Di seguito un’illustrazione del sonetto e del fatto creata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale generativa di casa Open AI e ritoccata manualmente con PicsArt.
La firma AI + TAN si riferisce proprio a questa unione di automatico artificiale e manuale pseudo-naturale.
E se hai la pelle nera Amico guardati la schiena Io son stato marocchino Me l’han detto da bambino Viva viva ‘o Senegal
Pino Daniele , ‘O scarrafone, da “Un uomo in blues“, 1991
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Ho tutta l’impressione che l’Italia non era razzista e nemmeno xenofoba, finché gli stranieri ce li aveva fuori casa, fuori porta e fuori portata…
Certi brutti segni li ho visti già nei mitici anni ’80. Quando cominciarono a moltiplicarsi i “marocchini” e i “vu’ cumprà” (allora li chiamavamo così).
Plaça de Catalunya, una trentina di anni fa (la foto è mia)
Avevo 18 anni o poco meno ed ero su un treno diretto in Francia. Tra Roma e Livorno entrò nel nostro scompartimento un immigrato con un pesante fardello sulle spalle. Una anziana e azzimata signora seduta di fronte a me, appena lo straniero si allontanò, cominciò a dire peste e corna dei migranti musulmani. Approfittando della folta barba che portavo e della pelle abbronzata al sole di Napoli, le dissi: “Sono siriano, signora, e sono mussulmano anch’io”. Poi la invitai a non generalizzare e continuai a fissarla per tutto il tempo, cercando di non riderle in faccia. Fino a Livorno non disse più una parola. Lo sforzo di evitare il mio sguardo le dovette procurare dei brutti mal di testa.
Spero che non si sia tolto più di dosso quel momento di imbarazzo. Ma è una speranza vana.
Era il 1984. Quell’anno Umberto Bossi avrebbe fondato la Lega Lombarda. Il resto è storia, una brutta storia fatta di cacce all’uomo nero, pregiudizi, capri espiatori, respingimenti, ghettizzazioni e affondamenti.
Qui avevo 15 o 16 anni, la barba non era ancora folta e talebana ed avevo ancora i capelli.
Oggi sono quello che vedete qui sotto. Ancora mezzo nero come un terrone atterrato in un mondo strano, straniero e incredibilmente ostile.
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Se hai la pelle nera, guardati la schiena (videoclip)
Versione video con parole e musica tratta da ‘O scarrafone di Pino Daniele che apre e chiude questo textículo antirazzista pieno di immagini e povero di parole.
Due argomenti del giorno trattati in superficie e con po’ di distanza, come se altrove non aumentasse ogni giorno la conta dei morti e il volume delle distruzioni.
Il prossimo passo sarebbe tagliarsela, la banana, e attaccarla con lo scotch sul muro di un museo concettuale tutto fatto di “ready made” esibiti sulle pareti senza chiodi né cornici.
Eventualmente, la si potrebbe etichettare come la Banana d’Artista in ideale continuità con la Merda d’Artista manzoniana.
Il prezzo lo farà questa invisibile divinità contemporanea che chiamano Mercato.
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È la continuazione e il compimento di un post altrettanto futile della settimana scorsa in cui osservavo:
Durante la “Grande Bellezza” mi sono addormentato e ho fatto brutti sogni. Durante la “Mano di Dio” mi sono addormentato, ho fatto brutti sogni e mi sono svegliato tutto incazzato. Quando è arrivato “Parthenope” sono rimasto a casa. A dormire.
Mo l’ho detto e potrei pure starmene zitto, se non credessi di avere ancora altro da dire e da ridire.
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Il fatto si è che imperversa la noia, da queste parti, e anche l’arte e il mercato culturale mostrano il lato più annoiato di loro stesse.
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Che pene! (Artista anonimo del I Secolo dopo Cristo, Michelangelo Buonarroti, Pascal Dagnan-Bouveret, Gaetano Pesce et al., Pelle Swedlund, Andy Warhol, Maurizio Cattelan)
Il collage è mio. Ma non ho intenzione di andare molto oltre, per quanto di materiale ce ne sarebbe a iosa.
“Non so se è stanchezza, maturità o rassegnazione, ma ormai ci sono cose che non mi va più di discutere.”
