Addio Béla Tarr

È morto Béla Tarr, a 70 anni, uno degli ultimi grandi autori che hanno fatto la grandezza del cinema, sospendendo e rendendo sacro il tempo, come Tarkovskij, esploratori che ci portavano a vivere le immagini e i loro mondi.
Recentemente è girato il nome e hanno cominciato a girare i libri di László Krasznahorkai, suo assiduo collaboratore e vincitore del Nobel per la letteratura. Dal loro lavoro e dalle musiche di Vig Mihaly capolavori come Satantango, Le Armonie di Werckmeister e l’ultima regia di Tarr, del 2011, Il Cavallo di Torino. Grazie per aver condiviso la tua arte.

Satantango
https://slowfilm.wordpress.com/2008/05/26/satantango-bela-tarr-1993/

Le Armonie di Werckmeister
https://slowfilm.wordpress.com/2009/07/05/le-armonie-di-werckmeister-bela-tarr-2000/

L’Uomo di Londra
https://slowfilm.wordpress.com/2009/10/22/bela-tarr-dannazione-damnationkarhozat-1987-luomo-di-londra-the-man-from-londona-londoni-ferfi-2007/

The Turin Horse
https://slowfilm.wordpress.com/2011/11/20/the-turin-horse-bela-tarr-2011/

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Father Mother Sister Brother (Jim Jarmusch 2025)

ImageJarmusch aveva bisogno di riprendersi, dopo quel mezzo pasticcio, o pasticcio intero, di The Dead don’t Die, e la cosa gli è riuscita alla grande. Con un film in tre episodi, pochi personaggi, pochissime location, dialoghi laconici e silenzi espressivi, come piace a lui, come piace molto anche a noi.

Father, Mother, Sister Brother: tre episodi per raccontare i legami familiari, quelli deboli, quasi dissolti, quelli misteriosi, quelli che fanno finta di esserci, quelli che ci sono davvero e quelli che non ci sono più. Father schiera un monumentale Tom Waits, ovviamente da ascoltare in lingua originale, personaggio perfettamente sopra le righe e al tempo stesso piantato per terra dalla sua fisicità e le movenze rallentate e blues. L’ineffabile bellezza di Tom Waits. What’s he building in there? Father ha una vita misteriosa che nasconde ai suoi due figli, sfugge, appare dimesso e caotico, il cane randagio dei suoi dischi (quelli di Waits), mentre conduce, probabilmente, una vita poi non così persa nel passato e nei ricordi, più sociale e agiata di quanto non voglia condividere. Father dà ai suoi figli quello che si aspettano e intanto difende sé stesso, e in questo si può vedere un divertito riferimento alla realtà di Waits, per cui la parte è stata scritta, e alle costruzioni dei fan che devono nutrire il suo mito. Al suo fianco Adam Driver, presenza fissa nelle ultime opere di Jarmusch, a partire dallo splendido Paterson, e la sorella Mayim Bialik, con cui ha un rapporto fatto di radi incontri e superficiali aggiornamenti.

Mother è un episodio al femminile, anche questo incontro tra la madre e le due figlie marca la lontananza fra loro, ma la formalità dell’evento e la sua programmata rarità – le tre vivono nella stessa città ma si vedono una volta l’anno – accentua il distacco e la chiusura alle interferenze esterne. Charlotte Rampling, la madre, è una scrittrice che non condivide il suo lavoro con le figlie; Cate Blanchett, la figlia maggiore, incarna l’estraneità dei rapporti avendola ormai assimilata, mentre la più giovane Vicky Krieps mostra dei tentativi di ribellione artificiosi e inefficaci, finendo per raccontare una vita immaginaria che possa sostenere il confronto familiare. È l’episodio più freddo, se quello di Waits è un divertente bluff da vecchio giocatore di poker, questa è una partita a scacchi attorno a una tavola da tè perfettamente decorata da pasticcini colorati e geometrici, dove tutte le giocatrici hanno l’unica preoccupazione di non scoprirsi e non mostrarsi vulnerabili.

