Lunga vita a Hezbollah

Il tanto nominato post su “Hezbollah”, che mi ero promessa di scrivere e pubblicare (già da quando ero a Beirut), finalmente è arrivato. L’ho partorito.
Ho sentito il bisogno di scrivere quest’intervento in seguito ad una parte di tesi universitaria riguardante il “jihad” (che mi è stata tagliata per motivi di “sicurezza”, attinenza, e per preservare la mia discussione), e dopo il periodo passato qui in Libano. Non ho mai nascosto la mia insofferenza verso i media italiani, più conniventi –giornalisticamente parlando- rispetto a quelli internazionali, e alla luce di ciò mi sento (in dovere) di dire la mia, come persona che ha toccato e tocca con mano i pensieri e le esperienze dei diretti interessati, i libanesi.

 

Quindi, prima di parlare del “partito di Dio”, cercherò di spiegare in “breve” (chi mi conosce sa che sarò tutt’altro che breve) il concetto di Jihad.
Come vengono definiti i terroristi di oggi dai nostri media? Jihadisti.
Questa parola è ormai diventata un sinonimo sostitutivo del termine “terrorista”, tant’è che se andate a chiedere per strada chi sia un jihadista, al 99,9% la risposta sarà: “Un terrorista!”.
Va bene, ammetto che per sapere cosa realmente è il jihad (maschile, sì, l’articolo al femminile e appannaggio della lingua italiana che collega il termine alla “guerra santa”) sia necessario fare ricerche che vanno al di là della semplice visione di un tg, però questo è un altro discorso.

C’è da dire che l’accezione terroristica è stata data dai terroristi stessi, ma possiamo dire anche che i media non si son spezzati il collo per evitare che un concetto così puro e personale diventasse cibo per xenofobi , ignoranti (da tastiera e da elezioni), e per chi -con l’ignoranza- cavalca l’onda.

COSA È IL JIHAD:

-Il  termine jihad indica uno sforzo di pensiero (Jihad maggiore), a livello personale, al quale –nel tempo  è stata data una connotazione militare (Jihad minore)
-Lo sforzo di pensiero riguarda ciò che deve fare un fedele musulmano per liberarsi  dalle tentazioni terrene, e dalle pulsioni dell’io (anche quelle carnali, sì), mentre lo sforzo bellico è puramente atto alla difesa (DIFESA! Non attacco, badate bene!)

COSA NON E IL JIHAD:

-Il Jihad non è un concetto violento.-
Il Jihad non è una dichiarazione di guerra contro altre religioni. È doveroso far presente che il Corano si riferisce espressamente agli ebrei e ai cristiani come “persone del libro” che dovrebbero essere protette e rispettate. Tutte e tre le fedi adorano lo stesso Dio. Allah è solo la parola araba per Dio e viene utilizzata dagli arabi cristiani e da quelli musulmani (troverete molto comune anche “Rab”, o l’invocazione “ya rab”)

La difesa, quindi, e il concetto base per ricondurre il discorso a “hezbollah”.
Il movimento nacque nel 1982 in piena guerra civile, sotto la definizione di milizia, e si dichiarò da subito nemico  delle potenze imperialiste, dei falangisti libanesi (partito cristiano maronita, che massacrò –assieme agli israeliani- dagli 800 ai 3500 profughi nel campo di Sabra e Chatila) degli invasori sionisti (che, proprio nel bel mezzo della guerra civile libanese, ebbero la brillante idea di invadere il Libano e rompere le balle, come sempre). Nel manifesto politico di Hezbollah è previsto un fittissimo impegno sociale, che prevede la costruzione di edifici pubblici nei quartieri più poveri, tra cui scuole, ospedali  e servizi di ogni genere. Questo movimento politico-religioso, diventato un vero e proprio partito a guerra inoltrata, agli occhi dell’opinione pubblica è sempre stato terrorismo puro alla stregua dello stato islamico moderno, conosciuto meglio come Isis, in Italia, e Daesh qui nei paesi arabi. I membri del partito, a partire dal suo segretario Hassan Nasrallah, non hanno mai nascosto il loro appoggio verso l’ideologia del martirio per la difesa della propria terra. Nel Corano è espressamente detto che il suicidio, in quanto tale, è peccato (così come l’omicidio, senza che questo si verifichi per difesa), ma le azioni kamikaze che si verificarono durante la guerra sono state giustificate come difesa, o come jihad pura.
Lo sforzo bellico inteso da Hezbollah è quello di difesa, sino allo strenuo, del proprio territorio, usando ogni arma possibile (anche l’immolarsi) contro chi ha usato ogni arma possibile e inimmaginabile per neutrlizzare chi ha ucciso, stuprato, rubato senza pietà.
I libanesi adorano Hezbollah. La comunità sciita definisce questo partito come la salvezza del Libano.
E voi vi chiederete: difendono i terroristi?
E mi chiederete: non starai mica giustificando chi si fa saltare in aria?
Giustifico loro, SI.
Non l’isis, non i coloni israeliani che –lanciando molotov dentro le case palestinesi- condannano famiglie intere a bruciare vive.
Cos’è il terrorismo?
Non mi pare che i kamikaze giapponesi (da cui il termine e preso “vento di Dio”) venissero definiti terroristi. Il terrorista non è chi si fa esplodere. Il terrorista e chi genera terrore.
Il terrorista è un americano che, dietro la scusa di liberare la Siria da un “regime” e dall’isis, sgancia bombe sui civili. Il terrorista è il ragazzino israeliano appena arruolato che -con un drone- uccide quattro bambini che giocano a pallone sulla spiaggia di Gaza.
Più mi guardo attorno, più vedo le bellezze che questo paese offre a chi lo vede per la prima volta (i residenti lo amano, ma vogliono andarsene; altra analogia con tanti sardi che ho conosciuto durante la mia vita), e penso che gran parte del merito sia di hezbollah; ne sono proprio convinta. Se non fosse stato per loro, il Libano sarebbe caduto in mano sionista, e tutto ciò che son riuscita a vedere e amare, a quest’ora non avrebbe la stessa natura e la stessa purezza. Ho visto interi quartieri sciiti, roccaforti di hezbollah, e ho visto gli sforzi per ricostruire un minimo di tutto ciò che la guerra ha distrutto. (sia quella civile durante gli anni 70/80, sia quella mossa da Israele nel 2006, durata un mese, ma ugualmente catastrofica).

Jihad (in senso militare) è questo: Combattere per difendere un pezzo di terra tuo. Cacciare chi invade e distrugge, e tirarsi su le maniche per ricostruire strade, case, vita (che non sempre si ricostruiscono).
Jihad è il bambino palestinese che, scandalizzando noi occidentali, già a sei anni ha una fionda in mano e tira pietre ai carri armati. Ma perché le tira? Perché questi bambini non vengono messi a giocare?
Perche non possono. Jihad sono questi bambini che, nel giocare a pallone in pezzi di terra –tra pietre e mine inesplose- estraggono un cartellino rosso e lo mostrano a chi uccide i loro padri, le loro madri, e la loro famiglia. Non sappiamo nulla di cosa sia la guerra e di cosa significhi “terrorismo”.
Un gruppo di persone che, seppur radicale, difende la propria terra e lo fa rimanendo tra la propria gente, ascoltando e combattendo a mani nude, non può essere paragonato all’isis.
Non può e non deve.