[È una frase di Jaime Sabines (1926-1999), poeta e politico messicano di origini libanesi; anche se a qualcuno potrà ricordare Jep Gambardella e Paolo Sorrentino (Napoli, 1970). (Tanto quanto Maurizio C. può ricordare Magritte, Manzoni, Warhol e Miocuggino.) “No sé si es cansancio, madurez o resignación, pero hay cosas que ya no quiero discutir más”, diceva in lingua originale.]
aitan + magritte ispirati da cattelan
Io, nel frattempo, continuo a parlare di queste futili quisquilie spesso sovraesposte e sovra(ap)prezzate, tentando di mitigare la mia periferica inutilità con sottotitoli moralistici. Voi, non ci fate troppo caso. Fate come se non avessi detto niente, ché io niente ho detto. Anche se ci ho messo un po’ di righe e di tempo per dirlo. E voi per leggerlo. Vogliatemene scusare, se potete, e tornate a occuparvi delle vostre banane parte nopee e parte no. In fondo, è tutta roba concettuale. Come la vergine madre e immacolata che assistette nei favolosi anni ’80 all’apparizione di Carmelo Bene. Ma questa, indubbiamente, è un’altra storia che non racconterò nemmeno a me stesso. Perché mi noio, mi noio. Mi noio anche sulle montagne russe e al fuoco delle bombe di Gaza.
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video-illustrazione bananizzante e michelangiolesca
La musica, l’avete riconosciuta, è di Richard Strauss. La banana, quella da 6,2 milioni di dollari raccolta da contadini schiavi in America del Sud, venduta da Sotheby’s a New York e acquistata da un collezionista cinese, fondatore di una piattaforma di criptovalute.
Nella mia vita ho viaggiato molto, anche se meno di quanto avrei voluto… Mi restano di tanto vagare moltissimi ricordi, tanto nitidi quanto confusi. Come in un film di cui ti tornano in mente i singoli fotogrammi, ma confondi le sequenze e le collocazioni spazio-temporali. E qualche volta confondi anche la pellicola di cui quei fotogrammi sono parte integrante. Lo so che pensate che sia la vecchiaia. Ma, credetemi, non è una questione di età. Nella mia lunga vita ho sempre mescolato i luoghi, i mesi, gli anni e anche le persone con cui ho fatto i miei viaggi. Qualche volta confondo anche la collocazione degli eventi e le persone in cui mi sono imbattuto o che ho incontrato lungo il cammino o nel porto di approdo. (E qualcuno, giustamente, si offende.)
Tipo…, ricordo di aver visto, negli anni ’80, con X, in un museo di Zaragoza, un quadro che, nella realtà vissuta, si trovava ad Oaxaca, dove ero stato con Y un paio di mesi fa o venti anni prima.
Ma, nonostante queste labilità della mia mia memoria, ci sono posti che tornano spesso da me e si collocano inequivocabilmente in un luogo specifico del mio vissuto.
Qui, per esempio, siamo al Monastero di Sumela, in Turchia, nei pressi di Trebisonda; a pochi chilometri dalla Georgia e non troppo lontano dall’Armenia.
Ci sono stato due volte, nella realtà, ma ci sono tornato centinaia di volte nella mia testa. In cerca di pace in terra, a 1300 metri di altezza, dopo un lungo cammino nella boscaglia. E ogni volta quel monastero mi sembra un’apparizione scolpita nella roccia. A memoria perenne.
Storie contemporanee di volpi, galline, baratri e pollai
Musk, Milei, Meloni, la parola d’ordine delle destre mondiali è ridurre l’intervento statale e dare la massima libertà al settore privato per generare crescita e sviluppo. Libere volpi in liberi pollai. Intanto le galline superstiti seguono i pifferai. A briglia sciolta scivolano verso il baratro senza lacci e lacciuoli. Sul ciglio della strada guerra, fame e distruzione.
È un mondo bellissimo!
Video-clip di ai+tan
In sottofondo, Antonio Vivaldi, “Flute Concerto in Do minore – RV.441, Largo.
