)

dice: ma tu non l’hai visto Sanremo?

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Queste erano canzoni… testo, musica, strumentazione… altro che Sanremo! che poi mica lo so perché l’ho scritto maiuscolo!

Beh, buon ascolto da poetella

e per chi volesse… il testo

Generale, dietro la collina
ci sta la notte crucca e assassina

e in mezzo al prato c’è una contadina
curva sul tramonto, sembra una bambina
di cinquant’anni e di cinque figli
venuti al mondo come conigli
partiti al mondo come soldati
e non ancora tornati

Generale, dietro la stazione
lo vedi il treno che portava al sole?
non fa più fermate, neanche per pisciare
si va dritti a casa senza più pensare
che la guerra è bella, anche se fa male
che torneremo ancora a cantare
e a farci fare l’amore
l’amore dalle infermiere

Generale, la guerra è finita
il nemico è scappato, è vinto, battuto
dietro la collina non c’è più nessuno
solo aghi di pino e silenzio e funghi
buoni da mangiare, buoni da seccare
da farci il sugo quando viene Natale
quando i bambini piangono
e a dormire non ci vogliono andare

Generale, queste cinque stelle
queste cinque lacrime sulla mia pelle
che senso hanno dentro al rumore di questo treno?
che è mezzo vuoto e mezzo pieno
e va veloce verso il ritorno
tra due minuti è quasi giorno
è quasi casa, è quasi amore

tanto per ribadire, come promesso…

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come spero di voi…

armonia, bellezza, malinconia… pace

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che poi, per chi conosce la musica, questo video è una delizia!

e buon ascolto da poetella

Eppure…

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(foto di poetella)

Eppure, per quanto mi sbandieri addosso

una libertà d’aquila reale

un distacco di nuvola, di fumo di camino

e sorrida al mio dentro

di saggio solitario

immobile

in cima alla lunga strada dei giorni

saldo e quieto

ci sono istanti

come questo [istanti, ho detto]

che la vista [indolente di noia] del passaggio

su via Tiburtina d’una macchina come la tua

[come… bada bene, non  la tua]

mi fa vibrare l’aria attorno

tra begonie e gerani striminziti, è febbraio!

e forse l’aria, freddina, decisamente freddina

mi da quest’ardire di dire

Mi manchi.

Mi manca l’incendio delle ore

con te in questo celestino piatto slavato.

Mi manca l’irrompere in quella tua stanza

in quella tua vita

in quello che guardi e tocchi

mi manca il mio irrompere come schiuma d’onda

impetuosa

nel sordo fragore dei baci. E a te?

...

(by poetella)

E, a intervalli regolari sappiate che…

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Tanto tempo fa facevo…

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(una delle mie foto preferite, tantissimo tempo fa)

Tanto tempo fa facevo delle gran belle foto.

Certo, me lo dico da sola. Non ho tempo di aspettare i pareri d’altri.

Non ho tempo.

Tanto tempo fa facevo tante belle cose.

C’è stato il tempo del pianoforte e della chitarra. E delle canzoni che scrivevo per me. Beh, per me e pochi intimi. Che poi, chi se le ricorda più.

Neanche le corde della chitarra riconosco più.

Neanche le note con tanti tagli in testa e in gola sugli spartiti. Solo i tagli nella mia testa ricordo. E fanno ancora male.

Ma torniamo al tempo.

[C’è stato il tempo dei capelli lunghi e del Me li pettini?]

c’è stato il tempo del sognare. Quello è durato parecchio. Troppo.

e il tempo del dipingere.

Mi dimenticavo di mangiare, quando a casa c’ero solo io e sarebbero tornati tutti dopo ore e ore e io potevo, pennelli in mano, cavalletto e tela e il mondo trasferito lì

E il tempo dello scrivere. Fiumi di letterine. Valanghe di parole inzuppate d’amore.

Ridente, gioioso e finito. Finito.

Dice, come le rose.

Tutto tempo mio.

Dov’è il mio tempo adesso? Lo ritaglio tra i bordi dei giorni. Sfilacciato. Sempre in allerta.

Striscioline sottili di tempo che bastano appena a un paio di respiri.

Troppo poco, dico io

(by poetella)

Ah, gli alberi!

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(foto di poetella)

Ah, gli alberi!
Sempre piaciuti gli alberi.
Da piccola sognavo di farmici dentro una casetta.

Sequoie? No, ignoravo le sequoie da piccola.
Ignoravo tante cose.  Sapevo solo di favole.

E l’ultima sempre più bella.

E ancora una da leggere. Ancora una. Da piccola.

Ma torniamo agli alberi.

Cerchiamo gli alberi.
cerchiamo frescura,  protezione

certe volte profumo.


Acacie, tigli, oleandri.
E pini e poi eucalipti. E mimose. Magari qualche salice.

Che ce n’è da piangere.

L’aria pulita. Trovarne!
Il vento che li smuove, il loro canto
e l’ombra. L’ombra.

Non è più tempo di troppa luce.

Velare. Nascondere. Oscurare tutto.

Ma gli alberi! A guardarli, come se tanti occhi dietro le foglie.


Sembra sorridano e dicano Respira!

Dai. Respira.

(by poetella)

scusate tanto… ma me so’ innamorata!

questo ragazzo è un angelo!

io lo trovo meraviglioso!

oltre a essere bellissimo… cosa che, decisamente, non guasta!

Si consigliala lo schermo intero…

e buona visione da poetella

quando poetella aveva ancora qualcosa da aspettare…

2/12/2011) scriveva questo:

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(foto di poetella)

Senti, siediti qui

accucciati qui in quest’angoletto

che tanto tanto c’è da aspettare

desiderio. Stai buono.

                C’è da aspettare, sai?

Fai il malato che spia l’alba

e la goccia che cade in ogni suo minuto

Gira e rigira il cuscino dei sogni

E che passi la febbre, spera

                                  [la mia febbre non mi lascia mai, però]

Stai buono buono,

                  desiderio

come il bambino del primo banco

il primo giorno del primo anno

di scuola, col fiocco del grembiule

tutto bell’annodato.

Stai buono lì, desiderio

Buono buono. Zitto. Ferme le mani.

                                      Ti guardo, sai?

Che ancora è lunga la giornata

E poi ne verrà un’altra

               E un’altra. E un’altra, sicuro

                                              E un’altra.

Nell’aspettare/dell’aspettare

t’affamo e ti sfamo, ti cresco

                               disseto

Nell’aspettare ti faccio –

mi faccio vita viva.

(by poetella)

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