Non c’è benessere senza spine.

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Questa è la sequenza più famosa del film Una vita difficile.  Bene, adesso cerchiamo di immaginare la stessa scenetta ai giorni nostri.

Due trentenni, appartenenti a quella che potremmo chiamare oggi  wellfare class, sono invitati per motivi scaramantici alla tavola di una di quelle famiglie di sopravvissuti, che una volta venivano definiti “veri signori” per distinguerli dagli arricchiti.  A un certo punto la voce dello speaker della tivù annuncia:

Vi comunichiamo i risultati del referendum repubblica  fascismo. Repubblica …ventimilioni…   Fascismo …ventitremilioni…   Da oggi, l’Italia è fascista!

Mentre i padroni di casa  a malapena nascondono la loro delusione e tristezza, i due giovani ospiti si guardano compiaciuti e si danno il cinque: e…vaiii!

Cosa può aver cambiato così radicalmente  Silvio e Elena, tanto da farli diventare fan del totalitarismo? I Silvio e Elena dell’immediato dopoguerra erano figli dello spirito del tempo. Uno spirito curioso,  idealista,  entusiasta, democratico e progressista, anche se attraversato da profondi dubbi e incertezze. Pertanto non potevano che parteggiare per la repubblica. Ma da quegli anni ad oggi molta acqua è passata sotto i ponti e il continuo, progressivo benessere ha reso  i Silvio e Elena dei nostri giorni simili nell’aspetto, ma completamente diversi dentro.   L’ambiente ha avuto di gran lunga la meglio sulla trasmissione dei caratteri ereditari  etico-culturali da una generazione all’altra. A tal punto che oggi si  parla di mutazione antropologica probabilmente irreversibile.  Silvio e Elena non sanno più cosa voglia dire lottare per i propri diritti, lo considerano un fatto acquisito. Naturale. Né sanno cosa voglia dire solidarietà. Non hanno ideali. Né curiosità. Né memoria storica dei perché. Soprattutto non sono spinti dallo stato di necessità.  Desiderano solo conservare il loro train de vie. I loro privilegi. Se un sistema totalitario promette di garantir loro,  meglio della democrazia, la stabilità dello stile di vita che amano,  allora: benvenuto fascismo!

Morale della favola: il benessere prolungato, se non va di pari passo con uno sviluppo armonico dell’individuo ( che dovrebbe approfittare delle infinite opportunità  che gli vengono offerte di una crescita che non sia solo materiale), col tempo finisce per provocare una frattura  nelle credenze, nei valori morali, nei modi di vivere e  di rapportarsi con gli altri. D’altronde, se noi figli del dopoguerra non siamo stati capaci di proteggere e conservare  la maggior parte di ciò che c’era di positivo a questo mondo, non possiamo mica pretendere che le generazioni che verranno continuino a vederlo con gli stessi occhi.  Lo stesso cervello. E, soprattutto, lo stesso cuore. Ma poi chi ha detto che questo sia un male? Forse la nostra è solo una nostalgia novecentesca. Magari è arrivato il tempo  di mollare il colpo.

 

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Wikibiografia non autorizzata di Berlusconi Silvio.

Ripubblico questa wikibiografia non autorizzata del cav. (scritta nel  2012), perché non vorrei che, vista la recente riabilitazione, qualcuno fosse indotto a pensare che si tratti di persona degna di fiducia.

Nasce a Milano, il 25 settembre del 1936. Voci non ancora confermate, sommate a numerosi indizi assai circostanziati, darebbero sempre più consistenza ad una storia così strabiliante da far impallidire anche la penna di Alessandro Dumas. Tenetevi forte: quella buonanima di mamma Rosa, per gli amici Rosella, avrebbe scodellato non uno, bensì due Silvio. Due pargoletti identici. Due gemelli. Pare infatti che alcune ore dopo che il primo esordisce con una lunga teoria di “mi consenta”, fa avance da camionista a tre infermiere, cazzia due chirurghi, racconta l’ultima sui carabinieri a mezzo ospedale, ammolla una goliardica pinghella sulle palle all’anestesista (tanto per tenerlo sveglio); il secondo – al grido di “ta… taaaaa… ecco a voi il sequel!” – sia schizzato fuori, tutto intrippato, e con tipica chiusa alla Fred Astaire, abbia lasciato la audience interdetta. Naturalmente, se la cosa venisse confermata, il Fenomeno di Arcore ne uscirebbe assai ridimensionato. Una sorta di Cavaliere dimezzato, insomma. Non certo più quell’unicum da annoverare fra le più aberranti patologie della psiche umana, ma semmai, con buona pace di tutto il Paese, un bino che si fa uno, come vedremo, all’insaputa della gente. Caso eclatante ma piuttosto banale, da ascrivere tutt’al più alla tradizione mitologico-letteraria del doppio. 

