La notte non conosce orari, solo finestre accese, lampioni, il rumore di qualche automobile lontana che attraversa la città.
Mi siedo sul bordo del letto, stanotte dormire è una battaglia inutile.
Ci penso.
Qualcuno ha detto che il sentimento uccide le distanze. Che quando due persone si vogliono, allora lo spazio si piega e il tempo diventa morbido e magico.
Guardo la radiosveglia sul comodino, il display segna implacabile le cinque.
Il telefono è nero. Muto.
La città intera trattiene il respiro. Aspetta un segnale.
—Stronzate, penso.
Niente annulla il tempo. Le distanze dividono, chirurgiche, hanno piedi freddi, un cuore che picchia e sembra sfondarti le tempie.
La stanza sa di notti e sogni stanchi. Mi alzo, apro la finestra. L’aria fredda entra come uno schiaffo.
L’amore non è fatto di parole, ma di campanelli che suonano, di scale, di corse, di mani che toccano qualcosa di vivo.
Quante persone, in quel momento, si stanno raccontando la stessa menzogna. Quanti messaggi pieni di cuore, quante promesse nell’aria senza peso.
Le parole sono leggere. Troppo leggere. Il corpo invece no. Il corpo pesa. Suda. Trema. Ha bisogno di occhi, di pelle, di fiato. Il corpo si muove e arriva davvero.
Poi tre colpi alla porta.
Non forti, non timidi.
Solo reali.
Per un attimo resto fermo, come se il mondo avesse smesso di girare.
Mi alzo, apro, lei è lì. Ha i capelli scomposti dal vento, il cappotto aperto, gli occhi pieni di quella dolcezza che hanno le persone quando smettono di scappare.
Ha il respiro corto di chi arriva da lontano, tra i vestiti odore di treni, stazioni, di pensieri confusi.
Non dice niente.
Non serve.
La città continua a ronzare, indifferente, piena di luci che non guardano in faccia nessuno.
In quella stanza c’è qualcosa di sporco, di vero. Di vivo.
Presenza.
Carne contro carne.
Respiri che si cercano come animali selvatici.
Non per sempre.
Il “per sempre” non esiste.
Esiste solo chi arriva e attraversa la notte.
Chi bussa.
Chi resta.

Guido Mazzolini

Le donne hanno tasche invisibili. Ci infilano dentro cose che nessuno vede: biglietti, parole dette male, chiavi e promesse che qualcuno ha dimenticato di mantenere.
Michela, per esempio, cammina con le mani nel cappotto, anche quando non fa freddo. È un’abitudine, dice. Ma non è vero. Nella tasca destra tiene stretto il giorno in cui ha deciso di non piangere più. Nella sinistra conserva il sorriso di suo figlio, un cuore tenero, allargato di gioia, e non pensa più che la felicità sia un peso troppo grande da portare.
Paola aggiusta tutto. Sedie rotte, silenzi, bambini, uomini che arrivano pieni di crepe. Non perché sia forte, come dicono gli altri, ma perché qualcuno deve pur tenere insieme il mondo quando scricchiola. E spesso quel qualcuno è una donna, con le mani screpolate e gli occhi che sorridono anche se hanno visto più notti che mattine.
Margherita sembra fatta di vento e aquiloni. Sotto la pelle custodisce una paura antica, una di quelle che si tramandano da sempre. La paura di non essere abbastanza, di dover dimostrare sempre qualcosa. La intuisci dagli occhi, dal gioco delle mani, dal suono di un battito più lento nelle orecchie.
Cinzia dorme poco e si sveglia presto. Cuce mattine sopra giorni stanchi, sposta mobili dentro l’anima per fare spazio a chi arriva, mentre si mette il rossetto davanti a uno specchio.
E mille altre donne ancora, a cercare pezzi di vita come vetri colorati sulla spiaggia, raccoglierli e tenerli insieme, anche quando feriscono la pelle. Perché le donne non sono fatte di fragilità, come dicono, o come qualcuno gli ha fatto credere. Sono alberi che hanno imparato a restare in piedi dopo gli incendi, sono resistenza e silenzi da colmare, amori troppo grandi regalati a cuori troppo piccoli. Così, se ti capita di camminare accanto a una di loro, guarda bene. Potrebbe sembrare solo una persona che cammina, assorta, o che torna a casa con la spesa in mano. Ma dentro le sue tasche sta portando il peso e la meraviglia di un intero universo.

