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Ridere!

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Se esiste un antidoto al fascismo — oltre alla storia e alla memoria — è il riso: quello corrosivo che buca il pallone della retorica. Lo sapeva bene Carlo Emilio Gadda, che nel suo Eros e Priapo trattò il fascismo come una patologia nazionale: una sbornia di parole grosse, virilità declamata e balconi straripanti di petti gonfi.

A rileggerlo oggi, quel mondo offre anche il suo lato grottesco. Sfogliamo le pagine de Le rose del Ventennio, di Gian Carlo Fusco, appena ripubblicato da Sellerio: il regime vi compare come un teatro di provincia, popolato da gerarchi che inciampano nel passo romano e da cerimonie solenni che somigliano a operette mal provate. Tutto tremendamente serio e, proprio per questo, involontariamente comico.

Prendiamo, per esempio, l’impresa di Fiume. L’epopea protofascista del Vate Gabriele D’Annunzio, raccontata per decenni come una saga eroica, somiglia invece — vista con un minimo di distanza, cioè dalla parte dei fiumani di oggi — a un laboratorio di estetica politica dove il sublime e il ridicolo finiscono per confondersi.

Il brillante film Fiume o morte! del regista Igor Bezinović lo mostra con gusto quasi entomologico: proclami roboanti, parate improvvisate, liturgie inventate sul momento. È il destino di ogni carisma quando si specchia troppo a lungo nella propria immagine: la posa scivola nella caricatura. Il gesto solenne diventa gag, l’eroismo spettacolo.

Un secolo dopo il copione non è cambiato molto. Il poeta-guerriero ha lasciato il posto al magnate visionario Elon Musk, con i suoi razzi e le sue boutade cosmiche, mentre il tribuno populista Donald Trump riecheggia certe intuizioni sceniche di un Mussolini con la faccia di Corrado Guzzanti. Cambiano i palcoscenici, ma il meccanismo di fondo resta lo stesso.

Il grottesco, naturalmente, non cancella il tragico. Spesso lo precede. Per questo ridere diventa una forma di igiene civile, di autodifesa.

Insomma: Ridere! E rideremo.
Speriamo presto.

ff – La colonnina – 19 marzo 2026

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Alle origini del fascismo

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Nel nuovo libro di Sergio Luzzatto la vita avventurosa del marchese de Morès diventa la chiave per esplorare le radici ottocentesche del fascismo europeo.

Quando nel 1995 Umberto Eco pubblicò su “La rivista dei libri” il saggio Totalitarismo fuzzy e Ur-Fascismo, poi riproposto nel 2018 in volume anche dall’editore La nave di Teseo con il titolo Il fascismo eterno, espose una tesi destinata a suscitare un dibattito duraturo. Secondo Eco, il fascismo non è soltanto il regime instaurato in Italia da Benito Mussolini tra il 1922 e il 1943, né un fenomeno confinato alla stagione dei totalitarismi europei. Piuttosto, rappresenterebbe una costellazione ideologica ricorrente, un insieme di atteggiamenti, miti e impulsi politici che si riproducono in epoche e contesti diversi.

Nel suo celebre elenco di caratteristiche — quattordici tratti: dal culto della tradizione al rifiuto del pensiero critico, dal nazionalismo aggressivo alla paura della differenza — Eco suggeriva che il fascismo potesse manifestarsi anche in forme incomplete o mutate. Per questo parlava di “Ur-fascismo”, cioè un fascismo originario o archetipico, capace di riapparire ogni volta che determinate condizioni culturali e politiche lo rendono possibile.

Una definizione così ampia solleva tuttavia un problema storiografico. Se il fascismo è ovunque potenzialmente presente, non si rischia di svuotare il concetto del suo significato preciso? Gli storici hanno spesso insistito sul fatto che il fascismo, come fenomeno politico compiuto, nasce in un contesto ben determinato: la crisi degli Stati liberali dopo la Prima guerra mondiale, la mobilitazione di massa prodotta dal conflitto, la paura della rivoluzione sociale. In questo senso esso rimane legato a un periodo e a una configurazione epocale specifica, quella che va dagli anni Venti alla fine della Seconda guerra mondiale. Eppure l’intuizione di Eco conserva una sua forza persuasiva. Più che dissolvere il fascismo in una categoria indistinta, invita a interrogarsi sulle genealogie culturali che precedono e preparano la sua comparsa (e ne dispongono la sopravvivenza). Se esiste un “Ur-fascismo”, è possibile chiedersi se vi siano anche figure o esperienze politiche che ne anticipano alcuni elementi fondamentali.

È questa la strada seguita dallo storico Sergio Luzzatto nel suo recente libro Il primo fascista. Storia e leggenda di un precursore (Einaudi 2026, pagine 517, euro 32). Il volume ricostruisce la vita di Antoine de Vallombrosa, Marquis de Morès, aristocratico vissuto tra il 1858 e il 1896, figura avventurosa e controversa della Francia fin de siècle. Morès fu imprenditore nel Dakota americano, duellante, polemista e agitatore politico; soprattutto uno dei protagonisti dell’antisemitismo militante che permeò la Terza Repubblica negli anni che precedettero l’Affaire Dreyfus.

Nella documentata trattazione di Luzzatto, Morès non è ancora un fascista nel senso pieno del termine — mancano il partito di massa, lo Stato totalitario, l’esperienza della guerra mondiale — ma rappresenta qualcosa di simile a un “proto-fascista”. La sua azione politica combina elementi che diventeranno centrali nei movimenti novecenteschi: nazionalismo radicale, antisemitismo come strumento di mobilitazione politica, retorica populista che pretende di unire aristocrazia e popolo contro élite corrotte e nemici interni.

Morès cercò di organizzare gruppi di sostenitori pronti allo scontro fisico con gli avversari, anticipando quella dimensione violenta che diventerà tipica dello squadrismo. Allo stesso tempo mise in scena una politica spettacolare, fatta di provocazioni e gesti clamorosi, nella quale la teatralità dell’azione contava quasi quanto le finalità programmatiche. In questo senso la sua figura appare come un laboratorio precoce di stili e linguaggi che il fascismo del Novecento avrebbe poi sistematizzato.

Il merito della ricerca di Luzzatto sta proprio nel mostrare come il fascismo non sia nato improvvisamente nel primo dopoguerra, ma abbia affondato le proprie radici in correnti ideologiche e pratiche politiche precedenti. La Francia di fine Ottocento — attraversata da nazionalismo, antisemitismo e crisi del parlamentarismo — appare così come uno dei luoghi in cui si preparano alcune delle condizioni culturali del fascismo europeo.

Su un piano diverso, ma complementare, si muove anche la riflessione filosofica di Roberto Esposito nel volume Il fascismo e noi, del quale abbiamo già parlato su queste colonne quando uscì, un anno fa. Anche questo libro propone di guardare al fascismo non soltanto come ideologia o regime politico circoscritto, ma come una “macchina pulsionale” capace di produrre consenso attraverso una miscela di fascinazione e terrore, di imposizione e seduzione simbolica. La forza del fascismo, suggerisce Esposito, è consistita (e consiste) anche nella capacità di combinare elementi apparentemente opposti — rivoluzione e reazione, arcaico e moderno, disciplina e anarchia — occupando così l’intero spazio dell’immaginario politico. Sommato alle altre analisi, ciò ci porta a considerare il fascismo come una linea di pensiero che ombreggia il cammino della modernità europea. Una linea che precede la sua affermazione politica e non si esaurisce con la sua caduta. Le sue forme cambiano, i linguaggi si aggiornano, le circostanze storiche mutano; tuttavia alcuni tratti fondamentali restano pienamente riconoscibili.

È lungo tale linea, che si estende all’indietro fino ai precursori ottocenteschi e in avanti oltre la fine della Seconda guerra mondiale, che il fascismo continua a interrogarci da vicino. Comprenderne radici e metamorfosi resta dunque un esercizio necessario non soltanto per gli storici, ma per chi voglia riconoscere — e disinnescare — le fogge in cui quel passato tende a riaffiorare.

ff – 19 marzo 2026

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Una pagina amara

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A Trento, le cronache ne hanno abbondantemente parlato, il consiglio comunale si è trovato di fronte a una questione che, più che amministrativa, era simbolica: revocare o meno la cittadinanza onoraria conferita a Benito Mussolini. Non è bastata, tuttavia, la distanza storica né la nettezza del giudizio sul fascismo a produrre una maggioranza capace di cancellare quell’atto. E così, per inerzia o per ipocrita scelta, la città conserva ancora oggi un riconoscimento che appartiene a un’altra epoca — e a un’altra idea di Italia.

