Oppenheimer?

Volevo vederlo, Oppenheimer.

Ora, so che un regista ha tutto il diritto di tradire le aspettative di qualche spettatore, il che comprende le mie. Il trailer però m’aveva suggerito che si parlasse di atomica e di Oppenheimer, con quei pochi secondi con l’ordigno sulla torre metallica nel deserto, prima che venisse fatto detonare nel Trinity Test.

Come posso essere stata delusa?

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da Scolpire il Tempo, di A. Tarkovskij

Nella creazione del mio primo film sono stato guidato da un intento semplicissimo: verificare se ero capace o meno di occuparmi di regia cinematografica. Allo scopo di giungere a una conclusione definitiva ho, per così dire, lasciato andare le briglie. «Se il film riesce», pensavo, «avrò conquistato il diritto di lavorare nel cinema». Proprio per questo il film L’infanzia di Ivan ha per me un significato particolare: è stato il mio esame per ottenere il diritto alla creazione.

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Il giorno in cui sono nato

Una lama e via l’altra, l’Assiniboine è ghiacciato e lei vi pattina sopra, vento a favore, le lame luccicanti ben fissate a stivaletti imperlati di trucioli di ghiaccio. Per avere più agio, toglie le mani dal manicotto di pelliccia, mentre la catenella inizia a tintinnarle contro i bottoni metallici del cappotto. Via su una lunga linea d’acqua, riscaldata nella frizione, cristallizzata all’istante. Dove c’era un fiume, la morsa del freddo di fine autunno ha saputo fermare la corrente: quale magnifico, bianco specchio per il cielo.

Il giorno in cui sono nato, non è autunno e nemmeno inverno. Dove sono nato, in realtà, è quasi sempre inverno, per quanto il calendario affermi altrimenti. È una città dove non succede quasi mai niente, ma in quel giorno in particolare, sarebbe accaduto ancora meno.

La ragazza perde l’equilibrio, il pattino disegna un segmento nel ghiaccio e tutta si distende, una grossa sagoma scura sul ghiaccio, sempre avanti, d’inerzia, fino a lambire dolcemente l’argine. Si volta sulla schiena, osservando le volute del suo respiro. Non si è fatta niente. Questione di un attimo: si rialza e torna sui pattini senza paura. Il giorno in cui sono nato, nessuno è fatto male. Gli orsi hanno dormito della grossa. Chiunque ha potuto bere la sua cioccolata calda senza scottarsi la lingua. Una signora ha tagliuzzato delle cipolle durante la preparazione del pranzo e – miracolo – non ha pianto.

Sono nato, e nemmeno io ho pianto. Ho tirato un colpo di tosse, ho sbadigliato e quando mi hanno messo fra le braccia di mia madre, l’ho guardata e mi sono addormentato. Il giorno in cui sono nato, ho avuto il cuore in pace.

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Parasite / Parassita

Parasite locandina 2.jpegPiove (ed è subito cliché), quando lei mi scrive, “ti interessa?“. Vado subito al link: cinema d’essai, film coreano, concreta possibilità di vedere qualcosa di assurdo e ai limiti dell’onanismo intellettuale. Ovvio che mi interessa. Così, torno al cinema.

A fine proiezione, momento disagio: un tizio inizia ad applaudire furiosamente, per poi smorzare tristemente gli entusiasmi. “Pensavo volessero linciarlo“, mi suggerisce D. e che dire, se fosse successo, non avrei mosso un dito. Cerca di capirmi, non è stata una visione semplice. Mi sarei ricreduta, ma ci sarebbe voluto del tempo. Dovevo metabolizzare.

Metto le mani avanti: non ho intenzione di infilarmi nel più classico dei gineprai, non voglio scegliere fra “capolavoro” o “film del cavolo”, chissenefrega. La sola cosa che mi interessa è occuparmi della riflessione che mi ha permesso di fare, cosa che apprezzo infinitamente. E se ti dovesse interessare, si, c’è qualche spoiler.

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Di casuari, lemuri che si fanno e cronopios

Mi aspetta la colazione, al solito tavolo quadrato col piano di abete, quello da cui ho assistito alla fine del mondo, ma chi ci trovo seduto? Non una povera anima rassicurante, ma pur sempre una faccia conosciuta, qualcuno che spesso e volentieri si invita da solo, pretendendo di fumare la pipa e giocare con il mio gatto. Di tempo ne ho poco, Julio lo sa che devo prendere un treno, ma non serve a niente protestare. Indica la libreria con fare perentorio.

Vorrai mica partire senza un libro?“, dice, prima di addentare l’ultimo wafer rimasto.

Pochi secondi e già tutto giocava a favore di un libretto bianco, della dimensione giusta per entrare nella tasca del montgomery.

Ti piacerà. Prendilo, è un perfetto libro da treno. E poi… c’è la tua antica nemesi.”

Aveva ragione, si parlava anche di lui. Di chi?

Del casuario, ovvio.

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Questo coso qui sarebbe un casuario

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Da “La voce dei delfini”, di L. Szilard

  1. Szilard.jpegRiconosci i rapporti esistenti fra le cose e le leggi del comportamento umano, affinché tu possa capire ciò che stai facendo.
  2. Fai in modo che le tue azioni siano dirette verso un finale meritevole, ma non chiederti se lo raggiungeranno; esse devono essere dei modelli e degli esempi, non dei mezzi per un fine.
  3. Parla a ogni uomo come se parlassi a te stesso, senza preoccuparti degli effetti che provochi, in modo da non escludere nessuno dal tuo mondo; perché dall’isolamento non ti sfugga di vista il significato della vita, e tu non perda la fede nella perfezione della creazione.
  4. Non distruggere ciò che non puoi creare.
  5. Non toccar piatto, a meno che tu non sia affamato. (Gioco di parole tedesco)
  6. Non desiderare ciò che non puoi avere.
  7. Non mentire se non ne hai bisogno.
  8. Onora i bambini. Ascolta rispettosamente ciò che hanno da dire, e parla loro con infinito amore.
  9. Fai il tuo lavoro per sei anni; ma giunto al settimo, ritirati in solitudine o fra estranei, così che il ricordo dei tuoi amici non ti impedisca di essere ciò che sei diventato.
  10. Guida la tua vita con mano non troppo severa, e sii pronto a lasciarla in qualunque momento tu venga chiamato.