Dedicato a ogni donna che ha fecondato la mia terra, facendo fiorire germogli meravigliosi di vita.
A Voi, molti auguri.

Guido Mazzolini

Auguroni Donne, tutte con la D maiuscola, siamo uniche e irripetibili, femmine da paura! Troppo entusiasmo? Ma noooo!!!! Elena&Paola

La giuria

Pubblicato: marzo 1, 2026 in Uncategorized

Si chiamava Timoteo. Lo convocarono di notte, quando la città odorava di buio e sogni interrotti. Non dissero nulla, nemmeno dove lo avrebbero portato. Lui non si oppose, salì sull’automobile, si sedette tra due guardie, accese una sigaretta e aspettò. Pochi minuti di strada, poi un portone, un androne buio e un ascensore. La stanza era stretta, alta come una cattedrale, pareti nude, una luce diffusa e bianca che toglieva le ombre e i contorni alle cose. Lo aspettavano, erano in quindici, vestiti di nero. Timoteo restò in piedi con la sensazione di aver scordato qualcosa di importante. Provò a ripercorrere la propria vita, ma non trovò colpe degne di nota. Una moglie annoiata, un lavoro che non amava, tante cose lasciate a metà. Sentimenti, rimpianti, appuntamenti mancati. Ricordò un amico che non vedeva da anni, un figlio amato solo a parole. Tante delusioni, imprecisioni, piccoli particolari e lanci troppo corti, emozioni trattenute, altre rifiutate, ma nulla degno di un tribunale. Eppure la giuria annuiva, come se ogni pensiero fosse una prova.
Il presidente lo fissò con durezza, puntò l’indice verso di lui e fu come essere trafitto da una spada. Sentì il bisogno di confessare, ma non sapeva cosa.
Parlò, comunque. Disse di avere fatto del suo meglio. Aveva provato, ma non sempre si è coraggiosi. Poi aggiunse che il tempo passa e non chiede permesso a nessuno.
Seguì un silenzio lungo, definitivo. La giuria si ritirò mormorando, il presidente abbassò gli occhi su un foglio vuoto.
«La sentenza è unanime», annunciò.
Timoteo trattenne il respiro.
«Colpevole.»
«Di cosa?» chiese, con un filo di voce.
Il presidente si alzò, e in quel gesto l’imputato riconobbe il proprio modo di alzarsi. Gli occhi bassi, le spalle, la postura, la stessa barba da fare. Ogni particolare di quell’uomo gli apparteneva. Si vide riflesso in uno specchio e allora capì. I volti della giuria si ricomposero in uno solo. Il suo, moltiplicato.
Uscì dal tribunale alle prime luci dell’alba. La città ricominciava a vivere, persa nei soliti destini. Camminò fino a casa, dondolando. La testa carica di pensieri e un’espressione seria sul viso.