Per comprendere il senso di quella cittadinanza bisogna tornare al contesto in cui fu concessa. Erano gli anni del consenso obbligato, delle istituzioni piegate al regime, dell’uniformità imposta come virtù civica. Conferire onorificenze al capo del fascismo non era un gesto libero, né tantomeno neutro: era un atto di adesione, quando non di opportunismo. I consigli comunali dell’epoca non deliberavano in autonomia, ma dentro una cornice in cui il dissenso era cancellato e il potere chiedeva, e in modo largo otteneva, riconoscimenti pubblici. Quelle cittadinanze, insomma, non raccontano una storia di merito, ma di subordinazione.

Ed è proprio per questo che la loro permanenza oggi appare, più che problematica, grottesca. Nessuno pretende di riscrivere la storia, ma di distinguere, sì: tra memoria e celebrazione, tra documento e onorificenza. Una cittadinanza onoraria non è un reperto da conservare sotto vetro; è un gesto che continua, se non messo in discussione, a parlare nel presente, e a parlare di noi. E se ciò che dice è incompatibile con i valori costituzionali, con l’idea stessa di democrazia, allora mantenerla non equivale solo a una forma di indulgenza verso l’eredità peggiore del Paese, bensì ne prolunga indefinitamente gli effetti.

Dispiace constatarlo: la vicenda trentina dimostra che questa consapevolezza non è condivisa quanto si potrebbe pensare. C’è una resistenza diffusa, non marginale, a fare i conti fino in fondo con il fascismo. Una resistenza che si traveste talvolta da prudenza istituzionale, talvolta da stanchezza per le “polemiche sul passato”, ma che affonda le sue radici in qualcosa di più scomodo: un residuo di ammirazione, magari sfumata, magari spacciata per altro, ma ancora operante. Non si spiegherebbe altrimenti la difficoltà a compiere un gesto tanto semplice quanto simbolicamente necessario.

Si dirà che ci sono urgenze più pressanti, che le città hanno problemi concreti da affrontare. Vero. Ma proprio perché la politica si misura anche nei simboli, ignorarli o minimizzarli significa rinunciare a una parte della propria responsabilità. Revocare quella cittadinanza non avrebbe cambiato il passato; avrebbe però chiarito più esplicitamente su quali valori intendiamo poggiare.

Così non è stato. E Trento, città dalla storia complessa e ricca, si ritrova a custodire un riconoscimento che dev’essere piuttosto visto come un’onta. È un’occasione persa, certo. Ma è anche qualcosa di più: una pagina triste, scritta non per costrizione, come accadeva un tempo, bensì in modo deliberato. E forse è proprio questo a renderla ancora più amara.

Corriere del Trentino / Corriere dell’Alto Adige, 19 marzo 2026

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L’elefante nella stanza

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Il recente intervento dell’assessore provinciale Christian Bianchi sull’uso esclusivo delle lingue standard nei contesti istituzionali ha riaperto una questione che in Alto Adige/Südtirol non è mai stata davvero risolta. A prima vista la sua richiesta – limitarsi a italiano e tedesco standard nelle sedi pubbliche – può apparire come un richiamo meramente regolamentare, persino ovvio. In realtà tocca un nodo strutturale dell’equilibrio linguistico locale, o meglio della sua rappresentazione ufficiale.

L’architettura dell’autonomia speciale si fonda su un modello che presuppone un confronto ordinato tra due lingue riconosciute e normate, italiano e tedesco (con il ladino in una posizione non pienamente simmetrica, in pratica confinato entro i ristretti limiti territoriali della sua diffusione). Il conflitto storico si è sviluppato lungo quella linea di frattura, e su di essa sono stati costruiti strumenti giuridici, garanzie istituzionali, prassi amministrative. La provincia viene così descritta come una realtà diglossica composta da due codici equivalenti per status e funzione pubblica.

Eppure la vita linguistica quotidiana racconta una storia più complessa. Per una parte consistente della popolazione germanofona, la lingua primaria non è l’Hochsprache, bensì il dialetto. È nel dialetto che si esprime la dimensione affettiva, familiare, comunitaria; lo standard appartiene alla scuola, ai documenti, ai media, alla comunicazione formale. Questo scarto introduce una terza dimensione che l’assetto normativo non contempla esplicitamente: un trilinguismo di fatto – italiano, tedesco standard e dialetto – che altera l’immagine di perfetta simmetria su cui si regge il discorso pubblico.

Da qui nasce anche l’asimmetria percepita da molti parlanti italiani. Non si tratta di una discriminazione giuridica, ma di una barriera pragmatica: quando, anche in contesti istituzionali o semi-istituzionali, il dialetto permane come lingua di riferimento tra membri della comunità germanofona, chi non padroneggia quel codice sperimenta una forma di esclusione implicita. L’uso dello standard non è allora un impoverimento identitario, ma la condizione minima affinché lo spazio pubblico sia effettivamente accessibile.

È in questo quadro che si inserisce una lettera pubblicata sulla Tageszeitung da Stephanie Risse, docente alla Libera Università di Bolzano. Risse parte proprio dalla tensione tra difesa dello standard e rivendicazione del dialetto e propone di affrontare la questione non in termini emotivi, bensì di politica linguistica. La sua tesi è che l’Alto Adige, oggi dotato di università, istituzioni formative, case editrici e competenze scientifiche, non sia più un “centro parziale” (Halbzentrum) della lingua tedesca, ma possa ambire a una piena legittimazione normativa. Da qui l’idea di lavorare a una codificazione del “tedesco sudtirolese”, con lessici e strumenti scolastici che ne riconoscano le peculiarità.

Questa proposta trova un solido fondamento nella teoria del pluricentrismo linguistico. Il tedesco non è una lingua monolitica con un unico centro normativo: accanto alla varietà della Germania esistono standard riconosciuti in Austria e Svizzera, ciascuno codificato e rappresentato negli organismi che regolano la lingua. Pensare il tedesco sudtirolese entro questa cornice significherebbe spostare il discorso dal piano identitario a quello scientifico e istituzionale. Non si tratterebbe di separarsi dal mondo germanofono, ma di partecipare consapevolmente alla sua policentricità, dotandosi degli strumenti necessari: codificazione, uso istituzionale stabile, rappresentanza.

Tuttavia, proprio qui emerge il limite del dibattito attuale. Se è vero, come sostiene Risse, che manca una politica linguistica per il tedesco sudtirolese, è altrettanto vero (anzi: ancora più vero) che manca una politica linguistica complessiva capace di includere tutti i parlanti della provincia. L’Alto Adige di oggi non è più soltanto lo spazio del confronto storico tra italiano e tedesco; è una realtà attraversata da nuove migrazioni, da pluralità linguistiche ulteriori, da pratiche comunicative mutate anche dall’impatto dei social media, dove il dialetto scritto conosce una vitalità inedita.

La questione non può dunque ridursi alla contrapposizione tra standard e dialetto, né alla sola rivendicazione di un centro normativo per il tedesco locale. Occorre riconoscere che lo spazio pubblico deve restare accessibile attraverso codici condivisi, ma anche che le identità linguistiche non si esauriscono nella norma. Una politica linguistica matura dovrebbe tenere insieme questi due livelli: garantire parità e comprensibilità nelle istituzioni e, al contempo, valorizzare le varietà identitarie senza trasformarle in strumenti o pratiche di esclusione.

In definitiva, ciò che manca non è soltanto una strategia per il tedesco sudtirolese. Manca una visione capace di includere italiani, germanofoni, ladini e nuovi cittadini in un progetto linguistico comune. Solo riconoscendo la complessità reale del paesaggio linguistico provinciale si potrà superare la mistificazione di un equilibrio formale e costruire uno spazio pubblico davvero condiviso.

Corriere dell’Alto Adige, 10 marzo 2026

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Steger, simbolo conteso

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Con la morte di Siegfried Steger, ultimo componente rimasto dei Puschtra Buibm, si chiude una pagina umana dell’indipendentismo armato sudtirolese degli anni Sessanta. Ma non si chiude, ancora una volta, la pagina politica e soprattutto simbolica che da quella stagione continua a discendere.

