I Tproject sono un duo aperto a sperimentazioni e collaborazioni in presenza e a distanza. Formati da Pasquale Marchese (batteria, percussioni e voci) e Gino Frattasio (basso, chitarre, tastiere ed elettronica) registrano i loro brani tra la Campania e l’Emilia, nello studio di Carmine Guerriero di Frattamaggiore, e nel JihinetLab di Bologna, dove hanno missato e masterizzato anche “Rain“, il loro ultimo brano.
La compilazione si costruisce attorno a un’immagine elementare e potentissima: la pioggia. Qui, però, l’acqua non è un semplice elemento decorativo, ma vera e propria materia sonora. Il groove nasce da un tessuto ritmico che richiama il ticchettio dell’acqua: un battito ipnotico che sostiene l’intera architettura del pezzo. Il contributo di Vincenzo Gionta alla batteria è misurato e raffinato; scolpisce il tempo con una precisione che non invade mai, ma sostiene con gusto. Su questo tappeto si adagiano linee di basso avvolgenti, arpeggi di chitarra, accordi di tastiera e accompagnamenti solistici di Tom Tea. Ne viene fuori un ambiente sonoro denso di stratificazioni emotive che aprono verso orizzonti lontani.
C’è pure una parte recitata in napoletano che evoca la pioggia, l’acqua che cammina e se ne va, portata via dal vento e quella tranquillità che rimane dopo. Come in “Quanno chiove” di Pino Daniele l’acqua si fa simbolo di purificazione e cambiamento ed anche portatrice di quiete. Un’acqua foriera di pace e pulizia in un mondo dominato da corruzione e guerre.
Quanno chiove L’ammore è o vero L’acqua cammina e se ne va S’ha porta o’ viento che me lassa quieto
Anche il video accompagna questa narrazione con immagini suggestive e ritmate. Non si tratta di una semplice clip musicale, ma di un dialogo visivo che viaggia in parallelo alle note, dando ritmo allo sguardo così come i TProject lo danno all’udito.
Ma “Rain” è anche l’anticipazione di qualcosa di più grande: il brano farà parte del primo disco raccolta dei TProject, che il gruppo conta di pubblicare dopo l’estate che verrà.
Un brano scritto in pochi minuti e in pochi minuti dato in pasto all’IA per la musica, l’arrangiamento, il canto e la strumentazione artificiale
Le immagini che accompagnano il video sono tutte mie, anche se qua e là ritoccate con l’IA. Le parole tutte analogiche e improvvisate di mio pugno. La musica e il canto, invece, sono artificiali e artificiose che più artificiose e artificiali non si poteva e non si può.
Il testo è questo che trovate qui di seguito. Si legge meglio che nei sottotitoli dove è scappato qualche svarione che sarebbe stato troppo laborioso emendare.
Vorrei vederti ridere e danzare come danza il vento sulle onde del mare E irride la tempesta che sta per arrivare
Vorrei sentirti venire lentamente Le porte aperte ma chiuse all’altrui gente Ti aspetto e tu m’aspetti sentipensatamente
Vorrei saperti lieta, fausta, gaia e contenta Felice della dieta con la pressione che si allenta E senza preoccupazioni che ci rompano i coglioni
Vorrei scrivere una canzone di Tony Pitony Che ti lambicchi il cervello e ti lecchi le attenzioni Spingendo giù alle viscere il senso e l’emozione Giù giù sempre più giù in singolar tenzone Tra la fine della schiena ed il buco del fondone
Vorrei dare in pasto queste mie povere parole alla macchina infernale dell’intellighentia artificiale
“No”, mi rispose, “Voglio sentire il fruscio del vento tra le foglie, lo svolazzare di ali nel cielo, il frinire delle cicale e lo scroscio delle onde sulla scogliera.
Quello che non voglio più ascoltare è il nostro rumore e il suono della mia voce”.
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Un dialogo tardo-ottocentesco sulle note di Chopin (il video)
In sottofondo, Fryderyk Franciszek Chopin a.k.a., Frédéric François Chopin (1810-1849), “Notturno Op.9 n.2” in Mi bemolle maggiore, nell’interpretazione di Pio Palumbo
Il video è stato realizzato integrando strumenti di intelligenza artificiale generativa – come Nano Banana, Veo e Flow – con PicsArt ed Edit per il montaggio e per l’editing delle immagini statiche e della grafica dei singoli frame.
Il mio intento era dare un tono romantico e vagamente ottocentesco a una clip realizzata con strumenti del XXI secolo. Spero di esserci riuscito senza risultare troppo melenso e caramelloso.
Da una prostituta francese a una prostituta brasiliana, attraverso schiere di puttane di De André e un’appendice femminista.
Fais-nous danser, Julie la Rousse Toi dont les baisers font oublier
Petit’ gueule d’amour t’es à croquer Quand tu trimballes ton éventaire Ton arsenal sans fair’ de chiqué A vaincu plus d’un grand militaire
La incontro così, per caso, scorrendo parole di vecchie chansons francesi: una ragazza dai capelli rossi che “fa ballare” un intero quartiere e, soprattutto, “fa dimenticare” le miserie, le frustrazioni, le guerre, perfino i grandi militari che il suo “arsenale” di seduzione ha già sconfitto da un pezzo.
Provo a portarla in italiano, senza tradirne del tutto la musica:
Facci ballare, Julie la Rossa, tu, i cui baci fanno dimenticare ogni cosa.
Piccola faccia d’amore, sei da mangiare di baci, quando ti porti in giro il tuo banchetto, il tuo arsenale, senza fare la preziosa, ha sconfitto più di un grande militare.
Siamo nel lontano 1956 e l’autore di questa canzone si chiama René-Louis Lafforgue: attore, autore, cantautore, figura appartata ma decisiva della chanson réaliste del dopoguerra, quella che guarda Parigi non dalle terrazze dei caffè letterari, ma dai marciapiedi, dai bistrot, dalle camere ammobiliate dove si sopravvive più che vivere. La sua Julie la Rousse, interpretata anche da Colette Renard, Anny Flore e Philippe Clay, appartiene a questa tradizione di ritratti umani che mescolano tenerezza, ironia e una feroce lucidità sociale.
Julie non è una musa angelicata. È una prostituta della Place Blanche, regina non incoronata di un angolo di Parigi dove i clienti passano, fumano, trattano, dimenticano. I passanti la giudicano “mauvaise graine”, cattiva erba, perché “a ogni uomo dà un’imbeccata”, eppure il testo le rende omaggio definendola “vraie citoyenne”: una vera cittadina che, senza proclami e senza rivendicazioni, “dà sollievo alle arsure extra-repubblicane” dei maschi francesi. Se la Repubblica proclama égalité e fraternité, è anche grazie a corpi come il suo che certe pulsioni trovano una via d’uscita meno violenta e mortale. In questo senso, quello di Lafforgue è anche un canto antimilitarista.
C’è un verso che mi piace particolarmente, quello che ricorda che Julie, a volte, lavora da artista:
Car parfois tu travailles en artiste Ton corps tu l’prêt’s sans rien fair’ casquer À tous les gars qu’ont le regard triste
A volte, insomma, Julie non chiede nemmeno una ricompensa economica: presta il suo corpo “da artista” a tutti ragazzi che hanno lo sguardo triste. Il commercio del sesso si incrina per un attimo e lascia passare un’altra logica: quella della cura, della compassione, della consolazione quasi materna. Nei baci di una prostituta di quartiere, la canzone arriva a dire che si può “abbracciare il mondo intero”. Non è poco.
Uno sguardo sulle prostitute, senza moralismo e senza sconti, che mi riporta a De André. Penso, ovviamente, a “Bocca di Rosa“, la forestiera che “metteva l’amore sopra ogni cosa” e che per questo viene prima idolatrata e poi cacciata dal paese dalle pie donne offese. Penso alla “Città vecchia“, dove “se ti inoltri lungo le calate / dei vecchi moli, tra la gente che viene e che va…”, incontri “la puttana, il ladro, l’ubriacone” e tutta quella fauna umana che la borghesia preferisce tenere a distanza di sicurezza. Penso a “Via Del Campo“, alle passeggiate festive delle prostitute di “ADumenega“, e a “Prinçesa“, trans e prostituta brasiliana.
De André ha dichiarato spesso il suo debito verso la canzone francese: Brassens, Brel, Ferré, ma anche questo sottobosco di autori meno celebrati che hanno insegnato a guardare in faccia i “perdenti” della storia, a restituire dignità narrativa a chi vive ai margini. Julie la Rossa potrebbe tranquillamente camminare tenendo sottobraccio Bocca di Rosa lungo una via tra Pigalle e un anonimo paese dell’entroterra ligure: due donne di mala fama, due sante laiche che ricordano agli uomini il prezzo e la grazia del desiderio.
