Dunque, non era ancora il momento di eleggere una Presidentessa residentessa della Quirinalessa… (Se non altro con questa conferma del vecchio che avanza risparmieremo sulle foto istituzionali.)
Che poi a me, da napoletano quale sono e fui, questo “presidentessa” mi fa scattare per riflesso condizionato l’idea di un presidente con la fessa (nel senso italiano e dialettale di fessura, participio passato del verbo fendere e sostantivo indicante un’apertura stretta e lunga in muri, rocce e corpi femminili).
Al limite, al prossimo giro, se sarà il caso, mi piacerebbe che si eleggesse una “presidenta” più che una “presidentessa”, come tendono a dire i cugini spagnoli (non ci posso fare niente, “presidentessa” mi suona volgare e persino deridente e denigratorio, come “sindachessa” e “giudicessa“, che era il modo in cui veniva chiamata una mia lontana parente per la sua tendenza a impicciarsi dei fatti altrui e ad esprimere giudizi non richiesti).
Aggiungo che l’origine del termine “presidente” dal participio presente del verbo latino praesideo, mi farebbe preferire su tutte la forma invariabile (la terza via): insomma, presidente è colei o colui che presiede come residente è colui o colei che risiede e consenziente è chi consente ed acconsente. O no?
Parimenti, credo che saremo davvero un Paese a parità raggiunta quando la smetteremo di sentire l’esigenza di eleggere e nominare nei posti di rilievo una donna in quanto donna; quando le scelte saranno veramente “invariabili” e non soggette né a veti né a quote; quando, insomma, saremo in grado di scegliere le persone in quanto persone adeguate al ruolo cui sono destinate, a prescindere da quello che è il loro genere di appartenenza; e magari a prescindere anche dalla loro ascendenza, dal censo e dall’orientamento sessuale che manifestano o nascondono.
Ma mi rendo conto che è ancora troppo presto, anche se molto tardi.
Un paio di millenni fa, Cesare Ottaviano Augusto, il primo imperatore di Roma, cominciò a concepire un intricato sistema amministrativo per assicurarsi continuità nel potere: creava continuamente nuove cariche pubbliche e le faceva durare poco, in modo da moltiplicare la sua rete di clientele e consensi, assicurandosi, però, che nessuno potesse consolidare un livello di potere tale da poterlo scavalcare. Una serie di contentini che, più che all’interesse per la cosa pubblica, puntavano all’interesse personale degli amministratori e dell’imperatore.
Una storia che si ripete da duemila anni a livello locale e a livello (sovra)nazionale; a volte come tragedia e a volte come farsa.
Oggi, per esempio, come è già capitato numerose altre volte, a Frattamaggiore si sta organizzando un ennesimo rimpasto della giunta. Un fatto che si ripete ciclicamente cercando di accontentare gli interessi di questo e di quello per raggiungere un equilibrio instabile in cui sembra contare veramente poco l’interesse per la cosa pubblica e per i beni comuni. Senza alcuna apparente attenzione per la continuità amministrativa e per il compimento delle azioni messe in atto dai singoli assessori.
Mi vengono in mente certe commedie di Feydeau, tutte fatte di intrecci tragicomici, porte sbattute, falsi moralismi, promesse non mantenute, amori fugaci e tradimenti. E trovo sempre più difficile avere fiducia nella capacità della politica di migliorare la vita dei cittadini. Anche a livello locale; localissimo.
Nell’immagine l’imperatore Marco Antonio Augusto della famiglia dei Cesari Medici Del Prete nell’atto di distribuire nuove nomine nella piazza di Frattamaggiore, davanti alla Chiesa Madre e alla Sede Imperiale.
A riprova della ricorsività della storia, metto qua sotto uno screenshot di un gennaio di sette anni fa, in cui dicevo cose simili (con toni più impudenti e ingiuriosi dai quali con l’età mi sono allontanato), riferendomi ad un altro rimpasto nella giunta comunale di Frattamaggiore, capitanata dallo stesso sindaco di ora, figlio di un altro sindaco che aveva amministrato la città a cavallo tra il secondo e il terzo millennio.