Jarmusch lega i tre racconti, oltre che con la coerenza del tema – un montaggio alternato avrebbe potuto dare al tutto la forma di un lungometraggio unitario – con i piccoli rimandi interni, poetici e ludici, che da sempre caratterizzano il suo cinema minimalista. I discorsi sull’acqua, i brindisi, gli skater per strada e le loro acrobazie in slow motion, i Rolex legati a ricordi o che nascondono altre storie arrivano fino a Sister Brother, l’episodio più intimo e sfaccettato. A Parigi, i gemelli Indya Moore e Luka Sabbat affrontano la scomparsa dei genitori: al contrario di quanto mostrato negli altri segmenti, il loro, nell’assenza del padre o della madre, è un legame simbiotico. Quello che condividono è uno spazio vuoto, la casa liberata dagli oggetti familiari, il parquet consumato, il vagare tra le stanze moltiplicandosi negli specchi e rispecchiandosi l’uno nell’altra. I dettagli, le vecchie foto, si moltiplicano offrendo tracce di storie comunque incompiute, tutto rimane in uno stato di indefinitezza e sospensione e quindi più condivisibile con le esperienze dello spettatore. Una casa vuota, un deposito ricolmo di oggetti che non si andranno più a ricercare, ma la cui destinazione è difficile, impossibile da affrontare, non ora.

Father Mother Sister Brother è un film di Jim Jarmusch, essenziale e pieno di cose, che porta gli spettatori dentro di sé; caparbiamente raggiunto nell’unica proiezione bolognese in lingua originale, visto anche con Bianca che dice di voler vedere gli altri, naturalmente non chiedo di meglio.

(4,5/5)

Due film sul presente: Train Dreams (Clint Bentley 2025), Bugonia (Yorgos Lanthimos 2025)

ImageFinalmente un film, ho pensato dopo i primi cinque minuti di Train Dreams, e poi fino alla fine. Clint Bentley è regista e sceneggiatore (da un romanzo di Denis Johnson) di questo titolo presentato al Sundance e distribuito da Netflix, un racconto dall’America di inizio ‘900. Un film sul presente, come tutti quelli che costruiscono le proprie immagini per riportare sensazioni, perdite, lo scorrere del tempo, l’attesa quelle parti dell’uomo che sono presenti in ogni epoca ed esistenza. Si pensa facilmente a Malick, a quello di Badlands e I Giorni del Cielo, per la creazione di un’elegia che percorre il conflitto tra la soggezione alla natura e la sua trasformazione, per la nostalgia che l’uomo si predispone a vivere attraverso le sue azioni. Bentley inserisce immagini, brevi presenze solo ideali, per completare attraverso i ricordi e le associazioni lo sguardo del protagonista, traccia legami tra le persone con accenni di storie, chiude il film, finalmente un film, con un pezzo di Nick Cave.

(4,5/5)

ImageBugonia parla invece del presente nel senso più immediato: nella storia dell’imprenditrice Emma Stone rapita da due uomini che la credono un’aliena dedita alla distruzione della Terra, inserisce complottismi, superstizioni digitali, neofanatismi assortiti. Questa volta Lanthimos non sorprende, sia i contenuti che l’estetica di Bugonia sono quelli in buona parte immaginabili dalla visione del trailer e dalle brevi sinossi. Il regista greco, che dopo i suoi film più radicali aveva trovato una seconda dimensione nelle produzioni statunitensi finora ispirata, sembra aver consumato anche questo filone creativo. Fino a ora il suo discorso era stato netto, sarcastico, capace di focalizzare la critica sociale nelle storie individuali rese impersonali; qui prevale, invece, l’ironia un po’ fine a sé stessa. Bugonia non è, comunque, un film da evitare, le immagini rimangono interessanti e le performance dei protagonisti, la fisicità di Stone che continua a mettersi in gioco, valgono la visione.

(3/5)

Wes Anderson: Asteroid City, praticamente un capolavoro, La Trama Fenicia, ultimo film di un autore in gran forma

ImageSugli ultimi film di Wes Anderson la penso molto diversamente dal mantra collettivo che li indica come espressione di una maniera che ha ormai poco da dire, la penso praticamente al contrario. Asteroid City (2023) è, negli ultimi anni, uno dei pochi film che mi sia venuta voglia di rivedere a stretto giro, ed è un “piccolo film” dagli equilibri eccezionali, un capolavoro di volti e geometrie che unisce cerebrali forme a incastro con un’anima, una reale ragione d’essere. Non faccio tutta la storia del mio rapporto con Anderson, ma dal suo incontro rivelatore, 25 anni fa con I Tenenbaum (e poi con i bellissimi Zissou e Darjeeling), non è stato certo tutto rose e fiori, da Mr. Fox a L’Isola dei Cani mi mancava sempre qualcosa.