A partire da questi versi e da questa immaginaria sorellanza tra Lafforgue e De André, ho provato a dare un volto alla mia Julie. Il risultato è il ritratto che accompagna questo post: una ragazza dalla chioma rosso fuoco, pelle quasi di gesso, occhi verdi e sguardo laterale, un po’ ironico e un po’ diffidente. Non è la Julie di Parigi, non è Bocca di Rosa, non è nessuna delle due: è la loro cugina che passa per il mio bloc-notes, si lascia colorare e poi scappa di nuovo nella notte.
Per chi fosse curioso di sapere come è nata questa Julie la Rossa a matita e colori digitali, ho montato un piccolo video di making of: il disegno che prende forma a poco a poco, dalla prima linea incerta fino alla colata di rame dei capelli, con in sottofondo proprio la canzone di René-Louis Lafforgue.
“Julie la rousse” canta Anny Flore, 1957
Così, mentre la mano traccia ombre e contorni, è la voce della chanson a ricordarci che, a volte, per capire un’epoca non bisogna ascoltare i discorsi dei ministri, ma le storie di chi, come Julie, “fa ballare” e “fa dimenticare” il mondo intero per qualche minuto rubato alla notte.
Perché a volte lavori come le artiste Il tuo corpo lo offri senza chiedere nulla A tutti i ragazzi dallo sguardo triste
Ma…, proprio qui, nel momento in cui la canzone di Lafforgue tocca le corde più alte della compassione e della bellezza, mi viene da fermarmi a chiedermi se questa visione della prostituzione non sia troppo romanticizzata, e comincio a dubitare (mi capita molto spesso). Non è, in fondo, uno sguardo tutto maschile che proietta sulla figura della prostituta i propri bisogni di consolazione, la propria nostalgia, il proprio sentimentalismo?
Il Movimento Femminista Romano se lo chiese già negli anni Settanta, quando riscrisse “La Canzone di Marinella” di De André (che pure raccontava la storia di una giovane prostituta morta ammazzata) in questi termini:
Questa di Marinella è la storia vera, lavava i piatti da mattina a sera e un uomo che la vide così brava pensò di farne a vita la sua schiava.
Così, con l’illusione dell’amore, che le faceva batter forte il cuore, s’inginocchiò davanti a quell’altare e disse tre volte “sì” per non sbagliare.
Lui ti guardava mentre pulivi, forse leggeva mentre cucinavi; te ne accorgesti senza una ragione che la sua casa era la tua prigione.
C’era la luna e ancora non dormivi, dopo l’amor no, tu non dormivi: sentisti solo sfiorare la tua pelle, lui ebbe tutto e ti girò le spalle.
Dicono che spesso con cipiglio lui ti chiedesse un figlio; tu eri stanca, grassa ed avvilita, avevi solo figlie dalla vita.
Ma un giorno, mentre a casa ritornava, vide una mostra che la riguardava: cambiare poteva la sua condizione col Movimento di Liberazione cambiare poteva la sua condizione col Movimento di Liberazione
Da Vettori Giuseppe, Canzoni italiane di protesta 1794 – 1974, Roma, Newton Compton, 1975
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Insomma, se da un lato è giusto diffidare della mitologia maschile sul “cuore d’oro” delle prostitute, dall’altro non si può negare che canzoni come Julie la Rousse o Bocca di Rosa abbiano compiuto un gesto politicamente rilevante: hanno restituito visibilità e dignità narrativa a figure che la società benpensante voleva cancellare. Hanno detto: queste donne esistono, meritano di essere raccontate, hanno una storia, una dignità e uno spessore poetico.
Strofetta dell’Epifania che ogni gioia si porta via (in appendice, Chet Baker, “The Party is over”)
So’ arrivate Gaspare, Melchiorre e Baldassarre E’ fernuta a zezzenella e se torna areta ‘e sbarre
Affianco il mio piccolo presepe con tre capolavori del Rinascimento e del Barocco. Tre Adorazioni dei Re Magi di (nell’ordine cronologico e di scrollaggio) Jeroen Anthoniszoon van Aken, più noto come Hieronymus Bosch (1450 circa –1516), Bartolomeo Suardi detto Bramantino (1465-1530) e Domínikos Theotokópoulos a.k.a. El Greco (1541–1614).
Tutti nomi d’arte avevano questi artisti. Parola di Gaetano Vergara, altrimenti conosciuto come Aitan. Ma je nun so’ n’artista, je so’ sulo nu masto scuncecatore.
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Strofetta dell’Epifania – L’esaurimento della zezzenella
In sottofondo, qualche nota di “E’ Fernuta ‘a Zezzenella“, brano di Mimmo e Michele Taurino che comincia con un dialogo che fa – Amore, sai che sono senza mutandine? – Uffà, ancora cu sti spese, o vvuò capì ch’è fernuta ‘a zezzenella!!!
E continua con l’immortale strofa che fa: E’ fernuta a zezzenella sò passate e tiempe bbeeeelle Piglia e fierre e a cardareeellaaa è o’ mumento ‘e faticààààà
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The party is over…
Concludo questo post sconclusionato e saltellante con “In a Sentimental Mood“e “The party is over“, brani tratti dall’album CHET ON POETRY, Italia 1989.
Nel gennaio del 1988 Baker partecipò ad un’incisione per un disco rimasto incompiuto a causa della sua prematura e tragica morta. L’album fu successivamente completato e mixato a cura di Nicola Stilo per l’etichetta Novus.
Questo il testo dei versi introduttivi di Gianluca Manzi
But now it has happened, No use in talking The silence between me and you Has never had meaning. It was, love it, that was all That was asked. But now it has happened, No words for the foretime, The desperation has made me the same, Has made me another. Who looks at the shape of the fish Grow giant on the side of his bowl, Who walks on the terrace Observing foliage from above, Who hears the snapping of plastic That wraps like cellophane Bare branches of climbers? You don’t know, and I Who descend the stairs neither, I am the same, I am another.
Chet Baker – tromba e voce Nicola Stilo – flauto, chitarra, piano e sintetizzatore Enzo Pietropaoli – contrabbasso Roberto Gatto – batteria Alfredo Minotti – percussioni Carla Marcotulli e Alfredo Minotti – coro in “The Party Is Over”
Registrato da Franco Finetti e Sergio Marcotulli ai Forum Studios di Roma, a gennaio del 1988.
Chet Baker sarebbe morto pochi mesi dopo, il 13 maggio di quello stesso anno. Lo trovarono sfracellato al suolo ad Amsterdam. Era precipitato giù dalla finestra di un hotel. Non sapremo mai se fu un suicidio, una caduta accidentale sotto l’effetto di droghe o se qualcuno lo spinse giù volontariamente.
Fuori dall’albergo di Amsterdam una targa commemorativa recita: “Il trombettista e cantante Chet Baker morì in questo luogo il 13 maggio 1988. Egli vivrà nella sua musica per tutti quelli che vorranno ascoltarla e capirla“.
Domenica 21 dicembre 2025 – Musica di confine in un teatro di frontiera.
Nello spazio piccolo, accogliente, intimo, fuori tendenza e necessario dello SMODA, quella scatola magica tirata su da Gianni Aversano “quando tutti chiudevano”, a due passi dalla cattedrale nel deserto del Cinema Teatro Lendi, è andato in scena un esperimento riuscito di musica e canzoni dalle radici etniche ma proiettate nel futuro: il Concerto delle due Sicilie. Sul palco quattro artisti che, a vario titolo, hanno attraversato da un quarto a mezzo secolo di musica italiana e mediterranea: – Amedeo Ronga, sensibile contrabbassista napoletano trapiantato da oltre trent’anni nel Chiantishire ma con le radici ben piantate nel Sud Italia; – Patrizio Trampetti, voce e chitarra, ex colonna della Nuova Compagnia di Canto Popolare, attore teatrale e cantautore ostinato e resistente che continua a lottare con onestà e pervicacia contro l’indifferenza e la sciatteria del presente; – Alfio Antico, voce e tamburi a cornice, il più grande e visionario suonatore (e costruttore) di tammorre in circolazione, con un passato remoto da pastore di Lentini, cresciuto tra pelli di pecora e storie millenarie, e un passato prossimo fatto di prestigiose collaborazioni con artisti del calibro di Lucio Dalla, Fabrizio De André, Eugenio ed Edoardo Bennato, Giorgio Albertazzi, Ottavia Piccolo, Maurizio Scaparro e Roberto de Simone; – Jennà Romano, voce e chitarre, polistrumentista e compositore provinciale e sconfinato, capace di far convivere Piero Ciampi con Jeff Beck e la tammurriata con i riverberi anni Settanta.
