
Da una parte è inutile scrivere di Infinite Jest, dall’altra, se hai letto Infinite Jest, qualcosa ti viene voglia di scriverne. Ecco qualcosa, così magari smetto di pensarci.
Quello di David Foster Wallace è uno di quei libri che non puoi immaginare come possano essere stati scritti, come possa venire in mente e si possa essere capaci di scrivere. Vista l’unicità del libro, l’unico modo per farsi un’idea sta nel libro stesso, gli appunti a margine sono giusto per il lettore.
Infinite Jest presenta un futuro prossimo distopico, con i macroelementi di una scuola di tennis per ragazzini (con la famiglia Incandenza), un centro per tossicodipendenti (con Don Gately), una serie di eventi che ruota attorno a un film ipnotico e alle macchinazioni di gruppi separatisti (con Marathe e Steeply). Le voglie separatiste sono rivolte all’ONAN, l’unione di Stati Uniti, Canada e Messico, il tempo è quello di una manciata di anni non più indicati numericamente, ma da nomi definiti dallo sponsor del momento. L’anno in cui più ci si immerge è l’Anno del Pannolone per Adulti Depend, a volte abbreviato Apad.
Quindi una moltitudine di storie, personaggi, punti di vista, temi, digressioni, squarci di pura follia da incubo che compaiono e spariscono con una subitaneità subliminale. Niente è quel che sembra, ma è anche esattamente quel che sembra. Perché anche le cose reali, dopo un po’, cominceranno a sembrare come le descrive Wallace, ad avere quella strana densità in cui si rimane invischiati leggendo questo libro.
Il tema sotteso di Infine Jest, che più che un tema è una sensazione trasmessa, è quello della dipendenza. Dalle sostanze, dalle aspettative, certo, dal rifiuto di sé, ma anche semplicemente il non poter essere indipendenti dalla trama che unisce tutto, che è da subito viscosa, indecifrabile, insensata, inutile, uno scherzo infinito.
Al primo impatto la pedanteria con cui Wallace descrive ogni sostanza chimica sembra forzata, artificiosa, vanitosa, ma la reiterazione dà a tutto un senso. La dipendenza è ossessività. Il mondo è così e basta, non c’è modo per distinguere cosa sia da scrivere e cosa no, perché le cose sono e quello che prima di tutto fa Wallace è rigettare qualsiasi scelta di valore. Bello, brutto, terribile, romantico, pauroso, divertente, realistico, grottesco, sono categorie in cui definiamo gli eventi a posteriori, prevalentemente perché sono facili e rassicuranti. Wallace non dà nessun giudizio morale né estetico sugli eventi, elimina le gerarchie. Bello e brutto, giusto e non giusto, grazie a Dio, non ci interessano più.
E da queste premesse il libro, complesso ed effettivamente infinito, diventa semplicissimo. Il racconto, le storie, ci sono, così concrete che a volte sono difficili da accettare, ma la narrazione è interrotta dalla forma, le storie vengono dilaniate dalle note e dai salti temporali. Si corre avanti e indietro di giorni, mesi, anni, ma tutto si legge nella linearità della scrittura e non ha bisogno di essere ricollocato. Troviamo descrizioni dei personaggi o dei loro ruoli passate centinaia di pagine dalla prima volta che li abbiamo incontrati, ma ci si rende conto che quelle che altre volte abbiamo considerato essere informazioni fondamentali, sono invece informazioni come tutte le altre. Esatto, perché non ci sono più gerarchie.
Qualcosa di simile a quello che a pagina 889 si legge a proposito dei film prodotti da James Incandenza: era tecnicamente splendido, il Lavoro, si vedeva che le luci e le angolazioni erano studiate prima delle inquadrature. Ma era stranamente vuoto, senza un senso di avvicinamento drammatico – non c’era un movimento narrativo verso una vera storia; non c’era un movimento emotivo verso il pubblico. Era come parlare al telefono con un carcerato al di là di una parete di plastica.
Infine Jest non fa movimenti emotivi verso il pubblico, ma il lettore si troverà comunque sommerso di sensazioni, di umori, di visioni, come quando si ha esperienza di qualcosa nella vita reale, in maniera inevitabile e sinestetica. Dipendenza, astinenza e dolore sono il ciclo anulare dell’essere umano; sono cose che sappiamo già e infatti Wallace, pur toccando moltissimi temi, non vuole insegnarci niente, è solo che ha trovato un modo – esternamente inconcepibile – per scrivere, per scriversi.
(5/5)