Steger era stato condannato all’ergastolo in contumacia per attentati e omicidio, al termine di una stagione giudiziaria che segnò profondamente il rapporto tra lo Stato italiano e una parte della minoranza di lingua tedesca. La contumacia – istituto giuridico che certifica l’assenza dell’imputato – fu in quel caso anche una scelta di vita. Qui già si biforca il linguaggio: latitanza o esilio? Per la giustizia italiana fu latitanza, ossia sottrazione volontaria all’esecuzione della pena. Per chi ne ha condiviso la causa fu esilio, parola che richiama la dimensione politica, quasi una diaspora forzata. È in questa alternativa semantica che trapela il primo nodo irrisolto della vicenda: quando le parole smettono di descrivere e cominciano a giudicare.

Steger non chiese mai la grazia. Rivendicò fino alla fine la definizione di «soldato della libertà», inscrivendo la propria biografia dentro una narrazione resistenziale. Tuttavia, nonostante la sua figura sia stata coltivata nel tempo in guisa di eroe patriottico, Steger ha fornito anche spunti critici che i suoi presunti ammiratori hanno per lungo tempo cercato di oscurare, confinandolo di fatto in una situazione emarginata. Altri, invece, hanno visto in lui e nei suoi compagni dei terroristi responsabili di una stagione di sangue che nulla avrebbe a che fare con la legittima tutela di una minoranza. È una frattura che non si è mai davvero ricomposta.

Del resto, la storia dei “bravi ragazzi della Val Pusteria” – formula che di per sé tradisce uno sguardo partecipe – non si è esaurita in un destino uniforme. Un altro protagonista di quel gruppo, Heinrich Oberleiter, ha ottenuto anni fa la grazia presidenziale, tornando formalmente nella legalità dello Stato che lo aveva condannato. Un atto che alcuni hanno letto come gesto di riconciliazione, altri come cedimento politico. Anche qui le parole pesano: pacificazione o resa? La grazia non cancella la condanna, ma la sospende; non riscrive la storia, ma ne modifica gli effetti giuridici. È un segnale che, comunque lo si voglia intendere, testimonia il mutamento del contesto e delle relazioni tra Roma e Bolzano rispetto agli anni della tensione.

La scomparsa di Steger mostra con evidenza che gli uomini muoiono, ma vengono sostituiti dai fantasmi. Non solo quelli dell’indipendentismo, che continuano a vivere nelle memorie familiari, nelle interpretazioni degli Schützen, nei richiami periodici dei movimenti separatisti; ma anche i fantasmi di chi stigmatizza senza attenuanti, come se il tempo non avesse modificato equilibri, assetti istituzionali e prospettive. Le reazioni alla sua morte – dai cordogli provenienti dagli ambienti tradizionalisti sudtirolesi alle prese di posizione indignate di forze politiche nazionali – confermano che Steger continua a essere, anche da morto, un simbolo conteso: eroe per alcuni, criminale per altri.

In fondo, la sua vicenda costringe a misurarsi con una domanda più ampia: cosa resta di un conflitto quando i suoi protagonisti non ci sono più? Resta la memoria, certo. Ma resta anche l’incapacità – o la riluttanza – di elaborare fino in fondo il passato. La materia è ancora incendiabile. Le polemiche che hanno seguito la notizia della sua morte dimostrano che non si tratta soltanto di una questione storiografica, bensì di un nervo scoperto dell’identità locale e nazionale.

Forse perché quella stagione non è stata metabolizzata da nessuna delle parti in causa. Non del tutto, almeno. Da un lato, la tentazione dell’idealizzazione; dall’altro, quella della rimozione o della condanna senza contesto. In mezzo, una storia complessa fatta di paure, errori, radicalizzazioni e trasformazioni profonde, che ha portato l’Alto Adige/Südtirol a cambiare ma anche, paradossalmente, a restare incastrato in una configurazione mentale statica.

La morte separa la vita dagli spettri, ma non li dissolve. E finché il lessico resterà una trincea – finché si continuerà a dire latitante o esule, terrorista o combattente – sarà difficile pensare a una vera rielaborazione condivisa. Chissà quando lo sarà mai. Nel frattempo, il passato continua a sopravvivere ai suoi protagonisti, trascinandosi nel presente come una nebbia che ci impedisce di guardare davvero avanti.

Corriere dell’Alto Adige, 4 marzo 2026

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Impedire le derive pericolose

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Negli ultimi anni, il termine remigrazione si è progressivamente imposto nel dibattito pubblico fino a diventare quasi di uso comune: ormai quasi tutti ne hanno sentito parlare, sia in relazione alle campagne anti-immigrazione, sia nei discorsi di partiti e commentatori su media tradizionali e social network. Il primo impatto diffuso del concetto risale ai primi anni Venti del secolo, non quelli del Ventennio storico, quando alcune frange della destra radicale cominciarono a utilizzarlo come slogan per indicare il rimpatrio degli stranieri considerati non desiderati. In quel periodo, gruppi identitari ed esponenti politici più intransigenti promossero l’idea che la soluzione ai problemi sociali fosse la “remigrazione”: ricondurre al paese d’origine chiunque non fosse percepito come assimilabile alla società nazionale.

La parola ha così mutato significato: da termine tecnico per il rimpatrio volontario di emigrati nei loro paesi d’origine, è diventata un concetto carico di ideologia, adottato con un tono pseudo-umanitario per giustificare o legittimare pratiche discriminatorie. In Europa, dalle formazioni identitarie tedesche agli estremisti dell’AfD e all’estrema destra francese, la remigrazione è stata spesso impiegata per mascherare progetti espliciti di espulsione di massa.

In Italia, la dinamica assume oggi forme nuove con protagonismi politici emergenti. La decisione dell’europarlamentare Roberto Vannacci di lasciare la Lega e fondare il partito Futuro Nazionale rappresenta una svolta significativa. Vannacci ha definito il suo contenitore “la vera destra”, contrapponendosi alle forze “moderate” che, a suo avviso, avrebbero tradito i valori identitari e sovranisti. Nelle sue prime dichiarazioni pubbliche ha affermato che vengono “prima la difesa della Patria, poi lo Stato e infine il diritto”, ponendo identità nazionale e sicurezza persino al di sopra dei principi costituzionali. In questo contesto, il richiamo alla remigrazione oscilla pericolosamente tra due posizioni: l’applicazione più rigorosa della legislazione vigente o l’espulsione arbitraria di persone considerate non conformi a un presunto principio di purezza etnica, evocando un passato funesto.

Questa doppia interpretazione — da un lato la critica radicale e razzista di chi nega il diritto di cittadinanza ai migranti, dall’altro l’espulsione “più efficace” di chi viola le leggi — mette in luce l’ambiguità e il pericolo di un linguaggio che giustifica politiche violente sotto una parvenza di legalità. La retorica della remigrazione intercetta paure reali o percepite, trasformandole in strumenti di esclusione e conflitto identitario.

Nel contesto sudtirolese, dove le questioni linguistiche e identitarie sono storicamente sensibili, tali messaggi dovrebbero suscitare particolare allarme. Iniziative simili non sono semplici manifestazioni culturali o folkloristiche, ma parte di una strategia comunicativa e politica che sposta l’agenda dalla gestione concreta dei fenomeni migratori a una guerra simbolica sull’identità nazionale e, su scala ridottissima, persino provinciale (a questo proposito, come sempre, è significativo che le destre locali si dividano lungo i bordi della faglia etnica, italiani vs tedeschi, costantemente attiva anche al di sotto di una comparabile affinità ideologica).

Di fronte alla manifestazione dei fautori della remigrazione (e riconquista) prevista a Bolzano per il 28 febbraio, è necessario un giudizio politico e strategico netto. Limitarsi a respingerla “idealmente” — per esempio in nome di un anti-fascismo di maniera o, con le parole del sindaco Corrarati, perché “Bolzano non lo merita” — rischia di risultare inefficace. Una risposta credibile richiede invece un doppio impegno: impedire la normalizzazione mediatica e istituzionale dell’iniziativa e promuovere una contro-narrazione capace di smascherarne la natura illiberale agli occhi di un’opinione pubblica spesso disorientata.

In definitiva, opporsi a iniziative come questa non è censura, ma responsabilità democratica: impedire che linguaggi e progetti politici fondati sull’esclusione trovino legittimazione, rifiutando semplificazioni e difendendo un dibattito ancorato ai valori costituzionali e all’inclusione.