L’idea dichiarata è quella di unire in un’unica trama sonora le tradizioni napoletane e siciliane, la forma-canzone e l’oralità popolare, i tamburi millenari e le chitarre elettrificate, le villanelle e il rock psichedelico, le ballate d’amore e l’invettiva sociale. Quella che un tempo si divideva pigramente in “generi” prova qui a sciogliersi in un’unica pentola di fusione meridionale e universale.
ANIMA / VULUMBRELLA Si parte con una dichiarazione di poetica: un brano etnico-psichedelico di Alfio Antico, che affonda le mani nella tradizione arcaica e ancestrale, si fonde con lo spirito di “Vulumbrella”, una villanella ischitana del ‘500 cantata da Trampetti come un monito ad assaporare la vita prima che arrivi la stagione del rinsecchimento. Patrizio intona i versi di questo canto antico con la stessa verve e la stessa carica popolare e tagliente dei suoi vent’anni. La sua voce resta popolare e rock, quella di Jennà si intreccia sulle armonie, mentre i tamburi di Alfio e le corde di Amedeo allargano il suono. Il risultato è un piccolo rito di passaggio, un apripista che chiarisce subito che la serata sarà radicata nella terra, ma con la testa tra le nuvole psichedeliche dei Settanta e gli orizzonti del XXI secolo.
L’IDEALE Subito dopo arriva la title track dell’ultimo album di Patrizio, realizzato in sodalizio con Jennà Romano. Sul palco, la storia dell’incendiario diventato pompiere, l’ex capellone rivoluzionario trasformatosi in direttore di banca, acquista una forza teatrale ancora più suadente: la chitarra in levare accarezza e punzecchia, Alfio Antico percuote una padella a tempo di reggae e la voce graffiata di Patrizio alterna amarezza e sberleffo. È un pezzo combat, ma senza slogan facili; più confessione dolente che comizio.
LETTERA D’AMMURI Quando Alfio intona “Lettera d’ammuri”, l’atmosfera cambia. Il tamburo diventa un cuore amplificato, il canto assume una piega sospesa tra invocazione e racconto. È una canzone d’amore filtrata dallo sguardo di chi ha trascorso la vita a parlare con la terra e con il vento. Le percussioni non accompagnano soltanto: respirano. I colpi sul tamburo diventano segni di punteggiatura incisi nella pelle. Le corde di Amedeo e Jennà disegnano uno sfondo discreto e suggestivo, con la lingua che si fa corpo e la melodia che ondeggia tra nenia e preghiera laica.
‘O SUD È FESSO Torna Trampetti per ricordarci che, in fondo in fondo, ‘O Sud è fesso. In tempi di autonomia differenziata, migrazioni forzate, precarietà strutturale, corruzioni piccole e grandi e melonismi diffusi, il brano suona come una diagnosi del presente lucida e dolorosa. Nel live del Concerto delle due Sicilie, la presenza di Alfio e di Amedeo allarga il quadro a un intero Paese spaccato, ferito, rimbambito e, aggiungerei, anche un po’ complice dei propri carnefici. Il ritmo coinvolge, ma le parole graffiano. È quella dimensione “sentipensante” che riconosco da sempre a Patrizio e Jennà: ti muovi sul ritmo, ma sei costretto anche a fermarti a pensare sulle parole.
INNU A LU CORI (‘A Sicilia senza ponti) Brano inedito scritto da Jennà Romano e tradotto in siciliano da Alfio per un album in lavorazione, che, probabilmente, sarà intitolato “Anime delle due Sicilie“. Qui, tra le note d’un canto d’amore, il discorso politico si fa esplicito con il richiamo a una “Sicilia senza ponti” e a un’“America senza bastimenti”. Perché la grande isola non ha bisogno di essere cucita a forza a un continente che la considera periferia o serbatoio da sfruttare. Nessuna nostalgia folcloristico-borbonica, ma una rivendicazione identitaria che guarda avanti.
INTERLUDIO COLLOQUIANTE di Amedeo e Alfio Uno dei momenti più ipnotici della serata è il fitto colloquio tra contrabbasso e tamburo. Un piccolo capolavoro di interplay. Le corde profonde di Amedeo Ronga e la pelle tesa di Alfio Antico sembrano parlarsi per davvero. Si inseguono, si interrompono, si sfidano, si consolano. È come assistere a una conversazione tra due vecchi amici che si capiscono anche quando tacciono.
N’ATU SUONNE Con “N’atu suonne”, tratto dal recente album L’ideale, torniamo nei territori della delusione e del sogno utopico. Dal vivo, con la complicità dei tamburi di Alfio e del contrabbasso di Amedeo, il brano si apre a nuove prospettive oniriche. Resta il fantasma di una rivoluzione mai compiuta, ma anche la voglia ostinata di non arrendersi al cinismo. Il sogno come categoria dello spirito.
RE BUFÈ (Vespri siciliani) Con “Re Bufè”, Alfio Antico ci trascina nel cuore di una filastrocca antifrancese che affonda le radici nei Vespri siciliani (1282) e arriva come una bomba sonora contemporanea. È un pezzo che alterna narrazione epica, invettiva e stornello, con i tamburi che imitano marce, danze e tumulti. Una rivolta medievale che suona terribilmente attuale. Il controcanto popolare a ogni forma di occupazione, dagli angioini agli eserciti di Napoleone, dai garibaldini ai sabaudi e ai savoiardi.
FESTE DI PIAZZA Quando parte “Feste di piazza”, il tempo scivola all’indietro negli anni Settanta, ma senza patine nostalgiche. Il brano, scritto da Patrizio per Edoardo Bennato, racconta il dietro le quinte delle allegrie collettive, la festa che lascia a terra “vuoti a perdere mentali abbandonati dalla gente”. Nella versione delle due Sicilie la coda si infiamma: la voce di Patrizio si fa più rock e ruvida, i cori sostengono un crescendo quasi prog mediterraneo, i tamburi portano un respiro paganeggiante. Un promemoria sonoro di quanto la canzone d’autore italiana debba a questo gran signore che, all’epoca, scriveva per “l’imperatore” Bennato e oggi continua a cantarsela da solo o in buona compagnia, con inalterata urgenza.
NUN ERANO 1000 Brano nuovo, pensato per il prossimo album, “Nun erano 1000” è una piccola bomba ironica contro la retorica risorgimentale cantata da Alfio e da Patrizio intrecciando siciliano e napoletano. Il mito del Generale Garibaldi viene rivoltato come un calzino: dietro i mille, ci sono interessi, manipolazioni, narrazioni di comodo, uomini e territori del Sud sacrificati in nome dell’Italia una e indivisibile ma sperequata. La musica ricorda certe invenzioni dei cantautori anni ’70 radicate nella tradizione con deviazioni inattese verso sonorità più nervose. È la versione meridionale della “contro‑storia”: Garibaldi non è demonizzato, è semplicemente riportato a terra, spogliato della patina oleografica dei sussidiari. E poi la voce narrante che era lì, testimone diretto dello sbarco, assicura che non erano mille ed è certa la cosa perché li ha contati pure zia Rosa.
AMMORE CHE NUN PAREVA AMMORE “Ammore che nun pareva ammore” è una piccola e preziosa gemma di Jennà Romano, interpretata qualche anno fa anche da Peppe Lanzetta e riscoperta oggi attraverso la colonna sonora di “Trentatré“, recente film di Lorenzo Cammisa. Qui viene interpretata da Romano alla voce e da Ronga al contrabbasso, con un meraviglioso solo di Amedeo che sembra una confessione mormorata a bassa voce. Il bolero napoletano, già di per sé delicato e urticante, acquista qui una dimensione ancora più intima: il contrabbasso accarezza, pizzica, sospira; la voce di Jennà si tiene sul filo.
CANTO DEI SANFEDISTI Cambio radicale di atmosfera con il “Canto dei Sanfedisti”, uno di quei brani che Patrizio porta con sé fin dai tempi della Nuova Compagnia di Canto Popolare: un’antica canzone contro la dominazione francese e il loro tradimento degli ideali rivoluzionari.
So’ venute li Francise, ati tasse ‘nc’hanno mise
Liberté, egalité… tu arruobbe a ‘mme je arrobbo a ‘ttè…
Sona sona sona Carmagnola sona li cunzigli viva ‘o rre cu la Famiglia.
Nella versione del Concerto delle due Sicilie, il brano acquista una doppia stratigrafia: da un lato la memoria dei moti controrivoluzionari, dall’altro l’allusione a tutte le volte in cui il popolo viene usato come clava da un potere contro un altro potere. I tamburi di Alfio qui diventano metronomo di rabbia, mentre le corde tengono un bordone quasi marziale. Il popolo parla, ma chi lo sta facendo parlare davvero? Chi suggerisce la rabbia e le parole?