30 ottobre 1940

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Un dito nel ventilatore

Julio Cortazar è stato prodigo di suggerimenti circa la natura della poesia. Non me ne vogliano amici poeti che abbiano provato in passato a spiegarmi le stesse cose. Colpa mia, perché non ho saputo ascoltare.

Cortazar, risposta breve: “Boh.”

Cortazar, risposta meno breve: “Aristotele ci ha scritto sopra niente meno che un’intera Poetica, però non esiste una definizione di poesia che mi convinca, e soprattutto che convinca un poeta. L’unico che in fondo ha ragione è quell’umorista – credo spagnolo – che ha detto che la poesia è quella cosa che resta fuori quando abbiamo finito di definire la poesia: scappa, non resta dentro la definizione.”

Ma se proprio lo trovi in vena di scherzare, arriva la terza risposta:

metti un dito nel ventilatore.”

Su questo, però, torneremo più avanti.

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Chutzpah

Ogni giorno alzarsi alla stessa ora e sedersi al tavolo con due tazze di latte. Fuori, l’alba. Bere il primo caffè. Aspettare un bacio.

Un altro giorno, ci svegliamo col mal di testa, mi guardi e capisci. «Anche tu?», fai. Passerà. Ci sediamo, prendi il latte, ma un capogiro te lo fa versare a terra. Piccole onde si sviluppano nella pozza bianca. «Pulirò, che vuoi che sia.». Niente caffè, dannato mal di testa. Mi avvicino al tuo viso e mi fermi: «Il sole è alto, siamo in ritardo?».

Altro giorno. Ci dovremmo alzare, ma siamo stanchi: ancora il mal di testa. Ho un nodo allo stomaco. Ci alziamo di malavoglia. L’avresti detto? Mi sento leggero. Ti vedo prendere i biscotti dal mobile, ti giri per posarli sul tavolo. La tua gonna fa un’ampia ruota. Giri sui piedi nudi come su uno spessore d’aria. Quasi ti piace. Che tentazione abbracciarti, farti roteare solo per vedere i tuoi capelli avvolgersi alle tempie e il vestito muoversi sui tuoi fianchi. Fuori c’è un sole che pare mezzogiorno e noi balliamo. Mi guardi: «Che c’è?». Niente, cosa vuoi che siano le nuvole che si stracciano lungo il cielo, tu che fatichi a tener ferma la tazza e non riesci a stare in piedi, il latte che trema. Hai paura. Ti si spezza la voce mentre vedi il tramonto: «Amore, che succede?».

Un ruggito sale dalle viscere del pianeta, la sua rotazione si conclude in un vortice di rocce, storia e carne, superato ormai il livello di sopportazione. Dissolta l’atmosfera, mi illudo che abbia ancora senso stringerti la mano.

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La sfiga di un incipit che funziona

Di là dalle pianure di flanella, i grafici d’asfalto e gli orizzonti di ruggine sbilenca, e di là dal fiume tabacco sormontato da alberi piangenti e monetine di sole che filtrano sull’acqua alla foce, nel punto oltre il frangivento, dove i campi incolti rosolano striduli al caldo antimeridiano: sorgo, farinello, leersia, salsapariglia, cipero, stramonio, menta selvatica, soffione, setaria, uva moscardina, verza, verga aurea, edera terrestre, acero da fiore, solano, ambrosia, avena folle, veccia, gramigna, fagiolini spontanei invaginati, tutte teste che annuiscono dolcemente a una brezza mattutina che è la morbida mano di una madre sulla guancia. Uno strale di storni stoccato dalle stoppie del frangivento. Il lucore di rugiada che resta lì a svaporare tutto il giorno. Un girasole, altri quattro, uno chino, e lontani cavalli rigidi e immoti come giocattoli. Annuiscono tutti. Sole biondo birra, cielo pallido e volute di cirri così alte da non fare ombra. Insetti indefessamente indaffarati. Quarzo, selce, scisto e croste di condrite ferrosa nel granito. Terra antichissima. Guardatevi intorno. L’orizzonte tremola, informe. Siamo tutti fratelli.

Ma ecco i corvi solcare il cielo, tre o quattro, non a stormo, in volo, silenziosi e malintenzionati, si dirigono verso il grano puntando al filo spinato del pascolo oltre il quale un cavallo annusa il sedere a un altro, che si premura di alzare la coda. La marca delle tue scarpe impressa sulla rugiada. Un refolo di erba medica. Le lappole sui calzettoni. Secca frizione di un canale sotterraneo. Filo spinato rugginoso e pali sghembi, più simbolo di reclusione che recinto vero e proprio. “Divieto di caccia”. Il fruscio dell’interstatale di là dal frangivento. Le mucche sparse al pascolo rivoltano tortini di terriccio per raggiungere i vermi, le sagome dei vermi impresse nel letame capovolto che induriscono cuocendo tutto il giorno al sole e non vanno più via, minuti solchi evacuati a schiera e spire inserte che non si richiudono perché la testa non tocca mai la coda. Leggete questo.

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