Anatomia di una crisi energetica che arricchisce chi la ha provocata
«Niente di meglio di una guerra per far risalire il Dow Jones e distogliere l’attenzione dai problemi interni. Un modo efficace e garantito per ricongiungere le file del popolo e spostare l’attenzione all’esterno. Finché c’è guerra, c’è speranza. Almeno per i potenti del mondo.» [Tratto da “Finché c’è guerra“]
Non so se ve ne siete resi conto: gli USA, in quanto grandi produttori di gas e petrolio, stanno beneficiando dell’aumento dei prezzi energetici. Più resta chiuso il traffico nello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale, più Washington esporta energia e incassa. È un meccanismo semplice, quasi brutale nella sua logicità.
Qui in Italia e in Europa, invece, abbiamo tutto da perdere. L’abbiamo già visto con le sanzioni alla Russia e la conseguente chiusura dei rubinetti del gas: siamo noi a pagare il prezzo più alto delle crisi energetiche globali, non chi le alimenta o le gestisce a proprio vantaggio.
Certo, anche negli Stati Uniti aumenta l’inflazione e la gente comune si trova a pagare di più la benzina e tanti altri beni di uso quotidiano. Ma non credo che questo importi più di tanto ai super-ricchi americani. Almeno fino a quando la crisi non intacchi davvero il potere d’acquisto della classe media, dentro e fuori i confini del Paese. A quel punto si entra in un territorio economicamente più pericoloso, quello che tecnicamente si chiama stagflazione: inflazione alta che si accompagna a crescita stagnante. Un mostro anche linguistico, a sentirlo bene. E come tutti i mostri, difficile da domare una volta che si è svegliato.
Quanno s’asceta a criatura nun se sape maje che va a fernì.
L’unica certezza è che dopo la guerra tra i vinti e i vincitori la povera gente farà la guerra ugualmente.
Brecht docet.
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«Insomma, per questa volta non lasciatevi irretire dai guerrafondai e dagli spacciatori di armi. Siate egoisti, pensate ai cazzi vostri, non fatevi convincere che siano problemi che vi riguardano e fate guerra alla guerra! Ad ogni guerra. Chiunque ne sia il banditore e comunque dipingano il bandito.» [ibidem]
Questa dinamica non è un incidente di percorso, ma un pilastro strutturale nella storia degli Stati Uniti d’America.
«Fin dalla guerra di indipendenza combattuta contro i cugini inglesi, gli Stati Uniti hanno sviluppato […] un’economia dove armamenti, tecnologie belliche e interventi esteri non sono solo strumenti di politica, ma pilastri economici fondamentali. E così, quando costruisci un’intera economia attorno alla guerra, quando milioni di posti di lavoro dipendono dal settore militare-industriale, quando il tuo prestigio internazionale si basa sulla forza militare, la pace diventa non solo difficile da mantenere, ma economicamente svantaggiosa. Periodicamente, serve una “bella guerra” che rimetta in moto la macchina, giustifichi le spese, testi le nuove tecnologie e rinnovi il consenso pubblico attorno alla necessità di una difesa forte. È il paradosso di una superpotenza: per giustificare la propria potenza, deve continuamente dimostrare di avere bisogno di combattere, combattere, combattere. Ora tocca all’Iran, poi, se e quando finiranno i conflitti e i fiumi di sangue sparsi in Medio Oriente, qualche altro “Paese canaglia” si troverà sempre. La pace, in questo paradigma, non è l’obiettivo. È l’intervallo tra due investimenti.» [Da “La guerra perpetua“]
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Ad ogni guerra il PIL degli Stati Uniti cresce (video trailer)
Propaganda e assuefazione bellica dalla periferia dell’impero
Vedo al TG immagini della guerra in atto con commenti da Film Luce che presentano scenari di morte come un videogame che glorifica i potenti mezzi di distruzione americani e israeliani come se fossero gli strumenti del bene contro un pericolo che doveva essere fermato ad ogni costo, e mi chiedo come stanno trasformando le nostre teste e le nostre vite.
Ogni guerra ha bisogno di un pubblico disposto a guardarla senza inorridire. E quel pubblico si costruisce innestando dentro di noi la necessità della guerra e la demonizzazione del nemico, un telegiornale alla volta.
Quaggiù, nella periferia dell’impero c’è speranza che torneremo pacifisti solo quando ci renderemo conto dei costi di questa guerra, delle conseguenze degli stretti e dei porti chiusi, dei prezzi che saliranno e delle fabbriche che chiuderanno. Oppure se ci chiederanno di mandare in guerra i nostri figli a combattere contro altri uomini, droni e strumenti esiziali di intelligenza artificiale.
E cresce anche il sospetto che ogni guerra serva a svuotare magazzini e giustificare bilanci. Il conflitto come ciclo produttivo. La tragedia come occasione per risollevare un’economia asfittica. Un fottuto modo per smaltire scorte e testare nuove tecnologie, in un ciclo che si autoalimenta.
Mentre passano e passeranno altri Film Luce e noi stiamo seduti sulle nostre poltrone a consumare scenari di morte con la stessa partecipazione emotiva con cui seguiamo le partite di calcio e le serate finali di Sanremo. Tifo e terrore confusi insieme, finché non si distinguono più.
Gli aerei tutti schierati e luccicanti, le voci che moltiplicano gli slogan sulla necessità dell’intervento, le bombe che deflagrano per celebrare l’Iran in festa. E intanto i nostri figli imparano che la guerra è una cosa che succede agli altri. Per il momento.