E voi da che parte state, dalla parte di Bernard, Isaac e Giovanni o dalla parte di Aldous? Insomma, per voi ha senso celebrare una giornata della memoria commuovendosi per ciò che stato e non muovendosi davanti a ciò che è?
E ve lo chiedo un paio di giorni prima che i discorsi si ammucchino, si accatastino, si ammonticchino, si accavallino, si affastellino e si sovrappongano in un brulichio indistinto e noioso in cui si perdono, come in un deserto, le poche voci fuori dal coro. Prima che ci mettiamo a piangere i morti del ‘900 senza svestirci della nostra indifferenza di fronte ai morti e alle discriminazioni del 2022. I morti sul lavoro, i morti di lavoro, i morti senza lavoro e i morti in cerca di lavoro e dignità lontano dalla loro terra.
Non certo per svilire la Shoah, ma per darle un senso che trascenda dai muri di quei Lager.
[…] “Prima, quando ancora non vivevamo con la testa china su questi apparecchietti, avevo qualche amico e un cuofano e una sporta di conoscenti che quando passeggiavo per il corso mi salutavano e qualche volta si fermavano pure a scambiare quattro chiacchiere. Qualcuno, quando chiedeva “Come stai?”, sembrava perfino interessarsi davvero al mio umore e alla salute. Poi, è chiaro, c’erano anche le volte che trovavo fastidioso quell’impicciarsi dei fatti miei e rispondevo solo “Bene, grazie”, con la testa abbassata per non tornare a incrociare lo sguardo del mio interlocutore. Oppure mi inventavo un impegno imminente e scappavo via.
Oggi è cambiato tutto. Passeggio sempre più di rado per il corso. E quando lo faccio il mio e il vostro sguardo sono rivolti ai telefonini, per vedere cosa dicono sui social gli amici. Insomma, oggi ho tante persone che mi seguono qua sopra, ma nessuno mi acchiappa, e quando mi incontrano per strada, si girano dall’altra parte, fingendo che io sia un altro. Oppure fanno finta di essere loro a non essere quelli che sono.
La musica di sottofondo è un frammento di “Recuerdos De La Alhambra” di Francisco Tárrega nella struggente versione vocale di Nana Mouskouri
A me, che sono svogliato, introverso e indolente, tutto questo mi sta pure bene. Ma ogni tanto mi chiedo se davvero possa andare avanti così. Va be’, mo sono troppo stanco per provare a darmi una risposta. E poi c’è tanto altro da fare a capo chino sul telefonino. E gli amici da salutare a testa bassa e pollice alzato. Vi laikko, vi laikko tanti, vi laikko tutti; laikkatemi anche voi a ‘mme. Non fa niente se poi mi incrociate per strada e guardate da un’altra parte. Tanto col tempo non ci faremo neanche più caso. A capo fitto sul telefonino. Sì, sì, sempre a capo chino e pollice eretto. Che per il resto non si alza niente più.” […]
Tratto da:
Giles Ravager “Avrei potuto fare di più, ma sono contento di quello che non ho fatto. Confessioni di un indolente che non si pente di nulla e di niente.” Inexistent Edizioni, 2022
È la cacca, e la cacca non si può fermare, È come la pioggia, come il vento e il mare, Quando arriva, arriva, e non c’è niente da fare, Se non stare seduti per potersi liberare.
Idem con taluni di cui non ti puoi fidare… Se non ti vuoi lordare, ti devi svincolare, Ti devi difendere e ti devi allontanare, Senza dubbi, indugi e tempo da sprecare. Gente di merda da cui è d’urgenza scappare.