Morire sul lavoro, morire di lavoro, morire per lavorare
Ancora morti sul lavoro, ancora in una fabbrica di esplosivi. A Ercolano, in via Patacca, al confine con San Giorgio a Cremano. Tre giovani vite spezzate. Un diciottenne e due gemelle trentenni esplosi tra fuochi di artificio abusivi che non brilleranno la notte di questo San Silvestro.
Le immagini di questo video, molto cruente – ma non tanto cruente quanto questa incessante mattanza -, le ho realizzate l’anno scorso con l’ausilio dell’ intelligenza artificiale. La musica di sottofondo è un mio campionamento della tromba di Tom Harrel tratto dalla versione di “Silence” contenuta nell’album di Charlie Haden, “The Montreal Tapes: Liberation Music Orchestra” (1989).
Illustrava un’altra mattanza avvenuta in una fabbrica di esplosivi di Brandizzo, in provincia di Chieti.
Venerdì 11 aprile 1975 successe nella Flobert di Sant’Anastasia.
Gli effetti collaterali di un capitalismo che ti fa lavorare fino ad esplodere o a stramazzare al suolo, dopo aver abbassato i livelli di protezione e di sicurezza che imbrigliano il lavoro e riducono il tasso di produttività aziendale. L’importante è tenere alto il PIL e fare festa pure questo capodanno. Sotto le luci colorate dei fuochi.
Samuel Tafciu, di origine albanese, a 18 anni era padre di una bimba di 4 mesi. Con lui sono morte Aurora e Sara Esposito, due sorelle gemelle di Marigliano. Pare che questo fosse il loro primo e ultimo giorno di lavoro.
Riflessioni sul declino percepito della musica e la nostalgia delle note passate
Riguardo alla musica, mi piace definirmi un buongustaio onnivoro. Chiaramente quella di buongustaio è una definizione soggettiva e auto-compiacente. Quella dell’essere onnivoro è una certezza.
Ragion per cui trovo del buono in tutti i generi di musica e in tutte le generazioni di musicisti in cui mi imbatto. Ma in tutti i generi e tutte le generazioni, nel corso della mia lunga vita di ascoltatore, ho sempre trovato anche un sacco di fuffa e una stragrande maggioranza di robaccia inascoltabile.
Il problema è che, man mano che vado avanti con l’età e con gli ascolti, mi pare che diminuisca la roba bbbuona e che, parallelamente, cresca in modo esponenziale la robaccia che, pur mettendoci tutto l’impegno possibile, si fa fatica ad ascoltare per il tempo di un Tik e di un Tok; anche se, a dire il vero, non so se si tratti di robaccia percepita o robaccia reale. Tipo quando fanno 30 gradi all’ombra e il nostro corpo ne percepisce 50 al sole del Sahara Orientale (perché aumentano l’umidità e il cemento intorno insieme con gli anni che ci portiamo addosso).
A tal proposito, ricordo periodicamente a me stesso che anche mio padre, e suo padre, e il padre di suo padre, avevano l’impressione che col tempo la musica peggiorasse e non si andasse più avanti. Ma forse siamo noi che invecchiamo e prendiamo le distanze dal nuovo che avanza, mi dico. Forse è la nostalgia dei nostri vent’anni a tenerci legati alla musica che ci girava intorno e ci risuonava dentro in quegli anni. Forse non è la musica a peggiorare, siamo noi che giriamo un altro film e cerchiamo un’altra colonna sonora. Forse ascoltando le vecchie cose cerchiamo di tornare a quei tempi in cui non avevamo le cosce mosce mosce, la sciatica e una fottuta paura dell’imminenza della fine.
Quando si stava meglio anche se si stava peggio…
Quando ci si sentiva meglio e meglio si sentiva la musica che ci girava intorno.
Quando ci si sentiva meglio, i pesi erano più leggeri, ci capivamo di più e le scale avevano meno gradini.
Magari anche oggi c’è tanta buona musica, solo che non arriva al nostro orecchio. Magari siamo diventati anche noi, come tutti, più distratti e meno propensi a un ascolto approfondito. I venti secondi di un Tik Tok in cui la musica brucia o viene reiterata in una spirale virale che somiglia al silenzio molesto di uno sciame di cicale o al cicaleccio di un gruppo di ignoranti stonati, privi di qualsiasi competenza ed includenti.