Guido Mazzolini

Nella mia testa abita uno strano paese. Multiplo, dissociato, paradossale. Gli usci sbattono di notte, i passi si rincorrono nei viali, dalle tempie al collo fino al petto, alle costole, al cuore. C’è il Bambino che succhia le nuvole e crede che il temporale sia soltanto un tamburo; c’è il Giudice che misura il mondo con un righello troppo affilato; c’è l’Amante che incendia le lenzuola per vedere meglio nel buio.
Li sento discutere, e io resto in silenzio.
Il Bambino vorrebbe correre scalzo sull’asfalto, mentre il Giudice ha paura dei vetri rotti. L’Amante spalanca le finestre perché ogni ricordo è una ferita e ogni ferita è una bocca che canta, e la lascia cantare.
Io, sindaco distratto di questo paese surreale, firmo verbali, sanzioni, relazioni.
Hanno tutti ragione, e hanno tutti torto.
Perciò al mattino indosso il volto più adatto. Se piove, lascio parlare il Nostalgico che conosce a memoria il nome di tutti i ricordi. Se il sole brucia i tetti, libero l’Audace che si nutre di orizzonti e a nessuno chiede permesso. Ma basta un odore – pane caldo, caffè, un profumo dimenticato – e l’Archivista spalanca la porta, solleva polvere e restituisce un amore che credevo smarrito tra le cose inutili.
Non è follia, no, è solo un’orchestra senza direttore.
Cacofonica, fuori tempo.
Un branco di lupi, uno sciame di mosche.
Il Codardo trema quando l’Audace alza la voce, l’Avaro conta le monete mentre il Prodigo apre le mani. Eppure, a volte accade il miracolo: le differenze diventano armonia, e la mia ombra si sdoppia, si fa infinità e fiorisce sul muro.
Ho imparato a non cacciare nessuno. Ogni personalità è una presenza scomoda e necessaria. Senza il Bambino, la meraviglia diventerebbe un deserto; senza il Giudice, l’amore brucerebbe negli occhi; senza l’Amante, il mondo sarebbe un posto crudele.
Vivo così, molteplice, scisso, ma intero. Come la folla che attraversa il mondo, o il pellegrino in processione.
Se mi chiedi chi sono, allora sorrido. Apro tutte le porte e ti lascio entrare. In me troverai confusione, follia, migliaia di cuori allo sbando ma un unico battito, immenso.

Guido Mazzolini

Uno, nessuno, centomila…. chissà chi siamo veramente, forse la somma di tutti, o forse nessuno? E&P

Ha un altro nome il tuo secondo cuore
simile a un nodo, un bottone, un fiore,
la porta che trattieni e che spalanchi,
l’asola che stringi, lavi, ignori.
Non lo dici, non si dice.
Parla quando non deve
respira quando non vuoi, denso
come un vortice o un bambino
che non nasce, attraversato,
profanato, pozzo senza luce, invaso.
È un occhio capovolto e vede
non ha labbra e chiede,
si vergogna del suo stesso respiro
ti fa gioire come nessun’altra bocca.
Sporgenza tiepida che ingoia,
padre e madre, buio che si apre
nel silenzio e quando lo guardo,
guarda me.
Lo chiamo e risponde, imploro,
assaggio, disteso, avuto, consumato,
con me porto il suo odore
ancora zuppo della mia ferocia
mentre ti ricomponi, silenziosa,
perché lo sai che tornerò domani
e ti vorrò perdere ancora.

Poesia tratta dalla raccolta TECUM di Guido Mazzolini

Questo secondo cuore è un’immagine così suggestiva, in bilico tra una certezza e un’ipotesi. Poesia molto carnale, che ne dite? Elena