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In tempi di guerra e informazione

Ultimamente sto frequentando uno stage giornalistico nella redazione di “Al-Akhbar”, letteralmente “la notizia”, un quotidiano libanese (dalla regia mi dicono uno dei più letti) libero, di sinistra (decisamente comunista) e sfrontato. Il team è bello, unito, pacifico e non sento puzza di competizione. Perché è questo il segreto del successo: eliminare la competizione. Ogni giornalista si occupa di un settore: c’è chi scrive dello Yemen, chi della Siria, chi della Turchia e chi si occupa delle news che arrivano dall’Europa e che, inevitabilmente, coinvolgono la parte più mediorentale (e non) del Mediterraneo. Il giornalismo arabo -almeno quello di questa testata- non causa allarmismi inutili, degni di catastrofi hollywoodiane, per quanto riguarda la guerra che potrebbe scoppiare. L’informazione è giusta, perché si limita a tutto ciò che le compete: informare. Punto.
Dettagliata, indipendente, ma anche di partito, non agita gli animi del lettore che, di conseguenza, si fa idee proprie poiché ha a sua disposizione un margine di “autonomia” che gli permette d’informarsi e non essere imbottito di pensieri altrui, oltre ad essere padrone delle proprie emozioni, senza essere agitato da toni catastrofici (vedi titoli delle maggiori testate italiane). Ciò che intendo non si riferisce strettamente alla neutralità delle notizie date, ma al modo in cui queste -seppur di parte- vengono date. Circa il conflitto in Siria è palese che i paesi levantini si oppongano ai regimi “bellico-dittatoriali” delle due super potenze mondiali a stelle e strisce e stelle di Davide (Stati Uniti e Israele), ma sono alquanto ammirevoli lo studio e la ricerca delle informazioni che stanno dietro questo conflitto, la correttezza intellettuale nell’affrontare certi argomenti, anche in maniera “sfacciata”. Per quanto riguarda la Palestina, è impossibile che in Libano si rimanga neutri; ma questa testata riesce ad affrontare l’argomento in maniera pacata, e accurata. Essendo questo un paese direttamente coinvolto nella questione (sia per quanto riguarda le guerre con Israele, sia per quanto riguarda l’afflusso di profughi arrivati -ormai da decadi e decadi- qui in Libano) ed essendo stato vittima diretta del fuoco israeliano, possiamo leggere analisi dure ma non totalmente pregne di invettive nei confronti dello stato israeliano. L’attenzione -solitamente- si focalizza sulle azioni politiche di “Hezbollah”, letteralmente “il partito di Dio”, del quale parlerò più avanti (lo so, l’avevo gia detto, ma manterrò la mia promessa). Ultimamente anche le testate arabe si stanno concentrando molto sulle “beghe” belliche che coinvolgono gli Stati Uniti e la Corea del nord, assieme a tutti i rispettivi stati alleati. La situazione in questione coinvolge direttamente anche e soprattutto il medioriente che, volente o nolente, è parte integrante di quell’asse politico gestito da U.S.A. e Israele grazie (ma grazie anche no) all’Arabia Saudita. Anche l’economia ha un ruolo centrale nel rapporto tra occidente e medioriente. Le crisi economiche che possono aver coinvolto la Grecia nei tre anni passati e che vedono quest’ultima protagonista del “problema” dell’immigrazione collegano inevitabilmente l’Europa e la parte più a oriente del Mediterraneo (il “mattoncino” che collega le due parti  è la Turchia, anch’essa coinvolta). Nelle pagine -cartacee e web- dei quotidiani arabi ha trovato spazio, quest’oggi, il ballottaggio elettorale francese, che vede protagonisti Macron e la Le Pen (che Dio ce ne scampi… e gamberoni).
La vittoria della seconda comporterebbe uno sconvolgimento dell’equilibrio (o disequilibrio?) europeo, e darebbe filo da torcere ai diplomatici che mediano tra gli stati del vecchio continente e quelli che occupano tutto il territorio compreso tra Turchia e Iran.
La politica della leader del Front National, palesemente populista, xenofoba e anti-islamica, potrebbe rivelarsi la prima tesserina del domino ad esser buttata giù, nonché il “la” scatenante di tutta una serie di chiusure politiche, comunicative, culturali (la chiusura mentale c’è già da parecchio, lo sappiamo no?)
In queste redazioni giornalistiche tutto ciò si sa, e viene calcolato in maniera attenta, discusso e comunicato. 
Noi, invece, ci pensiamo?
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Il paese dell’amore (negato)

È da un po’ di tempo che stavo pensando di scrivere due righe su un argomento moooolto importante, nella vita di tutti noi (o forse anche no, deciderete voi): L’AMORE.
Love, l’amour, el amor, el-hobb

L’amore è ciò che, in maniera imprescindibile, occupa gran parte della nostra vita (scallò), e che ne influenza il corso, nel bene e nel male. L’amore per una madre, un padre, un fratello.
L’amore per la persona con cui dividiamo le giornate, i pensieri; la nostra compagna o il nostro compagno.

Tra tutti i paesi arabi, il Libano è quello maggiormente conosciuto per il suo romanticismo e per le sue canzoni d’amore sdolcinate. Non c’è un testo che non contenga “habibi” (tesoro mio) tutto gorgheggiato “arab style”, da cantanti che sembrano avere calcoli renali. Anche il suono della lingua, rispetto agli altri dialetti arabi, è più dolce e più delicato.
La pronuncia di certe lettere risulta essere più “morbida” rispetto a quella enfatica di altri paesi. Insomma, qualunque cosa riguardi il Libano sembra esser fatta per l’amore.
Sono arrivata qui a Beirut la settimana precedente a San Valentino, e non vi dico delle decorazioni lungo le vie centrali dello shopping. Una pubblicità del miele Ambrosoli sarebbe meno melense e smielata. Neanche da noi, tutti i tubi di baci Perugina riuscirebbero a raggiungere livelli così alti di romanticismo.
Ma, aimè, ci sono tante mezze verità riguardo tutto questo romanticismo apparente -o meglio- non totale.

Inutile stupirsi riguardo l’argomento che andrò a descrivere ora, perché -ormai- non c’è più da stupirsi, soprattutto dove le religioni monoteiste (tutte, nessuna esclusa) la fanno da padrone.
Mi è stato chiesto spesso: “Marti, ma i gay là?”
Eh… i gay.
I gay “là” (qua), come ovunque, sono demoni.
Piccoli satirelli saltellanti e sculettanti, che portano verso il peccato, come i falafel quando sei a dieta.
Le lesbiche lo stesso: donne che non hanno trovato l’uomo giusto (o se l’hanno trovato, poverine, era gay)
Beirut è piena di locali, bar, e discoteche gay, ma per la legge (almeno, sino a poco tempo fa, a quanto ho sentito) esser omosessuali è proibito, pena la detenzione.
La comunità Lgbt libanese ha vissuto anni e anni di terrore e umiliazione psicologica, durante le continue rettate nei locali, dove parecchie persone (praticamente tutti uomini) son state arrestate e sottoposti a “controlli medici” per capire se fossero omosessuali o meno (i “controlli medici” consistevano in dei tamponi rettali, al fine di trovare tracce di sperma). La fiera della tortura/umiliazione psicologica, in pratica.
Non immagino i trattamenti verso le donne, invece.
Ed è così che questo clima di ipocrisia nel paese dell’amore mi riporta al clima contraddittorio che si resprira anche in Italia.
La società libanese penso sia pronta e ben aperta (generalmente parlando) all’omosessualità, al salto mentale nel vedere due persone dello stesso sesso prese per mano, solo che -per “immagine” e per “buon gusto” (frase sentita troppe volte anche da noi)- si tende ad emarginare, nascondere e discriminare questa minoranza (AHAHA minoranza, eia. credici)
Voi mi chiederete “ma se discrimina, vuol dire che non è pronta”; è vero, ciò che ho detto è un controsenso, ma non totalmente.
Qui a Beirut, oltre a tantissimi locali gay friendly,  è presente un’associazione Lgbt chiamata helem che opera su tutto il territorio libanese al fine di aiutare la comunità gay e difenderne i diritti.
Il nome mi strappa sempre un sorriso malinconico, perché helem significa “sogno”, e per i libanesi una libertà come la nostra italiana è ancora un grande sogno.
Infatti, al contrario dell’Italia, qui non vedrete mai due uomini o due donne presi per mano.
E mi duole dirlo ma, in questo, pure un paese arretratissimo come il nostro è avanti.
Ovviamente, il nostro è il paese più arretrato d’Europa, mentre il Libano è quello più avanti in medioriente. (Israele non lo menzionerò mai. Nonostante i suoi mille gay pride, finché non rispetterà ALTRI diritti umani, inutile che lo si menzioni per le “bricioline”.)