‘O VINO (Ciampi secondo Jennà) Non poteva mancare lo spirito (e l’alcol) di Piero Ciampi, nume tutelare di tante traversate musicali di JR. La versione napoletana de “Il vino”, che già conoscevamo in altre situazioni (“ha tutte le carte in regola” per diventare un classico del repertorio di Jennà), qui si inserisce in maniera quasi catartica: dopo tanti brani di lotta, storia e politica, arriva la confessione sbronza, la poesia ubriaca di un livornese trapiantato idealmente al Sud della penisola. Il pubblico riconosce il ritornello e fa il coro con crescente partecipazione, la band si diverte nei cambi di dinamica. È un brindisi collettivo, sì, ma anche un modo per ricordare quanto la nostra musica debba ai poeti maledetti di provincia, italiani, mediterranei e senza confini.
LA FOGLIA Con “La foglia” rientriamo nel mondo poetico di Alfio Antico con un brano d’amore delicato e struggente in cui la foglia è, al tempo stesso, corpo e destino: qualcosa che cade, vola, viene trascinato dai venti eppure, fino all’ultimo, trattiene in sé il ricordo della linfa amorosa che lo ha alimentato (almeno questo è arrivato a me di questo bel brano, senza conoscere a sufficienza le tante varianti del dialetto siciliano). Il contrabbasso disegna linee semplici, quasi cameristiche, la chitarra accompagna con rispetto, il tamburo si limita a piccoli sospiri, più che a veri colpi. Canzone apparentemente minima, in realtà capace di infilarsi sotto pelle come una malinconia dolce.
TAMMURRIATA ALLI UNO… ALLI UNO Il classico della NCCP, qui ripensato in versione bilingue napoletano‑siciliana, è, per me, il momento più “problematico” della serata. L’idea di affiancare le due lingue è coerente con il progetto delle due Sicilie, ma l’esito – almeno per il mio orecchio – risulta un po’ forzato: la naturalezza della tammurriata originaria sembra frenata dal gioco di specchi linguistici. Il ritmo c’è, i tamburi lavorano bene, il pubblico si lascia trascinare; ma resta una leggera impressione di esperimento più interessante sulla carta che nella resa complessiva. Càpita, nei percorsi di ricerca: non tutti i ponti costruiti tra tradizioni reggono allo stesso modo.
SUONNE FUJENTE “Suonne fujente” nasce come brano di Trampetti pensato per una collaborazione mai portata a termine tra Pino Daniele e la NCCP. Dal vivo il pezzo prende il volo: il sogno che fugge diventa occasione per una lunga coda antimilitarista e antibellica affidata alla voce e ai tamburi di Alfio. È come se il sogno si aprisse a contenere tutti i conflitti che attraversano il nostro presente: dalla Palestina all’Ucraina, dallo Yemen alla Libia.
UN GIORNO CREDI Eccoci a un’ulteriore pietra miliare di PT. “Un giorno credi” – scritto da Patrizio per Edoardo Bennato – è un’altra canzone che travalica gli steccati e i confini. Cantata dall’autore, con il sostegno delle altre voci e delle trame strumentali di questo concerto, la canzone assume un tono quasi autobiografico: l’uomo che ci dice di “non lasciare” e di “insistere di più” ha superato da un pezzo i settant’anni, ma non ha intenzione di smettere. C’è un momento, durante il ritornello, in cui si ha la sensazione che allo SMODA non ci sia più distinzione tra palco e platea: è una storia di disillusioni e ripartenze che tocca generazioni diverse, dagli adolescenti degli anni ’70 ai loro nipoti spaesati in questo presente liquido, gassoso ed evanescente.
SILENZIO D’AMURI Con “Silenzio d’amuri” di Alfio Antico, il discorso torna a toccare le corde dell’idillio amoroso, ma declinato nel registro tipico dell’artista siciliano: non è la ballata edulcorata, è un amore che passa attraverso il dolore, il non detto, il tempo che mangia e restituisce solo frammenti. Il tamburo diventa battito cardiaco, la voce si fa lamentazione trattenuta, quasi sussurrata. È una canzone che chiede silenzio – come suggerisce il titolo – più che cori di applausi: un piccolo rito intimo in mezzo a una serata di resistenza e lotta.
TAMMURRIATA NERA Gran finale con il classico dei classici della Nuova Compagnia di Canto Popolare, la “Tammurriata nera”, brano che ha segnato una stagione intera della nostra musica e delle nostre riflessioni sul meticciato, il razzismo, il dopoguerra. Nella versione del Concerto delle due Sicilie, la tammurriata suona inevitabilmente come un ulteriore ritorno a casa per Trampetti, ma allo stesso tempo si colora delle esperienze accumulate: ci sono le corde psichedeliche, i tamburi ancestrali, il contrabbasso danzante. È un congedo rituale, un modo per dire che questa storia non è finita: continua ogni volta che qualcuno prende un tamburo, accorda una chitarra, decide di cantare il Sud non come cartolina ma come ferita aperta e possibilità.
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Uscendo dallo SMODA, con nelle orecchie ancora gli echi delle corde e dei tamburi e nella testa i versi su ideali traditi, sogni fuggenti e Sud gabbati, ho avuto la sensazione che questo Concerto delle due Sicilie sia stato molto più di un semplice omaggio alla memoria: un atto di resistenza sonora, un laboratorio di provincia universale in cui Napoli e Sicilia si sono guardate allo specchio e, almeno per una sera, si sono riconosciute parti di uno stesso, ostinato, Mediterraneo fatto per creare vita, non per affondare i corpi morti di chi non è riuscito a rendere compiuta la traversata.
Appunti ed emozioni dopo la visione del nuovo Sandokan di Jan Maria Michelini
Ho appena visto la prima parte di questo nuovo Sandokan diretto da JM Michelini e mi sono ritrovato a di-vagare tra presente e passato; tra il Can Yaman di oggi e il Kabir Bedi che mi folgorò a dieci anni nel lontanissimo 1976.
A scanso di equivoci, premetto subito che anche questa volta mi sono emozionato. Quasi quanto allora; quando, da inquieto bambino, restavo incollato allo schermo davanti alla serie televisiva di Sergio Sollima. E questo, di per sé, è già un risultato notevole per un remake che sulla carta, dai confronto, sembrava avere tutto da perdere.
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Fedeltà e rivisitazione
La nuova serie di Jan Maria Michelini opera scelte interessanti sul piano della fedeltà al testo salgariano. Si recupera anche il dettaglio della nascita napoletana di Lady Marianna da madre italiana; particolare che mi ha regalato un sorriso di orgoglio partenopeo. Inoltre, il rapporto con James Guillonk viene esplorato con nuove sfumature rispetto alla figura dello zio rigido e tutto d’un pezzo che ricordavo. Ambientazioni e costumi sono curati, l’atmosfera da favola esotica ben costruita. Alessandro Preziosi nei panni di Yanez, Alanah Bloor come Lady Marianne ed Ed Westwick in quelli di Lord James Brooke compongono un cast convincente, affiancato da straordinarie figure esotiche di un Oriente immaginario. Su tutte Madeleine Price, nei panni di Sani, la serva/amica della perla di Labuan.
Eppure qualcosa, inevitabilmente, manca (50 anni non passano senza lasciare segni; senza tenere conto di tutte le ovvie mitizzazioni del passato che inficiano l’oggettività del giudizio). Can Yaman è credibile, ma non possiede quel magnetismo quasi ipnotico che emanava Kabir Bedi: quella capacità di incarnare contemporaneamente ferocia e nobiltà d’animo in uno sguardo solo. Philip Leroy aveva costruito un Yanez dall’ironia distaccata e guascona, una maschera di leggerezza dietro cui si intuiva profondità e astuzia; Adolfo Celi dominava lo schermo con una durezza controllata che rendeva Lord Brooke terrificante proprio perché mai sopra le righe. Sono standard altissimi; forse impossibili da eguagliare. E poi, la violenza degli anni ’70 era senza sangue, come in un cartone animato o in un film di Bud Spencer e Terence Hill. Oggi, dopo i fiumi di sangue tarantinato, c’è molto più splatter e Grand Guignol nelle scimitarrate dei tigrotti di Mompracen.
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La musica dell’anima
Mi ha fatto piacere che i compositori di nuovo conio abbiano seguito la partitura della sigla originale dei fratelli Guido e Maurizio De Angelis, altrimenti conosciuti come Oliver Onions. Quella che fa:
Sandokan, Sandokan, giallo il sole la forza mi dà. Sandokan, Sandokan, dammi forza ogni giorno ogni notte coraggio verrà.