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English version
Propaganda and war addiction from the fringes of the empire
I see images of the ongoing war on the news, accompanied by propaganda-style commentary—like vintage newsreels—presenting death scenarios as if they were a video game. They glorify American and Israeli means of destruction as if they were the tools of “good” against a threat that had to be stopped at any cost. And I wonder: how is this transforming our minds and our lives? Every war needs an audience willing to watch without recoiling in horror. And that audience is built by grafting the “necessity” of war and the demonization of the enemy into our psyche, one news cycle at a time. Down here, on the fringes of the empire, there is hope that we will return to being pacifists only when we realize the true costs of this war: the consequences of closed ports, the rising prices, and the factories that will shut down. Or perhaps, if they ask us to send our own children to fight against other men, drones, and lethal AI tools. The suspicion also grows that every war serves to empty warehouses and justify budgets. Conflict as a production cycle. Tragedy as an opportunity to revive a stagnant economy. A goddamn way to dispose of old stock and test new technologies in a self-sustaining loop.
Meanwhile, more propaganda reels pass—and will keep passing—while we sit in our armchairs, consuming death scenarios with the same emotional detachment we bring to football matches or TV song contests. Fandom and terror blurred together, until they can no longer be distinguished.
The planes all lined up and gleaming, voices multiplying slogans on the necessity of intervention, bombs detonating to celebrate an Iran in “festivity.” And, in the meantime, our children learn that war is something that happens to other people. For the moment.
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Armchair War (il video)
Immagini realizzate con l’IA
In sottofondo, “Sidún” di Fabrizio De André, la canzone scritta in dialetto genovese a quattro mani con Mauro Pagani e pubblicata nel 1984 in “Creuza de mâ”.
“Sidone è la città libanese che ci ha regalato oltre all’uso delle lettere dell’alfabeto anche l’invenzione del vetro. Me la sono immaginata, dopo l’attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato.” FdA
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Una considerazione aggiuntiva
A me non importa tanto il fatto che questa guerra violi il diritto internazionale. Per me ogni guerra viola il diritto internazionale. A me importa che questa guerra è fuori dall’etica, dalla giustizia (ho detto giustizia, giustizia non legittimità o legalità) e dal buon senso.
Un pomeriggio disintossicante tra provincia universale e verità acustica
La domenica successiva al Festival di Sanremo è sempre una terra di mezzo. Restano nell’aria cori, polemiche, classifiche; e intanto il mondo continua a bruciare altrove, ma noi facciamo finta di niente. In questo interregno un po’ stordito, entrare al Centro Polivalente di Frattamaggiore per la presentazione di Coup de Théâtre di Jennà Romano è stato come cambiare altitudine e respirare aria buona.
Non una fuga un po’ snob dalla contemporaneità, ma un ritorno alla sostanza: al legno, alle corde, ai respiri; a un’idea di musica che non si affida a preset e basi preregistrate ma alla perizia dell’artista e alla sensibilità del momento.
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Un artigiano che costruisce il proprio suono
Conosco Jennà da anni; ne ho seguito traiettorie, deviazioni, ostinazioni. Storico leader dei Letti Sfatti, è uno di quegli artisti che non stanno fermi dentro una forma o un genere. Ha attraversato incontri importanti: Franco Del Prete, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Erri De Luca, Tricarico, Peppe Lanzetta, Patrizio Trampetti, Alfio Antico e perfino un Sal Da Vinci ai suoi esordi; conoscenze variegate che hanno segnato la sua genealogia ed evoluzione artistiche.
Oltre alla scrittura e all’interpretazione, con i Letti Sfatti è stato ospite fisso della trasmissione cult Tele Garibaldi; ha composto per il cinema e per il teatro, realizzato docu-film selezionati in festival internazionali e costruito tra Grumo e Casandrino una bottega musicale dove produce dischi suoi e altrui con strumenti ibridi autocostruiti, chitarre preparate, bouzouki che odorano di salsedine e vecchi amplificatori che scaldano il suono. Non si tratta di nostalgia del tempo che fu, ma di una contaminazione che vuole innestarsi nel tempo che sarà e condizionarlo.
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Un disco che nasce dalla scena
Coup de Théâtre raccoglie musiche strumentali composte per teatro, cinema e danza, ma capaci di reggersi anche oltre le circostanze che le hanno generate.
Ascoltandolo si attraversano svariati e suggestivi paesaggi sonori: l’ethno-prog stratificato di Visconti’s Gods; il minimalismo urbano e partenopeo di Fermata Madonelle; la polvere western e quasi morriconiana di Tra Grumo e il West. E poi I Cuochi, che molti studenti della mia scuola ricorderanno perché Jennà ce lo ha prestato per il cortometraggio La vendetta di Amob: un brano ironico e spigoloso, capace di sorridere e inquietare insieme.
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Due video esemplari
La presentazione si è aperta con due proiezioni. La prima: un estratto da Ventitré di Duccio Forzano con i Ditelo Voi, prodotto dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis, gli Oliver Onions di Sandokan. Il film segnava il debutto di Jennà come autore di colonne sonore per il cinema, vent’anni fa.
La seconda proiezione è stata Visconti’s Gods di Giuseppe Parente, lavoro visivamente e acusticamente suggestivo e ipnotico, dove i temi di Jennà si intrecciano con percussioni che mi hanno ricordato certe ritmiche elettroniche di Peter Gabriel. Un lavoro certosino e sperimentale in cui le musiche inseguono e accompagnano i movimenti dei corpi in uno scenario industriale vagamente futuristico.