Corriere dell’Alto Adige, 25 febbraio 2026

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La parmigiana dell’umanità

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Dal gesto quotidiano di una ricetta alle pratiche che costruiscono identità, memoria e comunità: la cucina è patrimonio solo se resta relazione viva, non bandiera.

È sabato mattina. La mia compagna e sua figlia, diciassette anni, sono in cucina, immerse nella preparazione della parmigiana di melanzane. Gli ingredienti sul piano di lavoro diventano i protagonisti di un piccolo rituale: mentre tagliano, impanano e mescolano, tra un “aiutami a versare la farina” e un “passami le uova”, riaffiorano ricordi di altre volte in cui quel piatto ha riempito la tavola di profumi e risate. Osservandole, penso a quanto qui si stia trasmettendo più di una ricetta: un gesto, una memoria, un legame generazionale, un frammento di identità che si deposita nella vita familiare. In questo passaggio silenzioso, fatto di imitazione e di condivisione, si riconosce una forma elementare di educazione culturale. Peraltro – come vorrei mostrare – è proprio questo il senso più profondo del patrimonio immateriale riconosciuto all’Italia dall’UNESCO, dove il valore non risiede tanto negli ingredienti, né in un repertorio statico di preparazioni. Per capirlo davvero, conviene restare ancora un momento sull’esempio.

La storia della parmigiana, come spesso accade ai piatti antichi, è avvolta nel mistero e dissolve nell’indistinto l’idea stessa di “origine”. Il nome potrebbe derivare dal siciliano parmiciana o palmigiana, le listelle sovrapposte delle persiane che ricordano gli strati di melanzane; oppure da petronciana, antico termine dialettale per la melanzana; o ancora da Parma e dal Parmigiano Reggiano, sebbene il legame geografico resti incerto. Nessuna interpretazione è definitiva, e forse è un bene: l’assenza di una definizione univoca sottrae il piatto a ogni pretesa di esclusività e lo consegna a una storia collettiva, fatta di appropriazioni successive e di continui adattamenti. Lascia spazio, in altre parole, alla costruzione aperta del senso.

Le prime tracce scritte di preparazioni affini alla parmigiana moderna risalgono al XVIII secolo, nel Cuoco galante di Vincenzo Corrado, dove compaiono zucchine alla parmigiana; nel XIX secolo Ippolito Cavalcanti descrive melanzane stratificate con formaggio e salsa, avvicinandosi alla forma attuale. Col tempo il piatto si arricchisce di varianti: melanzane fritte o grigliate, mozzarella o pecorino, versioni leggere o condite col ragù. Oggi la parmigiana è un simbolo dell’estate italiana, della convivialità domestica e della cucina popolare, declinata in modi diversi da regione a regione, spesso anche da famiglia a famiglia. Anche Pellegrino Artusi ne coglie lo spirito, seppure indirettamente: nel suo tortino di petonciani documenta uno sformato stratificato di melanzane che può essere considerato un antenato storico della parmigiana moderna. Non importa che il nome non coincida: conta l’idea, la ritualità, la continuità di gesti che oggi, mentre osservo mia compagna e sua figlia, vedo riprodursi davanti a me. È in quel momento che la storia della cucina si intreccia con la vita quotidiana, come solo un piatto attraversato dai secoli sa fare.

A questo punto è possibile tornare al riconoscimento UNESCO, soprattutto per chiarire un fraintendimento che le cronache – e ancor più le polemiche successive – non hanno saputo evitare. Lo spiegano con chiarezza Massimo Montanari e Pier Luigi Petrillo in un recente volume dedicato al tema. L’UNESCO, ricordano, non riconosce prodotti, cibi o ricette, ma pratiche culturali: sistemi di saperi, gesti, relazioni sociali che si trasmettono nel tempo. Anche quando nel 2019 è stata iscritta nella Lista l’arte dei pizzaiuoli napoletani, non è stata “la pizza” a essere consacrata, bensì il sapere, le competenze, le forme di organizzazione e di trasmissione di chi la prepara. Il dossier non descrive dunque un circoscritto numero di piatti, ma il significato antropologico della cucina per gli italiani. Questo modo di vivere e sentire la cucina emerge, ad esempio, in una storia che risale alla Prima guerra mondiale: soldati italiani prigionieri in Germania cercano di ricucire il legame con le loro famiglie scrivendo quaderni collettivi di ricette, come àncora di memoria, appartenenza e speranza. La cucina come relazione, come ricordo, come forma di salvezza, persino in un contesto estremo.

Proprio il riferimento alla Grande Guerra, se letto superficialmente, rischia però di alimentare l’equivoco che si vorrebbe dissipare. In questa trappola è caduto, ad esempio, l’estensore del blog brennerbasisdemokratie.eu, che in un articolo del dicembre 2025 ha bollato il riconoscimento come “gastronazionalismo”, senza confrontarsi con le motivazioni reali del dossier. Concentrandosi esclusivamente sui riflessi sudtirolesi della vicenda, l’autore denuncia l’assurdità di una “cucina nazionale”, accusata di esaltare alcune tradizioni e ignorarne altre, irrigidendo confini culturali anziché superarli. Anche l’entusiasmo di alcune istituzioni locali viene letto come segno di una politicizzazione e mercificazione del patrimonio comune. Peccato che tutto ciò sia esattamente l’opposto di quanto l’UNESCO ha inteso fare: non fissare identità, ma descrivere pratiche; non innalzare barriere, ma rendere visibili connessioni.

Proprio il caso dei canederli, evocato spesso in questo dibattito, aiuta anzi a fare chiarezza. Come ricordano ancora Montanari e Petrillo, il Manuale di cucina di Caterina Prato, edizione italiana della Süddeutsche Küche pubblicata a Graz nel 1858, è stato a lungo il riferimento gastronomico del Trentino tirolese. Oggi la cultura dei Knödeln si intreccia con quella dei loro omologhi preparati oltre la chiusa di Salorno, incurante di confini antichi e recenti. Nelle zone di frontiera, la tradizione alpina delle erbe selvatiche si incontra con la cultura mediterranea dell’orto, generando una creatività gastronomica che è frutto di ciò che Darwin chiamava “vigore dell’ibrido”. Chiedersi se un piatto appartenga “più” a una cultura o a un’altra è dunque poco utile; ha invece senso riconoscere una cultura come costruzione dinamica, capace di fondere e rielaborare apporti diversi fino a configurarsi come stile di vita peculiare.

Siamo partiti da una semplice parmigiana di melanzane per arrivare a questo risultato: una tradizione che non coincide con un elenco di piatti, ma con un modo di essere e di stare insieme. Una delle spie più rivelatrici di tale stato di cose è il linguaggio. Il lessico quotidiano italiano è costellato di riferimenti al cibo: non è pane per i suoi denti, avere le mani in pasta, rendere pan per focaccia, scoprire il pasticcio, mettere troppa carne al fuoco. Espressioni che parlano di relazioni, conflitti, competenze, eccessi. Il cibo diventa così una grammatica implicita dell’esperienza, uno schema di rimandi attraverso cui interpretiamo il reale. Come la parmigiana, anche queste metafore si stratificano nel tempo, si trasmettono senza bisogno di spiegazioni e funzionano perché parlano a un immaginario comune. Non descrivono soltanto ciò che mangiamo, ma il modo in cui abitiamo il mondo.

Non esiste forse modo migliore per concludere queste riflessioni che richiamare una pagina di Italo Calvino. Nelle ultime righe di Tutto in un punto, splendido racconto delle Cosmicomiche, l’universo è ancora compresso in un unico, strettissimo nodo, privo di spazio e di distanze. A provocare lo scarto che dà origine al mondo non è un evento astrofisico, ma il desiderio della signora Ph(i)Nk di preparare delle tagliatelle per qualcuno. È quel gesto domestico e affettivo a rompere l’indistinto, a generare la pluralità. La creazione nasce da un atto di cura e di immaginazione condivisa, da una forma elementare di convivialità. Come a dire che ciò che dà forma all’universo – e forse anche alla nostra umanità – non sono le grandi astrazioni, ma i gesti quotidiani che mettono ordine, senso e relazione nella materia informe dell’esistenza.

ff – 19 febbraio 2026

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Benno e la sfida costituzionale

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Il trasferimento di Benno Neumair dal carcere di Verona alla Casa Circondariale Due Palazzi, che si trova a Padova, non è soltanto un fatto amministrativo. È un passaggio che riapre una questione più ampia: quale idea di pena vogliamo sostenere in uno Stato costituzionale?