Alla luce di questa rivelazione, pare che i due frugoletti che Rosella avrebbe deciso di chiamare Silvio per non fare torto a nessuno, all’aspetto siano assolutamente identici. Due gocce d’acqua. Solo il carattere, fin dai primi passi, rivela, nel più giovane, un’anomalia: ogni tratto in lui viene esasperato. Ciò lo rende soggetto per niente facile: debordante, eccessivo, sempre fuori misura. Personalità basica che non mostra né profondità né spessore, ma indubbiamente possiede tinte così forti da non passare inosservato. Tutto spontaneismo senza discernimento alcuno. E zero freni inibitori. Tanto che la parola anticipa ogni pensiero e le sue uscite diventano via via più imbarazzanti. Talvolta perfino moleste per il prossimo e dannose per il gemello, essendo assai facile confonderlo. Anche perché pare che nessuno, tranne i pochi cui viene cucita la bocca, sia al corrente della sua esitenza. Più il tempo passa, più la cosa crea problemi, che a poco a poco vengono paraculescamente trasformati – come da manuale del perfetto pubblicitario – in altrettante opportunità dal primogenito, sul quale si appuntano ormai le speranze dell’intera famiglia. 

Sedotti da questa ipotesi gemellare, d’ora in poi indicheremo i due soggetti come Silvio 1 e Silvio 2. Anche perché, in ogni caso, variando il numero dei protagonisti il risultato non cambia. Lasceremo alla vostra perspicacia stabilire, di volta in volta, a chi attribuire le fantasmagoriche gesta. Diremo solo che Silvio 1 è l’egocentrica mente, l’istintivo stratega, il boccaccesco regista, il vanesio mattatore, l’arrogante filibustiere, il galante tombeur da pochade, il disinvolto imprenditore un po’ bauscia, un po’ villan rifatto. Silvio 2 è l’eterno zuzzurellone, il perenne infantilito, disturbato quanto basta, tanto bugiardo da ingannare anche se stesso, guitto e saltimbanco, un po’ Zelig un po’ Amici Miei, sommamente irresponsabile, totalmente inaffidabile, e soprattutto, all’occorrenza, tanto, tanto smemorato. Almeno quanto quello di Collegno. 

Silvio 1 frequenta le scuole dai salesiani; mentre Silvio 2, per non fargli ombra, è tenuto segregato in casa (esce una volta al dì con mascherina alla Joker) e affidato fino alla maggiore età alle cure di un tutore. Il famoso zio prete. Il primo, saltato a piè pari il servizio di leva, si laurea alla Cattolica in Giurisprudenza, con una tesi che fa ampiamente presagire il suo luminoso futuro : “Il contratto di pubblicità per inserzione” (cazzolina, che tesi! n. d. r.). Il secondo viene spedito oltr’Alpe e sotto le mentite spoglie di Rocco Mifreghi, fra una performance e l’altra, frequenta un corso di Ron Hubbard, che qualche giorno dopo avrà un esaurimento nervoso dal quale non si riprederà più; e uno di persuasione occulta, tenuto da Vance Packard, che da lì in poi vedrà vacillare ogni suo convincimento. Dopo una vita spericolata correndo da un eccesso all’altro – il cavallo (delle brache) sempre più imbizzarrito e nitrente – allo scoccare dei sessanta sente nostalgia di casa. Le sue rentrée in Italia si fanno via via più frequenti. Vere e proprie improvvisate. Il rischio che tutto venga scoperto aumenta. Anche perché, sempre più spesso, il nostro si diverte a prendere il posto del fratello a sua insaputa, mettendo in risalto il lato più “ganassa” della sua esuberante natura. Sarabandaaa!

Silvio 1, ormai sul punto di scendere in campo per salvare in un sol botto azienda e chiappe, non potendo sopprimerlo per quanto tentato, improvvisamente ha un colpo di genio: decide di servirsene come sosia, stuntman, meglio ancora “gaffeman”, ogni volta che bisogna distrarre l’opinione pubblica. Introdurre un diversivo che faccia rapidamente breccia nella mente di un popolo bue. Nasce così, da questo improvvisato sodalizio, un personaggio di fantasia – per molti supereroe di riferimento, per altri vero e proprio flagello di Dio – che tiene in scacco per oltre un ventennio un paese in massima parte di boccaloni. Attenti a noi due!

Fin dagli esordi, Silvio 1, che prefigura e pregusta già l’impero che verrà, comincia a mettere in cantiere una frotta di eredi a cui passare il testimone. E così fa due figli con la prima moglie: Marina e Pier Silvio e tre, Barbara, Eleonora e Luigi, con la seconda, l’attrice Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, che sposa – come si conviene a ogni uomo timorato di Dio, e con ben sette zie suore appese all’albero genealogico – dopo una lunga relazione extraconiugale. Ah, il gioco delle coppie!