Sandokan, Sandokan, giallo il sole la forza mi dà. Sandokan Sandokan dammi forza ogni giorno ogni notte coraggio ve-
Tuttavia, mi mancano certi guizzi della colonna sonora del ’76: quelle improvvise accelerazioni, quei silenzi narrativi carichi di tensione che i De Angelis sapevano infarcire di strumenti etnici e scale orientali.
La nuova colonna sonora fa bene il suo mestiere, ma non crea quelle atmosfere esotiche e suggestive che anticipavano la migliore world music all’italiana con le sue contaminazioni mediterranee e mediorientali. A mio modo di vedere e di sentire, quella degli Oliver Onions è stata un’opera pop epocale, ed anche un’inconsapevole precorritrice di “Creuza de mä” di Fabrizio De André e Mauro Pagani. Qui siamo nell’ordinario.
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Mompracem è Cuba (e altro ancora)
A questo punto, arrivo alla questione che autobiograficamente più mi preme. Perché, come vado ripetendo da tempo, a me la lotta contro gli oppressori l’hanno insegnata Salgari e Sollima prima ancora che Marx, Bakunin e Che Guevara. E continuo a pensare che l’isola di Mompracem sia Cuba, che Sandokan sia un po’ Fidel e un po’ il Che quanto Yanez è un po’ il Che e un po’ Fidel.
Mi spingo fino a immaginare che sia Fidel Castro che Che Guevara avevano letto Salgari ed emulavano consapevolmente le gesta della Tigre della Malesia e del Corsaro Nero. E Salgari, come scrisse da qualche parte Omar Calabrese, aveva a sua volta ricalcato le gesta di Garibaldi; il quale, aggiungo io, emulava le imprese rivoluzionarie di Simón Bolívar. In questo viaggio a ritroso potremmo arrivare fino a Spartaco, o a Prometeo: archetipi eterni dell’insurrezione contro ogni tipo di oppressione.
Salgari, in qualche modo, raccontava, attraverso la sua Malesia immaginaria, la lotta contro chi predica il libero mercato e tiene gli uomini in schiavitù; una favola civile in cui le libere volpi, nel loro scorrazzare tra i liberi pollai, si imbattono in tigri che non sono di carta né di cartapesta.
Tanto che, a un certo punto, mi sono fermato, ho sorriso, e sono tornato a cantare a squarciagola: Sale e scende la marea, Sandokan tene ‘a diarrea, e Marianna è preoccupata, ‘a supposta è priparata…
Ma questa volta la supposta non è destinata a Sandokan, ma a tutto un coacervo di oppressori che predicano libertà mentre stringono le loro catene. Un medicamento popolare e ribelle che vale più di mille proclami.
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Verdetto provvisorio
Insomma, questa nuova serie non arriva ad eguagliare la mia memoria dell’originale; sarebbe stato un miracolo, se ci fosse riuscita. Ma la rispetta, ne comprende lo spirito, e soprattutto ha il coraggio di esistere in un’epoca che sembra aver dimenticato che l’avventura può essere anche pensiero, che l’evasione può essere educazione sentimentale e politica.
Mi sono emozionato. Mi sono divertito e mi sono commosso. E dopo quasi cinquant’anni da quella prima visione, con tutto il cinismo che gli anni accumulano addosso, non è cosa da poco. Le emozioni che mi scorrono nelle vene da allora hanno trovato nuova linfa, anche se diversa.
Forse è questo il senso di ogni remake riuscito: non sostituire la memoria; ma riuscire a ravvivarla e dialogarci.
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Il video di San Docano da Teulada
Una selezione di miei disegni in qualche modo ispirati alla saga, con sottofondo degli Oliver Onions nella storica canzone/sigla del Sandokan televisivo del ’76.
Il tempo che consuma gli affetti e la memoria che li riconsegna alla luce attraverso le canzoni.
Uno si allontana insensibilmente dalle piccole cose proprio come un albero che in autunno resta senza foglie.
In fondo, la tristezza è la morte lenta delle cose semplici, quelle semplici cose che restano a farci male in fondo al cuore.
Uno torna sempre a quei vecchi luoghi dove amò la vita e capisce solo allora quanto siano assenti le cose che si sono amate.
“Canción de las Simples Cosas” (nota anche come “Las Simples Cosas“) è una canzone del cantautore argentino César Isella (1938-2021) basata sul testo del poeta mendozano Armando Tejada Gómez (1929-1992).
Una obra maestra del cancionero latinoamericano portata al successo negli anni ’70 da Mercedes Sosa e ripresa anche da Chavela Vargas, da Diego el Cigala e, più recentemente, da Buika, prima e dopo mille altri.
La versione di Chavela (1919-2012) registrata all’età di 87 anni.
(Chavela ti strappa l’anima, la fa a pezzi, poi te la ricompone e la accarezza).
In Italia l’hanno ricantata, tra i tanti, Vinicio Capossela (in una sua versione in lingua italiana del 2011) e Simona Molinari, accompagnata da Paolo Fresu al flicorno, in un tributo a Mercedes Sosa.
La mia versione preferita, comunque, resta quella di Martirio con suo figlio Raúl Rodríguez alla chitarra; nella sua scarna essenzialità mi sembra che più di tutte renda quello che il tempo porta via e quello che la musica e le parole provano a restituire.
Ma trovo notevole anche questa sua ulteriore registrazione del 2013, in un concerto in cui accompagna il gruppo di flamenco nuevo di Maui y los Sirénidos.
Uno se despide insensiblemente de pequeñas cosas lo mismo que un árbol que en tiempo de otoño se quedó sin hojas
Al fin la tristeza es la muerte lenta de las simples cosas esas cosas simples que quedan doliendo en el corazón
Uno vuelve siempre a los viejos sitios donde amó la vida y entonces comprende como están de ausentes las cosas queridas
E poi
Por eso muchacha no partas ahora soñando el regreso que el amor es simple y a las cosas simples las devora el tiempo
Demórate aquí, en la luz mayor de este mediodía donde encontrarás con el pan al sol la mesa tendida
Por eso muchacha no partas ahora soñando el regreso que el amor es simple y a las cosas simples las devora el tiempo.
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Per questo, ragazza, non partirtene ora sognando di tornare, che l’amore è semplice e le cose semplici sono divorate dal tempo. _______
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Il tempo divora ogni cosa, ma qualche volta le canzoni innalzano una rete di resistenza che travalica gli steccati e le frontiere.
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Semplici scarabocchi
In sottofondo, la versione di Martirio (i disegni e le foto sono mie)
Quando il cantautorato incontra il noise: Dario Sabatini riscrive il capolavoro di Ciampi
Piero Ciampi, poco considerato in vita, è diventato un’icona postuma: il classico artista per artisti, il cantautore che ha insegnato a mostrarsi nudi e sanguinanti, senza maschere né consolazioni. Non un santo, ma un maledetto, con la sua eleganza sfatta, l’ostinata decadenza e l’ironia tagliente di chi sa perdere con stile. Non è un caso che abbiano interpretato suoi brani, quando era ancora in vita e, soprattutto, dopo che era morto, artisti come Gino Paoli, Nada, Lucia Rango, Jennà Romano e i Letti Sfatti, Vinicio Capossela, Porfirio Rubirosa, Roberto Del Gaudio e I Virtuosi di San Martino, Rossella Seno, Morgan, Bobo Rondelli, Paolo Rossi ed ora, last but not least, Dario Sabatino, Il Cantautore in pelle umana, che ha deciso di misurarsi nientedimeno che con l’Adius.
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L’Adius di Ciampi
Incisa nel 1970 su musica di Gianni Marchetti, Adius è un commiato lirico, aggressivo, malinconico e distruttivo suggellato da una lunga sequela di vaffanculo ripetuti senza autocompiacimento. Ciampi, con il suo balbettio ubriaco e il bicchiere che trema sul tavolo, la trasformava in un addio amarissimo, rivolto non solo a una persona che si era amata, ma anche a intellettuali e colleghi da cui si sentiva tradito e abbandonato. La canzone si apre in forma intima e malinconica, per poi virare verso un arrangiamento sarcastico, beffardo e graffiante chiosato da uno splendido assolo di trombone. Ciampi teneva l’ironia come una lametta nel fazzoletto: si feriva e mostrava che il sangue era vero.
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Dario Sabatini: il parente scomodoin pelle umana
A cinquant’anni di distanza, Dario Sabatini non sceglie la via della devozione, ma quella della riscrittura di un parente scomodo che ti entra in casa e, dopo un po’, ti sposta i mobili senza nemmeno chiederti il permesso.