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Scritta a quattro mani con la mia piccola che all’epoca aveva quasi otto anni. Oggi ne ha dieci e diecimila cose da fare che le frullano per la testa e il cuore. Diecimila cose che solo il tempo potrà arrestare.
Palloni gonfiati dai soffi e dagli sbuffi incessanti del proprio ego. Palloni sul punto di scoppiare e a volte già scoppiati che continuano a rotolare per le strade e imperversare nelle radio, nelle tivvú e tra i social.
– Ehiiii, c’è vita lassù? E non è richioso per una palla Restare sospesa su un piedistallo che basta un piede in fallo per precipitare giù e schiattarsi al suolo come una pummarola o un puparuolo?
Palloni pieni d’aria e palloni sfiatati che ci fanno la palla dappertutto. Palloni pallosi quanto altri mai.
– Ma quando scoppia la bolla? Quando scoppia la palla? Quando sfiata il mio fiato per l’ultima fiata?
Deh!
[Segue un lungo sospiro, una pausa silenziosa e un inchino accompagnato da un movimento teatrale del braccio destro sollevato oltre la testa e lasciato cadere lentamente per la durata di un applauso immaginario che scroscia fragorosa nella testa dello scrivente autore di queste scarne e tronfffffie parole (ma libere come ragazze sole).]
A scorrere dall’alto in basso la pagina Facebook del programma di Radio 3 “La lingua batte” sembrerebbe che risieda nella progressiva anglicizzazione dell’italiano il rischio più grosso che corre la nostra meravigliosa lingua. Ma non credete che sia ancora più grave l’impoverimento lessicale e la semplificazione strutturale che porta a un uso sempre più vago ed impreciso del linguaggio, anche da parte di chi si occupa di comunicazione in modo professionale (giornalisti, esperti di questo o di quello, presentatori televisivi, insegnanti, youtuber, influencer e, perfino, scrittori)? Per non parlare delle nuove generazioni sempre meno avvezze a leggere testi lunghi scritti con un linguaggio mediamente complesso e abituate ad usare un lessico che difficilmente va oltre le 2000 parole citate da Tullio De Mauro come “fondamentali”.
Per certi versi, l’uso di parole inglesi potrebbe perfino arricchire la qualità della nostra comunicazione; soprattutto quando le parole nuove di ascendenza inglese indicano nuove realtà, nuove invenzioni o nuovi concetti concepiti in territori anglofoni. Senza contare che, in molti casi, questi anglicismi sono prestiti di ritorno, parole di origine greco-latina che rientrano, rimesse a nuovo, nella nostra area linguistica attraverso l’inglese e, soprattutto, attraverso l’American English (mi riferisco a termini come scanner, televisione, media, sponsor, campus, forum, infodemia, influencer e, perfino, computer, da “computare”…).
Poi, non lo nego, ci sono casi in cui si abusa dell’inglese in modo inopportuno, non funzionale ed anche poco elegante (tipo il diffuso uso di “realizzare” – da “to realize” – al posto di “rendersi conto” o anche tipo quegli articoli di economia, di sociologia o di sport infarciti di parole inglesi che vengono utilizzate un po’ a casaccio, anche quando esiste un più calzante e più chiaro corrispettivo italiano). Di peggio c’è solo lo snobismo (parola di origine inglese che, senza un reale fondamento, si fa derivare dalla locuzione latina “sine nobilitate“) di chi fa abuso di parole straniere per darsi un tono, per sorprendere il proprio interlocutore o per apparire più colto o più profondo di quanto effettivamente si sia.
In ogni modo, dal canto mio, insisto a sostenere che trovo più grave (ed anche più dannoso) l’impoverimento del linguaggio e l’uso di parole inesatte o approssimative da parte di parlanti italiani che usano male il nostro vocabolario e non trovano un appoggio nemmeno in quello di qualche lingua straniera. Non c’è pensiero se non ci sono le parole per pensarlo e per dirlo.