Le prime esperienze lavorative sono all’insegna della precarietà. Prima come cantante e intrattenitore su nostrane “Love Boats”, poi come piazzista di scope elettriche. Superata la fase della cavallina ma prima ancora di diventar cavaliere, inizia l’attività di agente immobiliare. Nel 1961, un bel mattino gli scappa una pensata: e se ci dessimo all’edilizia?!!! Detto fatto! Un colpo alla ruota della fortuna e via! Esce di casa e si fionda ad acquistare un bel terreno in zona Bande Nere, grazie alla fideiussione del banchiere Carlo Rasini, titolare della banca omonima (pare insignita di ben 3 lupare e 2 coppole dalla “Guida Riciclo Denaro”), nella quale lavora il padre. Nel giro di pochi anni nascono Milano Due e Milano Tre. Città-fortino ai margini della metropoli lombarda. Sei grande, fratello! Da dove arrivino tutti quei soldi, nessuno sembra occuparsene. Mistero!

Testa in continuo fermento, vero e proprio vulcano sempre attivo, un bel giorno, il fiuto gli dice di allargare il raggio d’affari al settore della comunicazione. E qui ha la genialata che lo farà passare alla Storia: mettere in piedi il più grosso network di televisioni private locali d’Italia. In modo che, in assenza di ripetitori che coprono il territorio nazionale, questa rete possa supplire per mettere in onda – in contemporanea in tutto il paese – la pubblicità. A confronto l’idea meravigliosa di Cesare Ragazzi è una solenne pirlata. Chapeau! E richapeau! Con ampia scappellata finale e riverenza a ritroso. Scherzi a parte!

Così nel ’78 rileva Telemilano (anche se avrebbe tanto preferito Telelecco, per il suo prosperoso palinsesto), una televisione via cavo che ribattezza Canale 5 e trasforma in rete televisiva nazionale. Sempre nel 1978 fonda Fininvest, holding che coordina tutte le varie attività. Nel 1982 acquista Italia 1 da Rusconi e due anni dopo Retequattro dal gruppo editoriale Arnoldo Mondadori. Bim bum bam: il pranzo è servito!

Nello stesso anno i pretori di Torino, Pescara e Roma oscurano le reti Fininvest per violazione della legge che proibisce alle reti private di trasmettere su scala nazionale. Scherzo da prete! Lui se ne strabatte, tanto in questi anni ha pasturato così bene il partito socialista che l’azione giudiziaria viene stoppata in men che non si dica dall’amico Bettino, che con decreto legge “ad aziendam” legalizza la situazione. Il gruppo riesce perciò, seppur con strumenti non legali per la legislazione di quegli anni, a spezzare il monopolio televisivo RAI. Nel 1990 la Legge Mammì stabilizza la situazione, rendendo definitivamente legale la diffusione a livello nazionale di programmi radiotelevisivi privati. Anche se Mediaset continua ad operare con concessioni transitorie. È una vera corrida!

Negli anni a seguire il gruppo si diffonde in Europa: in Francia fonda La Cinq (chiusa nel’92); in Germania Tele Funth, in Spagna Telecinco. Durante il corso degli anni ottanta, le folgorazioni si susseguono a ritmo frenetico, la sua testa è una cornucopia che vomita idee a getto continuo: chiama le vecchie glorie della TV nazionale – ormai sull’autostrada del tramonto – gli fa due iniezioni di gerovital, tre elettroshock, un restauro qua e là: trapianto di peli, lifting, una sbiancata alla dentiera, un po’ di botulino, una passata di cerone, una bella sniffata e via… i nostrani “cocoon” scendono in pista. Tuttinfamigliaaa! 

Innova i palinsesti, inaugurando i TG durante il corso della giornata. Inventa format. Talk shaw. Quiz. E inonda le già fragili menti con una marea di soap opera, sequel, serial, e minchiate di tutte le razze. Così rafforza gli ascolti, il suo patrimonio, e mina sul nascere intere generazioni, titillando e valorizzando il peggio di un popolo. Inaugura piazze virtuali da dottor Dulcamara con irresistibili televendite. E ci sommerge di telepromozioni a go go. Non è certo la RAI! Non contento, dà la possibilità ai piccoli imprenditori, grossier di modi e di cervello, che fino ad allora erano costretti a sbavare davanti agli spot, non potendoseli permettere, di accedere al meraviglioso mondo dell’advertising, attraverso i famosi “contratti a rischio”: ti concedo spazio gratis fino a che non raggiungi il target di vendita. Da lì in poi mi paghi. Oppure il mitico “cambio merce”: io dare a te spot, tu dare a me cammello. L’animale viene poi riciclato, come i regali di Natale, e venduto attraverso i gruppi della grande distribuzione acquistati nel frattempo: Standa, Euromercato e Supermercati Brianzoli. Come effetto collaterale accumula riconoscenza e gratitudine a carrettate, che semina con amorosa e lungimirante cura. Presto germoglieranno e diventeranno, a tempo debito, credito da riscuotere. Consenso. Voti. Centinaia. Migliaia. Milioni di voti. Beautiful! Ma soprattutto: milagros!!!