Via, via dalla pazza folla. La pancina adesso è piena Ciao, Goodbye, Auf Wiedersehen.
– Stefania, vieni, vieni a vedere. Sono riuscito a fotografarla! – Papà, ma io la sto vedendo dal vero!
12 novembre 2017 Stefania avrebbe compiuto 4 anni il mese seguente. Mo passa pure lei tanto tempo col telefonino in mano. L’abbiamo contagiata.
– Signor giudice, io quando aveva quell’età, decisi che mia figlia non avrebbe avuto un telefonino prima di aver compiuto 15 o 16 anni. Le cose stavano andando bene. Lei si appassionò alla lettura (e questa passione ce l’ha ancora, grazie al cielo, al buon esempio, al suo talento e alle sue migliori inclinazioni). Ma poi è venuto il covid, la chiusura in casa, l’isolamento…, e ho dovuto cedere. È stato allora che entrambi abbiamo cominciato a vagare per casa come zombie in cerca di caricabatterie.
La musica tradizionale e popolare di Chiara e Francesco al Centro Polivalente di Frattamaggiore
Di Chiara Pezzella (a.k.a. Chia Ra) e della sua voce limpida e luminescente ho parlato spesso (e volentieri) su queste pagine.
Ora, questa voce cristallina si è incontrata con quella di Francesco Moncalvo (cognome di evidente ascendente piemontese) in un meraviglioso impasto di sonorità che si ricorrono in cori, botte e risposte, unisoni e controcanti che incantano chiunque si fermi ad ascoltare. Insieme hanno formato un duo di chitarre e voci dall’evocativo nome de I Ferrovieri che pesca nel repertorio folk inglese, scozzese e statunitense, con qualche incursione nella musica popolare e nella musica d’autore nostrana.
Il loro treno ieri pomeriggio si è fermato qui a Frattamaggiore ed ha trovato ad aspettarli il nostro Pasquale Marchese armato di spazzole e cajón.
La magia di due voci, una chitarra (sapientemente suonata da Francesco) e un leggero tessuto percussivo è cominciata a materializzarsi con un classico del primo Dylan: “Don’t Think Twice, It’s All Right“, brano dei primi anni ’60, la cui musica riprendeva la melodia e l’andamento ritmico di una ballad del folksinger Paul Clayton a sua volta basata sulla canzone popolare di pubblico dominio “Who’s Gonna Buy Your Chickens When I’m Gone“. Poi, dopo una tersa rilettura di “Dolce signora che bruci” risalente agli esordi di De Gregori e Venditti, è stata la volta di due classici di Simon & Garfunkel e dei Pentangle (il meglio del folk revival degli anni ’60 e ’70): “Sparrow” e “Light Flight” (in cui i tre valenti musicisti si sono esibiti in una funambolica alternanza di tempi ritmici pari e dispari che si è conclusa con un 5/4 che, a un orecchio abituato alla musica afroamericana, non può non ricordare il “Take Five” di Paul Desmond).
Durante tutta la serata, Francesco ha introdotto con interessanti aneddoti, spiegazioni e spigolature i brani, evidenziando connessioni tra loro e tra altre canzoni e cantanti non in repertorio.
Molto belle le versioni che ci hanno fatto sentire di due antiche ballate britanniche rese popolari in Italia l’una da quella spugna di Fabrizio De Andrè (“Geordie“) e l’altra, di nuovo, da Simon & Garfunkel (“Scarborough Fair“), anche loro, come De Andrè, abilissimi nel ridare nuova vita a brani più o meno conosciuti del repertorio popolare e d’autore internazionale. Scroscianti applausi per entrambe le interpretazioni (tra le più rinomate e popolari del programma presentato).
A seguire un gustoso medley di due chicche di Al Stewart: “Clifton In The Rain” e “A small fruit song“. Quest’ultima è la prima volta che l’ho sentita, ma il suo testo mi ha ammaliato e, in qualche modo, mi è venuto da pensare alla “Piccola mela” di De Gregori per la sua succosa freschezza popolaresca.