“Nature Boy” il capolavoro degli anni ’40 di eden ahbez (il compositore naturista che fu un precursore dei figli dei fiori) in una delle sue versioni più belle; quella di Miles Davis con un gruppo stellare che includeva Britt Woodman (al trombone), Teddy Charles (al vibrafono), Charles Mingus (al contrabbasso) ed Elvin Jones (alla batteria). Teddy Charles, poi, era anche arrangiatore di questa stupenda registrazione.
eden ahbez (scritto così, in minuscolo, come lui voleva che si scrivesse) era il nome che si era dato George Alexander Aberle (1908–1995). ahbez deve gran parte del suo successo proprio a Nature Boy, che nel 1948, cantata da Nat King Cole, salì al primo posto delle classifiche statunitensi per otto settimane. Ma fu difficile trovarne l’autore, dato che faceva una vita ritirata da hipppy ante litteram nelle campagne della California. Si dice che dormisse all’aria aperta con la sua famiglia, che mangiasse solo frutta e verdura, che studiasse testi mistici orientali e che seguisse le teorie dei movimenti Lebensreform (in tedesco, “riforma della vita) e Wandervogel (in tedesco “uccello vagabondo”) fondate su un radicale ritorno alla natura e su un allontanamento dalle convenzioni borghesi.Per certi versi era proprio e.a. lo strano nature boy di cui parla il testo della canzone. A very strange enchanted boy che si diceva avesse “vagato molto lontano, molto lontano / Per terra e per mare / Un po’ timido e dall’occhio triste / Ma molto saggio.” Non a caso i seguaci californiani del movimento Lebensform si facevano chiamare proprio Nature Boys (sul modello dei Naturmensch tedeschi) e propugnavano uno stile di vita naturale fondato sui valori dell’agricoltura biologica e del veganismo, come forma di rifiuto contro le conseguenze negative dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione e del materialismo. Una vita peace and love, insomma, in cui “La cosa più bella che imparerai mai / È solo amare ed essere amati…” (The greatest thing you’ll ever learn / Is just to love and be loved in return).Vista così, “Nature Boy” può essere riletta come una sorta di canzone-manifesto di questi movimenti che imperversavano in California negli anni ’40 del secolo scorso e che aprirono la strada alla filosofia hippie degli anni ’60 fino alla “Summer of Love” di San Francisco.
Quella che ascoltiamo qui è una versione strumentale del capolavoro di ahbez; un’interpretazione “pianoless” intensa, concentrata e cameristica che apre il lato A dell’album “Blue Moods“, pubblicato dalla Debut Records* nel 1955 a nome di Miles Davis.
Tutti sono sul pezzo: Miles in stato di grazia con la sua tromba sordinata, Teddy Charles e Elvin Jones che creano con discrezione un meraviglioso tappeto sonoro insieme al contrabbasso di Mingus il grande, il quale, al quarto minuto, aggiunge al brano un assolo stupendo, una sessantina di secondi di vera goduria che si assommano alla goduria che arriva prima e dopo.
Non so dirvi quante volte ho risentito questa composizione negli ultimi 40 anni della mia vita; ma mi dà sempre i brividi.
Aggiungo che esiste anche una versione in italiano di “Nature Boy” intitolata “Ricordati ragazzo”. Fu cantata da Luciano Tajoli nel 1949 e ripresa da Bobby Solo nel 1966.
Le mie, ve le risparmio. E dovreste ringraziarmene, diobbuono!
* La Debut fu fondata da Charles Mingus e da sua moglie Celia insieme con Max Roach per evitare i compromessi cui i musicisti si dovevano sottoporre lavorando per le major. Purtroppo, però, ebbe breve vita e chiuse nel 1957, dopo circa cinque anni di attività e una trentina di album prodotti. Tra i “debuttanti” si annoverano il pianista Paul Bley, i trombettisti Kenny Dorham e Thad Jones e i sassofonisti Hank Mobley e Teo Macero (futuro produttore di Miles Davis). Ma incisero per la Debut Records anche altri artisti di diversa estrazione, generazione e provenienza come Bud Powell, Oscar Pettiford, Kenny Dorham, Jimmy Knepper, Coleman Hawkins, Eric Dolphy, Cecil Taylor, Albert Ayler, Don Byas e Palle Mikkelborg. Una miniera tutta da esplorare.