Il cantautore in pelle umana a.k.a. Dario Sabatini
Il suo Adius parte come un omaggio abbastanza fedele: chitarra e flicorno evocano ancora il lungomare livornese, la voce accarezza il testo, le parole restano fedeli all’originale, a parte qualche ripetizione che enfatizza l’aspetto ossessivo della narrazione. Il flicorno diventa il filo che sottende il discorso, la mano che ti tiene mentre scendi: non molla mai, accompagna tutto il brano come un cordone ombelicale sonoro. Ma presto irrompe la frattura: il mare sfonda i muri, il brusio diventa noise, le pulsazioni si avvicinano alla techno. La voce non accompagna più: rincorre, grida, assedia. Il flicorno stesso abbandona la sua natura melodica per farsi rumore, graffio, urlo strumentale. Il sedicente cantautore in pelle umana continua a rimanere sostanzialmente fedele al verbo di Ciampi, ma omette la strofa più esplicitamente provocatoria: “vaffanculo / te, gli intellettuali e i pirati, vaffanculo” e, soprattutto, introduce nel finale una variazione decisiva: l’ultimo verso della canzone non dice più “Portami una sedia e vattene”, ma “Portami da bere e vattene”. L’appoggio statico lascia spazio al bisogno immediato: dall’attesa all’urgenza di perdersi e dimenticare: un tradimento creativo che sposta il gesto da un addio ironico a una richiesta disperata.
Così, ciò che in Ciampi era sarcasmo orchestrale e ironia autodistruttiva, in Sabatini diventa angoscia elettrica, noise che esplode e riempie lo spazio. Non più tavolo, fumo e bicchiere; ma una stanza che trema, un cervello che ronza, un’ossessione sonora che ti assedia.
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Tradire bene
E, in fondo, il merito di questa riscrittura è proprio il tradimento: non la citazione devota, l’omaggio floreale alla statua di bronzo, ma la ferita riaperta. Il cantautore in pelle umana spacca la cornice melodica cucita da Marchetti e la getta nell’amplificatore, fino a trasformarla in pulsazione contemporanea. È la traduzione del disagio di oggi: se Ciampi raccontava la marginalità e il disincanto nell’Italia del boom, Sabatini ci porta nell’epoca della saturazione sensoriale e del rumore mentale.
Ascoltati in sequenza, l’originale e la nuova versione restituiscono la stessa vertigine: l’impossibilità di consolazione, l’amore che non si lascia addomesticare, l’invettiva come metrica del vero. Solo che, se Ciampi lasciava cicatrici sottili e ironiche, Sabatini le evidenzia con il pennarello fluorescente del noise.
Adius, ieri come oggi, non consola. Ci ricorda che gli addii, quando sono veri, possono ferire.
C’è la filigrana di un robottino che suona il pianoforte mentre il mondo scorre in immagini desaturate: bambini che si tengono per mano, soldati, macerie di città bombardate, sofferenza, un culturista che dà prova esteriore di forza e una parola che ritorna e lampeggia ossessivamente: LOVE. Dietro questa presenza tenera e aliena, un’idea tanto semplice quanto necessaria: un automa che, invece di bombe, dispensa amore. In un mondo in cui la tecnologia è troppo spesso sinonimo di guerra e oppressione, questa immagine sbarazzina e ottimistica suona come un piccolo manifesto di resistenza poetica.
“Robottino” nasce nel 2020 come brano solista del compositore e pianista Tom Tea, qui riarrangiato dai Tproject di Gino Frattasio e Pasquale Marchese.
Tom Tea (al secolo Matteo Ciocca)
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Registrato tra lo studio di Carmine Guerriero a Frattamaggiore per la batteria e il JihinetLab di Bologna per basso, chitarra, mix e mastering, è testimonianza di come si possa creare superando le distanze – cifra stilistica ormai consolidata dei Tproject, sempre alla ricerca di nuova linfa vitale attraverso nuove sinergie artistiche. Perché la musica è l’arte dell’incontro, come ci ha insegnato nella seconda metà del secolo scorso il grande Vinícius. La struttura del brano è essenziale ma efficace: alla base pianistica melodica e ritmica di Tom Tea si aggiungono sovraincisioni di tastiere elettriche, il basso largo e le chitarre taglienti di Gino e la batteria sobria di Pasquale Marchese, che non ruba la scena: la sostiene.
Pasquale Marchese
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Il risultato è un brano dalle sonorità futuristiche e post-prog, aperto e a tratti divertente, che fonde jazz, musica classica e cinematografica in una felice commistione di generi. Alla solida base pianistica di Tom Tea, che ho imparato a conoscere negli ultimi mesi per la sua sensibilità interpretativa e il suo pianismo raffinato, si aggiunge il tappeto sonoro di due musicisti che sono una garanzia: Pasquale Marchese alla batteria, preciso nel reggere tempi complessi e nel costruire accompagnamenti sempre eleganti, e Gino al basso e alla chitarra elettrica, perni di quel laboratorio di creatività e sperimentazione che è il progetto T.
La ripetizione ostinata delle frasi musicali culla e al tempo stesso ci fa ondeggiare all’ascolto. E quando “LOVE” lampeggia a tempo, capisci che il cuore del brano sta nell’ostinazione a dichiarare l’amore, anche quando intorno si ostenta forza e tuonano le bombe. Poco più di due minuti che sembrano un haiku in 4/4 e accendono una fiammella di speranza nel buio. La musica contro i bombardamenti e la forza inconsistente di chi mostra i muscoli senza intonare e conoscere eros, affetto e passione.
Musica, commozione e memoria nel tributo a Cassandra
La villa comunale di Frattamaggiore si è trasformata ieri sera in un palcoscenico di emozioni, per celebrare la memoria di Antonia Capasso, in arte Cassandra, scomparsa lo scorso novembre a causa di una grave forma di leucemia. Nel giorno che sarebbe stato il suo 26° compleanno, amici, musicisti e cittadini si sono riuniti nell’anfiteatro dedicato a Franco Del Prete per un tributo che ha saputo trasformare il dolore in energia, il lutto in canto, la mancanza in memoria viva.
A condurre la serata Michele Lettera, amico fraterno di Cassandra, commosso e insieme capace di tenere le fila di un evento, intitolato significativamente Auguri Cassandra. L’intento di Michele è stato chiaro fin dal primo momento: celebrare Tonia come lei avrebbe voluto, attraverso quella musica che era il suo linguaggio del cuore e la sua ragione di vita.
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Un caleidoscopio di talenti
La serata ha presentato un’eclettica carrellata di artisti, ognuno portatore di un linguaggio musicale diverso ma accomunati dall’affetto per Cassandra e dalla volontà di onorarla attraverso l’arte.
Antonio Massarini, in arte Pollon, ha aperto le serata con la sua proposta rap. Il ventiquattrenne, che ha condiviso con Cassandra la dura esperienza della malattia oncologica, ha trasformato la sua esperienza in supporto come mental coach. I suoi brani “Unanema”, “Problema / Soluzione” e “O munno si tu” hanno mostrato come il rap possa essere veicolo di speranza e anche di gioia.
Byron de la Vega ha proposto “Mare”, nato da un sogno in cui ha dialogato con Tonia. Il brano, dalle sonorità trap con un uso abbondante dell’autotune, ha creato un ponte onirico tra presente e memoria, dimostrando come l’arte possa essere il medium attraverso cui continuare un dialogo anche oltre la vita.
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Momenti di alta intensità emotiva
Particolarmente toccante è stata l’esibizione dell’Ellah March Trio, con Tom Tea alle tastiere e Pasquale Marchese alla batteria. La loro proposta elegante ed emotiva ha trovato il suo apice nell’interpretazione di “Gone Too Soon” di Michael Jackson, brano che il Re del Pop dedicò a Ryan White, giovane vittima di una trasfusione di sangue infetto dal virus dell’HIV. Le parole sulla cometa e l’arcobaleno che illuminano il cielo notturno prima di svanire hanno risuonato con particolare intensità in una serata dedicata a chi se n’è andato troppo presto.
Like a comet Blazing ‘cross the evening sky Gone too soon
Like a rainbow Fading in the twinkling of an eye Gone too soon
Il trio ha anche presentato “Goodbye for Now” di Sondheim e il suggestivo “Twice I trick the devil”, brano originale di Tom Tea dalle evocative sonorità celtiche. Una proposta che ha mostrato una maturità artistica e una sensibilità interpretativa di alto livello.
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Voci che emozionano
Nelio (Palladino), che ricordo da ragazzino suonare tra le mura del Filangieri “Laura non c’è”, ha portato sul palco la sua evoluzione artistica con un brano originale commovente e una bella cover di “Mentre tutto scorre” dei Negramaro, accompagnandosi come sempre alla chitarra con la naturalezza e l’intensità emotiva che lo contraddistingue.