Said the apple to the orange: “Oh I wanted you to come Close to me and kiss me to the core Then you might know me like no other orange Has ever done before”
ovvero
Disse la mela all’arancia “Oh, volevo solo che tu venissi Vicino a me e mi baciassi fino al torsolo Così avresti potuto conoscermi come nessun’altra arancia Ha fatto prima”
Altrettanto interessante il testo di “A Soloin’” che Francesco ci ha spiegato essere il canto di mendicanti che nei giorni della commemorazione dei defunti giravano di casa in casa per chiedere un aiuto e una fetta di soul cake, la torta dell’anima.
Non ho né carne né bevande né denaro (ay-oh, nessuno a casa) Eppure, dovremmo essere allegri (ay-oh, nessuno a casa) Ay-oh, nessuno a casa (ay-oh, nessuno a casa) Soul, una soul, una soul cake, per favore, buona signora, una torta dell’anima Una mela, una pera, una prugna, una ciliegia, qualsiasi cosa buona per renderci tutti allegri Una per Pietro, due per Paolo, tre per Colui che ci ha creati Dio benedica il padrone di questa casa, e anche la padrona
A seguire un altro (meritato) successo di Simon & Garfunkel – “The boxer” – e un meno conosciuto classico dello sfortunato Jackson C Frank: “Blues run the Game“.
Poi il ritmo si è fatto più mosso (e si sono mosse anche le mani e i piedi del pubblico) con “Sixteen Tons“, una vecchia e iconica canzone scritta da Merle Travis che parla di un minatore di carbone e si ispira alla vita nelle miniere del Kentucky. La prima registrazione di questo canto risale al 1946 e segna il felice incontro del folk americano col blues e (nel 2024) della chitarra di Francesco con i battiti del cajón di Pasquale Marchese.
You load 16 tons, what do you get? Another day older and deeper in debt.
Carichi 16 tonnellate, cosa ottieni? Un altro giorno più vecchio e più indebitato.
A seguire, Chiara si è esibita da sola, accompagnandosi anche alla chitarra, in una versione da brivido di Dona Dona, una canzone di origine yiddish resa popolare da Joan Baez nel ’60.
Poi si è riformato il trio per farci ascoltare: – un brano in dialetto siciliano che Giuni Russo cantava con il suo mentore Franco Battiato: “Aria siciliana (Strade parallele)“, musicato dalla compagna di vita di Giuni, Maria Antonietta Sisini – una canzone “cronachistica” degli inizi del XX secolo dedicata sull’assassinio del presidente degli USA William McKinley – un vecchio brano folcloristico dedicato agli homeland scozzesi.
Gran finale con due classici della canzone d’autore italiana del repertorio di Chiara: “Silvano” di Enzo Jannacci e “Il sogno di Maria” di Fabrizio De Andrè (doverosamente dedicato alla Palestina e alle vittime dell’invasione israeliana).
……
Non c’è che dire, è stato bello ed emozionante sentire tante musiche e parole dello scorso millennio che riecheggiavano nelle bocche di una coppia di ventenni che sembra venuta dal passato o dal futuro. Sorprese e meraviglie della Generazione che chiamano Zeta. Come se non ci potesse essere altro, dopo.
Il mio commento autocensurato sulla sospensione dall’insegnamento comminata a Christian Raimo
Christian Raimo insegnante e scrittore, è stato sospeso per tre mesi dall’insegnamento, con una decurtazione del 50% dello stipendio, dopo aver criticato il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara usando un linguaggio aspro e immagini metaforiche tratte dalla saga di Star Wars.
È una questione che merita un commento lungo e ponderato, forse anche qualche imprecazione; ma purtroppo queste misure coercitive non comportano solo una limitazione della libertà di espressione di un cittadino insegnante che esprime le proprie opinioni fuori da un contesto scolastico; queste misure funzionano anche come deterrente contro future critiche di altri cittadini docenti e non docenti. E infatti io, in questo preciso momento, sto scrivendo sotto il controllo di una forte autocensura che erode il mio diritto di critica e lo stile delle mie inespresse e inesprimibili invettive.