Neumair sta scontando l’ergastolo per l’omicidio dei genitori. La condanna è definitiva, la detenzione resta piena. Tuttavia, l’approdo a una struttura come Due Palazzi — grande, articolata, dotata di laboratori e percorsi formativi — introduce la possibilità, almeno teorica, di lavorare e studiare durante la reclusione. Per alcuni, questo rappresenta un’inaccettabile attenuazione della pena. Per altri, è l’attuazione minima di un principio giuridico inderogabile.

Non esiste, infatti, livello più aberrante di chi auspica una pena ridotta a mera restrizione della libertà, mescolata a una sofferenza psico-fisica che, nelle sue espressioni più comuni, coincide con la realtà concreta del carcere. Sovraffollamento, isolamento, impoverimento relazionale: in molte situazioni la detenzione assume tratti che sfiorano una forma strutturale di violenza. Se la pena diventa esclusivamente afflizione, tradisce il dettato costituzionale che la vuole orientata alla rieducazione — senza distinguere tra reati “meritevoli” o “immeritevoli” di tale prospettiva.

In questo senso, la possibilità che un detenuto lavori in officina, frequenti corsi o partecipi a percorsi di recupero non è un premio, ma uno strumento ordinamentale. Non sostituisce la pena, non cancella la responsabilità, non restituisce ciò che è stato tolto. Offre però uno spazio — limitato e interno alla detenzione — in cui la persona resta soggetto e non semplice corpo da custodire.

Il dibattito si fa ancora più radicale se lo si colloca nel solco tracciato da Valeria Verdolini, nel suo libro Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà (Add Editore, 2025). Verdolini invita a riconoscere che il carcere non è solo uno strumento neutro di esecuzione della pena, ma un dispositivo che produce e riproduce forme di violenza, spesso normalizzate. “Abolire l’impossibile” significa allora interrogarsi sulla centralità stessa dell’istituzione carceraria e sulle alternative praticabili: prevenzione sociale, giustizia riparativa, riduzione drastica del ricorso alla detenzione.

Nel caso Neumair, le fonti riferiscono l’assenza di segnali evidenti di pentimento e la mancanza di rapporti con la sorella. Ma la rieducazione, in un ordinamento costituzionale, non è subordinata a una dichiarazione pubblica di ravvedimento. È un dovere dello Stato offrire strumenti; è una scelta del detenuto farne uso. I cittadini, se credono nei principi costituzionali, dovrebbero sostenere ogni concreta attuazione di tali strumenti, anche quando il nome coinvolto suscita comprensibile riprovazione.

Resta, infine, la questione più esigente: umanizzare il carcere basta? O occorre immaginare un orizzonte in cui il carcere non sia più la risposta centrale al conflitto sociale? Il trasferimento da Verona a Padova non modifica la gravità del crimine né alleggerisce l’ergastolo. Ma costringe a confrontarsi con una scelta di fondo: una pena concepita come vendetta prolungata o una pena pensata come percorso, per quanto controverso e imperfetto, dentro e forse oltre l’istituzione carceraria.

Corriere dell’Alto Adige, 18 febbraio 2026 – Pubblicato con il titolo “Una scelta non solo formale”

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I corpi fuori posto

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Anche Bolzano, al pari di altre città assimilabili alla sua tipologia, offre un osservatorio utile per smontare una lettura sempre più ricorrente – e sempre più pigra – del fenomeno dei cosiddetti maranza in chiave etnica. Nei quartieri di edilizia popolare della città, la realizzazione di videoclip trap ambientati nei cortili condominiali ha acceso tensioni reali: famiglie preoccupate, anziani intimoriti, spazi comuni vissuti come improvvisamente ostili. La reazione dei residenti è comprensibile e va presa sul serio, ma il modo in cui questo disagio viene spesso raccontato rischia di spostare il fuoco dell’analisi dal piano sociale a quello identitario, trasformando un conflitto urbano e generazionale in una questione di “appartenenza”.

A Bolzano, come altrove, il nodo non è l’origine dei ragazzi coinvolti, bensì l’uso simbolico dello spazio e dell’immaginario. La trap – genere che costruisce gran parte della propria forza narrativa sulla rappresentazione della strada, del rischio, del branco e della trasgressione – utilizza i quartieri popolari come scenografia riconoscibile e immediatamente leggibile. Il cortile, il garage, la scala diventano segni visivi di autenticità, non perché siano realmente luoghi di criminalità, ma perché funzionano come tali nel linguaggio del genere. Il cortocircuito nasce quando questa finzione performativa entra in contatto con chi quegli spazi li vive quotidianamente come luoghi di cura, educazione e normalità.

È qui che spesso interviene la scorciatoia etnica. In contesti simili al nostro, città attraversate da stratificazioni linguistiche e culturali profonde, l’estetica “da ghetto” viene facilmente letta come importazione estranea, come segnale di un’alterità che minaccia l’equilibrio locale. Ma questa lettura confonde chi mette in scena con ciò che viene messo in scena. Il modello culturale a cui questi giovani attingono è globale, transnazionale, mediatizzato: nasce nelle periferie statunitensi, passa per le banlieue francesi, si riformula sui social e arriva ovunque, anche dove il “ghetto” non esiste se non come immaginario.

Essere maranza, oggi, non significa appartenere a un’etnia, ma aderire a una grammatica simbolica della marginalità: ostentazione, linguaggio duro, identità di gruppo come risposta a fragilità sociali, educative e relazionali. È una dinamica che attraversa origini diverse e che storicamente si ripresenta sotto forme nuove. I teddy boys, i punk, i paninari, i truzzi: ogni generazione ha prodotto i propri “corpi fuori posto”, accusati di degradare lo spazio urbano e di lanciare cattivi messaggi ai più giovani.

Il caso di Bolzano non segnala dunque un’emergenza etnica, ma un conflitto classico tra rappresentazione e vissuto, tra spettacolarizzazione della periferia e diritto di abitarla senza stigma. Affrontarlo evocando scenari repressivi o scorciatoie identitarie rischia di produrre solo un irrigidimento reciproco: da un lato la chiusura difensiva dei residenti, dall’altro l’ulteriore radicalizzazione simbolica dei giovani. Una risposta più efficace passa invece dal riconoscere il carattere culturale – e non “tribale” – del fenomeno: governare l’uso degli spazi comuni con regole chiare e condivise, distinguere tra espressione artistica e occupazione intimidatoria, investire in mediazione territoriale e in luoghi alternativi di produzione simbolica. Non si tratta di legittimare qualunque messaggio, ma di sottrarre l’immaginario della marginalità al monopolio della provocazione. Solo offrendo canali di riconoscimento diversi dalla messa in scena della durezza e del conflitto si può evitare che questi linguaggi continuino a essere, per molti giovani, l’unico modo per esistere nello spazio pubblico.

Corriere dell’Alto Adige, 5 febbraio 2026

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“Una lingua prima, una seconda, mai mescolare”

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Benno Simma, Tre strisce creano spazio

Il dibattito sull’apprendimento bilingue in Alto Adige è spesso dominato da timori ideologici e giudizi sulla “complessità” delle lingue. Ma la scienza dimostra che i bambini possono impararle contemporaneamente senza danni: allora perché persiste questa impostazione antiquata?

Stamattina in rete ho trovato questo commento, che rispondeva alla richiesta di introdurre nel nostro territorio una pedagogia plurilingue in età precoce:

“Klar dagegen! Eine muss Hauptsprache bleiben und die andere eine Zweitsprache, vermischen zerstört beide Sprachen. Zumal Deutsch die deutlich komplexere Sprache ist und deshalb als Grundlage sauber erlernt werden soll.”

A prima lettura, il commento colpisce per la sicurezza con cui stabilisce gerarchie linguistiche e presunti pericoli, ma basta un’analisi minima per scorgere fragilità grammaticali e concettuali. La frase “vermischen zerstört beide Sprachen” è un errore sintattico: l’infinito senza articolo non può funzionare come predicato. Stilisticamente, le frasi si susseguono a spizzichi e bocconi, con giudizi soggettivi mascherati da verità universali.