Non sono solo gli omosessuali, purtroppo, a vedersi negato ufficialmente l’amore.
Ho deciso di scrivere questo post abbracciando anche la causa delle coppie miste eterosessuali.
La bellezza del Libano è la multiculturalità.
I libanesi sono come noi sardi: viaggiatori per scelta e per obbligo; migrano da decenni e decenni, e lasciano un po’ di cuore ovunque.
È per questo che si fanno amare, e riescono a metter su famiglia ovunque e con chiunque.
Ma purtroppo, sulla carta, chiunque si voglia unire in matrimonio con una persona di religione diversa non può.
musulmani con cristiani, cristiani con drusi, musulmani e ortodossi; niente di tutto ciò.
Ovviamente ciò include anche le confessioni in una stessa religione: nel caso della religione islamica, sunniti e sciiti non possono sposarsi tra loro, e lo stesso discorso si fa anche per i cattolici/maroniti e gli ortodossi)
Le coppie sono obbligate a prendere un benedetto aereo e recarsi a Cipro (o in un altro stato), per poi far ritorno in Libano con un certificato che ne attesta l’unione, che comunque non viene riconosciute. L’alternativa è che uno dei due si converta alla religione dell’altro, e ciccia. Le istituzioni religiose si fanno fesse e contente, no?
Tutto questo per cosa? per l’amore.
La cosa che mi fa specie, poi, è che tutto ciò avvenga in Libano; un paese che continuamente cerca l’equità (religiosa).
Basti pensare all’organizzazione politica interna: questo è il paese arabo a maggioranza cristiana di cittadini, e perciò è obbligatorio che il presidente sia SEMPRE cristiano maronita, il primo ministro musulmano sunnita, e il presidente dell’assemblea nazionale musulmano sciita. Non tralasciando il fatto che nei seggi ci debba essere una divisione equa tra esponenti musulmani e cristiani (MARRANO a fare questo discorso da noi, dove i democristiani infestano ogni posto come formiche, e dettano legge su ogni tema etico delicatissimo).

La domanda, quindi, è: per quanto ancora ci si deve vergognare di amare? per quanto ancora si deve avere timore di unirsi con qualcuno, di qualunque sesso o religione sia? Anche qui, nella terra dei cedri e dell’amore, l’amore stesso è un “problema”.
L’amore che non corrisponde all’immagine data dalla società che, alla fine, non va mai bene comunque.
Il Libano mi ha ricordato questo: i grandi amanti del medioriente, i libanesi, uguali ai grandi amanti europei per antonomasia, gli italiani (POBA ai francesi) uniti nelle proibizioni, nei preconcetti, nelle “vergogne” da nascondere.

W L’AMORE, tutto.

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[Scritta trovata in una viuzza vicina al lungomare di Beirut, all’altezza di Zaytouna Bay)

Il 3 aprile e i suoi orizzonti

Quasi due mesi qui in terra libanese, pronta per affrontare il terzo e ultimo (per ora), e oggi mi ritrovo ad osservare con più attenzione le persone.
Aprile sveglia, aprile imprime, aprile fa capire tante cose.
Oggi giro e vado verso il mare, ne ho bisogno, ne ho necessità.
Sono o non sono una dannata testaccia sarda?
Per due mesi non ho fatto (quasi) accenno alcuno a Casteddu, e mò che posso urlare il mio “scallonamento” da lontananza, non lo faccio?
Mi mancano le albe cagliaritane, e oggi avrei voluto vederne una; ma è difficile, perché in una città non mia devo ancora imparare a conoscere come muovermi in tutti gli orari. Anche perché per vederne una dovrei svegliarmi eccessivamente presto, e prendere il pullmino cittadino che va a 80km/h (ahahaha gana di “cacciarci l’anima” di mattina presto non ce n’é, mi sa…)

Le riflessioni di questa giornata mi portano ad una sensazione che, col passare del tempo, ho visto farsi certezza, e riguarda il modo di prendere la vita qui a Beirut, e in Libano.
Tutti lavorano tantissimo pur aprendo i negozi alle 10.
I ritmi sono diversi dai nostri, e quasi tutti i negozi -boutique a parte- fanno orari continuati.
Qui SI GODONO LA VITA, ma senza oziare…(e lo scrivo in grande perché è da “urlare”, non solo da dire)
La vita è calma e nessuno corre in maniera eccessiva e morbosa, per quanto riguarda il lavoro.
Piano piano si capisce anche il perché: vivere la giornata.
I beirutiani vivono ogni secondo con relax, godendosi ogni istante: al lavoro, nel tempo libero, durante le feste, e nei momenti di pausa.
E’ uno stile di vita che amo molto e in cui mi sento a mio agio.
Non c’è ozio, perché il lavoro è continuo e assiduo, (di conseguenza la mente è bella che occupata, tra una tirata di “narghilè” e l’altra) ma “leggero” rispetto a quello che possiamo notare in una Londra, o una Milano.
Vedo un grande impegno per far andare avanti un’intera metropoli, con tutti i suoi ritardi e i suoi problemi, con tutte le sue imperfezioni. Sarà che non ho mai amato le cose “perfette”. Mi sanno di noioso e poco reale, di vissuto con “limiti” e con troppe attenzioni; come non amo quelle eccessivamente lasciate andare, poco curate.
Beirut potrebbe avvicinarsi di più a quest’ultimo estremo, lo ammetto, ma non la biasimo; questa città è una vecchia signora che ha visto morire tanti suoi figli, e quale coraggio potrei avere nel dire ad una donna che ha perso figli e marito “curati, fatti bella”?.
Per tutti i lutti, reali e metaforici, ci vuole tempo. A volte non basta una vita intera.
Il lutto che la guerra ha lasciato sembra lontano, ma c’è in ogni angolo; lo respiri, lo vivi, non lo comprendi perché non l’hai vissuto, ma lo percepisci forte e ti senti un po’ a disagio per non averlo vissuto assieme a loro. O forse ringrazi non so quale Dio, in cui non credi, per non averlo vissuto.
Ed è così che i libanesi mi hanno conquistata nel loro modus vivendi, e mi hanno -pian piano- fatto capire la natura di questa calma, di questa filosofia del “Shwuay Shwuay” (piano piano):
Beirut mi sta insegnando a vivere e sorridere nonostante tutto, e quanto ancora ha da insegnarmi lo so solo io.
Beirut vive la calma, sapendo che da un momento all’altro potrebbero tornare la guerra, la tristezza, e i tempi difficili.
Piano piano ho capito questo, e ho collegato la bellezza di un falafel mangiato con calma, e di una sveglia che -per tantissimi commercianti- trilla alle 9 invece che alle 7. Piano piano capisco il piacere di un gruppo di amici che si ritrova alle 8 di sera, dopo aver lavorato tutto il giorno, diversamente da noi; con una dedizione diversa, con orari diversi, con concezioni di vita e tempo DIVERSI. Con un concetto di OGGI diverso, e con l’impegno di vivere con calma (ma sempre con curiosità e dedizione belle alte) il DOMANI.
Ed è davanti alle due sue rocce immobili a Raouché, e davanti al “mio” mare (che mio non è) e al suo orizzonte (che è tutto suo, invece) che capisco l’insegnamento che città come questa possono dare. Sono schiaffoni duri, che arrivano veloci, e che ricorderai come quelli che ci davano da piccoli (solo che li ameremo e CAPIREMO solo da “grandi”, più in là)

In tutto questo ho percepito un unico insegnamento e un grandissimo “augurio”.
Perché qui è come se ogni cosa mi dicesse:

“ti auguro di sorridere anche nella sofferenza più cieca, e di ricostruire i “tuoi palazzi” e le tue case più belle con le loro stesse macerie;
ti auguro di lottare per ciò che ami, valutando ciò di cui puoi ricercare l’essenza più vera, e ciò di cui puoi solo assaporare il tanto giusto, senza ingordigia;
ti auguro di vivere l’oggi in maniera migliore rispetto a come vivresti il domani, e di attendere quest’ultimo con emozione e impazienza, costruendolo con cura;
ti auguro di costruirlo col tuo tempo, e di vivere quest’ultimo con calma, senza perdere di vista la tua meta, la tua vita, il tuo tutto;
ti auguro di perdere tempo il tanto giusto con ciò che ti arreca dolore e danno, in maniera tale che l’esperienza diventi sempre più sostanziosa, e diventi -man mano- armatura forte e leggera per le volte in cui ti denuderai davanti alla vita, senza farti oscurare definitivamente.
ti auguro anche di acquistarne, di tempo, per poterlo concedere a ciò che ami davvero, in tutta la sua interezza, con sicurezza e con matura consapevolezza.
Rischia e prendi le strade difficili, che il più delle volte riservano “la vista migliore”, mentre quelle “facili” sono sempre un’incertezza.
La salita è faticosa, nessuno la ama, nessuno la sceglie; ma ci si fa molto più male se si cade in discesa.
Ma soprattutto, ti auguro di vivere senza paura, e di sconfiggere ogni ombra di timore che toglie luce a ciò che ami e a ciò che sei.
SALTA! SALTA e RISCHIA. Perché non hai nulla da perdere, al massimo da guadagnare.
Rischia con coscienza (che è un po’ un ossimoro), ma rischia OGGI, ché domani forse non ce n’è, ma noi non lo sappiamo…”

Questa è la migliore lezione, ma anche il miglior augurio.
E mi è venuto in mente guardando il mare, pensando a casa.

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Riflessioni

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Sono passata per un quartiere popolare di Beirut, e ho visto. Ho visto tanto in “poco”.
Ho alzato gli occhi e ho visto la forza di una città che, dopo esser stata sventrata, ha ricostruito il proprio centro storico dalle macerie; e non metaforicamente parlando, ma sul serio: Downtown è stata ricostruita totalmente con le stesse pietre delle macerie, e ora splende. Splende per i beirutiani e per chi ha il piacere di camminare tra le sue vie. Ma forse la vera forza che ho visto quando ho alzato gli occhi, è quella di lasciare anche tante cose così com’erano. Ci son case che non sono state ricostruite, per impossibilità o come testimonianza della grandezza d’animo di un intero popolo, e ancora portano le mille ferite della guerra. Se questa palazzina fosse una persona, non sarebbe solamente ferita, sarebbe morta. Mi chiedo se le persone che ci vivono lo sappiano, ci pensino qualche volta. È così che Beirut mi mostra il proprio concetto di forza, ancora una volta: la vita nella morte, o dopo la morte; il rialzarsi, per inerzia o per forza, chissà. Noi nati dalla parte giusta del mondo non possiamo capire la potenza che sta in tutto ciò finché, come ho fatto io, non alziamo gli occhi e vediamo cose del genere. Possiamo immaginarlo, ma forse non lo capiremo mai. Forse qualcosa in più possiamo capirla noi sardi; mi è stata fatta fare una riflessione circa la condizione intera del paese. Il Libano è come un’isola, e i libanesi sono come isolani. A est hanno il mar mediterraneo orientale, a nord e ovest hanno la Siria -dove non si può più metter piede ormai da tempo a causa della guerra- e a sud hanno quella terra stupenda, ormai resa prigione a cielo aperto da quello stato che ha contribuito, in maniera eccessiva e alquanto meschina, al declino della terra dei cedri. Prigionieri della propria patria, e isolani su terra ferma; i libanesi son costretti, come noi, a prendere una boccata d’aria solamente grazie ad un biglietto aereo, o ad andarsene direttamente.

Ma loro, rispetto a noi, hanno vissuto le bombe, e ancora le vivono in tutto e per tutto, abitando in queste carcasse che non so se si possano chiamare “case”; ma lo sono, lo sono a tutti gli effetti per chi ci vive dentro, per chi ci stende le magliette dei propri figli. Sapete cosa si vede dall’aereo appena si arriva in Libano? L’intera città, Beirut, seguita poi da km di case distrutte, impossibili da radere al suolo, e tenute lì come voce contrastante di tutta la bellezza che si andrà a vivere poi, una volta scesi da quell’aereo.

Ed è proprio questo il concetto di forza e di “vita post mortem”. Ricominciare, sempre. Un ricominciare che è stato possibile grazie -anche e soprattutto- a quel partito politico quale degli “Hezbollah” (il partito di Dio) classificato come “fondamentalista”, che ha permesso la protezione del paese dalle invasioni coatte e ingiuste provenienti dal sud, e che ha fornito i sussidi necessari alla ricostruzione di case, scuole e interi quartieri. Ma di questo parlerò in un altro post, più avanti.

“La cricca”. Una serata di pura cultura e riflessione

L’altro ieri è stata una giornata produttiva. Dopo essermi informata nell’ennesimo ristorante -stavolta italiano- per un’occupazione, e dopo essermi chiusa due dita -con unghie annesse- in un pulmino scallatissimo (ho visto stelle, pianeti, e galassie) la sera sono finalmente uscita con un gruppo di persone nuove, conosciute da poco. Ebbene sì, anche io son riuscita a farmi una “cricca”, qui a Beirut.
Matti, matti come cavalli. Dopo la serata hanno voluto a tutti i costi andare in un karaoke per farmi cantare Cutugno, ma non ci son riusciti. In compenso hanno cantato loro (cazzarola! che voci stupende!) e man mano che le canzoni scorrevano, si abbracciavano, tra un “habibi” e l’altro.

È stato diverso, ovviamente, dall’incontro con la famiglia Jammoul.
Ieri ero con miei coetanei (più o meno, la più grande ha 35 anni) chi in cerca di un futuro qui, chi con già un’occupazione sicura. Mi son sentita a mio agio, e non con la solita paranoia di dover “invadere” un nucleo familiare, al quale mi avvicino sempre in maniera timida e distaccata per paura di esser di troppo; non so perché, ma mi avvicino piano alle famiglie.

Diversamente, invece, faccio coi singoli.

Nei gruppi e alle persone mi avvicino più velocemente, affamata di storie nuove da sentire, far mie, e condividere.

Con questo nuovo gruppo mi sono riempita gli occhi e la mente di voci nuove, di parole e storie nuove.
L’altro ieri è stata la giornata degli occhi e delle anime. Ho amato guardare intensamente tutti i ragazzi seduti con me e farmi raccontare qualcosa, in cambio di qualche mio pezzo di vita, in Sardegna.

Merito di Dana, una ragazza palestinese che, dopo essermi stata presentata a sua volta, mi ha inserito con facilità in un gruppo di persone bellissime.

Ovviamente l’inizio della serata è trascorso tra un drink e l’altro e una presa in giro (ovviamente in totale cazzeggio) per il mio soprannome e cognome, messi assieme: “Marty” in arabo libanese significa “mia moglie”, mentre il mio cognome ricorda -per come è scritto e anche per la pronuncia- la parola “pigra”. La cena, quindi, è andata avanti con i loro brindisi e con un “Marty Casula, my wife is lazy!” tra una bruschetta e l’altra.

Ma ovviamente abbiamo parlato di cose serie, e gli argomenti sono stati i più vari. Ho già avuto modo di scambiare qualche parola con Dana, sulla sua Palestina.
Mi ha raccontato che i genitori, originari di Akka, l’hanno vista solamente durante le crociere, da lontano. E così lei.