A partire da The French Dispatch, e poi in maniera più completa a accattivante con Asteroid City, Anderson mette a dura prova la sua forma, ne esalta alcuni aspetti ed esaspera altri. L’impostazione è ormai apertamente teatrale, con scenografie essenziali, da libro pop-up per bambini, da cui spuntano fuori le sagome degli attori, consapevoli di essere parte di una messa in scena. La sceneggiatura è accuratissima, tanto da riuscire a portare calore nell’eccentrica fissità dei quadri. Asteroid City è stratificato in tre livelli di narrazione, ognuno costruisce il successivo e il primo si rivolge allo spettatore, ricordandogli che quello a cui sta assistendo è un racconto e invitandolo a portare qualcosa nella sua realtà, l’unica.

La scena dell’incontro del protagonista, attore di un documentario sulla rappresentazione teatrale di cui è parte, con un’attrice il cui ruolo è stato tagliato. Un dialogo da balcone a balcone che ha qualcosa di eccezionale. Il protagonista ha perso la moglie, ma la questione non viene mai trattata direttamente, è in questa scena, in maniera indiretta e in un incontro che non è parte della pièce, che si concentrano la mancanza, la perdita, il distacco. Anderson trova in una forma esasperatamente artificiale il modo per trasmettere l’emozione, e questa è una delle scene più “romantiche” della sua filmografia.

L’apparizione dell’alieno, nel centro geometrico del film, è una trovata spiazzante, lisergica, assolutamente divertente. Le apparizioni di Scarlett Johansson sono perfette, un personaggio che ne racchiude tanti e, anche lei, consente di dare alle scene una profondità opposta e complementare alle visioni frontali e piane del regista. Il tono del film è complesso, continua a prendersi in giro e nascondersi, e intanto costruisce un sentimento nostalgico, di rapporti complicati tra gli adulti, di complicità tra bambini che sanno e sopportano più di quanto dovrebbero. La realtà invade il campo degli attori – la piastra realmente accesa su cui il fotoreporter mette la mano – e il dolore è reso nella sua inevitabilità dalle tinte pastello.

Asteroid City è il mio film preferito degli ultimi anni, e ho già voglia di rivederlo.

(5/5)

ImageLa Trama Fenicia (2025) segue in parte la stessa impostazione, ma spinge di più sul grottesco e lo slapstick, e su rimandi prettamente cinematografici. È l’omaggio a un genere, anche qui, fanciullesco, un genere avventuroso e salgariano, con viaggi in luoghi esotici e incidenti rocamboleschi. Ma anche questo non è un film vuoto né di maniera, perché si dedica alla costruzione della figura wellesiana e ingombrante del magnate Zsa-zsa Korda, un imperturbabile Benicio del Toro (la recitazione di tutti qui è ancora più distaccata) durissimo a morire, e alla sua trasformazione in figura paterna.

Il senso del film è questo, il senso di un totale fallimento che diventa una rinascita, in un percorso punteggiato di incontri con la morte. Se Asteroid City ha una costruzione che sovrappone linee orizzontali, la progressione de La Trama Fenicia è una risalita verticale. Un percorso a tappe, formalizzate e scandite da un itinerario mostrato graficamente da una consequenziale serie di scatoline ben disposte. Una sistematica parata di oggetti e classificazioni, di oggetti che contengono altri oggetti, che ricorda le ossessioni classificatorie, enciclopediche e digressive di Peter Greenaway. Anche in questo caso, sinceramente, faccio fatica a trovare in giro una scrittura così accurata.

Fra tradimenti, incidenti, conversioni, scenografie che riportano alle origini del cinema e, in generale, della finzione, praticamente niente andrà come stabilito dal piano, e questa sarà la fortuna dei protagonisti.