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Il live: quando l’imprevisto diventa rivelazione
Poi il live. Jennà è un artista umorale nel senso più nobile: sul palco risponde a qualcosa che non è scritto su nessuna scaletta definitiva, e questo lo rende sempre vivo da ascoltare.
Ha aperto con Vetiver, la colonna sonora dell’omonima pièce di Fabio Pisano dedicata alla misteriosa vita della profumiera Mona di Orio: un pezzo avvolgente, che entra lentamente come certi profumi nelle stanze.
Poi Ammore che nun pareva ammore, bolero napoletano dal film Trentatré di Lorenzo Cammisa, una canzone dalla forma arcaica e delicata che non indulge al sentimentalismo.
Il bouzouki ha guidato Mare nostro e una intensa rilettura di Stella di mare di Lucio Dalla. Mediterraneo doveva essere sostenuta dal recitato di Peppe Lanzetta, ma un errore tecnico, mio, ha fatto saltare la traccia vocale.
Per qualche secondo ho sentito il gelo. Poi è accaduto qualcosa. Nella versione solo strumentale, con il cajón e le piccole percussioni di Pasquale Marchese, il brano si è spogliato; ha mostrato l’ossatura armonica, il battito interno. È diventato perfino più intenso. A volte l’imprevisto non rovina; rivela.
La versione originale con il recitato di Lanzetta è comunque ascoltabile su YouTube, ed è bella assai.
A chiudere, La fiamma di una candela: il tema della caducità, della memoria, di ciò che resta quando la luce si abbassa. Un degno finale.
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In conclusione
Mentre fuori dal Centro Polivalente il mondo continuava a ragionare di Sanremo e di guerre trattate con simile superficialità, qui dentro qualcuno stava facendo il contrario del mercato: rallentare; costruire; lasciare segni.
Ho avuto la sensazione di essermi sottoposto a una piccola disintossicazione. Non contro qualcuno; ma a favore di qualcosa: l’ascolto lento, la cura del dettaglio, l’errore che diventa possibilità.
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Mediterraneo (senza voce)
Coup de Théâtre è disponibile su tutte le piattaforme. Ascoltatelo col favore della notte, se potete.
Appunti antimilitaristi nella mattinata del bombardamento dell’Iran
Preferisco i cani che abbaiano e non mordono. Questo, invece, è un cane rabbioso che, più sta in difficoltà, più tira morsi a destra e a manca senza preoccuparsi delle conseguenze che si produrranno fuori dal suo canile.
Il problema è che questo cane qua ha testate nucleari nel cortile e portaerei nel giardino. E quando un cane così si sente alle strette, non c’è museruola che tenga: è la storia che bussa alla porta, con il suo solito bagaglio di macerie e rimpianti. Noi, fuori dal recinto, possiamo solo sperare che qualcuno lo tenga per la catena. Anche se al momento tutte le catene sembrano piuttosto arrugginite.
Ma almeno non applauditelo. Questi sono cani che si aizzano con gli applausi e cercano sempre nuovi ossi da spolpare.
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The Bully (il videoclip)
In sottofondo, i Motörhead cantano
Crediamo nella lotta fino al traguardo We believe in the fight to the finish
Desideriamo il dollaro onnipotente We desire the almighty dollar
La libbra di carne, il collare d’oro The pound of flesh, the golden collar
Leccatevi la mano, lasciamo la nostra terra ai cani Lick the hand, we leave our land for dogs
Da “Dogs“, 1987
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L’appendice degli itajani
Con un attacco di questa portata, dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche per mezzo mondo, un ministro degli esteri non può limitarsi a dire: “La nostra priorità è la protezione dei nostri cittadini e delle nostre forze nella regione”. Preoccuparsi degli italiani è doveroso; adoperarsi per tutelare i connazionali è sacrosanto, e nessuno lo mette in discussione. Il problema è ciò che quella dichiarazione lascia nel silenzio: nessuna visione, nessuna parola sull’impatto globale, nessuna posizione che vada oltre il recinto di casa propria. In uno scenario simile, restare nell’angolo più comodo e meno esposto non è prudenza diplomatica, è assenza di ruolo internazionale e di strategia. Non si chiede imprudenza, né proclami muscolari. Si chiede una posizione. Un Paese che non prova nemmeno a dire quale ordine internazionale intenda difendere finisce, di fatto, per accettare quello deciso da altri.
Tre artisti ci ricordano che la guerra non è mai finita.
Los Desastres de la Guerra
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e
Den Opfern von Krieg und Gewaltherrschaft
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È vacanza ma la guerra incombe con la sua ingombrante e spietata presenza.
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Alle Vittime della Guerra e della Tirannia
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I Disastri della Guerra
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La guerra incombe e mi scova tra le mura mai abbattute di Berlino in opere di Goya*, Käthe Kollwitz** e Toulouse-Lautrec*** che rifà Goya con il suo carico di disastri e distruzione.
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* / *** Collezione Scharf in esposizione temporanea nella Alte Nationalgalerie
** Monumento neoclassico alla Neue Wache (Nuova Guardia)
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Berlino, fine dicembre 2025 – Vacanze e Memorie di Guerra
In sottofondo, la prima strofa di “Wie lange noch?” (“Per quanto tempo ancora?”), brano pubblicato lo scorso anno dagli Einstürzende Neubauten.