Mi ha raccontato anche di suo nonno, reduce della prima “Nakba” (l’esodo palestinese), nel 1948. Di quando fu costretto a migrare in Libano (o in Siria, non ricordo) lasciando tutti i suoi averi in Palestina, e sentendosi dire “è una procedura momentanea”.
Sì, momentanea. Momentanea un cavolo.
Ovviamente non fece più ritorno a casa sua e, come potrete immaginare, come molti profughi palestinesi perse tutto: fotografie, ricordi, mobili, quadri, letto, tetto, la casa intera… amici e parenti.

È triste pensare di avere una così forte identità, e non poterla farla sbocciare nella tua terra, in ciò che ti appartiene.

Mi ha raccontato di quando, più di dieci anni fa, disegnava e scriveva. Lei, che oggi è interior designer, ha smesso di metter su carta la sua fantasia quando gli israeliani, durante i bombardamenti del 2006, le hanno distrutto parte della casa e del suo studio, mandando in fumo poesie, disegni e la sua voglia di creare. Dal giorno non ha più toccato carta, mi ha detto; né per scrivere né per disegnare. Solo per lavorare.

È difficile poter capire, metabolizzandolo, tutto questo, e non nego che mi faccia sentire a disagio; noi parliamo di traslochi, sfratti, al massimo. Queste persone, invece, possono raccontarti di pezzi di vita andati in fumo, così, come se ti stessero confidando la più scontata delle cose. E quello della Palestina è stato argomento di un’accesa discussione durante la serata. Accesa da una ragazza libanese, cristiana cattolica, che mi ha preso subito in simpatia, e che mi ha mostrato la sua dirompente logorrea, di quelle allucinanti (amo le persone che raccontano e fanno tante domande. Soprattutto se vogliono sapere della mia terra).

Ed è così che Danielle ha rotto il silenzio, assieme a tutti gli scherzi, affermando duramente che non si può parlare di Palestina seduti ad un tavolo, e bevendo un drink.

Mi ha detto, in maniera molto convinta ed energica: “è tanto quello che gli attivisti fanno, ma non è abbastanza. Non si tratta solamente di condividere link. Serve che andiate a lanciare pietre contro i carri armati, assieme ai bambini palestinesi. Non basta parlarne qui, come facciamo noi, con una birra in mano. Lì fuori c’è gente che muore. Anche ora!”
Mi ha zittita. Non ho saputo controbattere, né dire altro.

C’è qualcosa di potente e vero in tutto ciò. L’informazione è tanto, ma evidentemente non basta. Nonostante ciò, però, la sua è un’idea giusta ma troppo utopistica e chiusa. Un po’ chiusa nei confronti dell’informazione; di fatti le ho fatto notare quanto -per la causa palestinese- siano importanti il giornalismo e l’attivismo, quest’ultimo atto a boicottare uno stato assassino, inesistente nella memoria storica e nella carta.

Paradossalmente è stata più dura di Dana, che ascoltava e interveniva per far capire all’amica che certi ideali -seppur giusti- non porterebbero chissà dove; al contrario, fomenterebbero la sete di vendetta e di sangue degli israeliani.

La parte bella è quando tutti hanno voluto sapere come vedessimo il mondo arabo.

Ho spiegato loro che in Italia c’è molta intolleranza e molta ignoranza a riguardo, e che le persone non ignoranti, quelle amanti della loro cultura, pensano più o meno tutte la stessa cosa. Ho detto loro: “siete disuniti. Solo la lingua vi lega, ed ciò che gli israeliani non potranno mai rubare. Né al Libano, né alla Palestina (né a nessun altro stato arabo).”

Ho spiegato loro che possono essere bombardate e distrutte tutte le case di questo mondo, che possono essere rubate le chiavi di ogni stanza, le vite, le terre, ma che se si rimane uniti (e intendo gli arabi) assieme all’unico elemento di unione e forza -la lingua- si può andare davvero avanti.

Ed è qui che Nat, cristiana maronita, mi ha detto: “sai come diciamo noi? El arab jarab!” Mi ha spiegato che questa frase comunissima nel mondo arabo è esempio lampante di quanto molti arabi, in un’ampia generalità, bistrattino la propria cultura, le proprie origini. “Gli arabi fanno schifo” o “gli arabi son spazzatura”. Letteralmente “Jarab” indica un concetto di infezione, di contagio da parte di qualcosa di negativo.

“Guarda i siriani”, continua, “vengono aiutati e supportati molto più dal mondo occidentale, che dagli arabi stessi. La Palestina non sarebbe stata cancellata dallo stato israeliano, nel 1948, se tutti fossero rimasti uniti. Se tutti gli arabi fossero stati uniti”.

Non poteva dirmi frase più indicativa per farmi capire quanta poca fiducia ci sia negli arabi, da parte degli arabi stessi, e verso un’unione che porterebbe una maggiore tranquillità (non dico pace, perché per quanto mi riguarda quella è un’utopia che, pessimisticamente parlando, non avverrà mai)
Poi c’è Sous, studentessa di psicologia, tunisina e musulmana. Non appena sente che vengo da Cagliari sorride e io so già perché: “perché siamo vicine di casa”, le dico. E lei mi risponde di sì con un sorriso. Aggiungendo, poi: “ci si potrebbe arrivare a nuoto da voi. E molti purtroppo lo fanno”.

È l’unica che conosce parole italiane, e inizia a dirmene una carrellata. È grazie a lei se, per tutta la serata, ad ogni brindisi, Nat esclamerà “vaffanculo! Ti amo!!”.

Parole messe a caso, ma che per loro hanno un senso, suppongo ahahahah.

La stessa allegria e ospitalità le ho viste anche in Fadi, un bellissimo fotografo libanese. Lui è cristiano, e il suo nome è l’equivalente del nostro “salvatore”; indica proprio la figura di Gesù (è uno dei nomi col quale si indica il messia della religione Cristiana) e in maniera più completa possiamo tradurlo come “colui che si è sacrificato per salvare il prossimo e per redimere i peccati del prossimo”.
Voi vi chiederete perché, per ogni nome che ho scritto qui, abbia scritto anche la religione; perché è stato tutto molto NATURALE E BELLO.

Da noi è impensabile trovare al tavolo di un bar una cattolica, tre cristiani maroniti e due musulmane (più un’atea, che sarei io)

E mi dà quasi fastidio classificarci per religione, ma l’ho fatto appositamente per sottolineare la bellezza di questa esperienza, questa cena, e le tante chiacchiere.

Quando ho detto loro delle domande ricevute prima della mia partenza (es.: “ma dovrai mettere il velo? Dovrai coprirti”) li ho quasi ammazzati. Son scoppiati a ridere, quasi affogandosi coi cocktail, ma con un velo di meraviglia e imbarazzo. Imbarazzo per l’ignoranza che c’è nei loro confronti (ma anche in generale, su una cultura estranea alla nostra)

Le loro domande sono state tante, ma una in particolare è quella che mi ha colpito, e che ho accennato già nelle righe precedenti: “Come vedete noi arabi in Italia? In occidente?
Come dire loro che, la maggior parte delle persone, collega questa cultura al terrorismo? Come dire loro che la loro bellissima lingua, e il loro urlo di fede e pace “Allah Akbar” verrà sempre collegato al sangue? Piano piano mescoleremo le nostre idee, i nostri pensieri e ciò che sappiamo.

C’è molto imbarazzo nel dover spiegare l’Italia a queste persone.
Ci conosciamo tutti per luoghi comuni, e io dovrò piano piano confermarne e abbatterne.
Ho parlato loro della Sardegna, dei quattro mori della nostra bandiera.

Ho detto loro del nostro sangue fenicio, per poi sentirmi dire “ma tu hai la faccia araba. Potresti benissimo essere libanese!”, e per poi rispondere “e tu saresti una cagliaritana perfetta”.
Cominciamo da qui, cominciano da ciò che ci lega, ci unisce. Cominciamo dalla conoscenza, perché è la conoscenza a riunire, in un unico tavolo, tante religioni, tante anime, tanti occhi e tante storie.
Cominciamo da Beirut, che è casa un po’ per tutti.