Samantha abita un’età incerta, di passaggio, dove tutto sembra andare piano, e il corpo corre più avanti della coscienza. È domenica e saltella lungo le scale che la portano a un marciapiede milanese. La città è immensa e distratta, crudele come il sole che scivola obliquo sui palazzi in periferia, e asciuga portoni e citofoni. Lei è uscita a comprare le sigarette per suo padre e non sa di essere così bella. Ha gambe lunghe che la portano lontano dai pensieri, un corpo ancora acerbo e tanti segreti da scoprire.
Andrea l’aspetta ogni giorno, senza dirlo. Un po’ impacciato e sempre lì, fermo come un soldato, appoggiato alla saracinesca del bar e quando la vede arrivare qualcosa si chiude nello stomaco. Resta in silenzio, accende una Marlboro e non riesce a immaginarsi altrove.
S’incontrano per sbaglio anche quel giorno, e ognuno ha uno sguardo che dura meno del necessario. Solo un saluto, rapido, impacciato. Due parole che inciampano tra i denti, mentre il battito di Samantha accelera e il tempo di Andrea rallenta. La percezione di un brivido, di un sentimento in divenire, poi ognuno ritorna al proprio dovere, alle commissioni, ai giorni futuri che non hanno scelto, a un lavoro che cresce lentamente, come le cose solide e un po’ tristi.
Milano li trattiene entrambi, e non se ne accorgono. Scivolano tra tramonti violacei, nel traffico storto, calpestando cemento e domeniche che già odorano di lunedì. Il tempo li porterà lontano. Samantha cambierà quartiere, orizzonte, vita, diventerà l’incertezza di un futuro tutto da scrivere. Andrea affonderà radici nell’asfalto, aprirà una pizzeria dall’altra parte del marciapiede, diventerà adulto e imparerà a non aspettare nessuno.
Li vedo sfiorarsi, quando l’aria si fa densa e il cielo trattiene il fiato. È una stagione che ritorna, una nostalgia senza colpa, la memoria di ciò che poteva essere e si è cristallizzato in un ricordo. Non un rimpianto, ma una malinconia incompiuta e senza nome, come se certe vite, accarezzandosi appena, lasciassero una crepa luminosa nel tempo.

Guido Mazzolini

Racconto tratto dal brano “Samantha” di F. Guccini, dall’Album “Parnassius Guccini, 1993. Molto bella la canzone, mi riporta a un periodo felice della mia giovinezza….. Bello anche il racconto. Godetevelo!!!! Elena

Lucia cammina, piegata in avanti, mentre la pioggia le inzuppa capelli e vestiti. Ha solo vent’anni e in tasca porta una diagnosi senza poesia. Numeri, settimane, una vita che cresce in lei, anonima, traditrice. Un grumo di cellule affamato di silenzio.
Lui l’ha lasciata, appena saputo. Ha detto di non si sentirsi pronto, ha detto che deve pensarci lei. Certi uomini fanno così. Giocano e non crescono, scappano, prendono le promesse e le fanno a pezzi.
Le finestre dell’ospedale sembrano acquari gonfi di luci, di voci, di piccoli pesci. Lucia pensa al suo corpo come a una stanza occupata da un intruso. A volte la libertà è una scelta veloce, un bisturi sterile, rapido, e quando hai finito non resta nemmeno il sangue sulla lama.
“Farò presto”, pensa.
La porta d’ingresso si spalanca. Esce una donna che spinge un passeggino con una ruota che zoppica. Dentro, un bambino ride sbucciato, luminoso e irriducibile.
Quella risata le apre una crepa nel petto. Lucia pensa a sua madre, all’odore di pane caldo, alle mani grandi che la sollevavano quando cadeva.
E in quel momento capisce.
In quel momento decide.
Dice sì a una vita capitata per caso, sconosciuta e senza colpa. Avrebbe tremato, pianto, avrebbe contato gli spiccioli. Ma avrebbe visto un volto nascere dal suo ventre. Due occhi, due mani, due piedi. Non più una, non più sola.
Il cielo è ancora grigio, ma ora Lucia respira più in alto. Ride e piange senza singhiozzi, lacrime buone per la donna che è stata e per quella che diventerà. Poi alza la testa e si accorge che il figlio che ha dentro non è un rumore estraneo, una spina nel dito da togliere in fretta, ma un richiamo, un bussare ostinato alla porta del petto. Quella piccola vita già la tiene attaccata alla terra, al tempo, al domani. Al suo essere donna e al suo essere madre.
Ha smesso di piovere e un raggio di solo attraversa le nuvole.
Lucia sorride, adesso sa cosa fare. Ha scelto la strada più difficile e in salita, ma le vette più belle si trovano sempre a impensabili altezze di cuore.