Nel 1998 scorpora e vende il gruppo Standa. Dichiarerà poi di esser stato costretto a questo sacrificio dopo la sua discesa in politica, giurando sulla testa dei cinque figli che nei comuni gestiti da giunte comuniste non gli concedevano le necessarie autorizzazioni per aprire nuovi punti vendita. Verissimo! Bubbole! rispondono in coro i detrattori. Il tutto nasconde il tentativo di generare un po’ di cash per dare fiato a un gruppo che sta attraversando un periodo di vacche magre (senza allusione alcuna). In campo editoriale diventa il principale editore italiano nel settore libri e periodici; nel gennaio del ’90 acquisisce la maggioranza azionaria della Arnoldo Mondadori, fottendo De Benedetti (Lodo Mondadori) con una spregiudicata macchinazione da furbetto del quartiere. Del pacchetto fanno parte anche la Giulio Einaudi Editore, più una serie di prestigiose case minori. Nel 2011 la magistratura ribalta tutto e condanna Fininvest a risarcire 560 milioni di euro al tenace Carlo. Risatissima!

Nel campo della distribuzione audiovisiva, diventa socio di Blockbuster Italia, oggi defunta a livello mondiale. Controlla inoltre la Medusa Film e Endemol, una società per lo studio e la vendita di format televisivi. Fa, primo in Europa, una rapida sortita nella payTv con Telepiù agli inizi dei ’90 (ceduta a Sky nel 2002), fino a inaugurare, con l’avvento del digitale terrestre, Mediaset Premium. Il Gruppo Fininvest, con le partecipazioni nelle società Mediolanum di Ennio Doris – uomo dal fulvo toupé, soprannominato il Giotto della Brianza – e Programma Italia, ha una forte presenza anche nel settore delle assicurazioni e della vendita di prodotti finanziari. Chi vuol esser miliardario, si faccia avanti!Grande tifoso di calcio, acquista il Milan. Anche perché, se una banca significa sicurezza, una squadra di calcio vuol dire pubblicità. E poi, all’occorrenza, ti procaccia un sacco di voti. Anche se acquisti un fessacchiotto come Balotelli, tutto gambe e cervello in perenne offside. Sotto la sua gestione i diavoli rossoneri vincono di tutto e di più. Tre volte chapeau!, con doppia capriola retrograda, gesto del ciucciotto, e òla da vomito! 

Tralasciamo, per raggiunti limiti di sfrangimento, i conti chiusi e in sospeso con la giustizia. Tanto tutto il mondo sa che la magistratura, essendo comunista per definizione, è costantemente rosa da invidia galoppante. Ce l’ha su con lui a prescindere. Lui, così buono che non farebbe male a una mosca, e tanto generoso da aiutare tutti: ragazzi, militari, e donne (se poi gliela danno le ricopre d’oro dalla testa al girovita.). Quando però si tratta di affari non guarda in faccia nessuno: pensate a villa San Martino in quel di Arcore comprata per una miseria, grazie ai raggiri ai danni di un’orfana minorenne sotto la tutela legale di quell’Esse-Esse di Cesare Previti. Chi avesse almeno un lustro da buttar via per approfondire procedimenti, sospensioni, condanne, prescrizioni, annullamenti e chi più ne ha… può trovare ampia documentazione in rete. Scoprirebbe così che l’uomo ha il forum più grande del mondo.

2013, 2011, 2008, 2001, 1996, 1994… Quando c’era lui i treni arrivavano in orario…; Lei viene? Quante volte viene?; Angelino sì, Angelino no; mi candido, non mi candido, sì, forse, forse che sì’, forse che no; e i sondaggi?; la nipote di Mubarak; il cugino di Gheddafi: lo zio di mia nonna; il cazzo che ti si frega; abbasso l’ICI; a morte l’IMU; viva la FIGA; Milan uber alles!; cala la mutanda (Francesca), sale l’Auditel…; Brunetta si sposa; la culona inchiavabile; il falso in bilancio; tutta colpa dei media; Ponte sullo Stretto; Casa delle Libertà; casa di Montecarlo, i senzatetto dell’Aquila; i fratelli Marx che sagome, peccato quel cognome; i comunisti, capaci di tutto!; la Mafia non esiste, e semmai l’ha fatta fuori il Duce!; Mangano, macché stalliere, quello è un eroe; grandi opere, ignobili bugie, stellari promesse; Bunga Bunga; la Minetti è una personcina a modo: brava, laureata, e poi trilinguata…; ma anche la Barbara, quanto a lingua…; i club “Silvio ci manchi”; quinte colonne di qua, quinte colonne di là; Oobeemaaaa!; Cucùuuu, setteteee!; Romolo e Remolo; è una vile menzogna! non l’ho mai detto!; All Iberian…; Alitalia, ghé pensi mì!; satellite sì, satellite no; non avrete il mio scalpo… ovvio!; Emilio come Gagarin?; la Legge Gasparri; Carfagna, Gelmini, Prestigiacomo, Brambilla… che simpatica la Santanché; i fratelli Cervi, li conosco, un giorno di questi voglio stringere la mano al padre; turisti della politica!; la proporrò come Kapò; smentisco fermamente!; l’Editto Bulgaro; Back in exUSSR; l’amico Bossi; l’amico Putin, l’amico Bush; Amici, la De Filippi e come ti fotto una generazione; Ferrara, Feltri, Sallusti, Bel Pietro: attaccanti. Centrocampo: Minzolini e Socci. Porro, Amicone, Signorini, Fede: difesa. Vespa in porta. Rossella in panchina. Farina: squalificato; la Bicamerale; il Contratto con gli italioti; l’insipienza delle opposizioni; il Porto delle Nebbie; Forza Italia; il predellino; via d’Amelio; la strage di Capaci; via dei Georgofili; la P2…