Alles schon geschrieben Alles schon gesagt Das Innere der Zwiebel Längsschnitt Ausgelesen und vertagt
Tutto già scritto Tutto già detto L’interno della cipolla Sezione longitudinale; letto a fondo e rimandato.
Elsa Garzone e il dolore per i bambini ammazzati in guerra tra Erodoto, Omero, Euripide e la nostra cronaca quotidiana
“Nessuno è così folle da preferire la guerra alla pace: in pace i figli seppelliscono i padri, in guerra sono i padri a seppellire i figli. Ma piaceva forse a un dio che le cose andassero come sono andate“. Erodoto, Storie, libro I, 87
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Venerdì 5 dicembre, nella sala convegni dell’Oratorio San Filippo Neri, l’Associazione Ex Alunni del Liceo Durante ha presentato la conferenza “Sorrise il padre. I bambini vittime di guerra” della prof.ssa Elsa Garzone, docente di Lettere classiche del Liceo Classico e delle Scienze umane di Frattamaggiore. L’incontro, introdotto dall’infaticabile prof.ssa Teresa Maiello, ha rappresentato per me un denso e coinvolgente momento di riflessione e commozione che provo a condividere con voi in questo testo.
Partendo da brani immortali di Erodoto, Omero ed Euripide, la prof. Garzone ha intrecciato filologia, storia e sensibilità civile, mostrando i corpi inermi e vulnerabili delle vittime più fragili, spesso dimenticate dietro le gesta eroiche e belliche dei guerrieri e dei guerrafondai di ogni tempo.
Al centro dell’incontro, la contrapposizione fra la normalità della pace, in cui “i figli seppelliscono i padri”, e l’assurdità della guerra, che rovescia l’ordine naturale delle cose costringendo i padri a seppellire i figli e a piangere sul loro futuro spezzato.
Assai coinvolgente l’analisi della scena omerica in cui Ettore allunga le braccia verso il piccolo Astianatte, spaventato dal bagliore dell’elmo. Garzone ha saputo restituire con rigore filologico e fine sensibilità la poesia di quel gesto paterno, insieme alla sua ironia drammatica: il sorriso di Ettore che, dopo aver deposto il terribile elmo, sogna un futuro di gloria per il figlio è oscurato, per noi lettori, dalla tragica consapevolezza che quel bambino non crescerà mai. Non diventerà mai “migliore del padre”, ma sarà una delle prime e più innocenti vittime della furia dei vincitori.
La lettura delle Troiane di Euripide ha aggiunto un ulteriore livello di dolore e lucidità. La relatrice ha messo in luce il coraggio del tragediografo che, pur essendo greco tra i Greci, non esita a rivelare le atrocità dell’esercito acheo sui Troiani: bambini scagliati dalle mura, donne ridotte in schiavitù, vecchi annientati. Nelle parole di Andromaca e di Ecuba, madre e nonna dello sventurato Astianatte, risuona una disperazione che non è solo teatrale ma profondamente umana.
Qui, a pensarci bene, la prospettiva si rovescia: quelli che sono dalla nostra parte della barricata non sono necessariamente i buoni. È un processo simile a quello avvenuto più di due millenni dopo nel cinema western, passato dagli “Arrivano i nostri” esultanti per l’irruzione della cavalleria ai film che denunciano le violenze subite dai nativi americani per mano dei colonizzatori europei, quegli stessi che solo ieri chiamavano “nostri”.
L’orizzonte della conferenza si è così allargato dal mondo greco alla cronaca contemporanea, mostrando che la tragedia dei figli che muoiono prima dei padri, e perfino dei nonni, non appartiene solo al passato. Continua a ripetersi con sconvolgente attualità a Gaza, come in Ucraina o in altri teatri di guerra in cui i più fragili vengono sterminati nella quasi totale indifferenza mediatica; come in Sudan, in Somalia, nel Sahel o in decine di altre periferie del mondo e della nostra coscienza.
E qui, con acume, la Garzone ha osservato come ci sia una perfida progettualità nella mattanza dei bambini, una strage degli innocenti che punta a stroncare ogni possibilità di futuro a un intero ghénos (γένος), un’intera “stirpe” di esseri umani. Una cronaca di un genocidio annunciato, insomma.
Proprio in queste pieghe del senso si coglie con più forza l’importanza di continuare a confrontarci con i classici. Perché un classico non è un tomo confinato in un programma scolastico o in un esame di maturità, ma “un libro che non si esaurisce alla prima lettura. Un libro che continuano a leggere diverse generazioni di lettori, perché parla agli uomini di ogni tempo. Un testo in cui troverai sempre qualcosa di nuovo. Uno scrigno che non finirai mai di scoprire. Una voce che, se saprai ascoltare, continua a parlare anche a te; e ad ogni lettura sentirai nuovo o rinnovato quello che avevi già sentito e risentito. Un classico è una superficie riflettente in cui ti pare di intravedere anche le sagome di chi si è rispecchiato prima di te”.
Diceva Bernardo di Chartres e ripeteva Isaac Newton “che noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.”
La conferenza di Elsa Garzone lo ha ribadito con chiarezza: Omero, Erodoto, Euripide non sono reliquie museali, ma specchi in cui possiamo continuare a interrogarci, a riconoscere il dolore di chi ci ha preceduto e quello di chi vive oggi sotto le bombe. I loro testi ci aiutano a dare un nome al male, a riconoscere la banalità e la ripetitività della violenza, a comprendere quanto sia scandalosa e inaccettabile l’uccisione dei bambini in ogni tempo e in ogni luogo.