(4/5)

Un paio di titoli dagli Oscar 2025: Anora (Sean Baker 2024), The Brutalist (Brady Corbet 2024)

ImageÈ bravo Sean Baker, l’avevo trovato molto bravo già in The Florida Project. Forse anche più bravo, ma i punti forti di Anora rimangono sostanzialmente gli stessi. La volontà e capacità di raccontare una storia classicamente narrativa, dandogli una forma assieme realistica e fiabesca. Uno sguardo per certi versi documentaristico (su cui Florida Project insisteva di più, anche grazie all’intreccio meno definito), che incontra personaggi molto scritti. Mi è piaciuto Anora? Sì, mi è piaciuto, ma nel complesso trovo difficile inquadrarlo come fenomeno dell’anno, vincitore di tutto, da Cannes a tutti gli Oscar principali (miglior film, regia, sceneggiatura; ci sta tutto quello a Mikey Madison per migliore attrice). Mi riesce meno difficile se penso che questi questi anni sembrano avere un disperato bisogno di qualcosa di molto semplice: un film che nella dimensione indipendente non sembrerebbe così stupefacente, ma che infiltrandosi nei maggiori festival / concorsi cinematografici dà la possibilità di godere di una storia dalla tematica anche forte, ma trattata in modo non deprimente, di intrattenerti con un meccanismo narrativo ritmato e abbastanza canonico, ma non patinato e anzi un po’ sghembo, di farti sentire sufficientemente impegnato senza ammosciarti la serata. I personaggi, allora, funzionano e sono sapientemente ambigui, ma anche macchiettistici, funzionano proprio perché macchiettistici, e gli snodi sono prevedibili ma ben calibrati. E la storia, stabilitasi su binari piuttosto scanzonati, rivendica lo spessore agrodolce sul finale, con la protagonista vinta dall’empatia dello scagnozzo gentile Igor, in un rispecchiamento in cui si intravedono una riappropriazione della propria identità e una frustrazione dei desideri di cambiamento e di fuga. (3,5/5)

ImageThe Brutalist è invece un film che non deve piacere per forza, e forse per questo mi è piaciuto di più. Parte con un tono epico che ricorda Il Petroliere, ma diventa poi sempre più introverso e malsano, e il suo protagonista, un Adrien Brody che incarna la biografia di un personaggio realistico nelle sue peculiarità individuali e storiche, ma frutto dell’invenzione di Brady Corbet, diventa sempre più piccolo. L’architetto ungherese László Tóth, che attraversa i decenni dopo essere scampato al campo di concentramento di Buchenwald, sembra aspirare alla folle grandezza di un Fitzcarraldo, ma la sua opera, che di questa aspirazione è l’emanazione, si rivela essere la sublimazione e la reiterazione degli spazi che lo hanno imprigionato e danneggiato per sempre. La ferocia del potere e del denaro si incarnano invece nel suo mecenate, un affarista americano che ribadisce in maniera estremamente diretta la sopraffazione di cui László è vittima, anche nel Nuovo Mondo. Con una regia misurata ma personale, Corbet immerge lo spettatore in una situazione di disagio e oppressione, anche grazie alle lunghe sequenze dall’impostazione spesso anticlimatica. D’altra parte, dopo quasi tre ore e mezza di film, il finale riesce a sembrare frettoloso, perché più che altro sceglie di visualizzare e raccontare le didascalie che a volte chiudono le storie in poche frasi testuali. The Brutalist è un grosso film dal budget ridotto (circa 10 milioni di dollari, in questo vicino ad Anora, che ne è costati meno di 9, entrambi lontani dalla dimensione colossale che fino a qualche tempo fa era favorita dai premi americani), un progetto lungo molti anni in cui è evidente la volontà dell’autore di portare avanti, senza cedere a compromessi, la sua visione. (4/5)

Parthenope (Paolo Sorrentino 2024)

ImagePer quanto il cinema di Sorrentino sia esteticamente complesso e curato, i suoi film somigliano sempre di più a un’istantanea del suo autore, del suo modo di sentire e ricordare il mondo, molto più che al racconto del mondo stesso e di vite legate a una realtà condivisa.