Tragicomico rewind che divarica e sparge sale a piene mani su ferite ancora aperte. Il percorso politico e civile del nostro dovrebbe essere ormai noto a tutti, se non altro per grandi linee e per gli effetti devastanti che ha avuto e continua ad avere, non tanto sullo spread, ma sulla nostra già malferma psiche. Però, se proprio non ve ne siete accorti: o avete il vostro tornaconto, o vivete come Alice… Nel primo caso, auguri! Nel secondo, disciules! Dopo una serie infinita di tiraemolla, e aver affondato le primarie della sua invincibile armata, non più di due settimane addietro annuncia di non volersi più ricandidare alla Presidenza del Consiglio. Poche giorni fa dava per certo che il PDL avrebbe vinto le elezioni. Pare, invece, che le abbia perse il PD. Il fido Angelino (può un adulto normodotato farsi chiamare come un cartone animato?) non diventerà più Premier (ahinoi!), e Lui dovrà rinunciare al Ministero dell’Economia (accidempoli, che sfiga!). Resta un posto da papa. Nel caso non dovesse bastare, potrebbe sempre indire un referendum popolare e farsi acclamare Re d’Italia & Colonie. Penali comprese. Dieci chapeau!, un pernacchio stereo, mani a stringere sul monte fumaiolo e le tombe etrusche, e triplo gesto dell’ombrello!

SILVIO E LA WELTANSHAUUNG ETEREA.

La filosofia dell’uomo, la sua visione del mondo, si può riassumere in tredici punti. E non ha certo bisogno della spiega di Emanuele Severino o l’analisi di Umberto Eco.

* Per convincere la gente la televisione non è tutto ma è indispensabile. Possiedi l’etere, e sarai a tre quarti dell’opera.

* Il pubblico è come un bambino di dieci anni. Pure un po’ ritardato.

* Più la bugia è grande più la gente ti crederà.

* Non importa se dentro sei una ciofeca. Ciò che conta è quel che mostri. Si ti mancano i capelli: trapianto! Se son grigi: tintura! Altrimenti, impiccati, chl’è mej!

* Spara pure cazzate. È la prima parola quella che si fissa nella mente. Qualsiasi smentita non riuscirà mai a cancellarla. Passaparola!

* Ogni donna ha il suo prezzo. E nessuna resiste al fascino del potere.

* Nessuno è insensibile al denaro, se il prezzo è giusto ti vendono anche la madre.

* I comunisti sono malvagi e godono nel vedere i ricchi piangere.

* Le imposte sono un furto legalizzato, evadere è legittima difesa.

* Circòndati di mezze seghe, leccaculo e mignotte, pagali bene, e vivrai tranquillo.

* Possedere una banca e una squadra di calcio non è tutto ma aiuta. Il sottoscritto.

* I magistrati sono la feccia della società, tranne quelli sensibili alle donazioni.

* Se vuoi salvare le chiappe scendi in politica. (Famoso il suo invito – da Steve Jobs del Giambellino – alle nuove generazioni: “Osate, siate spregiudicati! E anche un po’ pregiudicati!”)

Mentalità postbellica, il cavalier Silvio, è un commendator Borghi ripulito, con in più uno straccio di laurea che non sempre onora. E non basterebbero tutte le onorificenze del mondo a far dimenticare che è un individuo poco raccomandabile e socialmente pericoloso. Uno che, persa la partita, non si spara un colpo in testa nel suo mausoleo-bunker, mentre irride il nemico con gesto di suprema sfida e disprezzo (l’idea non lo sfiora minimamente), ma continua imperterrito a lanciare sassi e nascondere la mano. Dice e smentisce; passa da guitto a statista, da vittima ad accusatore con la rapidità di Fregoli; si improvvisa cieco di Sorrento e si barrica nel suo feudo per sottrarsi ai processi; si spaccia per salvatore della patria, mentre fa terra bruciata, distrugge ponti, e avvelena i pozzi. E soprattutto gli animi. Perché, nonostante la sua insolente spregiudicatezza, sfrontata determinazione, e sicumera da bar sport, l’aspirante caudillo – sotto sotto – è un po’ vigliacco. Se non avesse l’arroganza dei soldi sarebbe solo un patetico Mr. Witwould qualsiasi. 