Candida Angelino ha colpito per la voce forte e suadente. Prima accompagnata dal marito, il regista e attore Lorenzo Cammisa, in “One” degli U2, poi sostenuta dal pianismo raffinato di Filippo Piccirillo in “Dancing” di Elisa, ha mostrato versatilità e presenza scenica notevoli.
Il pubblico si è surriscaldato con l’esibizione di Eléna Di Matola (voce) e Carmine Cantarelli (sax contralto), in arte Elca Nova. Pur lavorando su basi preregistrate i due giovanissimi artisti, 17 e 18 anni, hanno mostrato padronanza tecnica e capacità interpretativa, affrontando un classico come “Summertime” e una canzone di difficile esecuzione come “Sola” di Nina Zilli. Ma è stato con “I Will Survive” che la magia ha raggiunto l’apice: quel testo che parla di sopravvivenza, in una serata dedicata a chi non ce l’ha fatta ma continua a vivere attraverso la memoria e l’arte, ha strappato lacrime e applausi sinceri. E me so’ truvate pure je ccu l’uocchie ‘nfuse.
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Un finale rock, underground e alternativo
La serata si è conclusa con due proposte di alt rock, entrambe caratterizzate dalla presenza di batteriste donne. I Liquid Dreams hanno offerto un rock cupo, claustrofobico e suggestivo cantato in italiano, mentre i Kodama hanno presentato una proposta più variegata con “Luna piena”, “Perù”, “Come me”, “Lisbona di notte” e un brano in dialetto napoletano che ho particolarmente apprezzato, in bilico tra un rumorismo chitarristico che mi ha ricordato Arto Lindsay con i DNA e una sorta di psichedelia post-prog.
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Un addio lirico
L’evento si è chiuso con la struggente lettura di una poesia scritta da una zia di Tonia (che, personalmente, ho molto apprezzato) e con la liberazione di palloncini colorati che, levandosi nel cielo notturno, hanno simbolicamente fatto innalzare i ricordi verso l’infinito.
Un commosso grazie a tutti gli artisti che si sono esibiti e a Carmine Guerriero per il service luci e l’aspetto fonico, elementi tecnici fondamentali per la riuscita di una serata che ha saputo trasformare il dolore in bellezza, la memoria in presente, la musica in preghiera laica.
“Auguri Cassandra” non è stato solo un concerto, ma un gesto collettivo d’amore che ha dimostrato come l’arte possa essere il più potente mezzo di unione e partecipazione emotiva e il più efficace veicolo di persistenza dell’affetto e della memoria.
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In sottofondo un frammento della versione acustica di “I will survive” interpretata da Shannon & Kest
Frattamaggiore, fine agosto e inizio settembre. Cinque serate di musica, di quelle che non ammiccano alle tendenze imperanti, ma scavano nelle radici popolari, cantautorali, folk, blues e jazzistiche, e si spingono verso la sperimentazione e la ricerca.
La rassegna si chiama Parcheggi Sonori perché si tiene nel parcheggio del Centro Polivalente di Frattamaggiore, dove è stata costruita una pedana appositamente pensata per gli appuntamenti estivi. Solo la seconda serata, per via delle avversità meteo, si è svolta all’interno.
Una formula semplice e originale: fare di un parcheggio (libero dalle auto) un luogo di ascolto, di incontro, di scambio.
A rendere possibile tutto questo, l’impeccabile service audio di Carmine Guerriero (CRG), che ha saputo trasformare uno spazio aperto e acusticamente ostico in un ambiente d’ascolto di qualità professionale.
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28 agosto – Ritmelò Trio in “Battiato Montale e Fossati – Mistico e Sensuale” con Gianni Aversano, Tom Tea, Pasquale Marchese
La prima è stata una serata in equilibrio tra due mondi: quello carnale, terreno, sanguigno e problematico di Ivano Fossati e quello mistico e trascendente di Franco Battiato, con le parole di Montale a fare da eco, rinforzo e contrappunto alle canzoni dei cantanti. Aversano oltre alla chitarra, ha imbracciato l’armonica e il sax soprano, dialogando con le tastiere di Tom Tea e la batteria di Pasquale Marchese.
La scaletta era un viaggio percorso su binari paralleli: La costruzione di un amore, E di nuovo cambio casa, Il bacio sulla bocca, Carte da decifrare, L’amore trasparente, Oh che sarà?, C’è tempo (di Fossati) si alternavano a Tutto l’universo obbedisce all’amore, E ti vengo a cercare, L’ombra della luce, L’animale (con una citazione battistiana di Tom Tea nel finale), La cura, La stagione dell’amore, Lode all’inviolato (di Battiato).
Un concerto fatto di chiaroscuri: l’amore come decifrazione dolorosa e carnale, ma anche come tensione verso l’oltre.
Nel bis, l’omaggio ironico e struggente a Paolo Conte con Vieni via con me ci portava su un terzo binario tutto da esplorare.
Una nota al margine: Forse, a rischio di suonare un po’ didascalici, il progetto andrebbe spiegato a inizio spettacolo. Altrimenti il pubblico meno avveduto potrebbe sentirsi inondato dalle note e dalle parole senza capire bene dove si trova; anche se magari questo spaesamento emotivo era proprio l’effetto voluto da Gianni Aversano e dai Ritmelò (con l’accento sulla O).
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29 agosto – Antonio Nola feat. Jennà Romano
Nola ha ripercorso i suoi tre album, muovendosi tra ironia e malinconia, con chitarra, armonica e kazoo. Canzoni come Nella polvere, Cosa penso di te, Reset, Il mercato delle parole, Niente è vero, Un’elegante bugia, Canterò per te.
Poi l’ingresso di Jennà Romano, amico di lunga data, ha trasformato il concerto in un avvincente dialogo di voci e corde. Insieme ci hanno regalato una trascinante versione di Tarantelle blues, Lewandowski e Dostoevskij (di Jennà Romano), Pecore nere, Sule pe parlà di Pino Daniele, Nell’attesa (una canzone autobiografica e struggente di rara intensità emotiva), E mi difendo…, fino a un inedito che sembra un manifesto poetico e politico: se dovessi cambiare qualcosa partirei da me stesso… persone prima di ogni cosa… rivoluzione umana.
Un piacevole e interessante concerto in bilico tra radici popolari e resistenza poetica.
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3 settembre – Tom Tea & Ellah March Trio feat. Pasquale Marchesein “L’amore come…“
Serata gustosa e ambiziosa, ricca di sfide tecniche e cambi di tempo e atmosfera. L’amore, nelle sue declinazioni più disparate, è stato il filo rosso: dal fiabesco La bella e la bestia alla visionaria Bohemian Rhapsody (interpretata da Tom), da un medley di brani dai musical di Sondheim (Goodbye for now e Another hundred people) fino ai Genesis e alle peripezie prog di After the Ordeal e The Cinema Show.
Poi Earth Song di Michael Jackson, il brano originale di Pasquale Marchese Gli occhi dei bambini (introdotto da un testo per Gaza di Mimmo Postulando Giuliano), atmosfere horror tra Mike Oldfield, Carpenter e Goblin, e la composizione inedita Twice I tricked the Devil.
Nel finale: Cinema Paradiso di Morricone, Auld Lang Syne e Jacob Collier con A Little Blue.
(Di Auld Lang Syne (nota in Italia come Valzer delle Candele), interpretata da Ellah in modo intenso e magistrale, ho già detto altrove qualche giorno fa.)
Commovente bis con Ellah avvolta in una bandiera della Palestina che chiedeva al mondo degli umani:
Did you ever stop to notice All the children dead from war? Did you ever stop to notice This crying Earth, these weeping shores?
Nel corso di tutta la serata Ellah March ha sfoderato un belting potente e controllato; Tom Tea e Marchese hanno retto con precisione un repertorio fatto di ostinati, armonie funamboliche e tempi complessi.
Un bel concerto che oscillava tra Broadway, prog, liturgie popolari ed emozioni vibranti.
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4 settembre – The Trains Fair (precedentemente noti come I Ferrovieri)
Li avevamo conosciuti come I Ferrovieri, ora Chiara e Francesco hanno scelto un nome inglese che rispecchia meglio il loro repertorio folk internazionale. Due maturi ventenni, cresciuti a pane, Pentangle, Dylan & liBaez e Simon & Garfunkel, che hanno anche autoprodotto artigianalmente un piccolo gioiello su CD intitolato Early Demos in cui alternano due brani della tradizione del folk revival con due brani originali di loro composizione.
Chiara in questa sua nuova e più spigliata versione aggiunge al canto il tocco discreto del glockenspiel.