Ho appena concluso la lettura del romanzo breve di Aniceto Fiorillo “Solo per loro“, pubblicato lo scorso anno per la collana Intrecci del marchio editoriale Dialoghi. Il libro è un moderno Bildungsroman, un romanzo di formazione che narra la vita sentimentale e lavorativa di Antonio, giovane della periferia napoletana che, dopo essere stato licenziato da una fabbrica in cui è stato prima apprendista e poi manutentore, si arruola nell’esercito e vive la crudeltà della guerra dei Balcani. Al rientro si trova coinvolto nei traffici di una Napoli criminale e tossica, “una città in perenne tensione” da cui decide nuovamente di scappare. Il fil rouge che lega le tre parti del romanzo è la costruzione della personalità di Antonio e la sua storia d’amore con Matilde (di cui preferisco non dire nulla per non rischiare di anticipare troppo). Un cammino verso una disincantata consapevolezza. Come nei romanzi picareschi del siglo de oro.
La lettura è scorrevole e piacevole ed è bello anche il fatto che il ritmo delle tre sezioni (scandite da tre opportune citazioni classiche) sia molto mutevole. Dal tono più disteso del lavoro in fabbrica, a quello tragico e riflessivo della guerra in Kosovo e poi a quello frenetico e violento del rientro in una Napoli gomorristica. Dappertutto affiora una vena di ironia e un tono moralistico di denuncia sociale verso le bassezze umane, inquadrate sotto forma di problemi cocenti e contemporanei, come la spietatezza della globalizzazione, la mancanza di mobilità sociale, la scarsezza di prospettive per i giovani del Sud Italia, i disastri della guerra chimica, la ricerca di denaro facile e la mancanza di qualsiasi scrupolo per raggiungerlo.
Leggendo viene da chiedersi quanto ci sia di esperienza di vita vissuta, quanto di vita reale ascoltata da terzi e quanto di vita letta in romanzi, saggi e fumetti o vista in film e serie TV. L’impressione è che Aniceto, nei suoi 40 anni di vita, abbia “fatto cose e visto gente…”. Ma in fondo questo importa poco. L’importante è quello che resta su pagina. E vi garantisco che non è poco. Memorabili le parti conclusive della seconda parte dedicate alla guerra in Kosovo e l’episodio dell’elefante indiano fatto venire dal capoclan nel quartiere dei Miracoli.
A margine, mi chiedo perché alcuni toponimi, marchi di fabbrica e nomi propri siano realistici (Napoli, Giugliano, Secondigliano, Castel Volturno, Piazza del Gesù, Via Tribunali, Sanyo…) ed altri inventati, ma modellati su evidenti nomi di località, marche e marchi realmente esistenti (Largo Ameno, Via dei Regibus, “Sasalese”, Riemens, Texa, Fuji, Genstar, 27 Gran…).
Concludo con un paio appunti stilistici. L’abuso del dimostrativo “tale” e l’introduzione di qualche parola e qualche spiegazione di troppo in singole frasi che, a mio modo di sentire, avrebbero funzionato meglio se espresse con più asciuttezza. Questo fin dall’incipit del romanzo:
“Nel cielo azzurro si muovevano sinuosamente banchi di nuvole e l’aria sui nostri visi era tiepida, aveva il sapore della primavera.”
Io avrei scritto: “Nel cielo azzurro si muovevano le nuvole e l’aria sui nostri visi era tiepida, aveva il sapore della primavera.” (p.7)
O perfino: “Nel cielo azzurro si muovevano le nuvole e l’aria aveva il sapore della primavera.”