Guido Mazzolini

Era inginocchiata nel primo banco, quello a sinistra dell’altare. Una donna giovane con le spalle strette nel cappotto e i capelli lunghi sulla schiena. La chiesa odorava di candele e pentimenti, io stavo dietro, con la stola che mi segava il collo. Pensavo che Dio, certe mattine, pesa come un macigno.
La guardavo senza guardarla, occhiate rapide, furtive, come si fa con il fuoco quando hai paura di bruciarti. Ne osservavo le forme, il movimento del respiro, le mani in preghiera. Non era solo carne, ma una promessa muta, subdola, una geografia segreta che il mio corpo ancora sapeva leggere.
Difficile essere uomo ed essere prete.
Faticoso.
A volte mi sento un animale al circo che sbatte contro le sbarre della gabbia e si ferisce da solo, mentre la gente guarda e ride.
Allora mi sono detto che la mia era solo decenza.
Sono pudico, me lo ripeto ogni mattina davanti allo specchio, con l’armadio aperto su una fila di vestiti neri. La mia castità è una camicia stirata, pulita, presentabile. Pronta per ogni occasione.
Ma sotto, nascosta, la pelle suda domande.
Le mani, ad esempio. Le mie addestrate a benedire. Le sue, simili a conchiglie chiuse.
Ho pensato al ventre, al posto caldo dove la vita si inventa ed esplode. Ho provato una vergogna antica, ereditaria, come chi porta addosso il peccato di altri uomini.
Pregavo e intanto negoziavo con me stesso. Dio da una parte, il corpo dall’altra. Carne e spirito, e io il mediatore che aveva perso tutto.
Ho capito che la femminilità non mi tenta, tuttalpiù mi smaschera. Mi costringe a vedere il difetto, la crepa sotto l’abito, la fame sotto la disciplina.
Quando si è alzata, il rumore del legno ha fatto tremare il silenzio. Ho pensato all’impronta calda lasciata sulla panca, lei mi è passata accanto senza guardarmi e in quel momento ho desiderato essere invisibile. Ho chiuso gli occhi e ho pronunciato l’amen più difficile della mia vita. Non quello di chi è salvo, ma quello di chi resiste.
Sono rimasto così, uomo e prete, cuciti male nella stessa talare.
Pudico, irreprensibile, contrito.
Forse incolpevole. Perché, in fondo, incolpevoli lo siamo tutti.

Guido Mazzolini

In fondo siamo tutti non colpevoli…mi piace il finale del racconto, poi però penso che invece qualcuno molto colpevole c’è, volontariamente e senza dubbio. Forse quel prete si sbaglia, o no? Elena.

La notte a Firenze ha il passo di un animale che annusa gli angoli, piscia e cambia strada. Clara cammina, le mani in tasca, le dita attorno a un biglietto stropicciato, un pezzo di carta letto una volta che non ha il coraggio di leggere ancora. Una sola frase, una manciata di parole che lui ha scritto prima di sparire. Da quella volta Clara vive sospesa in un fruscio, ogni giorno è un giro di carte dove non sai se uscirà rosso o nero, o se il mazzo resterà girato sul tavolo.
Abita in un monolocale così piccolo che solo il silenzio sembra ingrandirlo. Una coperta sul letto, la televisione sempre accesa, la giacca di lui appesa alla seggiola. Da giorni, il suo odore è svanito, Clara l’ha capito annusandola.
All’angolo della piazza c’è un forno già aperto all’alba. Dall’altra parte della vetrina cornetti gonfi, focacce, e il pane in attesa di essere inciso e messo a cuocere. Il panettiere ha le spalle appoggiate al vetro, le braccia infarinate. Fuma una sigaretta e sbadiglia.
«Notte lunga?» chiede.
Clara annuisce.
«Lunghissima. Di quelle che non finiscono.»
«Le notti finiscono sempre,» le risponde, «siamo noi che ci restiamo dentro più del necessario».
Clara cammina fino al ponte, dove l’Arno porta via ogni cosa, foglie, pezzi di legno, lattine e segreti. I brutti pensieri del mondo, tutti in fila, tutti verso il mare. Appoggia i gomiti al parapetto e apre il biglietto. Lo legge una volta, strizza gli occhi per non piangere, poi lo legge ancora. Sono parole che feriscono, ma non hanno più la forza di farle male. Forse, se lo tieni abbastanza a lungo, il dolore si addomestica. Diventa un brutto animale che ti dorme accanto, poi non ci fai più caso.
Strappa il foglio. In due, poi in quattro. Coriandoli di nulla cadono nel fiume e in un istante spariscono nell’acqua.
Sente l’aria entrare, uscire.
Un ritmo. Un canto. Una possibilità.
Ritorna verso casa e compra un paio di cornetti per la colazione. Ha voglia di caffè, dolcezza e novità. Ancora non ci crede, ma un respiro, un gesto, una piccola dose di coraggio, a volte assomigliano a un inizio.