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Arabate, fast and furious 

LE ARABATE.
Le arabate (termine il cui copyright va ad un carissimo amico che mi ha chiesto, esplicitamente, di fare una rubrica sul blog) sono quelle peculiarità, tipiche arabe, di folklore o stile di vita, che ti fanno capire quanto siano unici gli arabi (e quanto, in tante cose, abbiano influenzato la nostra vita, specialmente al sud e nelle isole); cose belle, buffe, serie… o semplicemente minchiate.

Un piccolo esempio? Il tipo che, in motorino, guida con una mano: la destra sul manubrio, e la sinistra occupata a tenere un narghilè enorme.

Ovviamente qui il casco non si usa ❤

IL CLACSON.
Qui il clacson è presente come l’aria. Fa parte della tua vita quanto il cibo e l’assenza della corrente, quando si stacca all’improvviso.

Viene usato per tutto: per chiamare i clienti (quando si tratta di taxi), per far spostare, a mo’ di avvertimento “oh, sto arrivando io, scrostati dalle balle!”, e anche come freccia! O meglio, come supporto alle frecce.

Potremmo iniziare la rubrica delle arabate descrivendo brevemente i mezzi di trasporto presenti, per maggioranza, nella capitale libanese.

Taxi, service, e pulmini tutti con la targa rossa (i service sono sprovvisti di scritta “taxi”, però) non hanno la necessità di essere chiamati, ti trovano ovunque e suonano finché non ti giri e dici no; il no esclusivamente pronunciato facendo uno scatto di testa in verticale, non in orizzontale come da noi (e a me ancora non entra ancora in testa, devo imparare! ) ed esclamando “LA”, ovvero “no”.

Più o meno come a Cagliari quando fai “Là chi c’è!” Con lo scatto di testa sopracitato, o quando facciamo il classico “nz” per rispondere negativamente ad una domanda (qui si ritroveranno anche i siciliani, che di sangue arabo ne hanno più di noi)
Ma cosa sono i pulmini? Sono dei mini furgoncini scallatissimi (in cagliaritano “squagliati”, ovvero sfasciati e rotti come non mai), che chiedono -come prezzo fisso- indipendentemente dalla durata del viaggio e dai km, 1000 lire libanesi, meno di 1€ per tratta.

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Corrono, corrono che è una meraviglia, e inchiodano all’ultimo, facendoti perdere le gengive in caso di frenata, e anche qualche anno di vita (per non parlare delle mutande da cambiare ogni volta che si scende). L’arabata qual è?

L’arabata è il fatto che abbiano una tratta fissa, come i nostri bus cittadini ma, essendo pulmini piccoli -in caso di traffico intenso (cosa probabile al 99%)- si dilettano a passare -anche in contromano- per le viuzze, come se fossero motorini, facendoti però arrivare per tempo a destinazione. E proprio avantieri ho avuto il piacere di vivere personalmente questo risparmio di tempo, “quest’economizzazione urbana del trasporto”;
sia all’andata che al ritorno.

E a proposito di ritorno, nota POSITIVISSIMA, ho avuto la bella idea (perché l’altro giorno mi son svegliata un po’ “rinco”) di farmi scivolare il portafoglio nel sedile; il conducente -non appena son scesa- ha fortunatamente avuto l’accortezza di guardare il sedile e, prontamente, attaccarsi al clacson per richiamare la mi attenzione e restituirmi tutto. Sono rimasta più che sorpresa, e ho automaticamente fatto un paragone con l’Italia (senza esagerare nelle generalizzazioni, negative o positive che siano): Quanti conducenti o passeggeri, con questo tipo di vita frenetica, si sarebbero girati a controllare il sedile? Quanti avrebbero richiamato la mia attenzione col clacson? Non lo so, ma la risposta nella mia testa è stata “pochi. O forse nessuno”; chissà…

Nel ringraziarlo e nel fare gli occhi dolci per la gentilezza ricevuta, mi son beccata una bella imitazione della mia faccia e dei mille grazie detti. Che cosa bella essere perculate dai libanesi!
Shukran ktir ya habibi (grazie mille tesoro!)

Alla prossima!

Una giornata a ‘Ezza

La giornata di ieri è stata la più piena e proficua sino ad oggi.
A 50 km da Beirut, in una piccola frazione di Sidone (Sì, Sidone, la città di Didone, quella poveraccia mollata da Enea) ho trovato una meravigliosa famiglia che mi ha accolta sotto il proprio tetto, facendomi sentire a casa, nella mia Sardegna.
Vorrei 1€ per ogni Habibi (tesoro mio) che mi son beccata… sarei ricca!
Prima del pranzo ho fatto un giro dietro la casa, per vedere il panorama, ed è qui che un uomo anziano, dopo avermi vista scattare timidamente qualche foto, mi ha esortata ad entrare nel patio di casa sua, in maniera tale da fotografare meglio (senza fare schifezze) le foto e vedere le colline circostanti; sono rimasta davvero senza parole, poi, quando dopo aver preso confidenza, ha invitato la moglie a regalarci delle piantine da portare a casa.
Avrei voluto dire loro, con la solita grazia sarda che mi caratterizza: “Ceeeee, ma quanto siete belli?”, ma l’ho tenuto per me (anche perché il “ccceee” non rende in nessun’altra lingua!)

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La casa dei Jammoul, la famiglia dei miei amici, è di una bellezza indescrivibile;
la semplicità è racchiusa nei piccoli particolari, nei ricordi di famiglia, e in ogni oggetto antico, vissuto, messo da una parte ad “invecchiare” con gli stessi membri della casa. Radio vecchie, cappelli tradizionali, spade tipiche arabe, appese come decorazione alle pareti piastrellate del soggiorno; un piccolo museo privato, insomma.
La cucina, però, mi ha letteralmente fatta impazzire. Mi ha fatto molto ridere un vecchio martello pesantissimo (ci avrei potuto fare i pesi) appoggiato al coperchio della pentola per assicurare la cottura perfetta dei Warak enab, foglie di vite ripiene di riso e minuscoli pezzi di carne d’agnello, fatte cuocere nel brodo di carne e verdure (Sì, dedicherò un piccolo spazio per le ricette, più avanti, in maniera tale da farvi diventare tutti delle scrofe immonde, e farvi assaporare i veri piaceri della vita). Metodi rurali, antichi, ma ancora efficaci e -soprattutto- affascinanti (altro che bimby, aiò! ma per favore!)

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Prima di sederci a tavola, mi sono fatta incantare dall’orticello di famiglia, dove ho potuto scorgere ogni tipo di pianta e verdura: Menta (naanaa), timo (zaatar), cavolo (malfouf), per poi infiltrarmi tra i bimbi, intenti a dipingere con le tempere; ed è lì che ha avuto inizio la mia lezione d’arte e dialetto libanese con la piccola Laya, una dolcissima principessina araba di dieci anni (ricordate: quando state imparando una lingua, i migliori professori sono i bambini).
Una bella ripassata di parti del corpo e colori, e poi tutti a tavola!