Parthenope è un film pieno di cose eppure un film estremamente focalizzato, che richiede di accettare questo solo concetto. Parthenope, il personaggio interpretato da Celeste Dalla Porta, è il sentire di Sorrentino, ed è quindi tutto ciò da cui il pensiero dell’autore è ossessionato: Napoli e i suoi rituali, la bellezza estetica e della parola, la decadenza che di quella stessa bellezza è il frutto maturo, la sua giovinezza. Tutti elementi strettamente correlati, sovrapposti, spesso intercambiabili. Sempre estremizzati, ma in un modo che esclude giudizi estetici o di opportunità, perché l’istantanea di un pensiero è qualcosa di troppo immediato per poter riflettere su cosa sia bene o male, bello o brutto, minimale o kitsch, è il risultato della fusione di questi concetti.

In Parthenope tutto sa di nostalgia per qualcosa che non si è mai potuto amare del tutto, perché Napoli è una città il cui mito pretende un’esaltazione che sia un atto di fede, mentre la sua realtà spinge a essere critici, e può anche essere respingente. Nella prima parte Sorrentino ci porta in un sogno fatto di mare, luce, aria, un sogno patinato che ricorda le languidezze di Guadagnino, dove i quadri perfetti trasmettono, però, già una certa inquietudine, nel loro essere isolati e privi di vera vita. Evoca atmosfere e trame da tragedia greca per visualizzare lo scollamento, l’assenza, dati dalla depressione. La giovane Parthenope, che vedremo crescere e cercare per tutta la vita, inutilmente, il senso prima di tutto di sé, incarna la bellezza come il protagonista de L’Amico di Famiglia faceva con il concetto opposto. Ma si tratta poi solo di scegliere il punto di partenza, perché Parthenope presto incontrerà dei mostri che quella bellezza l’hanno perduta, sono consumati dalla loro vanità, ma sarà questa stessa mostruosità a renderli di nuovo affascinanti e bellissimi. Specialmente agli occhi della ragazza, spinta dal terrore di scoprirsi banale a essere attratta anche dalle creature più paurose.

Sorrentino con Napoli è anche feroce, quando senza mezzi termini fa recitare a un suo personaggio come “voi napoletani” “camminate a braccetto con l’orrore e non lo sapete, siete solo trasandati e folkloristici”. È feroce quando mostra due case camorristiche fondersi costringendo i loro figli ad accoppiarsi in pubblico, per essere certi dell’atto e della discendenza, indicando quali siano le stirpi regali della città. L’altra incarnazione della città, il figlio del professore mentore di Parthenope, è un essere grottesco “fatto di acqua e sale”, “bellissimo”, costretto all’immobilità. È disperato anche quando, sul finale, corre al 2023 per i festeggiamenti dello scudetto, ma tutto finisce con un carro a forma di barca che traghetta i tifosi nella notte e nelle strade vuote, una visione spettrale quanto quelle da cui la storia è cominciata.

Cristallizzando un pensiero, Parthenope non può essere che un film cerebrale, e averne tutte le caratteristiche e i limiti. Ruotando sul pensiero, non può che pensare a sé stesso, a come insegua senza freno la frase perfetta, l’aforisma, l’ossequio verso il riferimento estetico o letterario; rileva l’artificiosità dell’operazione, se ne fa anche scherno, ma non può fare a meno di rincorrerla e reiterarla. Un film amaro, terribilmente intimo eppure distante, in cerca del senso prima di tutto di sé, ma in fondo già rassegnato all’assenza.

Nosferatu (Robert Eggers 2024)

ImageIl nuovo Nosferatu di Robert Eggers somiglia, sotto diversi aspetti, a un film classico, e quella del regista newyorkese è una scelta forse che restituisce un’opera non particolarmente sorprendente, ma è una scelta legittima e rispettosa. D’altra parte, il Nosferatu capolavoro di Friedrich Murnau del 1922 è, di per sé, una modalità interpretativa del romanzo di Bram Stoker, e il modo più giusto per tornare davvero a Nosferatu, più che realizzare una ulteriore declinazione più o meno d’autore della figura del vampiro, è riprendere i tempi e le atmosfere di quel cinema originario. Fatto di racconto, di ombre, di maschere grottesche, di desideri che si confondono con la paura della malattia e della corruzione.

