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Va riconosciuto con disincanto
che è un agitarsi, spesso, delle viscere.

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Raramente la poesia è un vanto,
come più d’uno suole darci a intendere.


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Alcuni la memoria li attraversa,
come patendo un attardarsi indebito
nel transito dolente per la luce:
evitare, lasciar perdere quanto
accadde per evento accidentale.
Per altri è il cammino d’una storia,

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d’incontri all’apparenza casuali,
immagini negli occhi e nel pensiero,
parti di loro erranti per il mondo,
portate in giro come appartenenza.
Pensate pure quello che vi pare,
la mia (s)fortuna è non viaggiarne senza.


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Da Falerna scendendo fino a Villa,
dove s’infranse il sogno d’Odisseo,
osando l’avventura dello Stretto,
forse, talvolta, costeggiammo Scheria:
lo racconta un omerico esegeta.
Or emulo navigo il paesaggio,
l’onde ne risalgo verso il miraggio

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d’Itaca, la mente volta a una meta
imprecisata. La storia non è
nuova: ad ogni novello veleggiare
(a qual preciso dove cosa importa)
trascorre ogni dettaglio in un museo.
Come la lingua d’un morente fuoco,
arde fatale il fremito del viaggio.


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Qui non vedi l’amato tratto antico
dell’età giovane, scordato segno,
che non conobbe il tempo tuo passato.
Volesti ritrovarlo in biblioteca,
nei travagliati approdi della chimica,
voce di Saffo, epigono d’Euripide

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tra le sognate sponde dell’America,
dei leoni all’oscuro di Micene
e delle callipigie dive d’Ellade.
Restò la discendenza senza cura,
ma il segno non fu perso, resta in pegno
nella negletta tua pinacoteca.


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A chi sarà data l’eredità,
l’umano segreto a chi resterà,
dopo gli anni tentennando vissuti
col dubbio, se, forse, quando, magari,
se consegnare i misfatti accaduti
o serbarli indecifrati nell’urna

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con i resti mortali. Chi geloso
li tenne in consegna adesso sta muto,
il suo segreto rimane mistero,
a nessun altro sarà consegnato,
ritorna al dilemma dell’universo,
che nel mistero veleggia compiuto.


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Dicono, sai, che incastro le parole
nel rimastico d’un gioco enigmistico;
lingua, dunque, ridotta ad enunciato,
che alla tesi perviene dall’ipotesi,

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un logico processo deduttivo,
base d’un teorema matematico,
la forma che sorregge il contenuto,
setacciando l’ignoto nulla cosmico.


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Più che domestico volli fors’essere
selvatico animale, a solitari
luoghi aduso, a diletti inusuali,
inseguendo la traccia dell’inutile.
Ma mai mi persi al vivere reale,
a quel che t’offre e toglie a piacimento,

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lasciandoti frammenti di memoria.
Dunque, t’appaio in un dolente volo,
nell’atto di non perdere il perduto,
viaggi parole fiori tenerezze,
versi inarresi intesi a fare luce,
Orfeo sospeso al tempo già vissuto.


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Quando lambendo le onde del Pacifico
da San Francisco si punta a meridione,
la route va veloce fino a Point Dana
con il pensiero ai lidi d’oltreatlantico.
Lingue di sabbia invadono l’asfalto,
una retta lungo lo specchio grigio
dell’oceano, nei riflessi azzurri
delle baie. Si sdrucciola sul fondo
a Sand City, siccome si derapa

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sull’indiscussa scienza d’Alameda.
Così la meta è San Juan Capistrano,
in fotogrammi stile anni settanta,
nei nodi della contea d’Orange,
magari da raggiungere non subito
(a Morro Bay si torna forse indietro,
il viaggio in un sol giorno non è breve),
magari in corso d’anno, un denso assaggio
dell’osannato sogno dell’America.


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Ferro moderno, nuova massicciata,
rimpiazzeranno l’angusta banchina.
La pensilina sarà smantellata.
Senza ostacoli cadranno gli scrosci.
Verranno soppresse le corse contro
il tempo degli orari ferroviari.
La vecchia stazione più non avrà

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passeggeri, la routine del tran tran,
i pendolari di necessità
quotidiane. Il marciapiedi sarà
demolito, diverrà nostalgia,
alla calca non darà più riparo
in attesa dei treni. Anni di gloria
saranno perduti. Tutti i reperti
restanti saranno archeologia.


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Vecchie strade com’arse passeggiate,
combustioni manchevoli d’ossigeno,
perse occasioni, visite mancate,
scialbi falò del nostro immaginario.
Alleggerendo il peso della polvere,
qui si scandaglia un dovizioso erbario

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di balsami e rimedi officinali.
Tra vecchi souvenir da lucidare,
accantonato stava l’inventario
del possibile. Tralasciando l’esito,
come se fosse orpello trascurabile,
un credito sospeso da riscuotere.

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