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Per smorzare quella famina leggera che puntualmente mi assale ad una certa ora, ho fatto visita alla ciotola delle olive (madò, penso che le mie papille gustative abbiano avuto orgasmi multipli e sincopati), e poi all’insalata di patate, accompagnata dal Bulghour (grano spezzato), cereale che viene essiccato parzialmente e poi tagliato in maniera grossolana, in varie grandezze. Ovviamente, senza manco dirlo, ho avuto il piacere di presentarmi anche alla salsa d’aglio crudo, thum w labneh, fatta con lo yogurt, immancabile durante i pranzi e le cene libanesi.
(ATTENZIONE: quest’ultimo condimento è consigliato solamente a coloro che son provvisti di uno stomaco d’acciaio, poiché -come sappiamo- l’aglio è una pianta molto educata che, durante la giornata, vi si ripropone con gioia, passando più volte a salutarvi, fino a che non lo digerite) :)))
Per mia curiosità, e sfortuna, ho provato anche le foglie di vite che, essendo vegetariana, non avrei dovuto mangiare; ovviamente ho realizzato solo dopo, dal sapore, il fatto che avessero un po’ di carne al loro interno. I pranzi libanesi li si accompagna sempre col pane libanese, somigliante ad un air bag scoppiato, e diverso da quello proposto nei nostri panifici o nei doner kebab. Avrò modo di farvelo vedere più avanti, da più vicino 🙂

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Il dopo pranzo nel soggiorno è stato caratterizzato dagli immancabili crastuli post pranzo (per i non sardi, i pettegolezzi), un buon caffè, e qualche telenovela libanese (non so se siano più trash le loro, le nostre, o quelle iberiche/argentine. Devo ancora valutare).
I bimbi son stati sfamati come porcelli con pane e formaggio, quello arabo però, qui meglio conosciuto col nome di Khubz w jubneh e riscaldato con una tipica stufa/piastra a gas (inutile dire che mi ha infogato come poche cose vedere il funzionamento di quest’ultimo utensile)

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Il fine serata ci ha visti ospiti in casa di un’altra famiglia, per la tisana delle 18 (fancul* agli inglesi, e al tè: noi beviamo tisana quando cavolo ci pare e piace), fatta direttamente dalle mani di una ragazza di soli 22 anni, che raccoglie le piante nei campi profughi poco distanti dal paesello in questione. Sfortunatamente tisana e mele non hanno potuto nulla contro l’eccellente educazione impartita all’aglio della salsetta di pranzo (e dite la verità che questo particolare volevate leggerlo per un’ultima volta! e dai! ditemelo) che non ci ha mollato sino alle prime luci dell’alba di stamane, ma ovviamente MAALEESH, pazienza 😉

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Che dire? ‘Ezza promossa a pieni voti.
Natura, animali, persone stupende, semplici ed ospitali. Sicuramente da rifare.
GRAZIE LIBANO ❤

Ps. agli amici sardi regalo una foto di uno scorcio di Sidone, dove si intravede il mare, e una di un distributore di benzina con un nome non nuovo per le nostre orecchie e per i nostri occhi.
La Sardegna mi segue ovunque!

ahahahah Yalla yalla!

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Giorno 1, impressioni di febbraio

Lasciare l’isola è stato abbastanza tosto, ma mi aspettavo un impatto peggiore.
Forse è come quando ti salta in aria una gamba, dopo che salti su una mina; l’adrenalina non ti permette di percepire da subito il dolore, che arriva -poi- piano.
Per questo primo giorno a Beirut, però, non c’è spazio per la malinconia; non oggi.
Ahhh… prima di iniziare questo nuovo post, volevo rincuorarvi sulle sorti di Alitalia: la compagnia è ancora italianissima, perché dovete sapere che – come in ogni posto di lavoro in Italia- l’età media delle hostess e degli steward è QUARANT’ANNI; sì, penso che siano prossimi alla pensione. Li guardavo mentre eseguivano le procedure di sicurezza, e mi veniva il colpo della strega da parte loro… vabbè.
Detto ciò, e tralasciando il fatto che il mio pranzo è stato un paninetto al latte con formaggino BEL PAESE (dovevano pur fare i toghi con l’abbinamento compagnia Alitalia-nome formaggino. che sagome!), diamo il via a questa serie di impressioni da primo giorno in terra straniera.

MILITARI, militari ovunque.
assortiti poi, che manco le giuggiole e i dolciumi durante la festa di Santa Greca.
Militari bassi, alti, muscolosi, secchi, bromboli, svegli (la maggior parte, per fortuna), gentili, e scazzati. Questo lo sapevo già, non per altro sono in Libano, un paese che confina solamente con due dolcissimi staterelli: a Nord e a est con la Siria (Sì, la Siria) e a Sud col neo stato fantasmagorico d’Israele, conosciuto da sempre col nome di PALESTINA  (qua avrei voluto la musichetta del messaggio promozionale). Il paradosso è passarci vicino con i bambini e abituarli, purtroppo, alla vista ravvicinata dei fucili, e dei carri armati.
Il paradosso più grande, però, è anche sentirsi sicuri in loro presenza; vederli ad ogni angolo ti fa sentire davvero sicura e libera di girovagare, come se quei fucili potessero davvero qualcosa contro una carica di tritolo.
La seconda cosa che, purtroppo, salta subito all’occhio è la miriade di siriani che chiedono l’elemosina; donne e bambini, seduti per terra e abbandonati a se stessi, che chiedono qualche moneta a chi, poco più in là, tira fuori le chiavi del macchinone di turno (Porsche, baby, mica Fiat Panda come la sottoscritta a Cagliari) e se ne va via.
Ma Beirut è proprio come questa foto qui giu: Amore e filo spinato, un controsenso unico.

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La camminata di stamani è stata abbastanza lunga, sotto un sole invernale più caldo del dovuto (18° signori. DICIOTTO OH)
Dopo aver preso un mini bus tutto distrutto (a Cagliari diremmo: “Scallau” come poche cose nella vita), sono andata in centro e ho girato gran parte della città; non tutta ovviamente. La passeggiata al porto mi ha ricordato casa: l’odore del gasolio delle barche (le barche sono gli yacht che io e voi non avremo neanche nelle prossime cinque vite), le palme e i pescatori; pescatori che tra una pescata e l’altra si appicciano il narghilè (la shisha) e se la fumano beatamente, alla facciazza nostra e dei divieti (a fine post vedrete di che parlo).

 


Questo qui giù, invece, ha visto bene di lanciare una dozzina di pezzi di pane libanese (Khubz lebnaniyye) e attirare così i pesci (ma che genio del male).
E sì, questo è il paradosso di cui parlavo prima, circa la fame patita dai bimbi siriani.

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Ho sorriso parecchio quando ho visto, lungo la passeggiata, delle panchine in ceramica (sarà ceramica? mah) dove si può sostare, mangiare, e giocare… A SCACCHI.
E io amo particolarmente le panchine in ceramica davanti al mare, sono belle, e mi fanno sentire a casa. 

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Nel complesso, la città è eccessivamente caotica, molto curata in alcune parti ed
estremamente sporca in altre. Ma non so perché amo le città chiassose e sporche.
Qualche settimana fa dicevo ad un amico che non riuscirei a vivere in una città totalmente silenziosa e pulita. In sardegna, ma in generale al sud, siamo abituati ad uscire dal portone di casa e trovare, a due metri, fruttivendoli, verdurai che, a fine lavoro, quel gambo di sedano -solitamente uno scarto- devono per forza lasciarlo cadere sul marciapiede. Vedete, questi sono i particolari che amo, le cose a cui mi aggrappo, e che sto vedendo anche a Beirut: il vissuto.
Certo, l’eccesso guasta sempre, ma che mondo sarebbe senza l’odore di verdura e cibo fuori casa? Che mondo sarebbe senza le bucce dei mandarini che ogni tanto vediamo buttate in un angolo? Ok, qui si esagera, Beirut è una bellissima giungla varia e viva, però la vita di una città sta tutta qui.
Il fascino delle zone povere, poi, è un qualcosa che non si può descrivere, se non lo si vive.
Naturalmente parlo sempre di quel qualcosa legato al vissuto, e non alla povertà in sè, che sarebbe meglio non ci fosse. Da nessuna parte del globo.
La bellezza di questo posto sta anche nel vedere la gentilezza e la disponibilità, miste a diffidenza. Generosità e ospitalità sono due caratteristiche tipiche dei libanesi che ricordano parecchio Cagliari; quel “ti accolgo, ma non mi fido. Sotto il mio tetto avrai sempre un piatto di minestra, ma ti apro il mio mondo lentamente”; particolari che saltano all’occhio subito, e che fanno sorridere e riflettere.