Scrivevo qualche giorno fa che alla nostra società civile servirebbe “olta più letteratura, molto più teatro. Strumenti capaci di toccare gli animi e allenare la conoscenza di sé e del mondo. Teatro vissuto, non solo letto: parole che attraversano i corpi e diventano esperienza”.
Un allestimento delle Troiane, di Antigone o di Lisistrata, un paio d’ore di Romeo e Giulietta, di Casa di bambola o di Madre Courage e i suoi figli, possono educare ai sentimenti, alle contraddizioni della società e alla complessità dei conflitti più di mille lezioni teoriche o di altrettante presentazioni sugli obiettivi dell’Agenda 2030.
Portare in scena il dolore di Ecuba, far risuonare in aula il pianto di Astianatte, può diventare un esercizio potentissimo di educazione sentimentale e civile: significa abituare i ragazzi al confronto, alla partecipazione emotiva e alla fatica di mettersi nei panni dell’altro. Educare alla lettura e al teatro vuol dire aiutarli a empatizzare, a confrontare le proprie pulsioni e i propri sentimenti con quelli dei poeti e dei personaggi che incontrano. Un modo per sentirsi meno soli e restare umani.
In questo senso, la scelta di Garzone di affrontare il tema dei bambini vittime di guerra attraverso i testi classici non è stata solo culturalmente raffinata, ma pedagogicamente necessaria. Ed anche urgente in quest’epoca di revisioni e negazionismi.
Euripide, Omero ed Erodoto, con il loro sguardo spesso disincantato e dolorosamente lucido, ci permettono di comprendere che non esistono guerre giuste, tanto più quando a morire sono i più innocenti; perché l’eroismo celebrato dai poemi epici è sempre accompagnato da un controcanto di pianto, di madri in lutto, di padri che non potranno più sorridere ai loro figli.
Un grazie sincero, dunque, alla prof. per averci mostrato l’attualità etica ed emotiva dei testi antichi e per aver offerto al pubblico più giovane un messaggio tanto semplice quanto necessario: non abituarsi mai alla disumanità della guerra.
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Il sorriso interrotto (video-cronaca)
In sottofondo, un frammento dell’Andromeda Liberata di Vivaldi
Ascolto attonito il silenzio che segue ogni sparo, il grido che si perde nel vento e nella polvere delle macerie; il mio dolore non ha più fede nell’umanità dell’umano.
Tu, invece, affidi il senso a bandiere strappate, confini solcati dal sangue, promesse scritte sulla cenere che saranno cancellate col primo vento; ma non credi più alle parole al di là del loro suono.
Ci resta, probabilmente, un briciolo di umanità negli occhi che si chiudono per non vedere, nelle mani che stringono solo vuoto, nelle domande che restano senza risposta, come ferite aperte.
Brandelli di anime vaganti nel buio, cerchiamo una ragione tra le macerie, ma troviamo solo specchi rotti, tra la conta dei morti, e i volti dimenticati.
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Eppure, nelle notti insonni, torna un lembo della tua voce, che risuona come mancanza, come un crepuscolo senza fine, come un’impressione di essere ancora vivi, tuttavia.
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versione audio-visiva integrale
In sottofondo alle mie povere e scarne parole, un frammento di “My Home” di J̌ivan Gasparyan
Ho trasformato dei versi dolenti che vado scrivendo da mesi in un piccolo esperimento visivo e sonoro: una figura che si allontana tra le rovine, la mia voce a seguire il ritmo dei passi e il respiro profondo del duduk di J̌ivan Gasparyan a scolpire l’aria.
Ascolto attonito il silenzio che segue ogni sparo, il grido che si perde nel vento e nella polvere delle macerie; il mio dolore non ha più fede nell’umanità dell’umano.
[…]
Questo è un trailer di una manciata di secondi; un frammento sospeso che anticipa la videopoesia completa, dove immagine, lettura e musica proveranno a restituire un briciolo di umanità nascosta tra silenzi, ombre e macerie.
Nei prossimi giorni pubblicherò sia il video integrale sia il testo poetico. Intanto, questo breve assaggio prova a suggerire la direzione del viaggio: dalla soglia dell’inumano verso una voce che, per quanto fragile, continua a cercare un senso che si nasconde tra le pieghe di una perpetuata crudeltà.
La mia grande disperazione è il silenzio che segue ogni sparo; il mio tormento, che non posso più sentire voci che riconosco come umane. Il dolore ci raggiunge ovunque. E cresce la nostra rabbia come la cenere tra le macerie.
Seconda parte La mia profonda sofferenza
La mia profonda sofferenza è cercare spiragli nel buio della polvere dell’assedio, dove le voci gridano e nessuna invocazione trova ascolto.
Cammino tra rovine invisibili, tra sorrisi spenti che nascondono la resa e mani che tremano nel vuoto.
Vorrei credere ancora che l’uomo impari dal dolore, ma il dolore si ripete, e si moltiplica come un’eco che si nutre di dolore.
Cerco riparo tra le parole, ma le parole si svuotano di senso e si disperdono tra la cenere delle macerie e le cetre appese alle fronde dei salici.
Provo a dirti cose già sentite. Cerco di convincerci che tutto ha un senso, e troverà un senso anche tutto questo dolore. Tu mi ascolti, ma le parole ti passano accanto come il vento sulle ossa di un albero spoglio.