Nosferatu è lontano dalla brutalità sperimentalista di The Lighthouse, che pure è uno dei titoli che negli ultimi anni mi ha più colpito, per trovare una dimensione a suo modo romantica. Eggers, in tutte le sue opere rapito da mitologie e iconografie ancestrali, qui guarda più direttamente alle radici del cinema, che, espressione giovane rispetto alle altre arti, ha però accompagnato le vicende umane per un tratto particolarmente concitato e denso di mutazioni violente e repentine. L’espressionismo di un secolo fa si ritrova, dunque, nella corrispondenza totale dei personaggi con le loro emozioni, nei volti, le azioni e le parole che nulla nascondono, nelle città annientate dagli artigli della notte, semplicemente, dalla paura del buio. Eggers costruisce il tutto con una cura ammirevole e una ricercatezza formale che non si lascia andare a esibizionismi, e gli attori, in particolare Nicholas Hoult e Lily-Rose Depp, indossano efficacemente lo stupore immediato e l’ingenuità, essenza di un film che vuole e riesce a mostrarsi nella sua nudità. E una volta di più è fastidioso quell’ipercriticismo derisorio che ha variamente investito anche questo film e che, davvero, ormai rischia di offuscare e soffocare tutto.

Un accento che Eggers sceglie di mettere, approfondendo uno dei tanti temi originali, è proprio sulla protagonista, che ha un ruolo particolarmente attivo, evocando in principio il demone. La storia di Ellen, segnata dalla malinconia, porta il legame con il vampiro, che pure conserva tutta la sua mostruosità, a una dimensione di (con)sensuale ossessione e reciproca dipendenza. A entrambi è qui concessa la drammaticità della scelta, una consapevolezza che richiama, sopra ogni orrore, il fascino di un amore tragico.

(4/5)

Letti e ascoltati: American Psycho, L’ultima cosa bella sulla faccia della terra, Rosso americano, La luna e i falò, L’Arminuta, Melancholia

ImageAmerican Psycho, Bret Easton Ellis 1991. Sinceramente non ho compreso il grande successo del romanzo, incredibilmente reiterativo e prevedibile. Pur condividendo la satira feroce sullo yuppismo, il modo in cui viene portata avanti è quello più semplice: ripetizione ciclica dell’ossessione per i marchi e gli status symbol in generale, oggettificazione invariabile della donna, disprezzo per il diverso, invidia per il simile, scelte musicali che sottolineano il conformismo di fondo, massacro in cerca di una impossibile catarsi. Ripeti lo schema molte volte, senza mai variare modalità di scrittura, e avrai il best seller American Psycho. Gli anni ’90 (e ’80) creano Patrick Bateman, Patrick Bateman crea gli anni ’90 (e ’80), e quegli stessi anni non hanno alcuna voglia di fermare loro stessi. Cristallino, pure troppo. (2,5/5)

L’ultima cosa bella sulla faccia della terra (2023). Una ballata breve, triste e densa per l’esordio di Michael Bible, nuovo tassello del racconto di un’America sconfinata, solitaria e crepuscolare. (3,5/5)

ImageRosso americano, Rick Moody 1996. Prosegue il filone di autoanalisi degli Stati Uniti, e questo è l’episodio che mi è piaciuto di più. In realtà mi è piaciuto parecchio, questo libro di Moody, anche se, purtroppo, non ricordo tutti i motivi per cui questo è successo. È uno di quei libri che viene subito voglia di rileggere, ma quasi sicuramenti non lo farò mai, perché non lo faccio praticamente mai, quasi sicuramente, di suo, leggerò altro. La scrittura di Moody é ricercata e artificiale, eppure è efficace e non artefatta, mentre fissa le debolezze dell’animo umano con l’ineluttabilità glaciale che hanno le leggi della fisica e la calda ironia del blues. Persone normali, situazioni esasperate, avvicinamenti che stupiscono prima di tutto chi si scopre a compierli, tutto in equilibrio tra una inevitabile disperazione e la volontà di riconoscere ai personaggi la forza istintiva di volerle ancora sfuggire. Bel libro, una scrittura significativa e piena di invenzioni, da rileggere, anche se probabilmente non lo farò. (4/5)

La luna e i falò (1950), ideale raccordo di Cesare Pavese tra America e Italia, rurale e moderno, 4/5

L’Arminuta (Donatella Di Pietrantonio 2017), a proposito di ruralità italica e persistente, una storia familiare e sociale, anche interessante, una scrittura e delle caratterizzazioni non proprio sorprendenti, 3/5