Venendo alle condizioni in cui si trova il paese dopo il suo ventennio, però, non si può non ammettere che una buona parte di responsabilità sia anche nostra. Che, in fondo in fondo, ognuno di noi abbia la sua dose di colpa, e almeno un gemello “dentro” che non vorrebbe o non dovrebbe ascoltare e ospitare. Per il momento limitiamoci a immaginare cosa riserverà il futuro al nostro eroe. Nessuno può dirlo con sicurezza. Certo che di stronzate ne abbiamo ascoltate e sopportate tante. Troppe. Da ultime: la restituzione dell’IMU e i quattromilioni di posti di lavoro. Manca solo che trasformi la crisi in percezione, rigiuri che sconfiggerà il cancro, ci riveli – con la sinistra ironia della iena maculata – che Lui e il Creatore sono culo e camicia, fors’anche sinonimi… cos’altro ci toccherà mai sentire ancora? Ma soprattutto, cosa abbiamo fatto di tanto tremendo da meritare un simile castigo? E, nel caso, fino a quando dovremo espiare?

Se mai qualcuno dovesse risentirsi per i giudizi sull’Unto, potrei cavarmela con l’aforisma di Balzac: “Dietro ogni grande ricchezza…” Ma preferisco rimandare direttamente al poeta corsaro: “Io so…”

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L’Iran attacca inopinatamente, proditoriamente e immotivatamente:

USA, Israele, Emirati Arabi, Qatar, Barhein, Kuwait, Oman, Arabia Saudita, Yemen, Giordania, Cipro, e prossimamente (forse) Malta, Grecia, Italia ( ma solo la costa adriatica), Francia, Gran Bretagna, Germania, tutta l’Europa (Groenlandia compresa?), e quant’altri. È nostro dovere schierarci fermamente, senza esitazione alcuna, come nel caso Russia-Ucraina, a fianco degli invasi. Ma solo per coerenza. Perciò invitiamo tutti a stringersi come un sol uomo e gridare alto:

DEUS LO VULT!

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Si vede che una parte di mondo è stanca di star bene. Come dicevano i nostri “vecchi”: ci puzza la salute!

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Sei un patriota? Cosa significa essere patriota per te?

Sono un cittadino non un patriota.

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Quando si dice

un lavoro pulito

Tacciono i caterpillar

fra le rovine.

Vana ogni ricerca 

evaporata la speranza.

Assenti i sudari

e i sacchi con la zip.

Niente più cumuli

né fosse.

Niente più roghi

né discariche

per lacrime e preghiere.

Mancano pasti caldi per gli avvoltoi.

Solo bombe 

che cancellano la vergogna.


*Qualcuno sostiene che le armi disintegranti sono una bufala. Sarà. Ma dopo l’esplosione della bomba, della bufala non è rimasta traccia.

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Chi avrebbe potuto immaginarlo?

Classe ’46

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Crisi economiche e declino delle democrazie portano sempre disastri. Si inizia con il degrado di relazioni umane che sembravano indistruttibili e si prosegue con tensioni sociali sempre più aspre che si tramutano in rabbiose risse verbali nei talk shaw, a cui seguono polarizzazione sociale e scontri armati destinati a finire spesso in guerra civile. 

Il nostro paese, come l’America, anche se in modo più felpato e ipocrita (considerata la nostra natura) è arrivato al penultimo stadio.  Pochi ne sembrano consapevoli.  Nessuno – per interesse, ottusità, indolenza, o paura – pare volersi impegnare in modo deciso per invertire la rotta. Probabilmente pensando ad una sorta di autoregolamentazione in extremis del sistema. O a un salvifico intervento della divina provvidenza. 

La formazione di due rigidi blocchi ideologici, l’un contro l’altro armato, sta per compiersi. Desiderio di rivalsa, ambizioni personali e miraggio di rapidi vantaggi economici, favoriti dalla piega che ha preso il pianeta sono emersi prepotentemente da sotto la cenere. Usciti in superficie come topi dalle fogne. Non siamo più al confronto dialettico tra due visioni del mondo, ma alla tifoseria del rancore. Superata la soglia definita “orizzonte degli eventi”, il fascismo si comporta come un buco nero: la forza di gravità risucchia tutto, e in men che non si dica finisce non solo per soffocare ogni dissenso ma a governare permeando di sè tutto il tessuto sociale: persone, istituzioni e cultura. Ovunque si presenta, il fascismo cerca di compensare con l’arroganza e la forza la carenza di intelligenza.

La nostra è una democrazia fragile in rapido declino, sempre più a corto di risorse morali e intellettuali, basata fondamentalmente sull’egoismo. Dove ognuno è sempre più chiuso nel suo bunker. Anche se permanentemente “connesso” con la comunità. La nostra è una società obesa nel fisico e nella mente da una dilagante opulenza, dove pochi colossi economici come Leonardo e la RWM – succursale italiana della tedesca Rheinmetall – con un pugno di dottor Stranamore, sotto poco mentite spoglie di ministri ed ex, sono da soli in grado di influenzare e orientare un governo capeggiato da una presidente del consiglio di facciata, incapace di proporre uno straccio di programma economico, ipotizzare un modello di sviluppo, e concepire una vaga idea di società. Parole troppo grosse per chi possiede una cultura limitata. Per chi definisce chi la pensa diversamente un “nemico”. Per chi ha una visione del mondo che non supera i confini della borgata. 