Guido Mazzolini

Oggi mi sento un po’ Clara, anche io ho avuto un biglietto in tasca, ma forse davvero il dolore si addomestica se lo tieni abbastanza a lungo. Forse….. Elena

Ero seduto al tavolo della cucina quando Marta disse che se ne andava. Come se niente fosse, o come se stesse parlando del tempo.
Pioveva da ore, la finestra era appannata, io avevo una tazza di caffè davanti e un posacenere pieno.
«Quando?» le chiesi.
«Tra poco», rispose.
Aprì il frigo, guardò dentro ma non prese nulla. Lo richiuse e il motore cominciò a ronzare.
Avrei voluto dirle qualcosa di perentorio, indimenticabile. Invece restai zitto e pensai a quando avevamo comprato il frigorifero, a quando avevamo dormito per terra perché il letto non arrivava.
A tutte le domeniche passate senza parlare.
A noi.
Marta si sedette e iniziò a piegare uno scontrino del supermercato, come sempre quando era a disagio.
«Non è per qualcun altro,» disse, «e non sei nemmeno tu. Sono io il problema».
Annuii, anche se non avevo pensato a quello.
La pioggia cominciò a battere più forte. Si sentivano i tuoni e l’acqua che scrosciava nelle grondaie. Marta guardava il calendario appeso. Non avevamo più cambiato il foglio e marzo era rimasto appeso al muro, anche se eravamo a novembre.
«Ti ricordi quando non avevamo niente?» le dissi.
«Sì», rispose. «Eppure ci bastava.»
Si alzò e andò in camera. Sentii la valigia che strisciava sul pavimento, poi rumore di cassetti aperti e passi affrettati. Restai seduto, guardai le mie mani e mi accorsi che tremavano. Quando tornò aveva il cappotto addosso. Si fermò sulla porta.
«Mi dispiace. Davvero.»
Non risposi. La guardai uscire. La porta si chiuse, senza scatto. Mi alzai a spegnere la luce e accesi la radio. Bill Evans insieme al rumore della pioggia, li ascoltai finché non sembrarono uguali al silenzio.
Pochi minuti dopo qualcuno bussò. Aprii. Era Marta, aveva le chiavi di casa in mano.
«Dimenticavo di darti queste.»
Restò sulla soglia, guardandomi come se aspettasse altro.
Le presi.
«Grazie.»
Non dissi di più. Lei sorrise, immobile, come chi ha già capito tutto.
Se ne andò per la seconda volta. Tornai a sedermi.
Ancora oggi non so perché, ma il calendario cadde da solo, si staccò dal muro e scivolò sul pavimento, aprendosi sul mese di dicembre.
Un mese che non avremmo mai vissuto.

Guido Mazzolini

Amore che vieni, amore che vai….anche se il protagonista del racconto non sembra soffrire così tanto.
E voi quanto avete sofferto per amore?
PS: Noi tantissimo (….So’ pianti inutili…. cit. Maria De Filippi).
Elena&Paola.
PPSS: Di nuovo Buon Anno a tutti!