Dal punto di vista scientifico, le affermazioni sono antiquate e prive di fondamento. L’idea che un bambino bilingue possa confondersi o “distruggere” una lingua mescolandola con l’altra è stata più volte smentita dalla ricerca sul bilinguismo precoce.* I bambini imparano due lingue simultaneamente senza alcun danno cognitivo o linguistico, e i cosiddetti “trasferimenti” tra lingue rappresentano strumenti di arricchimento, non di confusione. La supposta “complessità” del tedesco, poi, è un giudizio culturale e non un parametro scientifico di difficoltà: ogni lingua ha strutture più o meno complesse, e la plasticità cognitiva dei bambini consente loro di gestirle entrambe.

L’idea di una “base pulita” da apprendere prima di tutto è altrettanto fuorviante. La scienza moderna mostra che ciò che conta non è imporre una gerarchia tra lingue, ma garantire esposizione equilibrata, contesto motivante e supporto didattico adeguato. Programmi bilingui ben progettati non solo mantengono intatte entrambe le lingue, ma offrono vantaggi cognitivi misurabili: maggiore flessibilità mentale, consapevolezza metalinguistica, capacità di problem solving più raffinata.

In sintesi, il commento è un mosaico di pregiudizi ideologici, stereotipi sulla complessità linguistica e timori privi di evidenza empirica. Il mondo reale dei bambini bilingui dimostra il contrario: le lingue non si “distruggono” a vicenda, impararle insieme è naturale, efficace e arricchente. Il messaggio “una lingua prima, una seconda, mai mescolare” appare oggi non solo antiquato, ma anche pedagogicamente miope. Ma se ciò è vero, perché qui da noi questa impostazione perdura?

[Pausa. Ognuno pensi in silenzio a una risposta]

L’impostazione “una lingua prima, una seconda, mai mescolare” persiste in Alto Adige/Südtirol per una combinazione di fattori storici, politici e culturali più che per evidenze pedagogiche. Storicamente, la regione è stata teatro di tensioni linguistiche e nazionali: dopo la prima guerra mondiale, con il passaggio dall’Impero Austro-Ungarico all’Italia, il tedesco è stato a lungo marginalizzato, e la protezione della lingua tedesca è diventata simbolo identitario. Questo ha generato e consolidato un atteggiamento difensivo: ogni compromesso linguistico viene percepito come rischio di erosione culturale.

Sul piano politico, l’autonomia regionale ha rafforzato la gestione separata delle lingue, con sistemi scolastici distinti che enfatizzano l’una o l’altra lingua come “primaria”, spesso senza coordinamento pedagogico tra i due gruppi. Questo ha creato un’abitudine istituzionalizzata che si perpetua di generazione in generazione, o comunque non viene scalfita dai tentativi fatti per contrastarla.

Infine, a livello culturale e sociale, persiste un legame emotivo con la cosiddetta “Lingua Madre”, percepita come protettrice dell’identità, mentre l’altra lingua rischia di essere trattata come una “Lingua Matrigna”, ostile o secondaria. Il tedesco e l’italiano non sono solo strumenti di comunicazione, ma simboli di appartenenza: mescolarle viene vissuto (ancora) come una minaccia identitaria, non come un’opportunità.

In sintesi, l’ostinazione nell’adottare un modello gerarchico non nasce dalla pedagogia, ma da un intreccio di memoria storica, politiche linguistiche calcificate e affetti culturali profondi. La scienza potrebbe guidare verso approcci più equilibrati, ma in Alto Adige/ST il fattore emotivo-culturale continua a pesare più dei dati empirici.

* Ellen Bialystok, tra le massime studiose del bilinguismo a livello internazionale, ha dimostrato come l’esposizione simultanea a due lingue non solo non produca confusione, ma favorisca lo sviluppo della consapevolezza metalinguistica e della flessibilità cognitiva. Il cosiddetto code-switching, spesso interpretato come segno di competenza carente, è in realtà un comportamento sistematico e funzionale nei bilingui competenti.

Nella stessa direzione si colloca François Grosjean, che ha criticato esplicitamente la visione “monolingue del bilingue”, secondo cui le lingue dovrebbero essere tenute rigidamente separate. Grosjean mostra come i bilingui costituiscano un sistema linguistico integrato, in cui le lingue coesistono e interagiscono senza che ciò comporti perdita o impoverimento. La mescolanza non è un difetto, ma una strategia naturale e comunicativamente efficace.

Anche Jim Cummins, con la sua teoria dell’interdipendenza linguistica, ha evidenziato che le competenze sviluppate in una lingua sostengono e rafforzano l’altra. Secondo Cummins, non esiste una “lingua pulita” da proteggere da contaminazioni: esiste piuttosto una competenza cognitivo-linguistica comune che si trasferisce tra lingue diverse, rendendo l’apprendimento bilingue un processo cumulativo e non competitivo.

A questo impianto scientifico si affianca la riflessione filosofica di Jacques Derrida, che in Il monolinguismo dell’altro smonta l’idea stessa di una lingua “propria”, pura e originaria. Per Derrida, la lingua non è mai completamente nostra: è sempre attraversata dall’altro, dall’alterità, dalla storia. Difendere il monolinguismo come spazio incontaminato non significa proteggere una lingua, ma trasformarla in strumento di esclusione e di controllo identitario.

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Marketing e identità menzognera

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È bastata una manciata di pixel su Instagram per scatenare una crisi di nervi: “Tirol is not South Tyrol”. Da una parte il Tirolo vero, autentico, con sentimento alpino incorporato, Kaiserschmarrn e canederli in purezza. Dall’altra l’Alto Adige, decisamente italiano, quindi pizza, vino e – colpo basso – un dialetto incomprensibile. In calce, a suggellare lo spirito dell’operazione, una scritta conciliatoria e un’emoji: stretta di mano? occhiolino? Poco importa. L’intenzione era evidentemente commerciale, camuffata da ironia. L’effetto, come spesso accade, un po’ meno.

Nel giro di poche ore sono piovute indignazioni a sud e a nord del Brennero. Il post è stato rimosso, ma nel frattempo avevano già parlato i governatori, i partiti, le associazioni identitarie. Rassicurazioni ufficiali, richiami allo spirito dell’Euregio, condanne per la riduzione dell’Alto Adige (pardon: del Sudtirolo) a pizza e dialetto ostico. Tutto molto serio, forse persino troppo per un contenuto nato per scorrere distrattamente fra una foto di tramonti e un cane vestito da escursionista.

Ora, sorprendersi perché una campagna pubblicitaria non rispetta la realtà è un po’ come protestare perché un dépliant turistico tace sulle code in tangenziale o sulla pioggia di ferragosto. La pubblicità mente. Non per vizio, ma per vocazione. È costruita per semplificare, abbellire, rendere digeribile ciò che, nella vita reale, è complicato e spesso contraddittorio. Pretendere che una pubblicità dica la verità equivale a credere che “sentimento” sia una categoria misurabile con strumenti scientifici.

Ma forse nemmeno questo è il punto più interessante. Il nervo scoperto sta altrove, nella parola che aleggia su tutta la polemica come una presenza ingombrante: identità. Perché quando si parla di identità, il rischio di dire sciocchezze – o vere e proprie menzogne – cresce in modo esponenziale. Ogni identità, per essere raccontata, deve essere ridotta. Ogni riduzione produce cliché. E ogni cliché è una bugia comoda, maneggevole, pronta all’uso (quindi anche all’abuso).

Nessuna identità, infatti, si lascia sintetizzare in un piatto tipico, in un accento o in una presunta “essenza” culturale. La realtà non ama le linee di demarcazione nette: le attraversa, le confonde, le rende obsolete. È mobile, ibrida, spesso incoerente. Oggi canederli, domani pizza, dopodomani entrambe le cose, magari nello stesso gruppo di amici seduti allo stesso tavolo.

Ed ecco il paradosso: opporsi a una campagna di marketing giudicata menzognera rivendicando come stanno “davvero” le cose significa spesso rispondere a una semplificazione con un’altra semplificazione, solo più indignata. Dire “noi non siamo così” implica quasi sempre aggiungere “noi siamo cosà”, con la stessa fiducia ingenua nella possibilità di fissare una volta per tutte ciò che, per definizione, sfugge.

Nel frattempo la politica fa ciò che le riesce meglio: prendere terribilmente sul serio cose nate per non esserlo. Comunicato dopo comunicato, si difende un’identità percepita come fragile, minacciata da un post social e da un’emoji ambigua. Fa quasi tenerezza, se non fosse che rivela quanto bisogno abbiamo di credere a versioni ordinate di noi stessi.