A lato, una classe imprenditoriale old style, spesso raffazzonata, mediocre e presuntuosa, è in attesa di passare il testimone a una new wave  di “giovani algoritmici” senza scrupoli.* Pragmatici, distaccati, privi di etica e ideologia, che disprezzano lo Stato, ritengono inutile la Magistratura, e pretendono che il  governo non si occupi di economia ma si limiti a favorire una normalizzazione che non sia d’intralcio alla loro corsa verso una improvvisata e spregiudicata diversificazione dentro e fuori dai confini nazionali.

Tutto questo mentre noi restiamo soli, con le nostre fragili e apatiche coscienze, impreparati ad affrontare il nuovo disordine mondiale, e un futuro di instabilità permanente in cui domineranno la barbarie della forza e una sempre più incontrollabile e famelica tecnologia.

A questo punto potrebbe succedere di tutto. Solo gli stupidi e i superficiali bollano questa prospettiva come catastrofista. Eppure non serve essere raffinati politologi per cogliere lo stato delle cose. Basterebbe smetterla di seguire acriticamente le suggestioni di prezzolati media-specchio, e di subire i malvezzi e l’arroganza di una politica sempre più degradata, autoreferenziale e lobbistica. Basterebbe fermarci un momento a riflettere senza pregiudizi. Trovare il coraggio di reagire al conformismo, alla dittatura del si e ritrovare la dignità per gridare qualche fermo no quando serve. Vigilare giorno per giorno sulla nostra fragile democrazia e non aspettare le elezioni per esercitare la nostra sovranità. La vita è troppo breve per lascirala nelle mani di incapaci, disonesti e infami.

Il caso ha voluto che noi generazione dell’immediato dopoguerra nascessimo nel migliore dei “mondi possibile” per quegli anni. Sfiorati dagli echi dei grandi e drammatici conflitti armati che vedevano coinvolti paesi meno fortunati del nostro, abbiamo goduto senza muovere un dito di una pace* regalataci da chi ci aveva preceduto. Grazie ad un piano generoso (e interessato) dei nostri sedicenti alleati, ci siamo trovati immersi, come per miracolo, nel pieno di uno sviluppo economico traboccante di promesse e opportunità. Dove le barriere di classe si stavano rapidamente sgretolando e il povero veniva a trovarsi gomito a gomito con il ricco a reclamare la sua piccola fetta di torta, come mai era successo nella storia. È bastata un po’ di ambizione, un minimo di impegno, un pizzico di fortuna per salire i gradini della scala sociale. I più svegli e spregiudicati hanno potuto perfino godere dell’ascensore. 

Che anni! Almeno otto lustri di incessante progredire.  Mi ricordo che ogni sera andavo a dormire col cuore gonfio di speranza, pronto a scommettere che il giorno dopo sarebbe stato migliore. Siamo stati davvero una generazione fortunata: abbiamo avuto genitori che ci hanno mantenuti agli studi per assicurarci un futuro di benessere. Che ci hanno inculcato quei pochi sani ed essenziali valori e fornito quei fondamentali che avrebbero dovuto farci interpreti sensibili e intelligenti dei nuovi tempi. Andare oltre la dimensione economicistica e diventare – insieme ai nostri figli e nipoti – cittadini a tutto tondo. Dell’Italia. Dell’Europa. Del Mondo. 

Ma abbiamo investito quasi tutto per realizzarci nel lavoro. E assai poco per sviluppare una coscienza civile e impegnarci a migliorare la società.  Oggi, ormai vecchi, tendiamo a rimuovere con fastidio le nostre inadempienze. Prima fra tutte: il non aver pensato con sufficiente cura alla formazione dei nostri figli. Ma solo a ricoprirli del superfluo necessario per non farli sentire esclusi dal branco e svantaggiati rispetto al compagno di banco. Senza dimenticare un eccesso di permissivismo che non ha certo giovato ad un armonico sviluppo. E soprattutto non abbiamo insegnato loro che nella vita si può cadere e ci si può rialzare e riprendere il cammino come e meglio di prima.

Dubito che sarebbero contenti oggi nel vedere che stiamo tornando, come in un drammatico gioco dell’oca, al punto di partenza. Peggio: al punto in cui gran parte di loro si erano trovati improvvisamente privati di ogni libertà, confinati in un tragico ventennio di ignoranza, e inciviltà. 

Dovremmo vergognarci per non aver saputo cogliere l’occasione di cambiare il mondo. Almeno a noi ottantenni la storia avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Sarà anche stata cattiva maestra, di certo tutti noi ci siamo distratti. Molti si sono persi lungo il cammino. E oggi la vita presenta il conto. Ma non saremo solo noi a pagarlo.

*A parte gli anni di piombo e la guerra di una mafia che non dorme mai. Che cambia l’abito ma non il costume.