(E lo so bene, lo so, che discorrere di alberi è quasi un delitto).
La mia unica pace è il ricordo di un giorno senza fuoco che persiste anche nella distruzione; la mia pena è che non so raccontartelo per lenire le tue piaghe e le nostre ferite.
La vittoria è un frigo vuoto che fa ancora rumore, in una stanza buia e desolata.
La vittoria è un piatto avariato, un piano stonato e il rimpianto del soldato.
È tutto quello che ci hanno dato, la vittoria.
La vittoria è una statua sgretolata al sole, che pesa come un inganno sulla schiena curva delle vittime di ogni fronte, di ogni villaggio e di ogni bandiera.
È un’ombra senza corpo e un pianto tra le strade che inneggiano alla gloria, la vittoria.
La vittoria è l’orgoglio del generale, la gioia dello sciacallo e l’incremento del capitale.
Perché ogni vittoria è orba, lacrimosa e mutilata e nessuna vittoria è mai una vittoria.
La vittoria è la menzogna che sarà raccontata alla fine della storia.
L’inutile epilogo di un’inutile poesia.
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E così sia.
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(Io, fortunatamente, sono un perdente che non aspetta nessuno e non si attende niente.)
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Nike – Litania di un Perdente (Video Clip)
In sottofondo l’intro di “Brilla una stella” di Jennà Romano. L’ultima sequenza è una scena dell’incendio del campanile di Grumo Nevano ripreso da Romima Paula Iavarone.
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Litania di un perdente (Old Version)
La vittoria è un frigo vuoto che fa ancora rumore. La vittoria ha le luci spente nella stanza fulminata. La vittoria è una dispensa vacante in una casa diroccata. La vittoria ha un vuoto dentro che non potrai riempire.
La vittoria è un piatto avariato ed un pianto ripetuto. La vittoria è un piano stonato in una terra desolata e senza un alito di vento. La vittoria è il rimpianto del soldato ed è tutto quello che ci hanno dato.
È una statua sgretolata al sole, la vittoria. Un inganno, un auto da fé e un’autorappresentazione che grava sulla schiena curva delle vittime della storia.
Nessuna vittoria è mai una vittoria.
È un’ombra senza corpo, la vittoria. Il pianto del miserabile e dello sconsolato per le strade che celebrano i suoi canti di gloria.
La vittoria è l’orgoglio del generale e la gioia dello sciacallo. La vittoria è il profitto dello squalo e l’incremento del capitale.
Ed ogni vittoria è sempre orba, lacrimosa e mutilata.
La vittoria è l’inutile epilogo di un’inutile poesia.
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E così sia.
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(Io per fortuna sono un perdente che non aspetta nessuno e non si attende niente.)
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Nike (New Edition)
La vittoria è un frigo vuoto, una statua sgretolata, una menzogna alla fine della storia.
Un appello antico e universale in stile Peace ‘n Love
Sto leggendo il “De rerum natura” di Lucrezio nella fluida e vivida traduzione di Milo De Angelis* e, nei primi versi, trovo questa meravigliosa invocazione contro la guerra che voglio condividere con voi per meditarci un po’ su.**
[Venere feconda,] fa’ che sul mare e sulla terra si plachino le opere feroci della guerra. Tu sola puoi dare ai mortali il bene della pace: Marte, il potente dio delle armi, il signore della guerra, non poche volte cerca rifugio nel tuo grembo, vinto anche lui dall’eterna ferita dell’amore, e alzando gli occhi verso di te, dea, ti guarda con la nuca gettata all’indietro, si nutre d’amore, riceve dalle tue labbra il respiro vitale. E allora tu, divina, allacciandoti a lui, abbracciandolo con il tuo sacro corpo, fa’ scivolare dalle labbra tenere parole e chiedi, gloriosa, il dono della pace […]. (vv.29-40)
De Angelis spiega che “non bisogna stupirsi che il poeta latino, negatore di ogni intervento divino nella vita degli uomini, apra il suo poema con un’invocazione a Venere” (“tu sola potes tranquilla pace iuvare / mortalis“) e individua due ragioni principali che giustificano questa apparente contraddizione: – Tradizione proemiale: Era una consuetudine solenne che Lucrezio ha scelto di non infrangere. – Venere come principio vitale: Pur seguendo Epicuro nell’immaginare gli dèi in un mondo separato dalle vicende umane, Lucrezio fa un’eccezione per Venere. Non la percepisce tanto come una dea tradizionale, quanto piuttosto come un principio vivente e vitale di cui l’umanità non può fare a meno.
E infatti, pochi versi dopo, Lucrezio (nato da qualche parte in Campania tra il 98 e il 94 a.C. e morto a Roma tra il 55 e il 50 a.C.) corregge il tiro sulla partecipazione divina, sostenendo laicamente:
È indiscutibile che la natura degli dei in quanto tale vive la propria immortalità nella pace più grande: estranea alle nostre vicende, che non la riguardano, fuori da ogni dolore e da ogni pericolo, forte delle proprie risorse e senza alcun bisogno di noi, non è sfiorata né dalla nostra ira né dai nostri meriti. (vv. 44-49)
E allora, noi lettori del terzo millennio, dovremmo leggere l’invocazione alla “alma Venus” come un appello a tutta l’umanità. Tocca a noi e non a una qualche entità divina rimboccarsi le maniche e fare in modo che “moenera militiai / per maria ac terras omnis sopita quiescant”, ovvero che si plachino sul mare e sulla terra le feroci imprese della guerra.