Poi, per fortuna, c’è la realtà quotidiana che si incarica di sabotare ogni discorso identitario troppo compatto. Per esempio a tavola, anzi: soprattutto a tavola. Perché mentre discutiamo se siamo terra di Schlutzkrapfen o di ravioli, sotto e sopra il Brennero avanzano indisturbati i ristoranti di sushi, ormai più numerosi delle stube e delle pizzerie messe insieme. Sushi alpino, ramen dolomitico, poke tirolese: alla faccia delle linee di confine. Se c’è un’identità che oggi unisce davvero Innsbruck e Bolzano è la prenotazione last minute da un giapponese “fusion”. E forse è proprio questo il dettaglio che nessuna campagna pubblicitaria – e nessun comunicato indignato – riuscirà mai a raccontare senza naufragare nel ridicolo.

Corriere dell’Alto Adige, 29 gennaio 2026

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Il sogno di Bolzano capitale

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“Bolzano capitale” funziona bene come slogan. È breve, evocativo, rassicurante per una città che da anni si percepisce schiacciata dai problemi urbani e dalla mancanza di strumenti concreti per affrontarli. Ma quando si passa dalla suggestione alla realtà istituzionale, l’operazione mostra tutti i suoi limiti. E soprattutto la sua inconsistenza.

Ad oggi, dietro lo slogan lanciato dal sindaco Claudio Corrarati non esiste nulla che assomigli a un progetto concreto: nessuna proposta di legge, nessuna bozza di riforma, nessun percorso condiviso con i livelli di governo competenti. “Normativa speciale” resta una formula vaga, buona per i titoli ma priva di contenuto operativo. E non potrebbe essere altrimenti: una normativa speciale per il Comune di Bolzano non è una questione amministrativa, ma un tema politico di primissimo livello.

Per riconoscere a Bolzano uno status differenziato servirebbe una legge statale, oppure una modifica delle norme di attuazione dello Statuto di autonomia, se non addirittura una revisione dello Statuto stesso, che ha rango costituzionale. Tradotto: servirebbe un accordo politico ampio, solido e condiviso con chi oggi governa l’autonomia locale.

Qui la narrazione di “Bolzano capitale” si schianta contro la realtà. Senza la Südtiroler Volkspartei non si va da nessuna parte. Non è un interlocutore qualsiasi: è l’architrave dell’intero sistema autonomistico, decide l’agenda, detta i confini delle riforme possibili e mantiene il controllo del rapporto con Roma. Pensare di costruire uno status speciale per Bolzano senza il suo consenso non è ambizioso: è onirico.

La posizione del partito di via Brennero, infatti, è chiara. Nessuna apertura, nessun segnale di disponibilità, nessuna ambiguità strategica: una linea di chiusura netta, coerente con una visione che rifiuta l’idea di un Comune “più uguale degli altri”. Rafforzare Bolzano significherebbe rompere l’equilibrio tra città e territorio, creando una gerarchia che non è mai stata voluta e, con ogni probabilità, non lo sarà mai.

L’idea di attribuire un ruolo specifico al capoluogo, peraltro, non è neppure nuova. Già nella Prima Repubblica, da posizioni politiche molto diverse, si tentò di affrontare il tema: c’era chi immaginava forme di tutela esterna per l’area urbana e chi puntava a rafforzare Bolzano all’interno dell’autonomia. Quelle proposte non superarono mai la soglia del dibattito. Nel frattempo, il baricentro del potere decisionale si è progressivamente spostato verso il livello provinciale, consolidando un modello accentrato e riducendo gli spazi di confronto con la città, le forze sociali e la società civile.

In Italia, l’unico vero caso di “capitale” dotata di status speciale resta Roma, con un riconoscimento costituzionale unico e un trattamento giuridico costruito in decenni. Non esistono esempi comparabili di comuni capoluogo con poteri speciali all’interno di una provincia autonoma già fortemente dotata di competenze. E non è un caso che anche l’attuale riforma dello Statuto eviti accuratamente di affrontare il ruolo delle città e del capoluogo.

Alla fine, “Bolzano capitale” non è una proposta, ma un auspicio. Un’idea rilanciata sapendo che mancano le condizioni politiche per renderla praticabile. Senza la disponibilità che la parte dominante non ha mai manifestato – e difficilmente manifesterà – lo slogan è condannato ad evaporare nel perimetro della propaganda, senza neppure sfiorare il livello della governance.

Corriere dell’Alto Adige, 21 gennaio 2026

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Identità fragile

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L’ideologia che accusa le ideologie: quando il monolinguismo diventa sclerotico. A Villandro, piccolo borgo montano appollaiato sopra la Valle Isarco, un gruppo di genitori ha recentemente avanzato la richiesta di inserire alcune ore di italiano nel programma educativo dell’asilo di lingua tedesca. Un intento tutt’altro che inedito: a intervalli regolari, da decenni, proposte analoghe riaffiorano nel dibattito pubblico sudtirolese, per essere poi puntualmente respinte. Anche questa volta l’esito non è cambiato, complice l’indisponibilità di un ceto politico che dal secondo dopoguerra a oggi si è autoattribuito il compito di “proteggere” la popolazione di lingua tedesca dalla minaccia – più evocata che dimostrata – dell’assimilazione culturale. Le ragioni di tale opposizione sono state recentemente ribadite, con una franchezza per certi versi paradigmatica, da Hannes Rabensteiner, esponente del partito Süd-Tiroler Freiheit, in un’intervista al portale UnserTirol.com, improvvisandosi un esperto di questioni linguistiche.

Secondo Rabensteiner, l’idea di introdurre qualche ora di italiano negli asili di lingua tedesca costituirebbe il cavallo di Troia di un’“ideologia” orientata alla distruzione dell’identità. Si tratta, vale la pena ricordarlo, di una proposta pedagogica limitata, circoscritta, sostenuta con prudente ragionevolezza da alcune famiglie locali, eppure dipinta come un attacco di proporzioni quasi tolomeiane alla minoranza tedesca. Il meccanismo retorico è trasparente: mentre denuncia l’ideologia altrui, Rabensteiner mette in campo un discorso che è esso stesso ideologico in senso eminente, strutturato, refrattario a ogni forma di verifica.

La sua argomentazione, infatti, non si fonda su alcuna teoria linguistica riconosciuta, né su dati empirici, né tantomeno su ricerche in ambito pedagogico. Essa si regge piuttosto su un repertorio di convinzioni pre-teoriche presentate come ovvietà: l’idea che i bambini “si confondano”, che una lingua sottragga spazio all’altra, che il contatto produca impoverimento, che la cosiddetta “mescolanza” (sia pure in dosi minime) sia un segnale di degrado. È una visione che feticizza il nesso territorio/linguaggio/identità, trattandolo come un ordine naturale, stabile e non negoziabile, da preservare attraverso divieti, delimitazioni e recinzioni simboliche.

Dal punto di vista della pedagogia linguistica e delle scienze del linguaggio, tutto ciò è ampiamente smentito da migliaia di studi. Il plurilinguismo precoce non solo non compromette lo sviluppo della lingua materna, ma può rafforzarlo, a condizione che quest’ultima sia socialmente valorizzata e sostenuta. La commistione linguistica, lungi dall’essere un indice di decadimento, costituisce una fase fisiologica e transitoria dello sviluppo linguistico infantile. Ignorare sistematicamente questi risultati non equivale a una legittima scelta culturale: è, più semplicemente, un rifiuto della conoscenza.

Ancora più problematica è l’idea di identità che emerge da questo impianto discorsivo. Un’identità concepita come entità fragile, da conservare sotto vetro, al riparo da ogni contatto. Eppure l’identità, individuale e collettiva, non si costruisce nell’isolamento, ma nella relazione; non nell’assenza di interferenze, ma nella capacità di abitare senza paura contesti complessi.

Alla fine, l’ideologia non è certo quella che propone un’esposizione precoce, ludica e guidata a una seconda lingua. La vera ideologia è quella che attribuisce a bambini in età prescolare il compito di presidiare confini simbolici che gli adulti, evidentemente, non riescono più a governare se non in forma regressiva. È l’ideologia che trasforma un’istituzione educativa in un dispositivo ermetico, un asilo in una linea di resistenza culturale, una pratica pedagogica in una prova di lealtà alla “stirpe”.