ImageMelancholia (1996), dopo il brevissimo ma efficace Mattina e sera, un approfondimento di Jon Fosse. Pur avendo il suo perché, nella sua capacità di costringerti nella visione soffocante e precaria del (vero) pittore norvegese Lars Hertervig (con il quale, a quanto pare, Fosse è imparentato), così ottocentesco e così romantico da non starci tanto con la testa, sulla lunga distanza la cifra narrativa non mi ha entusiasmato. Qui le ripetizioni ossessive sono quasi meccaniche e, al contrario di un Bernhard, poco aggiungono l’una all’altra. L’impatto comunque c’è, la strenua dilatazione di alcuni episodi vissuti da Hertervig inevitabilmente creano un’atmosfera e delle immagini a cui non si può sfuggire, visto che il romanzo è, in buona parte, una reclusione dello spettatore nella mente del protagonista. Sono combattuto, comunque è un libro a cui la sufficienza starebbe stretta. (3,5/5)

Megalopolis (Francis Ford Coppola 2024)

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A Francis Ford Coppola era già successo con Un Sogno Lungo un Giorno (One from the Heart) di essere smontato senza alcun motivo, per un film descritto come confuso, non abbastanza focalizzato. Il film del 1982 è una storia romantica e sospesa, con una splendida Nastassja Kinski e una colonna sonora originale di Tom Waits, praticamente qualcosa per cui piangere di commozione. Anche Megalopolis, del 2024 ma concepito più o meno in quello stesso periodo, è una favola con al centro una storia d’amore – anzi, decisamente più di una, per delle persone come per delle idee – A Fable, come recita il sottotitolo, e come tutte le favole è anche un discorso terribilmente serio.

Periodicamente affiora un’apparente incapacità, della critica più che del pubblico (il pubblico fa ciò che vuole ed è un’entità toppo ampia per attribuirgli qualcosa di preciso), di relazionarsi a un prodotto che abbia una sua complessità, confondendo quelle che sono le sue caratteristiche con delle gaffe involontarie. In realtà Megalopolis racconta una storia, che si intreccia a tante storie, addirittura limpida nel suo idealismo, costruisce i personaggi e le loro contraddizioni, ha un’anima, che permette di scorgere l’umanità dell’autore, oltre alla concretezza del prodotto, ed è forse una cosa a cui non si è più abituati. La “confusione” del film di Coppola è la sua parte più affascinate, quella sensazione di vedere cose che accadono perché ne hanno la possibilità, quella confusione che è ancora l’idea più bella e affascinante di Scorsese, ed era di Cimino, di Altman e di tanti altri. E a questo cinema enorme e, nella migliore delle accezioni, ingenuo, io voglio ancora un gran bene, ha un’anima beat, e nella sua ricercata incoscienza ancora porta sullo schermo qualcosa che si possa dire arte.

Megalopolis è un sogno lungo non un giorno, ma due ore e diciotto minuti, in cui Coppola, capace di riversare in questa pellicola l’entusiasmo giovanile di quando la storia gli venne in mente, ci fa ritrovare i suoi autori e le sue citazioni preferite, la sua ironia, il suo immenso amore per il cinema, da sempre, oltre ogni cosa, la macchina capace di manipolare il tempo attraverso le immagini. Con un gruppo di attori strabordanti e quindi completamente in parte (Adam Driver, Giancarlo Esposito, Nathalie Emmanuel, Shia LaBeouf, Aubrey Plaza e molti altri) parla di utopia e disillusione, di perdita e di amore, di creazione e distruzione, di ordine e caos, riprende, tra i tanti, Metropolis e Il Grande Dittatore, non per fare citazioni ammiccanti e di facciata, ma per renderli parte integrante e sostanziale di questo suo film gigantesco. E ancora, Megalopolis regala plastiche immagini individuali fatte di movimento, che riportano al teatro e al musical, e campi più larghi, ampie sequenze che propongono finalmente qualcosa d’impatto, di memorabile, qualcosa capace di creare, nel tempo, una piccola ma percepibile discontinuità.

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Time stop!
(4,5/5)

Infinite Jest (David Foster Wallace 1996)

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Da una parte è inutile scrivere di Infinite Jest, dall’altra, se hai letto Infinite Jest, qualcosa ti viene voglia di scriverne. Ecco qualcosa, così magari smetto di pensarci.