Insomma, peace and love nei cieli, per mare e soprattutto in terra. ☮️
Queste riflessioni mi hanno fatto risuonare in mente una canzone che amo molto e che si lega perfettamente a questo messaggio antimilitarista:
Se verrà la guerra, Marcondiro’ndero, Se verrà la guerra, Marcondiro’ndà, Sul mare e sulla terra, Marcondiro’ndera, Sul mare e sulla terra, chi ci salverà?
Ci salverà il soldato che non la vorrà. Ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà
Da “Girotondo” di Fabrizio De André e Gian Franco Reverberi, tratta dall’album del 1968 “Tutti morimmo a stento“.
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* Una riflessione personale: In passato avevo già provato ad affrontare la traduzione del capolavoro di Lucrezio realizzata da Balilla Picchetti (pubblicata nel 1953 nella collana B.U.R.), ma l’avevo trovata molto più ostica e respingente di questa di Milo De Angelis che ho ora tra le mani. Questo mi fa riflettere sull’importanza cruciale di trovare una traduzione adeguata a noi, specialmente quando non siamo in grado di apprezzare un’opera nella sua lingua originale.
** Un’ultima nota: La meditazione e la riflessione sono tra le armi più efficaci a disposizione di un antimilitarista. Chi si ferma a pensare, chi prova ad analizzare le cose da molteplici punti di vista e diverse prospettive storiche, non può mai considerare la guerra come una soluzione possibile.
Immaginate un Paese che in meno di 250 anni di storia ha combattuto centinaia di guerre, sia sul proprio territorio che in terre vicine e lontane. Immaginate che in due secoli e mezzo, questo Paese ha conosciuto appena una ventina di anni di pace, sparsi qua e là nel tempo; spesso solo brevi respiri tra un conflitto e l’altro.
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L’Economia della Guerra
Non dovrebbe sorprendere che una nazione con questa storia abbia sviluppato un’economia profondamente radicata nel settore bellico.
Quando investi miliardi di dollari in: – Infrastrutture militari: basi, caserme, centri di comando – Personale addestrato a combattere: dai generali ai soldati semplici, passando per una pletora di gradi militari – Tecnologie belliche: dai droni alle armi cibernetiche, dalle sedicenti bombe intelligenti alle armi autonome e ai software di guerra, dai sistemi di sorveglianza agli strumenti di distruzione di massa – Operazioni per preparare nuovi conflitti: spionaggio, propaganda, interventi “umanitari”, esportazione della democrazia a suon di bombe – Logistica: uniformi, equipaggiamenti, trasporti, vettovagliamento
…prima o poi quella macchina va messa in moto. Non puoi lasciare che armi e munizioni invecchino nei magazzini, che gli eserciti restino inattivi troppo a lungo, che il consenso pubblico diminuisca mentre il debito militare cresce. E poi funziona sempre l’espediente di tenere in silenzio le menti più riottose con una guerra fuori porta (“To busy giddy minds with foreign quarrels“, Shakespeare, “Henry IV“, IV atto, scena 5).
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La Cronologia del Conflitto
Riporto qui di seguito i principali capitoli di questa centenaria storia bellica che ho ricostruito con l’ausilio di un’intelligenza artificiale – made in USA, of course:
– Le Origini (1700-1800) Guerre coloniali e contro i nativi americani (1776–1890) Guerra d’Indipendenza (1775–1783) Guerra del 1812 (1812–1815)
– L’Espansione (1800-1900) Guerra messicano-americana (1846–1848) Guerra Civile (1861–1865) Guerra ispano-americana (1898)
– Il XX Secolo: Dalle Guerre Mondiali alla Guerra Fredda Prima Guerra Mondiale (1917–1918) Seconda Guerra Mondiale (1941–1945) Guerra di Corea (1950–1953) Guerra del Vietnam (1955–1975)
– L’Era Contemporanea Guerra del Golfo (1990–1991) Afghanistan e Iraq (2001–2021) Innumerevoli “operazioni speciali” in Somalia, Libia, Panama, Siria, Yemen, Iran…
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Qualche dato recente
Nel 2024 gli Stati Uniti hanno destinato alla spesa militare circa 997 miliardi di dollari, pari al 37% della spesa militare mondiale e al 66% di quella NATO. Tanto per avere un metro di paragone, gli USA l’anno scorso hanno speso per armi più di quanto abbiano prodotto economicamente paesi come Nigeria, Egitto, Algeria e Marocco tutti insieme. E tutta l’Africa, con le sue immense ricchezze naturali e 1,4 miliardi di abitanti, produce economicamente poco più di tre volte quello che gli USA investono annualmente nel loro apparato bellico.
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I Rari Anni di Pace
Secondo il giornalista ed ex corrispondente di guerra Chris Hedges, gli Stati Uniti, dalla nascita della nazione, hanno vissuto anni completamente privi di conflitti armati solo in questi periodi:
XIX Secolo: 1796, 1797, 1807, 1826, 1828, 1829, 1837
XX-XXI Secolo: 1935–1938 (tra le due guerre mondiali) 1976–1978 (dopo il Vietnam) 1997–1998 (breve pausa post-Guerra Fredda)
Ma anche in questi rari momenti di “pace”, il Paese non cessava di mantenere basi militari in tutto il mondo, né di condurre operazioni di intelligence sotto copertura.