Nulla di nuovo, peraltro. Claus Gatterer – autore che forse persino Rabensteiner potrebbe aver sentito nominare – aveva descritto con grande lucidità questo meccanismo già molto tempo fa, mostrando come l’“inimicizia ereditaria” si riproduca proprio quando viene naturalizzata e trasmessa alle generazioni successive come destino. Resta il dato di fatto: un monolinguismo elevato a dogma non protegge una lingua, la impoverisce; non rafforza un’identità, la irrigidisce fino a renderla caricatura di se stessa.

Corriere dell’Alto Adige, 15 gennaio 2026

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Il vero disagio

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Baby, deine Doppelseitigkeit ist unerträglich geworden! [Benno Simma]

Ogni volta che in Alto Adige riaffiora l’espressione “disagio degli italiani”, il dibattito sembra incastrarsi in un copione già scritto. Da un lato chi ne decreta la fine, dall’altro chi lo rilancia come prova di una discriminazione strutturale e persistente. Le recenti dichiarazioni contrapposte di Marco Galateo e Christian Bianchi – prima la minimizzazione, poi la rivendicazione di un problema addirittura crescente – non fanno che riproporre questa dinamica stanca, che traveste in termini sociologici una politica ridotta a sterile opinionismo.

Il limite di questa impostazione non sta tanto nel negare o affermare l’esistenza di un malessere, quanto nel modo in cui lo si incornicia. Etichettare il disagio come “italiano” significa presupporre che esso derivi primariamente da una volontà consapevole di marginalizzazione da parte del gruppo linguistico tedesco, o della sua rappresentanza politica. È una lettura semplice, rassicurante, ma sempre meno convincente: non perché le asimmetrie non esistano, bensì perché ridurre tutto a una contrapposizione etnica impedisce di vedere ciò che davvero pesa.

Il disagio più profondo oggi è forse quello di chi non si riconosce più in questa grammatica binaria. Di chi avverte come soffocante l’obbligo implicito di leggere ogni problema – dal lavoro alla casa, dalla cultura alla partecipazione politica – attraverso la lente dell’appartenenza linguistica. Un disagio che attraversa italiani, tedeschi, ladini e persone provenienti da altri contesti, e che riguarda soprattutto chi non considera l’autonomia un totem identitario, ma uno strumento da valutare criticamente.

Il vero disagio, insomma, è quello di una società che fatica a immaginarsi al di là delle proprie categorie fondative e continua a discutere il presente con le parole del passato. Finché questo non verrà riconosciuto, dichiarare il disagio finito o denunciarlo come eterno produrrà lo stesso, prevedibile risultato: molta retorica identitaria e nessuna reale capacità di leggere il presente.

ff – 8 gennaio 2026

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Le fratture che restano

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Dal trauma della Notte dei fuochi alla questione linguistica, il film Zweitland mostra la persistenza delle divisioni identitarie e comunicative nel nostro territorio.

C’è un evento, nel 1961, che continua a proiettare la sua ombra sull’Alto Adige/Südtirol. È la Notte dei fuochi, quando una serie coordinata di attentati contro infrastrutture – più esplicitamente, i tralicci dell’alta tensione – segna l’esacerbazione del conflitto tra lo Stato e una parte della popolazione locale. Zweitland, il pregevole film di Michael Kofler, prende avvio proprio da lì, non per ricostruire una cronaca militante o giudiziaria, ma per interrogare ciò che quella lacerazione ha prodotto sul piano umano, simbolico e identitario.

Al centro della pellicola troviamo una famiglia attraversata da una spaccatura. I due fratelli incarnano atteggiamenti alternativi nei confronti della questione sudtirolese e del conflitto degli anni Sessanta: da un lato l’adesione, esplicita o latente, alla causa secessionista; dall’altro una presa di distanza che sottende una diversa idea di convivenza e di rapporto con lo Stato italiano. La protagonista femminile si colloca tra queste due posizioni, come figura di mediazione fragile e continuamente frustrata. Il suo tentativo di tenere insieme ciò che la storia ha separato si scontra con l’irriducibilità delle memorie e delle ferite: ogni gesto che sfugga a una scelta di allineamento rischia di essere percepito come un tradimento, da una parte o dall’altra. In questo microcosmo familiare, Zweitland mette così in scena un dissidio che eccede il privato e rimanda direttamente alla storia collettiva del territorio, alle ceneri mai del tutto spente riscontrabili sotto la sua superficie.

È a partire da questo sguardo che il film invita a una prima riflessione necessaria: quella sul rapporto con il passato conflittuale che ha condotto alla promulgazione del secondo Statuto di autonomia nel 1972. Troppo spesso quel traguardo viene presentato come una cesura netta, come se l’autonomia avesse chiuso definitivamente una stagione di contrapposizione. In realtà, Zweitland suggerisce che il processo di elaborazione è stato – e rimane – incompleto. Le ferite istituzionali possono cicatrizzarsi più in fretta di quelle simboliche: la redistribuzione dei poteri non coincide automaticamente con una condivisione della memoria; al contrario, in un contesto in cui domina il paradigma della vittimizzazione, l’insistere sui torti “subiti” sbarra la strada al futuro.

Certo, il secondo Statuto ha garantito diritti, tutele e spazi di autogoverno fondamentali per la convivenza. Ma ha anche contribuito a cristallizzare una società strutturalmente separata, nella quale i gruppi linguistici, al di là della retorica ufficiale, continuano a vivere in mondi paralleli, segnati da atteggiamenti di reciproca diffidenza o, peggio, di vera e propria indifferenza. La pace giuridica, in altre parole, non ha eliminato la distanza culturale. Ed è proprio questa distanza, sedimentata e normalizzata, che Zweitland rende percepibile a livello di atmosfera persistente.

Qui si innesta la seconda linea di riflessione, forse la più sottile e al tempo stesso la più rivelatrice: la questione linguistica, non solo come mezzo di comunicazione ma come luogo di appartenenza. La scelta distributiva del film in Sudtirolo è, in questo senso, altamente significativa. La prima diffusione è avvenuta infatti in dialetto sudtirolese, con una resa mimetica rispetto al parlato quotidiano, e solo in un secondo momento – per motivi che hanno a che fare con dinamiche in larga parte estranee alla volontà degli autori – è stata approntata, ed è oggi fruibile, una versione con traduzione dei dialoghi per l’edizione italiana. La domanda diventa allora: perché non utilizzare fin dall’inizio e in ogni cinema della provincia una versione sottotitolata in lingua tedesca standard (Schriftdeutsch), come avviene normalmente per il pubblico germanofono non sudtirolese? Perché privilegiare un codice che, allo stato dei fatti, risulta meno accessibile ai parlanti italiani?

La risposta, come accennato, non è solo tecnica, ma profondamente identitaria. Per molti sudtirolesi di lingua tedesca (e ladina) il dialetto non è una variante, bensì la vera lingua madre: il luogo primario dell’espressione emotiva, della socializzazione, della trasmissione del vissuto. Lo Schriftdeutsch, al contrario, è una lingua appresa, istituzionale, ma non intima. Usare il dialetto significa allora rivendicare un’autenticità, un radicamento che riduce o esclude ulteriori mediazioni.

Ma questa scelta – del tutto comprensibile e legittima dal punto di vista artistico – rivela anche una delle radici tuttora caratterizzante il rapporto tra i gruppi linguistici. Il dialetto sudtirolese è un codice largamente impenetrabile per i parlanti di lingua italiana, soprattutto per chi non è nato in Alto Adige e si muove nei contesti urbani. Non di rado, almeno come gesto di accoglienza, questi ultimi gradirebbero che a esso si accompagnasse un uso più diffuso del tedesco standard, capace di articolare uno spazio di possibile incontro. La lingua che per alcuni è casa, per altri diventa infatti un ostacolo.

Zweitland non risolve questa tensione, né pretende di farlo. Ma, forse involontariamente, la espone. Mostra come la comunicazione in Alto Adige/Südtirol non sia mai neutra, ma sempre situata: ogni scelta linguistica porta con sé una storia, un posizionamento, talvolta una difesa. In questo senso il film parla meno del passato che del presente: di una società che ha imparato a convivere senza comprendersi fino in fondo. In un contesto che spesso celebra l’autonomia come modello esportabile, Zweitland ricorda insomma che le identità non si amministrano solo con le leggi, e che la lingua – se non si apre a una riflessione davvero comune – può continuare ad alimentare pratiche di esclusione. Comprendere l’Alto Adige/Südtirol significa accettare questa ambivalenza, senza semplificarla, e continuare a interrogarsi su ciò che ancora resta da fare.

ff – 8 gennaio 2026