Qualche ulteriore esempio in cui metto in parentesi quadra le parti che trovo superflue:
“Mia madre aveva portato i piatti a tavola e ci stavamo sedendo, la tv [trasmetteva televendite con le quali] invitava a comprare materassi ortopedici.” (p.9) “Il vialone era immerso in una fitta vegetazione, mi sembrava di essere in una foresta equatoriale di un [qualsiasi] Paese sudamericano.”(p.18) “Avevamo frequentato insieme le scuole elementari e [di seguito] le medie.” (p.19) “il mio amico continuava a creare con il motorino dei cerchi concentrici [,] perfetti [dal punto di vista della forma geometrica]” (p.21) “In fabbrica, ognuno di noi aveva un soprannome [in base alle caratteristiche fisiche o comportamentali].” (p.24) “All’interno diversi clienti, alcuni stranieri, erano rimasti allibiti [nell’assistere a tale rappresentazione].” (p.104)
Chiaramente queste sono questioni di gusto che hanno tutti i vizi della soggettività. Personalmente, preferisco una narrazione ellittica che offra maggiore spazio al lavoro di ri-creazione del lettore. Mi sento quasi offeso quando mi si dice troppo.
Da questo punto di vista, il finale del romanzo mi pare perfetto. Ma non ve lo racconto. Vi consiglio di leggerlo e di scoprirlo da soli.
Ad Aniceto, invece, nel fare i miei complimenti, consiglio un più attento lavoro di editing per le sue prossime pubblicazioni.
…
Il romanzo sarà presentato online il 28 gennaio nell’ambito di un convegno sulla “realtà giovanile tra occupazione, disoccupazione, inoccupazione ed inerzia“.
Su YouTube, la lettura interpretata di uno stralcio del libro realizzata da MonnaPina Vergara con l’accompagnamento musicale del prof. Pasquale Vergara (portano entrambi il mio stesso cognome, li conosco bene, ma non ci legano rapporti conosciuti di parentela). L’episodio interpretato nel video è quellodell’elefante: la delirante storia di un pachiderma portato nei quartieri di Napoli per distruggere il locale di un pizzaiolo che aveva fatto uno sgarro al capoclan Marciano. Una storia tragicomica e grottesca che è un po’ un episodio a parte nel romanzo.
Ormai è una decina di giorni, una decina di mesi e una decina di anni che “Domani inizia una nuova regola di Facebook…”
Ma possibile che ai tanti condivisori di questi messaggi non venga mai il dubbio che si possa trattare di una bufala? Non destano qualche sospetto quei punti esclamativi ripetuti!!!, quel linguaggio che fa leva sulla paura (“può essere usato nei contenziosi contro di te”), il solito incitamento a fare qualcosa che “non ti costa niente…” e l’abuso delle MAIUSCOLE (suvvia, non indugiate e “FATE COPIA/INCOLLA”)? Non fa accendere qualche lampadina la ripetitività ciclica di questi messaggi sulla proprietà delle nostre foto o su presunti metodi per bypassare le regole di Zuckeberg e apparire ai primi posti sulle bacheche dei nostri amici virtuali?
Come se stessero nelle nostre mani le regole del gioco…
L’unica variazione sostanziale della bufala di questo nuovo anno consiste nel citare il cambiamento di nome (reale) da Facebook a Meta. Un classico espediente dei diffusori di fake news: mischiare un fatto reale con una fandonia per rendere il pacco più verosimile e spendibile.
Certo, si tratta di bufale piuttosto innocue. In fondo, veramente non costa niente fare copia e incolla: un gesto innocente e superstizioso che ha un che di vagamente apotropaico, tipo cambiare strada quando passa un gatto nero (“non è vero, ma ci credo); ma a ‘mme continua ugualmente a preoccuparmi questa incessante diffusione acritica di post altrui, questo copia/incolla indiscriminato e compulsivo. Quasi una prova di forza dei diffusori di bufale (se posso fargli credere questo, posso fargli credere qualsiasi cosa).