La scaletta era una mappa di viaggi di andata e ritorno tra l’Europa e l’America: da Geordie all’antica A Soloin, da The Maid on the Shore a The Boxer, da Dylan e Baez (It ain’t me, babe e I Shall Be Released) a Joan Baez sola e disperata (Diamonds & Rust).
Poi Sixteen Tons, Hunting Song dei Pentangle fusa con la danza popolare italiana La rotta, Light Flight, uno struggente canto nomade scozzese di cui ignoro il nome, fino a Strade parallele di Giuni Russo e Battiato.
L’immancabile versante De André con La canzone del padre, Rimini e Sogno di Maria opportunamente dedicato alla Palestina.
Volammo davvero sopra le case, oltre i cancelli, gli orti, le strade, poi scivolammo tra valli fiorite dove all’ulivo si abbraccia la vite.
Il bis ci ha piacevolmente portato indietro nel tempo dondolando sugli accordi di Gioco di bimba de Le Orme.
Folk internazionale, tradizione italiana e impegno civile cuciti insieme da due voci giovani che hanno scelto la strada impervia dell’autenticità e dello studio tecnico.
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5 settembre – Franca Noviello & New Diagonal 4.et
Grande chiusura per Parcheggi Sonori, con un quartetto che ha intrecciato sensibilità brasiliana e tocchi napoletani anni ’50.
Franca Noviello, voce sicura e sempre attenta alla sfumatura interpretativa, ha mostrato di aver appreso bene la lezione delle grandi cantanti brasiliane – da Gal Costa a Elis Regina fino a Marisa Monte – senza mai scadere nell’imitazione. La sua cifra è l’aderenza costante al brano, la capacità di abitare il ritmo e il fraseggio elegante.
Accanto a lei, un ensemble affiatato:
Carlo Lo Manto, con la sua chitarra a sette corde, ha saputo sostenere armonicamente i pezzi, aggiungendo linee di basso profonde e – in alcuni momenti – prestando anche la sua voce.
Vincenzo Gionta, alla batteria, ha costruito un accompagnamento ritmico sempre elegante e preciso, affidandosi soprattutto alle spazzole sul rullante e a un uso misurato del charleston.
Fabrizio Di Vaio, giovanissimo al flicorno, ha alternato seconde voci, unisoni e assoli di pregio. Qualche sbavatura d’intonazione non ha intaccato la freschezza e la personalità dei suoi interventi.
Il programma è stato una felice immersione nel miglior repertorio brasiliano, punteggiata da tre incursioni nella tradizione melodica napoletana anni Cinquanta: Accarezzame (Nisa–Pino Calvi), Anema e core (Tito Manlio–Salve D’Esposito) e ’Na voce, ’na chitarra e ’o poco ’e luna (Ugo Calise–Carlo Alberto Rossi).
Dal Brasile, invece, una sequenza di classici che hanno attraversato generazioni e stili: Água de beber, Desafinado, O Pato, Carinhoso, Samba em prelúdio (nella versione in lingua italiana di Bardotti), Rosa, Flor de Lis, Corcovado, Caminhos cruzados, Falsa baiana, Chega de saudade, Águas de março. Una fortunata pesca nel migliore repertorio brasiliano con brani di Jobim e Vinicius de Moraes, Baden Powell, Pixinguinha e Djavan… Bossa nova, choro, tropicalismo e tanta passione e senso del ritmo.
Le incursioni nel repertorio napoletano non sono state semplici intermezzi, ma veri e propri momenti di fusione culturale: i classici di Nisa, Calvi, Rossi e D’Esposito si sono illuminati di nuove sfumature sotto il trattamento jazzistico, blues e brasiliano del quartetto.
Un concerto che ha chiuso in armonia Parcheggi Sonori, confermando lo spirito della rassegna: far dialogare radici diverse, proporre perle inedite o dimenticate e aprirsi alla sperimentazione e all’ascolto consapevole.
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Insomma, Parcheggi Sonori si conferma una rassegna di resistenza musicale: qui non si consuma la musica, la si ascolta. E dall’asfalto del parcheggio fioriscono canzoni, storie e memorie.
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5 Video Spot
Ritmelò Trio in “Battiato Montale e Fossati – Mistico e Sensuale”
Spot n.1 di Parcheggi Sonori 2025
Gianni Aversano, Tom Tea, Pasquale Marchese interpretano “E ti vengo a cercare” di Franco Battiato (coda).
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Antonio Nola feat. Jennà Romano – Un frammento di “Tarantelle Blues”
Spot n.2 di Parcheggi Sonori 2025
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Tom Tea & Ellah March Trio feat. Pasquale Marchese in “L’amore come…“
Spot n.3 di Parcheggi Sonori 2025
Un frammento di “Earth Song” di Michael Jackson
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The Trains Fair – “Strade parallele”
Spot n.4 di Parcheggi Sonori 2025
Chia Ra Pezzella e Francesco Moncalvo interpretano “Strade parallele (Aria siciliana)” di Giuni Russo e Franco Battiato.
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Franca Noviello & New Diagonal 4.et
Spot n.5 di Parcheggi Sonori 2025
Francesca Noviello, Carlo Lo Manto, Vincenzo Gionta e Fabrizio Di Vaio interpretano “Corcovado”
Melodie in viaggio tra l’Ucraina, Broadway e casa mia
L’estate se n’è andata come “Oy Khodyt Son Kolo Vikon“, “Un Sonno che Passa Davanti a una Finestra”. Si chiama così una ninna nanna ucraina che potete ascoltare qui sotto e che viene spesso indicata come probabile fonte d’ispirazione di “Summertime“, la più celebre aria di George Gershwin, scritta nel 1935 insieme con il fratello Ira e con il commediografo e librettista Edwin DuBose Heyward per l’opera/musical “Porgy and Bess“.
Soffermatevi per qualche secondo sull’originale ucraino in questa rilettura per arpa, violino e voce realizzata in California nel 2022 dal trio Zambra.
Le note, effettivamente, stanno quasi tutte là, anche se non sapremo mai se si tratta di plagio, di coincidenza o di echi dimenticati che riaffiorano nella memoria compositiva dell’autore. In fondo, ogni compositore è un rifacitore di armonie, melodie e ritmi che sono nell’aria e nelle curve e nei rettilinei del tempo.
Alla luce e al buio di queste considerazioni, un paio di anni fa ho provato anch’io a misurarmi con quella sequenza di note. Ne è venuta fuori una mia versione sghemba, stonata, accelerata e fuori tempo del capolavoro di Gershwin: una Summertime del XXI secolo maltrattata da Gaetano ‘Aitan’ Vergara a uso e consumo dei passanti di questo blog di periferia.
Potete ascoltarla qui, a vostro rischio e pericolo. Un incubo che passa senza vergogna davanti ai vostri schermi.
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Appendice del 4 settembre
Ascoltando ieri sera, dal vivo, l’intensa e avvolgente versione di Tom Tea, Ellah March e Pasquale Marchese di “Auld Lang Syne” (nota in Italia come “Valzer delle Candele“), mi è tornata in mente “Amazing Grace“. Stamattina ho scoperto che spesso i due brani vengono accostati ed eseguiti insieme. Non a caso: stessa scala pentatonica, ritmo cullante, progressioni armoniche semplici e contemplative.
“Auld Lang Syne“, di tradizione scozzese, affonda le radici nel XVII secolo (o anche prima). “Amazing Grace” risale invece all’ottocento.
Somiglianze, sì, ma non necessariamente plagi. Come dicevo un paio di giorni fa discettando in questo post sul legame tra la ninna nanna ucraina “Oy Khodyt Son Kolo Vikon” e “Summertime“.
Sono melodie nate in tonalità minore per accompagnarci verso i sogni. Tutte, in fondo, fanno parte dello stesso ineffabile mood.
più leggo più mi rendo conto che più gente legge più aumentano le pecore nere che si allontanano dal gregge
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Black Sheep (il video)
La canzone che accompagna questo minuto di immagini ferme e in movimento è “Black Sheep”, un brano della cantautrice statunitense Natalie Merchant, tratto dal suo album eponimo del 2014.
Dice:
Black sheep up on the fence You make me tense Prodigal son, won’t you come on home? Door’s open wide, take a look inside Take a look inside Take a look inside
Oh, my hands are tied now So you gotta decide now See, I just can’t take it Can’t you see that I’m breaking tonight? I can see…
Ovvero:
Pecora nera sulla staccionata mi metti in tensione. Figliol prodigo, non vuoi tornare a casa? La porta è spalancata, dai un’occhiata dentro, dai un’occhiata dentro, dai un’occhiata dentro.
Oh, ora le mie mani sono legate, sei tu che devi decidere adesso. Vedi, non riesco proprio a sopportarlo, non lo vedi che mi sto spezzando stanotte? Io riesco a vedere…