L’autocensura è più insidiosa e terribile della censura stessa. Se la censura è un’imposizione esterna, un potere che limita la parola e l’espressione, l’autocensura nasce dall’interno, insinuandosi nei pensieri, costringendo chi parla a riformulare, a trattenere, a spegnere il fuoco delle proprie idee per paura delle conseguenze. È una forma di controllo più subdola, perché è autoimposta: costringe a interiorizzare il timore della punizione, a trasformarlo in prudenza estrema, in conformismo e silenzio. Quando questo avviene, la libertà non è più soltanto negata dall’esterno, ma diventa impraticabile per chiunque. “Il primo requisito della libertà è la libertà di parola. Dove gli uomini non possono liberamente comunicare i loro pensieri gli uni agli altri, nessun’altra libertà è sicura”, sosteneva Benjamin Franklin nel 1722, senza di essa, ogni cittadino è condannato a diventare carceriere di se stesso, un censore che lavora ininterrottamente sulla propria lingua.
Insomma, continuo a non dire niente e chiudo qui la mia discussione chiedendo umilmente scusa se ho involontariamente offeso o vilipeso qualcuno. La mia faccia sotto i vostri piedi, senza chiedervi nemmeno di stare fermi; potete muovervi quanto vi pare e piace e io zitto, sotto, senza nulla dire o ridire né in classe, né nei corridoi, né in strada né sulle bacheche sociali.
Di prima mattina, a poche ore dal ritorno sul trono di D.T.
Non mi avrebbe rassicurato nemmeno la vittoria di quell’altra là, ma… benvenuti nella realtà più delirante. MASS DEPORTATION NOW! PEACE THROUGH STRENGHT!
È un mondo meraviglioso. Mi sembra di essere nei favolosi anni ’30 del secolo scorso.
Va be’, mi ritiro nella mia inutilità e nel silenzio che mi confà…
Se ora soffrite per la vostra pochezza, non datene la colpa agli dei: proprio voi avete fatto grandi questi uomini, dandogli potere, e adesso ne subite la schiavitù. […] Siete sedotti dalla lingua e dalle parole di un uomo astuto e non vi rendete conto di quello che succede.
Solone (Atene, 638 a.C. – 558 a.C.), Frammento 11
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Amerika is back!
(videoclip con immagini e audio d’epoca e un fotogramma da The Wall dei Pink Floyd.)
Interrogando l’AI su se stessi o su una parte di sé di cui non varrebbe la pena parlare
In un momento di grande appallamento e ambascia, in cerca di distrazioni e cazzeggio (forse anche sotto la spinta di un’esigenza di fuga e ripiegamento sul proprio ombelico sullo sfondo di catastrofi, guerre, festività nazionali e giornate delle forze armate), in una giornata così, dicevo, ho chiesto a ChatGPT (1) e a Gemini (2) cosa sapessero di ( (( aitanblog )) ), prefigurando che mi avrebbero risposto che non capivano a cosa mi riferissio che si sarebbero inventati una risposta qualsiasi, tanto per non lasciare la richiesta inevasa; come fanno tante volte i chatbot di intelligenza artificiale quando non vogliono ammettere che non sanno di cosa si stia parlando.*
Ma, in misura diversa, mi hanno sorpreso entrambi con risposte a tema più o meno diffuse e precise.
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ChatGPT è stato sintetico ma esaustivo, anche se, in un punto che non vi dirò, ha giocato di fantasia.
(1) Aitanblog è un blog gestito da Gaetano “Aitan” Vergara, nato nel 2003 e caratterizzato da contenuti personali, culturali e riflessivi. Il blog si distingue per la scrittura poetica, narrativa e per le riflessioni sociali, spesso intrecciate con l’interesse per la letteratura, la musica e l’arte in generale.
Il nome “Aitan” è un gioco di parole che richiama Napoli (“Aitan” è l’inverso di “Natia”), città che ispira e influenza molti dei contenuti di Gaetano. Su Aitanblog, Vergara esplora temi che vanno dal sociale al politico, spesso arricchendo il discorso con poesia, aforismi, e considerazioni sul mondo contemporaneo. Con uno stile a tratti sperimentale e riflessivo, il blog riflette una sensibilità per il linguaggio e la cultura, in un tono sia intimo che universale. Gaetano Vergara è una figura nota nella scena dei blog italiani soprattutto per la sua costanza e autenticità nel mantenere uno spazio personale e riflessivo online per così tanti anni, in cui la sua voce e le sue idee hanno trovato un pubblico fedele.