 

[PARTE COMICA]

Sempre sul lungomare che precede la zona di Raouche, el Corniche, ho visto il seguente cartello che illustra- alla gentilissima moltitudine di anime- i divieti che vigono in quel particolare tratto:

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Secondo voi, quanti di questi divieti ho visto rispettare? neanche uno.
Praticamente ho visto solo persone che -sul marciapiede- mangiano, fumano, vanno in moto, e il quarto interpretatelo voi.
Il “non ce ne sbatte un cazzo” come stile di vita, ma noi la vita ce la viviamo così 🙂

Cara Beirut, sei tanto cara e bella
Yalla yalla Lebnen

Alla prossima!

Preparazione “sradicamento”: quando una sarda si prepara a lasciare l’isola per la prima volta

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Ho sempre reputato noi sardi grandi viaggiatori o, per non prenderci in giro, abilissimi migranti; perché -sapete- siamo sempre stati nomadi per natura e per costrizione.
L’insularità in generale, ma in particolar modo la nostra, è uno stato d’animo, una condizione mentale. Ed è così che ci ritroviamo a doverci sradicare per spinta verso il mondo, per sfida verso quei confini che ci limitano e grazie ai quali si sviluppa quella voglia di evasione e di conoscenza. Certamente questo discorso abbraccia una generalità nella quale non tutti si rivedranno e, magari, anche voi che leggete (che siate o meno piccoli “fratelli mori” di quella stessa bandiera) confermerete o dissentirete.
Ma c’è un qualcosa che accomuna tutti, e quel qualcosa è la fase di “sradicamento”. L’abbandono dell’isola, per un sardo, comporterà sempre un piccolo choc, sia in termini negativi sia in termini positivi.  Un colpo forte, un impatto.

Ci sarà sempre un qualcosa che verrà a mancare e, senza tirare in ballo i soliti pipponi sul DNA sardo (che penso di aver già tirato in ballo), si farà sentire nel profondo.
Ed è così che la mia dualità di “viaggiatrice nostalgica” mi vede protagonista di questa piccola grande fuga estemporanea, in quel di Beirut.
La voglia di voler continuare ad avere a che fare con quella lingua (e cultura) stupenda qual è quella araba mi spinge nel punto più a oriente del mediterraneo, e mi sradica dalla mia zattera galleggiante per un po’. Così nasce questo piccolo quaderno elettronico di viaggio, diario di pezzi di vita quotidiana, che vivrò in terra libanese.
No, il nome del blog non è il mio nuovo nome musulmano, né qualche altra frase complicata in “quella lingua strana lì, quella che studi tu. Ma come fai?” -cit.
Ebbene, è composto da due parole arabe: Yalla Maaleesh.
La prima è l’equivalente del nostro “Aiò”, una sorta di “Andiamo!” esortativo, o “Vai!” (anche quando vuoi mandarci qualcuno…); la seconda significa “Non importa” o “Non fa nulla”, ed è più o meno come uno stile di vita. Assieme formano un connubio perfetto che rispecchia il mio stato d’animo nel lasciare la mia terra, la mia casa; una sorta di “ma sì, suvvia, vai. non importa come sarà. Andrà bene”. Definiamola una preghiera “atea”, fatta di pensieri scaramantici e positivi.
Ma ritorniamo un po’ indietro, al motivo di questa scelta, di questo sradicamento.
Sin da piccola sono sempre stata un’anima curiosa, che non si è mai limitata a guardare le cose dall’esterno ma, con grande testardaggine, le ha sempre volute sviscerare. La mia logorrea mi ha sempre spinta a discutere e confrontarmi su svariati argomenti, ai quali mi sono avvicinata grazie ai miei genitori e alla mia famiglia. Come tutti i miei coetanei 27enni, son cresciuta durante uno dei tanti periodi più fitti, dal punto di vista di avvenimenti storici e guerre: a 4 mesi ho assistito con gli occhi ben aperti, come quelli di tutti gli adulti di quel tempo, alla caduta del muro di Berlino. Nel ’90 e nel ’91 alla guerra del golfo, nel ’94 i continui stermini nelle zone del Ruanda, e pochi anni dopo l’ondata di morte che vide protagoniste Bosnia, Jugoslavia e l’intera parte dei Balcani.
I miei occhietti neri osservavano tutto senza paura e, ancora ricordo bene, memorizzavano lacrime, palazzi sventrati e…. i nomi degli inviati di guerra.
Così il mondo dell’informazione mi ha rapita, catturata coattamente, ammaliata senza diritto di replica. Mi affascinavano tutti quei collegamenti in diretta che vedevano protagonisti tanti uomini e tante donne con i capelli disordinati, gli occhi gonfi e le palle girate (Sì, la Gruber il più delle volte aveva le palle girate).
Il culmine dell’interesse, che lentamente si trasformò in amore, lo ebbi quel maledetto martedì di inizio settembre, nel 2001. Mi ricordo che vidi in diretta il secondo schianto sulla torre nord del Wtc, ed ebbi la necessità -poi- di fare la telecronaca a mia madre, che dovette uscire per poi rincasare all’ora di cena. Non aspettai a farle accendere il primo tg in edizione straordinaria: l’edizione straordinaria fu la mia. Da lì, mi dissi la frase fatidica: DA GRANDE VOGLIO FARE LA GIORNALISTA.
Aimè chissà se ce la farò mai; il campo del giornalismo, oggigiorno, è sinonimo di prostituzione intellettuale e di crimini ancora più efferati delle stesse guerre: la disinformazione è uno di questi crimini.
Si tratta di un mondo sempre più in evoluzione, soprattutto se integriamo le attività d’inchiesta (mi duole usare questa parola in contesto “Facebook”) e diffusione fatte grazie ai social.
Con i miei studi accademici (siano benedetti sempre, tasse a parte) mi sono avvicinata alla lingua e alla cultura araba, e ho imparato ad amare tutto ciò che riguardasse quei signori coi turbanti e le barbe lunghe, che da piccola mi impaurivano e che non vedevo di buon occhio. Di fatti, come i più grandi amori, il giornalismo mi ha dato (e mi dà tutt’ora) grandissimi dolori e delusioni. 

Il modo in cui ancora oggi viene applicata una costante disinformazione verso OGNI argomento, ma soprattutto verso la cultura islamica, mi crea non pochi fastidi. Con gli attentati a Manhattan è iniziata una campagna di denigrazione che, aimè, per un pelo ha rischiato di intaccare anche me.
Tutto ciò che riguardava il mondo islamico e arabo mi creava fastidio, diffidenza e, allo stesso tempo, mi impauriva. Col tempo, però, grazie alla mia testardaggine e alla mia curiosità ho capito che il vero fastidio me lo creava la disinformazione dei media, assieme alla mia ignoranza. Non avendo mai viaggiato lontano da casa, ho iniziato a leggere intensamente ogni notizia che riguardasse questa cultura (ovviamente non solo questa), e ho iniziato a fare “scaccomatto” a quel tipo di giornalismo che si è palesato autonomamente disonesto, superficiale, e “non chiaro”. Così, in seguito, per pura fortuna e per puro caso, ho incontrato degli amici che mi hanno dato la grandissima opportunità di ampliare questi grandi amori (lingua araba e, eventualmente, il giornalismo) proponendomi di “fare un salto” nella Parigi araba, una delle tante perle del mediterraneo orientale, la bellissima Beirut.
Yalla Maaleesh vuole essere un ponte tra culture, un diario di viaggio di un’isolana terribilmente nostalgica (Sì, di già) e un ulteriore punto di vista sul mondo, arabo e non.

Per ora mi fermo qui, alla prossima.

Ma’a as-salama!! 
Ps. Il mio nome è Martina