E allora, per l’ennesima volta, cerco di fare un po’ di chiarezza sulla questione (veramente annosa).
Innanzitutto, deve essere chiaro che non si possono cambiare le regole del gioco incollando sulla nostra pagina personale dei post che non sono altro che una versione contemporanea e amplificata delle vecchie (e odiose) catene di Sant’Antonio. Il testo che state contribuendo a diffondere come un virus epidemico serve solo a intasare le bacheche con un messaggio ripetuto ad infinitum et ad cazzum di canem.
Le vere regole sulle “autorizzazioni concesse dall’utente a Facebook” si possono leggere sulle loro pagine ufficiali evitando così di diffondere sciocchezze e creare allarmismi:
Certo non tutto è chiarissimo, ma in buona sostanza si capisce che Meta non ha alcun interesse a riutilizzare i nostri contenuti e la nostra proprietà intellettuale per farne commercio in modo diretto. Ve lo immaginate Zuckerberg che vende a Pink Pallin una vostra foto o una vostra filastrocca, e magari dice pure che l’ha scritta lui?
Zuckerberg & Co. fanno affari attraverso i nostri dati e i nostri comportamenti (soprattutto i nostri comportamenti compulsivi, tipo copincollare inutili catene di Sant’Antonio), non vendendo a terzi le nostre immagini o i nostri futili messaggi (compreso questo, naturalmente).
Facebook ce lo dice chiaramente che paghiamo la sua gratuità con i nostri dati personali e – in questa pagina – ci lascia pure controllare quali dati vengono usati per mostrarci le inserzioni. Si legge, tra l’altro:
“Anziché richiedere all’utente un pagamento per l’utilizzo di Facebook o degli altri prodotti e servizi coperti dalle presenti Condizioni, Facebook riceve una remunerazione da parte di aziende e organizzazioni per mostrare agli utenti inserzioni relative ai loro prodotti e servizi. Utilizzando i nostri Prodotti, l’utente accetta che Meta possa mostrargli inserzioni che Meta ritiene pertinenti per l’utente e per i suoi interessi. Facebook usa i dati personali dell’utente per aiutare a determinare quali inserzioni mostrare all’utente. Facebook non vende dati personali dell’utente agli inserzionisti […]. Al contrario, gli inserzionisti possono indicare a Facebook elementi come il tipo di pubblico di destinazione delle proprie inserzioni e Facebook mostrerà tali inserzioni agli utenti che potrebbero essere interessati. Forniamo agli inserzionisti report sulle prestazioni delle proprie inserzioni per consentire loro di comprendere in che modo gli utenti interagiscono con i loro contenuti.”
Insomma, se continuiamo a copincollare falsi messaggi e probabile che poi ci ritroviamo in bacheca inserzioni che ci vogliono vendere il colosseo o post che ci incitano a votare per Trump, Biden, Renzi, Meloni, Salvini, De Luca o il futuro partito di Draghi.
Meditate gente! Meditate e FATE COPIA/INCOLLA di questo messaggio su tutte le vostre pagine e in tutti i gruppi che conoscete o praticate.
Quarantatré anni fa, giusto 43 anni fa, moriva Charles Mingus, a Cuernavaca, nel Sud del Messico, un Paese che amava e in cui andava spesso a svernare e a spassarsela. Ma quella volta no. Quella volta Charles Mingus non era andato a divertirsi e a gozzovigliare. Quella volta si era andato a mettere nelle mani stregate di una curandera. Forse, anche se non lo confessava nemmeno a se stesso, dentro di sé Charles lo sapeva che era partito per morire, quella volta. E aveva scelto una terra tutto sommato vicina, ma del tutto distante dagli Stati Uniti del puritanesimo, del capitalismo sfrenato, della segregazione razziale e dell’odio per i non allineati. La terra sensuale e misteriosa che gli aveva ispirato capolavori come “Tijuana Moods” (1957-1962) e “The Black Saint and the Sinner Lady” (1963).