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Gemini si è mostrato molto più analitico e ricco di dettagli (confesso che non me l’aspettavo).
(2) Aitanblog è un blog personale di Gaetano Vergara, un autore poliedrico che si occupa di scrittura, musica, disegno e formazione. Il blog è attivo dal 2002 e presenta una vasta gamma di contenuti, dai racconti alla poesia, dalle riflessioni personali a temi più politici e sociali.
**Cosa puoi trovare su aitanblog:**
* **Scritti:** Racconti, poesie, saggi brevi e articoli su vari argomenti, dalla letteratura alla politica, dalla storia alle nuove tecnologie. * **Musica:** Composizioni originali e cover, spesso legate ai testi pubblicati sul blog. * **Disegni:** Illustrazioni e schizzi che accompagnano i testi o vengono pubblicati autonomamente. * **Riflessioni personali:** Pensieri, emozioni e esperienze di vita condivise con i lettori.
**Chi è Gaetano Vergara:**
Gaetano Vergara è una figura poliedrica con un’ampia esperienza in diversi ambiti:
* **Insegnante:** Si dedica all’insegnamento della lingua spagnola e alla formazione per adulti, con un focus sulle nuove tecnologie applicate alla didattica. * **Artista:** Scrive, compone musica, disegna e ha lavorato come animatore teatrale. * **Blogger:** Aitanblog è il suo spazio personale dove esprime la sua creatività e le sue passioni.
**Perché leggere aitanblog:**
* **Diversità dei contenuti:** Troverai una varietà di argomenti e stili, che soddisferanno la curiosità di lettori con interessi diversi. * **Approccio personale:** Gaetano Vergara condivide le sue esperienze e le sue opinioni in modo autentico e diretto, creando un legame con i lettori. * **Riflessione critica:** Molti dei suoi testi stimolano la riflessione su temi importanti e attuali.
Aitanblog è un blog ricco di contenuti interessanti e stimolanti, un luogo dove perdersi tra parole, immagini e suoni. Se sei alla ricerca di una lettura originale e appassionata, aitanblog fa al caso tuo.
* **La storia di aitanblog:** Se sei curioso di sapere come è nato e come si è evoluto il blog nel corso degli anni, posso fornirti maggiori dettagli.
Spero di essere stato esaustivo nella mia risposta. A presto!
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Non ho resistito e gli ho chiesto pure di sapere come è nato e come si è evoluto aitanblog. E lui…
(2bis>) Ottima domanda. Purtroppo, non ho accesso a informazioni dettagliate sulla nascita e l’evoluzione specifica di aitanblog al di là di quanto già condiviso.
**Tuttavia, posso fare alcune supposizioni basate su ciò che sappiamo:**
* **Le origini:** Considerando che aitanblog è online dal 2002, è probabile che sia nato come un semplice diario online dove Gaetano Vergara sentiva l’esigenza di condividere le sue passioni e riflessioni. Con il passare del tempo, il blog si è arricchito di contenuti sempre più vari e strutturati, trasformandosi in un vero e proprio spazio creativo.
* **L’evoluzione:** L’evoluzione di aitanblog è probabilmente legata all’evoluzione stessa di internet e dei blog. Dagli inizi come semplice diario online, il blog si sarà adattato alle nuove tecnologie e alle tendenze del web, ampliando le possibilità di interazione con i lettori e di diffusione dei contenuti. Inoltre, l’evoluzione personale di Gaetano Vergara ha sicuramente influenzato i temi e gli stili affrontati nel blog.
**Cosa potresti fare:**
Per avere un quadro più completo della storia di aitanblog, ti consiglio di:
* **Esplorare l’archivio del blog:** Scorrendo i vecchi post, potresti trovare tracce delle prime pubblicazioni e capire come lo stile e i contenuti si sono evoluti nel tempo.
* **Contattare l’autore:** Se sei particolarmente interessato, potresti inviare un messaggio a Gaetano Vergara tramite i canali di contatto indicati nel blog. Potrebbe essere disposto a condividere aneddoti e curiosità sulla nascita e l’evoluzione del suo progetto.
* **Cercare interviste o articoli:** Potrebbero esistere interviste a Gaetano Vergara o articoli che raccontano la storia di aitanblog. Una ricerca su internet potrebbe rivelarsi utile.