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Hai delle notizie straordinarie, incredibili e fantastiche. Qual è la prima cosa che fai?

Mi do un pizzicotto.

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Ricordando l’ultimo rigurgito di dignità.

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ANCHE LA IA LO RICORDA COSÌ:

La crisi di Sigonella dell’ottobre 1985 rappresentò un punto di svolta diplomatica in cui l’Italia, guidata da Bettino Craxi, riaffermò la propria sovranità nazionale di fronte agli Stati Uniti. Dopo il dirottamento della nave Achille Lauro, il governo italiano si oppose alla pretesa USA di arrestare i terroristi palestinesi sul suolo italiano. I militari italiani (VAM e Carabinieri) circondarono la Delta Force americana, sancendo un momento di orgoglio nazionale e autonomia politica. 

  • Il contesto: A seguito dell’uccisione del passeggero Leon Klinghoffer durante il sequestro dell’Achille Lauro, i dirottatori furono presi in consegna dalle autorità italiane.
  • Lo scontro: Gli USA, con il presidente Reagan, pretesero la consegna dei terroristi, ma Craxi impose il rispetto della sovranità italiana.
  • La resistenza: Nella notte dell’11 ottobre 1985, le forze armate italiane a Sigonella bloccarono i militari americani, impedendo che portassero via i sequestratori.
  • Significato storico: L’episodio è ricordato come un raro esempio di fermezza italiana, in cui il diritto nazionale prevalse sulle pressioni alleate. 

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Si fa un gran parlare di parallelismi con la Montagna Incantata di Thomas Mann. Io direi piuttosto che siamo precipitati dentro un romanzo di Thomas Pynchon.

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gennaio 22, 2026 · 12:55 PM

Quel pasticciaccio brutto der diploma liceale de’a Garbatella.

Tutti ormai la ritengono diplomata pieni voti al liceo linguistico Amerigo Vespucci, anche se ai tempi era solo una scuola alberghiera con una striminzita sede alla Garbatella. Comunque, checchénedicano malelingue e rosiconi, sempre meglio di uno straccio di laurea rilasciata da una sedicente università dell’est, senza aver mai frequentato una lezione (nemmeno da casa, seduti sulla tazza) come il trota di buona memoria e parecchi neopolitici nominati. Ormai all’intraprendente e spregiudicata Giorgia si perdona tutto, comprese semiverità, mitomanie, e che non sappia far di conto nemmeno con le dita della mano. Perfino di vantarsi di essere giornalista senza aver mai scritto un articolo. Quanto ai due libri di memorie, c’è sempre un ghost apologeta in cerca di protettore. Detto questo, bisogna riconoscere che la nostra il successo se lo merita tutto: è fuor di dubbio più furba delle media nazionale e soprattutto plurilinguata: l’inglese lo mastica funzionalmente bene (grazie alle lezioni di Michael Jackson); lo spagnolo lo pronuncia ruggendo come il toro di Veterano Osborne e, last but not least, il francese lo articola con la grazia d’une vache espagnole. Cosa si può pretendere di più dal presidente del consiglio di un paese da operetta: che conosca la storia, la filosofia e magari canti anche l’Aida*?

* il larvato riferimento all’evocativo detto parmigiano è puramente casuale.

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Chissenefrega di essere, l’importante è apparire!

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Ricordando Haring.

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1985. Manhattan, NYC. Una struttura in cartongesso dall’aspetto provvisorio e un po’ precario a ridosso di un palazzo in ristrutturazione, di cui non mi ricordo il volto. Un’apertura nella parete – che mostra un pullulare di omini colorati in costante movimento e cani dal tratto apparentemente infantile che abbaiano il loro impegno sociale dalle pareti – incuriosisce e spinge a entrare. Dentro il lungo corridoio, un ricco merchandising di t-shirt, berretti, felpe, poster, agende, swatch, dispiegato qua e là in ordine sparso lancia le sue ipnotiche provocazioni esplodendo in una fantasmagoria di colori audaci e tratti energici e decisi. Keith Haring è il nuovo idolo pop del momento. Evito di chiamarlo “icona” per non essere colto da scorbuto fulminante e soprattutto perché non ne sarebbe contento. Appesi alla parete ci sono anche matite e fogli dove segnare il numero degli articoli che desideri acquistare. Alla fine, ti avvicini ad una piccola apertura che ricorda le vecchie biglietterie delle stazioni, consegni la lista, paghi e, dopo qualche minuto, ritiri il tuo shopper, infili saltellando l’uscita e te ne vai felice e contento portandoti via un pezzo dell’ultima (ultimate) America pop. Democratica, attivista, controcorrente e sessualmente spregiudicata.

Alcuni mesi fa ho trovato, dentro un armadio, uno di questi shopper e subito ho deciso di riportarlo in vita in una estemporanea opera pop, che ho deciso di appendere alla parete. Credo che Keith , fedele come me al motto “l’arte è per tutti”, avrebbe senz’altro approvato.

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