Un paio di anni prima di quel fatidico 5 gennaio del 1979, Mingus aveva scoperto di essere affetto da una rara forma di sclerosi che lo aveva costretto a vivere tra un letto e una sedia a rotelle. Dopo mille tentativi di cure tradizionali, aveva fatto le valigie e aveva attraversato la frontiera che dagli USA portava agli Stati Uniti Messicani.
Il giorno dopo la sua morte, seguendo una sua volontà, il suo corposo corpo fu cremato. Probabilmente pesava ancora più di un quintale, nonostante la malattia che negli ultimi due anni lo aveva fortemente debilitato e infiacchito. Più tardi le sue ceneri sarebbero state portate in India e poi sparse dalla moglie Sue nelle acque sacre del Gange. Una cerimonia piena di fiori e tinte sgargianti.
Aveva solo 56 anni, Charles Mingus, in quella prima settimana del ’79. Una leggenda alimentata da Joni Mitchell narra che nel giorno della sua morte 56 balene si arenarono su una spiaggia di Acapulco e scelsero anche loro di morire in Messico.
Fu così che quel 5 gennaio del ’79, se ne andarono insieme 56 balene e uno dei più grandi innovatori della musica afroamericana, un compositore di sorprendenti doti sincretiche e creative e un grande contrabbassista, uno di quelli che hanno dato centralità e protagonismo a uno strumento dei margini e delle seconde linee.
Ma Charles Mingus era anche un uomo grande e un grande uomo dalla personalità impegnativa, complessa e ingombrante. Un artista orgoglioso delle sue origini quanto mai composite e uno strenuo attivista nel campo dei diritti degli statunitensi non Wasp (quelli che non erano né bianchi né anglosassoni né protestanti): suo padre era mulatto di madre svedese e padre afroamericano; sua madre era metà cinese e metà pellerossa.
“I am Charles Mingus. Half-black man. Yellow man. Half-yellow. Not even yellow, nor white enough to pass for nothing but black and not too light enough to be called white.”
Riferendosi in chiave sarcastica alla pluralità delle sue ascendenze, Mingus diceva di sé stesso di essere al di sotto di un cane bastardo (la sua autobiografia si intitola proprio così: “Beneath the Underdog“).
Era un uomo affamato di vita, di sesso, di alcol e di musica Charles Mingus (guai a chiamarlo Charlie!). Una personalità contorta e vorace. Irruento e capace di improvvisi slanci di nostalgia e tenerezza come la sua musica. Un artista in perenne ricerca e pervaso da una continua volontà di cambiamento.
“I’m going to keep on finding out the kind of man I am through my music. That’s the one place I can be free. But the reason it’s difficult is because I’m changing all the time.”
Un disadattato, continuamente in analisi. Un epitome dell’artista genio e sregolatezza. Una personalità multipla come le sue origini proteiformi.
“In other words I am three. One man stands forever in the middle, unconcerned, unmoved, watching, waiting to be allowed to express what he sees to the other two. The second man is like a frightened animal that attacks for fear of being attacked. Then there’s an over-loving gentle person who lets people into the uttermost sacred temple of his being and he’ll take insults and be trusting and sign contracts without reading them and get talked down to working cheap or for nothing, and when he realizes what’s been done to him he feels like killing and destroying everything around him including himself for being so stupid. But he can’t – he goes back inside himself.”
Ma quale di queste personalità era reale? Tutte, tutte erano reali e tutte cooperavano a dare linfa alla sua arte musicale e al suo genio compositivo.
Onore e merito al Barone di Nogales e alla sua arte imperitura!