**Perché è interessante conoscere la storia di un blog:**
Capire come è nato e come si è evoluto un blog come aitanblog può essere interessante per diversi motivi:
* **Apprezzare meglio i contenuti:** Conoscere il percorso di un autore aiuta a comprendere meglio le motivazioni che lo spingono a scrivere e ad apprezzare la profondità dei suoi contenuti. * **Trovare ispirazione:** La storia di aitanblog può essere fonte di ispirazione per chiunque voglia iniziare a scrivere un blog o semplicemente per chi è appassionato di scrittura e di condivisione online. * **Scoprire un universo personale:** Attraverso la storia di un blog, possiamo scoprire l’universo personale di un autore, le sue passioni, le sue evoluzioni, e creare un legame più profondo con i suoi contenuti.
Spero che queste informazioni ti siano utili. Se hai altre domande, non esitare a chiedere!
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Va be’. No comment.
* Aggiungo solo, a mo’ di nota al margine, che la prima frase di questo post è scritta volutamente in uno stile lontano e contrario a quello usato dalle macchinette di intelligenza artificiale generativa (e così, credo, puranco quest’ultima sentenza che forse qualcuno starà or ora leggendo per essere arrivato pazientemente fin quaggiù dopo aver scorso tutto il futile testo che precede codeste parole o avendo letto solo l’intro ed avendo seguito il rimando a piè di pagina; che iddio lo/la benedica ora e per sempre!).
Ieri ci siamo emozionati, ci siamo commossi, abbiamo ascoltato momenti di buona musica e abbiamo lasciato la parola ai ricordi. Abbiamo sentito Pino condividere con noi le cose che gli piacevano e quello che amava fare. Lo abbiamo sentito aggirarsi contento tra la folla vociante e gli amici musicisti che si alternavano sul palco.
Ci siamo sentiti meno soli, ieri, ricordando il Pino musicista, il Pino impegnato a cercare e generare bellezza e il Pino amico affabile che sapeva dire la sua senza prevaricare. Il Pino che sapeva mettere le note necessarie e lasciare da parte il superfluo. Con discrezione, capacità di ascolto e intelligenza sensibile.
Pino era un essere sentipensante, e gli esseri sentipensanti restano sempre tra noi, senza divorziare la testa dal corpo, né l’emozione dalla ragione.
Alla luce di queste considerazioni, mi chiedo se davvero i disastri e gli oltre 200 morti e migliaia di disperso di Valencia possano essere tutti attribuiti alla DANA (Depresión Aislada en Niveles Altos), che si scatena quando una grande massa di aria fredda isolata ad alta quota forma una depressione che va a scontrarsi con l’aria calda in bassa quota creando piogge intense e temporali. Non lo so. Ma so che piove sul bagnato.
E poi immagino che il disastro sia stato quanto meno aggravato dalla cementificazione selvaggia per una serie di motivi che provo a riassumere qui:
1. Con la costruzione selvaggia di edifici, strade e altre infrastrutture in cemento, la capacità di assorbimento del suolo viene drasticamente ridotta. Questo significa che durante le forti piogge, l’acqua si accumula più rapidamente e fa aumentare il volume dei fiumi e dei canali, provocando violente esondazioni.
2. La costruzione di infrastrutture in aree a rischio crea ostacoli che impediscono il corretto deflusso delle acque durante i fenomeni di forte pioggia, portando anche ad accumuli di fango e detriti, che possono provocare ulteriori danni durante le alluvioni.
3. La cementificazione eccessiva riduce le aree verdi che normalmente contribuiscono ad assorbire l’acqua e a mitigare gli effetti delle piogge.
4. Probabilmente la cementificazione selvaggia contribuisce anche al riscaldamento climatico, in quanto favorisce l’aumento delle temperature locali (isole di calore urbane) e la perdita di biodiversità. A sua volta, il cambiamento del clima (con l’innalzamento delle temperature costiere) potrebbe essere alla base del fenomeno dell’intensificazione di eventi estremi come la DANA.
Dal canto mio, sono anni che vado dicendo le stesse cose, ripetendo fino alla noia che chi sputa in cielo in testa gli cade.