Quello di David Foster Wallace è uno di quei libri che non puoi immaginare come possano essere stati scritti, come possa venire in mente e si possa essere capaci di scrivere. Vista l’unicità del libro, l’unico modo per farsi un’idea sta nel libro stesso, gli appunti a margine sono giusto per il lettore.

Infinite Jest presenta un futuro prossimo distopico, con i macroelementi di una scuola di tennis per ragazzini (con la famiglia Incandenza), un centro per tossicodipendenti (con Don Gately), una serie di eventi che ruota attorno a un film ipnotico e alle macchinazioni di gruppi separatisti (con Marathe e Steeply). Le voglie separatiste sono rivolte all’ONAN, l’unione di Stati Uniti, Canada e Messico, il tempo è quello di una manciata di anni non più indicati numericamente, ma da nomi definiti dallo sponsor del momento. L’anno in cui più ci si immerge è l’Anno del Pannolone per Adulti Depend, a volte abbreviato Apad.

Quindi una moltitudine di storie, personaggi, punti di vista, temi, digressioni, squarci di pura follia da incubo che compaiono e spariscono con una subitaneità subliminale. Niente è quel che sembra, ma è anche esattamente quel che sembra. Perché anche le cose reali, dopo un po’, cominceranno a sembrare come le descrive Wallace, ad avere quella strana densità in cui si rimane invischiati leggendo questo libro.

Il tema sotteso di Infine Jest, che più che un tema è una sensazione trasmessa, è quello della dipendenza. Dalle sostanze, dalle aspettative, certo, dal rifiuto di sé, ma anche semplicemente il non poter essere indipendenti dalla trama che unisce tutto, che è da subito viscosa, indecifrabile, insensata, inutile, uno scherzo infinito.

Al primo impatto la pedanteria con cui Wallace descrive ogni sostanza chimica sembra forzata, artificiosa, vanitosa, ma la reiterazione dà a tutto un senso. La dipendenza è ossessività. Il mondo è così e basta, non c’è modo per distinguere cosa sia da scrivere e cosa no, perché le cose sono e quello che prima di tutto fa Wallace è rigettare qualsiasi scelta di valore. Bello, brutto, terribile, romantico, pauroso, divertente, realistico, grottesco, sono categorie in cui definiamo gli eventi a posteriori, prevalentemente perché sono facili e rassicuranti. Wallace non dà nessun giudizio morale né estetico sugli eventi, elimina le gerarchie. Bello e brutto, giusto e non giusto, grazie a Dio, non ci interessano più.

E da queste premesse il libro, complesso ed effettivamente infinito, diventa semplicissimo. Il racconto, le storie, ci sono, così concrete che a volte sono difficili da accettare, ma la narrazione è interrotta dalla forma, le storie vengono dilaniate dalle note e dai salti temporali. Si corre avanti e indietro di giorni, mesi, anni, ma tutto si legge nella linearità della scrittura e non ha bisogno di essere ricollocato. Troviamo descrizioni dei personaggi o dei loro ruoli passate centinaia di pagine dalla prima volta che li abbiamo incontrati, ma ci si rende conto che quelle che altre volte abbiamo considerato essere informazioni fondamentali, sono invece informazioni come tutte le altre. Esatto, perché non ci sono più gerarchie.

Qualcosa di simile a quello che a pagina 889 si legge a proposito dei film prodotti da James Incandenza: era tecnicamente splendido, il Lavoro, si vedeva che le luci e le angolazioni erano studiate prima delle inquadrature. Ma era stranamente vuoto, senza un senso di avvicinamento drammatico – non c’era un movimento narrativo verso una vera storia; non c’era un movimento emotivo verso il pubblico. Era come parlare al telefono con un carcerato al di là di una parete di plastica.

Infine Jest non fa movimenti emotivi verso il pubblico, ma il lettore si troverà comunque sommerso di sensazioni, di umori, di visioni, come quando si ha esperienza di qualcosa nella vita reale, in maniera inevitabile e sinestetica. Dipendenza, astinenza e dolore sono il ciclo anulare dell’essere umano; sono cose che sappiamo già e infatti Wallace, pur toccando moltissimi temi, non vuole insegnarci niente, è solo che ha trovato un modo – esternamente inconcepibile – per scrivere, per scriversi.
(5/5)