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La Logica Inesorabile
Insomma, fin dalla guerra di indipendenza combattuta contro i cugini inglesi, gli Stati Uniti hanno sviluppato quello che il presidente Eisenhower definì il “complesso militare-industriale”: un’economia dove armamenti, tecnologie belliche e interventi esteri non sono solo strumenti di politica, ma pilastri economici fondamentali. E così, quando costruisci un’intera economia attorno alla guerra, quando milioni di posti di lavoro dipendono dal settore militare-industriale, quando il tuo prestigio internazionale si basa sulla forza militare, la pace diventa non solo difficile da mantenere, ma economicamente svantaggiosa. Periodicamente, serve una “bella guerra” che rimetta in moto la macchina, giustifichi le spese, testi le nuove tecnologie e rinnovi il consenso pubblico attorno alla necessità di una difesa forte.
È il paradosso di una superpotenza: per giustificare la propria potenza, deve continuamente dimostrare di avere bisogno di combattere, combattere, combattere.
Ora tocca all’Iran, poi, se e quando finiranno i conflitti e i fiumi di sangue sparsi in Medio Oriente, qualche altro “Paese canaglia” si troverà sempre.
La pace, in questo paradigma, non è l’obiettivo. È l’intervallo tra due investimenti.
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(Ed ora pretendono che tutti i Paesi NATO contribuiscano ad alimentare la loro macchina bellica e a tenere viva la loro principale industria con acquisti di armamenti e sistemi di sicurezza made in U.S.A., ricattando gli alleati con la duplice minaccia del ritiro del loro ombrello armato e dell’aumento esponenziale dei dazi).
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P.S.
Naturalmente, tutta questa mia lettura economicista non esaurisce la complessità del fenomeno guerra. Ideologie, miti fondativi, visioni del mondo, interessi geopolitici, strategie di dominio e paura dell’altro hanno sempre giocato un ruolo chiave nella ricerca di soluzioni armate. Ma in un’epoca in cui ogni scelta viene giustificata in termini di costi e benefici, è proprio nella contabilità della guerra che si svela, in tutta la sua brutalità, l’assurdità sistemica della violenza organizzata. Tuttavia, al di là di tutte queste considerazioni, ogni conflitto armato resta prima di tutto un fallimento umano e politico. Dietro ogni bilancio militare ci sono vite spezzate, comunità distrutte, infanzie rubate.
“La guerra non è che un’invenzione umana. E ciò che è stato inventato può anche essere disinventato.” Margaret Mead, antropologa statunitense
Considerazioni a caldo dopo uno spettacolo di un laboratorio teatrale di Carmela Barbato
Appena rientrato da una suggestiva e intensa rilettura di “Colapesce” con gli allievi del secondo livello del Caleidoscopio Laboratori Storici di Teatro Vivo diretto da Carmela Barbato (suo anche il testo e la regia condivisa con Nino D’Agostino), mi porto dentro le avvolgenti coreografie di Martina Di Micco e Martina Viglione, le centrate scelte musicali, gli squarci di buio e di luce, la rottura dello spazio scenico, l’emozione e l’intensità delle giovani recitazioni, la ricerca introspettiva e l’ironia contro ogni potere e, soprattutto, un necessario messaggio di pace, pace, pace che mi ha fatto tornare in mente una canzone brasiliana cui sono molto legato e che dice
Brigam Espanha e Holanda Pelos direitos do mar O mar é das gaivotas Que nele sabem voar Brigam Espanha e Holanda Pelos direitos do mar Brigam Espanha e Holanda Por que não sabem que o mar É de quem sabe amar
ovvero
Combattono Spagna e Olanda Per il dominio del mare Il mare è dei gabbiani Che dentro ci sanno volare Combattono Spagna e Olanda Per il dominio del mare Combattono Spagna e Olanda Perché non sanno che il mare È di chi sa amare
In un’epoca di guerre senza fondo e contatti senza contatto, forse sarà il teatro a salvare il mondo. Anche perché, se ci pensate, la recitazione resta una delle poche cose che non si possono simulare con gli automi e le intelligenze artificiali. Il teatro fa finta, ma non si può fare finta di fare il teatro. A meno che non pensiamo di sostituire la carne, il sangue, le ossa e il sudore degli attori con degli ologrammi.
Non mi stancherò mai di dire che abbiamo bisogno di tanta drammaturgia e tanti spazi scenici per le nuove generazioni, per sensibilizzare gli animi e per far sviluppare la capacità di approfondire la conoscenza di se stessi e del mondo. Sulle tavole dei palcoscenici si fanno lezioni autentiche di pensiero critico ed empatia. Chi fa teatro impara a mettersi nei panni dell’altro e non butta le bombe sulle città inermi.
È proprio qui il piccolo miracolo che Carmela Barbato e i suoi giovani allievi sono riusciti a compiere stasera tra il palcoscenico e la platea: trasformare un’antica leggenda popolare in un ponte verso temi ardenti e universali, dove il mare di Colapesce diventa il mare di tutti, il mare delle profondità delle nostre coscienze e il mare “di chi sa amare”.
Attraverso i loro corpi, le loro voci e la loro presenza emozionante ed emozionata, questi ragazzi ci hanno ricordato che oggi più che mai il teatro è una forma di resistenza alla superficialità, all’indifferenza e alla violenza che entra ogni giorno nelle nostre case.
In tempi così bui, è consolante sapere che esistono ancora luoghi dove si coltiva il futuro e si semina speranza.